1 ottobre 2025

“Scolpiremo una nuova storia proprio con quella pietra”, dice una ragazza con la bandiera del Nepal sulle spalle, indicando la stupa di Bhoudhanath, il più grande monumento religioso del paese. Dietro di lei c’è uno striscione con 44 volti. “Per loro ci sarà giustizia solo quando il paese romperà le catene che lo opprimono da generazioni! Solo allora il loro onore sarà compiuto e solo allora il Nepal conoscerà un vero cambiamento e lo sviluppo!”, continua la ragazza. A terra ci sono candele accese e bandiere fatte di gulal, la polvere colorata usata nelle cerimonie nepalesi.

Tre settimane prima, l’8 e il 9 settembre 2025, migliaia di giovani nepalesi sono scesi in strada a Kathmandu e nelle altre città del paese. Le “proteste della generazione Z” sono state alimentate da ferite antiche: il nepotismo, la corruzione e la cattiva amministrazione del paese. Le immagini del parlamento in fiamme, ma anche i video dei giovani che pochi giorni dopo ripulivano le strade, hanno fatto il giro del mondo.

Le ho guardate anch’io, da Bucarest. Negli stessi giorni il tema delle migrazioni era oggetto di pesanti strumentalizzazioni politiche, in Romania e nel mondo. In seguito alle proteste il primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli si è dimesso e il suo posto è stato preso da Sushila Karki, ex presidente della corte suprema.

Dopo la fine della veglia funebre torno dal gruppo con cui partirò il giorno seguente. Siamo arrivati in aereo in sette dalla Romania e a Kathmandu abbiamo incontrato Riken e Rahul. Stiamo per affrontare una spedizione intorno alla vetta del Manaslu. Percorreremo 150 chilometri lungo sentieri di montagna nell’arco di nove giorni, salendo da 870 fino a 5.106 metri di altitudine, che raggiungeremo al passo di Larkya La, il punto più alto della spedizione. Circumnavigheremo e osserveremo da tutti i lati il Manaslu, l’ottava montagna più alta del mondo e uno degli ottomila più pericolosi. Con pesanti zaini in spalla, attraverseremo climi e paesaggi diversi, dai villaggi di poche case immersi nella vegetazione lussureggiante fino alle vette ghiacciate. È un itinerario meno turistico, ma anche più pericoloso di altri percorsi simili in Nepal, come per esempio quelli che portano ai campi base dell’Annapurna o dell’Everest. E siamo arrivati in un momento particolare: di solito sono proprio la primavera e l’autunno le stagioni preferite dagli escursionisti di tutto il mondo, ma oggi, a causa delle proteste, il turismo è quasi al collasso. L’Himalaya è il sogno di tanti appassionati di montagna: alcuni vogliono conquistarne le vette, altri scoprire l’indescrivibile bellezza dei suoi luoghi. Ogni anno attira più di quindici milioni di turisti. Personalmente non ho l’abitudine di collezionare cime e picchi, al massimo ogni tanto mi concedo un’escursione sui monti Măcin, in Romania, che non raggiungono i cinquecento metri. Quindi anche per me sarà un’esperienza inedita. Finora il punto più alto che ho raggiunto è stato il monte Toubkal (4.167 metri), nell’Atlante marocchino, e l’escursione più lunga che ho fatto è stata di quattro giorni, lungo la cresta dei monti Rodna, nei Carpazi romeni. Sono tra i meno esperti del gruppo.

L’idea di un’escursione in Nepal è venuta un paio d’anni fa a Marius, amico di una vita, e ai suoi compagni George e Ovidiu: tutti e tre lavorano nel settore delle telecomunicazioni e in passato sono stati colleghi e coinquilini. Nell’estate del 2024 ero con loro sul tratto della via Transilvanica che passa in Bucovina. In quell’occasione Ovidiu ci ha raccontato di avere un cognato nepalese a Kathmandu, Riken, che lavora nel settore alberghiero e ha una band di gypsy jazz in cui suona la chitarra, il basso e il contrabbasso. Rahul, amico d’infanzia di Riken, lavora nell’informatica, è fotografo e fa la guida alpina: sarà lui a guidare la spedizione. Del gruppo fanno parte anche Paul, ex collega di lavoro di Marius, Andrei, architetto, e Gabi, fotografo. Paul ha già affrontato escursioni di più giorni, mentre Andrei e Gabi hanno alle spalle diverse avventure estreme: qualche anno fa sono stati sui monti del Pamir, “il tetto del mondo”. George ci racconta scherzando che quest’anno ha corso più di quanto abbia guidato: tra le varie competizioni a cui ha partecipato, la scorsa estate ha portato a termine un’ultramaratona di 102 chilometri.

Il testo che sto per scrivere sarà un diario di viaggio, ma anche uno strumento per conservare i ricordi: la mia memoria è malandata, la scrittura e le fotografie mi aiuteranno a non dimenticare.

Il tragitto di 160 chilometri da Kathmandu a Machha Khola dura un giorno. Nel traffico, in città come sulla strada che si snoda lungo la montagna, sembra quasi che prenda forma una specie di rito collettivo, in cui ogni elemento è consapevole dell’altro. Il clacson non è un gesto d’impazienza, ma serve a segnalare la propria presenza prima dei tornanti: “Attento, sono dietro l’angolo”. I suoni sono pittoreschi quanto i mezzi di trasporto: che siano autobus o camion Tata, sono tutti talmente ricoperti di adesivi da sembrare dei furgoncini hippie. Ognuno ha la sua melodia, che si prolunga fino a quando il mezzo scompare all’orizzonte, inghiottito dalla strada. Da entrambi i lati si estendono risaie a perdita d’occhio e piccoli insediamenti di poche case, collegati tra loro o alla strada principale con ponti sospesi. Sulla destra, sopra una grande roccia, un uomo dorme affiancato da tre caprette. Sembra il riposo migliore che si possa sognare.

La strada si fa sempre più insidiosa man mano che ci avviciniamo alla destinazione. L’autista è in totale simbiosi con il veicolo: guida con attenzione lungo una carreggiata devastata dalle piccole frane e dall’acqua che non smette di scorrere. Quest’anno, come negli anni precedenti, la stagione dei monsoni è durata più a lungo del solito. Il Nepal è uno dei paesi più colpiti dalla crisi climatica. Ogni anno centinaia di nepalesi muoiono a causa di frane, inondazioni, tempeste e altri eventi provocati dai monsoni.

Arriviamo a Machha Khola, un piccolo villaggio sul fianco di una collina a 870 metri di altitudine, sulle rive del fiume Budhi Gandaki. Gran parte del “circuito del Manaslu” segue questo fiume, che segna il percorso dell’antica via commerciale tra il Nepal e il Tibet. Prendiamo possesso delle nostre stanze nella primatea house della spedizione: si tratta di rifugi diffusi in tutte le località montane del Nepal, con camere semplici dotate di due o tre letti e una sala da pranzo. Molte sono nuove. Nell’aprile del 2015 un forte terremoto ha colpito il Nepal, l’India, la Cina e il Bangladesh, radendo al suolo interi villaggi. Ma la case sono state ricostruite.

Nel cortile sul retro alcuni vestiti da bambino sono stesi ad asciugare su corde legate a un’antenna parabolica. Nel gazebo accanto facciamo conoscenza con il dal bhat, il piatto tradizionale nepalese: una semisfera di riso bollito circondata da piccole ciotole contenenti zuppa di lenticchie, stufato di patate e altre preparazioni a base di verdure, spezie e carne. Il dal bhat ci accompagnerà fedelmente per tutto il viaggio, così come il rumore del fiume che, a causa del prolungarsi dei monsoni, ha una portata molto superiore a quella che dovrebbe essere normale in questo periodo dell’anno.

2 ottobre

Ci addentriamo nel verde tropicale, attraversato da un turchese vorticoso. Riken ha improvvisato una mantella con un telo di plastica, e allo zaino ha legato due bottiglie con cinque litri di raksi, l’acquavite di riso locale. Mi dice che sarà una risorsa preziosa quando saliremo di quota: per scaldarci dopo il cammino e per ingraziarci i gestori dei rifugi. Dopo circa due ore di marcia lungo una strada fiancheggiata da banani, ci fermiamo in un villaggio a bere un tè nero. Alla sosta successiva Rahul compra una banana per ciascuno in un negozio sul ciglio della strada: probabilmente è la più buona che abbia mai mangiato, grande, dolce e saporitissima.

Rahul ci aveva avvertiti che avremmo dovuto attraversare una cascata impetuosa, ma la portata dell’acqua che colpisce violentemente la strada ci sorprende comunque. A destra c’è il baratro che scende verso il fiume, non abbiamo modo di aggirarla. Attraversiamo in fretta, passando sulle pietre immersi nell’acqua fino alle ginocchia, ma con grande cautela, per non fare passi falsi e diventare cibo per pesci.

Tutti passano indenni. Ridiamo della bella lavata che ci siamo dati. Nella nostra ingenuità siamo convinti che sia stato questo il vero ostacolo della giornata, ma neanche un quarto d’ora dopo la strada è di nuovo interrotta, stavolta da una frana.

Un ponte sospeso in Nepal, 3 ottobre 2025 (Ioan Stoleru)

Comincio a pensare che forse la cascata ci ha salvati, perché se fossimo passati di qui un po’ prima il grande masso precipitato ci avrebbe spediti nell’aldilà. Pietre, alberi e terra bagnata scivolano a valle. Rahul pensa a cosa fare, ma non abbiamo molta scelta: dobbiamo andare avanti. Aspettiamo che cada ancora un po’ di pietrame e, quando la situazione sembra più tranquilla, decidiamo di passare uno alla volta. Rahul ci fa segno quando partire. Il primo è Andrei, che si muove con agilità sulla terra umida, tra rami e massi.

Tocca a me. Parto bene, ma a metà strada i miei bastoncini da trekking s’impigliano nei rami di un albero abbattuto. Sento le pietre che arrivano dall’alto. Dall’altra parte, alcune persone del posto mi urlano qualcosa, ma non capisco se mi stiano dicendo di muovermi più in fretta o di restare fermo. Non ho tempo di pensarci, lascio i bastoncini e mi metto a correre, ma dopo pochi passi il piede destro mi sprofonda nella terra umida. Guardo in alto e vedo un masso poco più grande di una palla da baseball volare dritto verso la mia testa. Salto. Sento il sasso che mi sfiora la nuca. Ma riesco a passare.

Dall’alto continuano a cadere pietre e alberi, quindi ci fermiamo di nuovo. “Stavi per farla grossa”, mi dice Marius dopo averci raggiunto. A quanto pare un’altra pietra mi era sfrecciata accanto mentre attraversavo. Uno alla volta ci ricongiungiamo al gruppo. Anche Ovidiu resta impantanato, ma due persone del posto corrono subito in suo aiuto e lo tirano fuori. Rahul passa per ultimo.

Ci fermiamo nel primo centro abitato per riprenderci con una zuppa d’aglio e alcuni momo, ravioli ripieni di carne o verdure serviti con una salsa speziata e piccante. È già buio quando arriviamo a Jagat, a 1.340 metri di altitudine. Incontriamo il Capitano, un ex soldato delle brigate gurkha che dopo la pensione si è ritirato in questo piccolo villaggio nascosto nella valle e ha aperto una tea house.

Mi sveglio dopo un sonno agitato. Ho sognato per tutta la notte massi che mi cadevano addosso. Ma il cielo è sereno e partiamo verso Deng

I soldati gurkha sono uno dei motivi per cui il paese non è mai stato colonizzato dai britannici. Questi ultimi vinsero la guerra del 1814-1816 tra l’allora regno del Nepal e la Compagnia britannica delle Indie orientali, ma si resero subito conto che una campagna militare contro l’intero paese sarebbe stata difficile, considerata la struttura del territorio e i suoi soldati, abituati a muoversi in quegli spazi. Lasciarono quindi che il Nepal rimanesse in qualche modo indipendente, una sorta di cuscinetto tra l’India e il Tibet controllato dalla Cina, sul quale avrebbero comunque esercitato un’influenza indiretta. Per questo integrarono i gurkha nel loro esercito.

Concludiamo la giornata con un altro dal bhat, che io e Gabi mangiamo come la gente del posto, con la mano, mescolando tra le dita il riso, le lenticchie e gli altri ingredienti. Riken e Rahul mi mostrano la tecnica corretta, con il pollice usato per spingere in bocca il cibo.

La sfortuna mia e di Marius è che il Capitano ama pescare e si è costruito un piccolo laghetto proprio dietro la stanza in cui dormiamo, con la finestra rotta. Schiacciamo con le ciabatte gli scarafaggi e le zanzare più grandi, poi ognuno si barrica come può. Mi spalmo il viso con una lozione contro gli insetti, mi metto il passamontagna, sistemo il sacco a pelo sul letto e mi c’infilo dentro. Spero che tutti i soldi spesi in vaccini prima di partire non saranno inutili.

3 ottobre

Mi sveglio dopo un sonno agitato. Ho sognato per tutta la notte massi che mi cadevano addosso. Ma il cielo è sereno e dopo la colazione partiamo verso Deng, il villaggio successivo, a 1.860 metri di altitudine. Da oggi smetto di comprare acqua in bottiglia e passo a quella del rubinetto. È acqua di montagna, ottima, ma deve essere purificata, perché il nostro organismo non è abituato ai batteri della zona. Metto una pastiglia nella borraccia e la lascio agire per mezz’ora

All’ingresso del primo villaggio cinque bambine giocano lungo il fiume. Una di loro ha scritto nella sabbia I love you e Help. C’è musica e la gente balla, vestita a festa. È la seconda settimana di Dashain, la più importante ricorrenza nepalese, un festival di quindici giorni che simboleggia il trionfo del bene, incarnato dalla dea Durga, sul male, rappresentato dal demone Mahishasura. I primi nove giorni della festa sono dedicati a questa divinità femminile, simbolo di forza e protezione.

Arriviamo a un ponte di ferro lungo più di cento metri. Strutture simili punteggiano le montagne dell’Himalaya e consentono agli abitanti di spostarsi tra i villaggi a piedi, con gli animali o in moto. Negli ultimi anni le autorità hanno ampliato anche la strada carrabile, quella che abbiamo percorso ieri. Ma scavare nella montagna può avere conseguenze complicate e le frane, soprattutto durante e dopo la stagione delle piogge, sono sempre più frequenti. Chiedo a Riken perché le strade non siano messe in sicurezza, per ridurre almeno in parte il rischio di incidenti. “Ci vorranno altri duecento anni prima che le nostre autorità facciano una cosa del genere”, mi risponde.

Man mano che procediamo, la valle ci mostra cime sempre più alte. “Che montagna è quella?”, chiede Ovidiu a Rahul. “Quella è una collina; da noi le montagne cominciano dai quattromila metri”. Ci fermiamo nel villaggio successivo per bere un tè con limone e zenzero. Alcuni bambini giocano per strada, mentre la madre setaccia grani di pepe di Sichuan. Una donna con una cesta di vimini sulla schiena è seguita da una capretta con le orecchie che ondeggiano mentre sale e scende i gradini di pietra. Sul versante opposto della valle c’è un villaggio che sembra sospeso su una parete di roccia tagliata a metà da una cascata, un sottile filo d’acqua che precipita nel vuoto.

Penetriamo nel cuore della montagna e comincio a sentirmi come nel Signore degli anelli. Arriviamo a Deng mentre fa sera. Il dal bhat di oggi è accompagnato da un’accoglienza calorosa: a ciascuno viene dato un piccolo asciugamano bianco e bollente da appoggiare sul viso prima di mangiare. Gabi torna a usare le posate; io resto fedele alle mie dita. Nel cortile della tea house e al piano superiore sono tese delle corde alle quali appendiamo i vestiti ad asciugare durante la notte.

4 ottobre

Partiamo con un tempo particolarmente cupo. Alcuni dei ragazzi hanno parlato con Rahul per vedere se poteva trovargli un portatore che li aiuti con i bagagli. Così ora siamo in dieci: Shyam Ale Gurung, un giovane del posto, ci accompagnerà fino a Namrung. Ha al collo una collana di pietre dzi, agate tibetane che si dice proteggano chi le indossa, e la accarezza attraverso la maglietta. Non porta abiti impermeabili, ma la pioggia non sembra dargli fastidio ed è sempre sorridente.

Attraversiamo un altro ponte, lungo quasi trecento metri, sopra il Budhi Gandaki. Mi sento piccolissimo guardando l’acqua sotto di noi, la forza con cui si infrange contro le rocce e il fragore incessante che ci accompagna. Arrivando da un paese in via di desertificazione, dove molte sorgenti di montagna si sono già prosciugate, è impressionante vedere corsi d’acqua così potenti. Di notte, quando mi infilo nel sacco a pelo, a volte ho l’impressione che fuori si stia scatenando una tempesta biblica, finché non ricordo che è solo il fiume, capace di farsi sentire da centinaia di metri di distanza. Grazie alla rete di corsi d’acqua che attraversano le montagne, il 95 per cento dell’elettricità prodotta in Nepal arriva da centrali idroelettriche. Rahul mi racconta che, quando era studente, spesso era costretto a studiare alla luce di una lampada a causa dei frequenti blackout, che potevano durare anche diciotto ore. La situazione è cambiata nel 2016-2017, quando Janardan Sharma, allora ministro dell’energia, ha messo fine alla pratica delle interruzioni programmate di elettricità.

Il villaggio di Shyala, 6 ottobre 2025 (Ioan Stoleru)

Nel novembre del 2025, due mesi dopo le proteste di Kathmandu, Sharma, insieme ad altri due politici nepalesi, ha fondato un nuovo partito di sinistra con l’obiettivo di accogliere le richieste dei manifestanti della Gen Z.

La pioggia s’intensifica. Il terreno sotto di noi è sempre più molle e, anche se abbiamo giacche impermeabili e mantelle, sentiamo l’aria umida penetrarci nelle ossa e logorarci il morale. In fondo alla valle vedo un cortile circondato da edifici a due piani con il tetto azzurro e un portale in stile tibetano. Riken mi spiega che è la scuola frequentata dai bambini dei villaggi della zona e penso subito alla frase che dicono ancora tanti anziani in Romania: “Ai miei tempi andavo a scuola anche con la bufera di neve e non sono mai morto!”. A differenza delle esagerazioni dei nostri genitori, i bambini dell’Himalaya percorrono davvero sentieri di montagna per studiare.

Arriviamo al primo “muro mani” del percorso, una costruzione a forma di torre composta da lastre di pietra su cui è inciso il mantra del buddhismo tibetano, “Om mani padme hum” (Lode al gioiello nel loto), metafora del raggiungimento dell’illuminazione e della compassione, associato ad Avalokiteshvara, la figura buddhista che rappresenta la pietà universale. Rahul ci spiega che i fedeli devono passare accanto a questi monumenti procedendo in senso orario, nella direzione in cui gira la terra e in accordo con la ciclicità dell’universo. Ci adeguiamo.

Mentre la pioggia aumenta, dalla parete della montagna sgorgano nuovi rivoli d’acqua, piccole cascate comparse dal nulla, come se all’interno della roccia ci fosse stata un’esplosione. Attraversiamo con cautela un ruscello che lava le pietre lucide del sentiero. Qui basta un passo falso e sei spacciato. Dopo venti minuti ci fermiamo a mangiare in una tea house decorata con i colori tibetani: blu, giallo, verde, rosso, marrone, nero, arancione e bianco. Sul grande portale che introduce al cortile interno sono dipinti diversi simboli, tra cui il Dharmachakra, la ruota che rappresenta gli insegnamenti del Buddha.

Da quando abbiamo lasciato la capitale sono completamente disconnesso dagli eventi del mondo

La pioggia è così violenta che l’imponente parete della montagna sopra la scuola è trafitta da cascate color terra.

Siamo fradici, bagnati, sudati. Ad alcuni è perfino entrata l’acqua negli zaini, nonostante le mantelle impermeabili. Ci ammassiamo nell’affumicatoio della famiglia, attorno alla stufa e alla donna che ravviva il fuoco per preparare da mangiare e il tè. Ci parla in tibetano, noi le rispondiamo in inglese, ma ci capiamo, soprattutto grazie ai sorrisi. Ci fa cenno di sederci dove troviamo posto. Indossa orecchini, bracciali e una collana tibetani: gioielli massicci, alcuni dorati. L’affumicatoio, una piccola stanza di appena due metri per due, ha scaffali con teiere e utensili da cucina finemente decorati e due corde disposte a X che attraversano l’ambiente. È uno spazio essenziale nelle case di montagna un po’ più grandi, per la preparazione della carne affumicata e come luogo di ritrovo durante le gelide serate invernali.

Alle corde, dalle quali normalmente penderebbe la carne, sono appesi i nostri vestiti. Mentre mangiamo, Rahul ci dice che possiamo fermarci per la notte. Anche se abbiamo percorso solo la metà dei venti chilometri previsti dalla tabella di marcia, siamo tutti d’accordo che sia la decisione più saggia. Se il tempo ci aiuterà, domani recupereremo il ritardo. Poco dopo va via anche la corrente e, senza luce né internet, ci godiamo il riparo della casa, andando di tanto in tanto a scaldarci nell’affumicatoio. Un tempo, prima che il turismo si sviluppasse e che la gente del posto cominciasse a costruire tea house, gli escursionisti trovavano rifugio nelle case dei contadini e si riunivano con loro intorno alla stufa.

Verso sera i padroni di casa ci offrono patate cotte sotto la cenere, che mangiamo con voracità, aggiungendo sale e una salsa piccante. Poi torniamo nell’affumicatoio, dove Rahul e il proprietario della locanda stanno chiacchierando. Il padrone di casa ha un figlio emigrato in Francia e l’anno prossimo partirà anche sua nipote. Come molte famiglie nepalesi delle zone montane, al di fuori della stagione turistica, cioè in inverno o durante il monsone, anche loro si trasferiscono dai parenti a Kathmandu. Lì vendono il loro pepe di Sichuan: anche se si può coltivare ovunque, il migliore è quello che cresce nel fertile terreno delle montagne himalayane. Grazie al suolo locale, più ricco di minerali, all’umidità dell’aria e all’escursione termica tra il giorno e la notte, è più aromatico e più ricco di sanshool, il composto chimico che provoca la caratteristica sensazione di intorpidimento sulla lingua. In Nepal la varietà Sichuan viene usata in cucina, ma anche nella medicina tradizionale.

Chiedo a Rahul in che modo gli eventi recenti abbiano influenzato la gente di montagna, che vive lontano dalle città dove si sono svolte le proteste. Mi risponde che molti non credono che le cose possano migliorare. L’unica differenza che hanno notato è il netto calo del turismo.

Da quando abbiamo lasciato la capitale sono completamente disconnesso dagli eventi del mondo: non so che cosa accada oltre quello che vedo con i miei occhi. Avendo un rapporto decisamente poco sano con i social network, apprezzo particolarmente i momenti passati nella natura, tra i pochi in cui non sento il bisogno di scrollare compulsivamente. Si dice che chi non ha la vista tende ad avere gli altri sensi particolarmente sviluppati. In un certo senso è proprio ciò che provo quando sto lontano da internet: sono più attento a ciò che vedo, a ciò che sento con l’olfatto, a ciò che ascolto.

5 ottobre

Non piove più, il cielo è sereno e molte delle cascate che la notte scorsa si riversavano giù dalla montagna sono scomparse, lasciando al loro posto strisce di roccia lucente. Partiamo presto e di buon passo. Oggi doveva essere una giornata breve, con quattro o cinque ore di cammino, ma dobbiamo recuperare i dieci chilometri di ieri. A pochi minuti dalla tea house vediamo un’impronta d’orso sul sentiero e mi torna in mente che la scorsa notte sono uscito da solo in strada. Di tanto in tanto ci fermiamo per lasciare passare le colonne di muli che trasportano equipaggiamento da spedizione, molto probabilmente per i campi base lungo il percorso verso la vetta del Manaslu.

Nei pressi di Namrung ci fermiamo a bere un bicchiere di succo di mela. Rahul ci racconta che questa zona è ricca di meleti. Quattro anni fa le autorità hanno introdotto diverse varietà provenienti dall’Italia, che gli agricoltori locali hanno potuto acquistare con una sovvenzione che copriva il 70 per cento dei costi. Uno dei frutteti funge anche da centro di studio per la coltivazione delle mele.

Arrivati a Namrung, a 2.630 metri di altitudine, dove avremmo dovuto pernottare il giorno prima, ci fermiamo a mangiare una torta di mele e a bere un tè. Dopo una breve telefonata, Riken ci informa che forti piogge hanno colpito varie regioni del paese, non solo le montagne. Ci sono stati diversi morti e le principali strade che portano a Kathmandu sono bloccate.

Non ci tratteniamo oltre, cerchiamo di approfittare del bel tempo e di rimetterci in pari con il programma. I ragazzi riprendono i bagagli dal giovane portatore, che è stato pagato per accompagnarli solo fino a Namrung, e ripartiamo. Dopo aver superato alcuni muri mani arriviamo a quota 3.000 metri, e da qualche parte sulla destra, sospeso sul fianco della montagna, compare un grande frutteto. Dalle nuvole che accarezzano le cime rocciose scendono due rivoli d’acqua diretti proprio verso gli alberi da frutto. All’ingresso del villaggio successivo ognuno di noi passa tre volte in senso orario intorno al muro mani e fa girare le “ruote di preghiera”.

Il monastero di Shyala, 6 ottobre 2025 (Ioan Stoleru)

Quasi tutte le case hanno cortili pieni di calendule, nella cultura nepalese associate alla fortuna e alla prosperità e usate per realizzare le mala (ghirlande) durante le celebrazioni del Dashain o del Tihar, il festival delle luci e dei colori. Entriamo un attimo anche nel tempio all’uscita del villaggio, che ospita un’enorme ruota di preghiera. Sul tratto di strada successivo mi fermo sotto ogni arco kani ad ammirare i dipinti sulla volta raffiguranti le divinità buddhiste che, secondo la tradizione, proteggono i viandanti dagli spiriti maligni.

Mezz’ora prima di raggiungere la destinazione vediamo i segni di un’altra recente frana: un enorme masso si è fermato a pochi metri da una casa. Ci facciamo strada tra i rami sulla terra bagnata.

Nel pomeriggio riusciamo ad arrivare a Lho, a 3.180 metri. All’ingresso del villaggio vediamo un abitante del posto che trasporta sulla schiena quattro enormi pali di legno legati insieme, pesanti almeno quaranta chili. Paghiamo cento rupie a testa per una doccia calda e ci sistemiamo nell’accogliente sala da pranzo della tea house, dove altri escursionisti hanno steso ad asciugare i vestiti su fili metallici tesi intorno alla stufa. Festeggiamo il fatto di essere riusciti a rientrare nei tempi previsti con birre Gorkha, un altro dal bhat e qualche momo. Verso sera il cielo limpido e la luce della luna ci mostrano per la prima volta la cima del Manaslu, una torre di neve massiccia e minacciosa.

6 ottobre

Un’altra giornata di sole. Prima che i gruppi ripartano, il proprietario della tea house consegna a ogni guida una mela. Ci dirigiamo verso Samagaon, il villaggio più grande sul percorso del Manaslu e un’importante base per le spedizioni alpinistiche. Vediamo anche i primi yak, mammiferi ruminanti tipici dell’Himalaya, del Tibet e di altre regioni d’alta quota, che gli abitanti hanno addomesticato come si fa con agli altri bovini. A Shyala, un piccolo villaggio a 3.575 metri di altitudine, l’aria comincia a cambiare e sento che ci stiamo avvicinando alla zona alpina.

Entro a fotografare la scuola locale: dal cortile interno lastricato in pietra si vedono tutt’intorno cime innevate. Nei mesi invernali, a causa delle temperature molto rigide, i 250 studenti, dalla prima alla decima classe, e i trenta insegnanti si trasferiscono a Kokhetar, una località situata a 830 metri di altitudine. Lo spostamento, però, è difficile, perché i ragazzi e le ragazze devono percorrere quattro giorni di sentieri di montagna trasportando documenti, materiale didattico e attrezzature di laboratorio.

Indosso un pile e mi arrampico per raggiungere gli altri ragazzi, che sono già sul pianoro dove si sta costruendo una nuova gompa, un monastero buddhista che sembra un gioiello piazzato in mezzo alle montagne, con le sue pareti rosse e i tetti dorati. Accanto c’è un campo sportivo dove i giovani della zona giocano a calcio e a pallavolo. All’ingresso di Samagaon vedo sei bambini con maglioni blu seduti a un tavolo con i quaderni aperti e un giovane che fa lezione. Dietro di loro, in una tenda gialla, ci sono teiere, caffettiere e thermos.

Man mano che ci avviciniamo al centro, al posto delle casupole di pietra con gli orti compaiono edifici sempre più grandi e colorati. Alloggiamo nell’hotel di Mingma T. Lama, il primo abitante del distretto di Gorkha ad aver raggiunto, nel settembre del 2021, la vetta del Manaslu (8.163 metri). Qui trascorreremo due notti e potremo finalmente concederci un po’ di riposo. Per 100 rupie a capo ci facciamo lavare i vestiti. Esco con Marius a esplorare il villaggio: siamo a 3.530 metri di altitudine. Entriamo in un negozio per comprare qualcosa di dolce e alcuni ragazzi del posto che stanno ballando attorno a un tavolo ci invitano a unirci a loro.

Verso sera usciamo tutti insieme con Rahul, che ci ha promesso di portarci dove normalmente vanno a mangiare e bere le guide e gli abitanti del posto, senza turisti. Dopo aver girato per qualche bettola, ci fermiamo al bar di Angel, che ci offre la bevanda della casa. Di norma, per affrontare il freddo, i montanari bevono rum con acqua calda, e a volte miele e limone, oppure raksi con ghee e chicchi di riso tostati. Angel ha una ricetta tutta sua: raksi con chicchi di riso, ghee e caffè. La ragazza tira fuori un grande kukri, il coltello ricurvo usato come arma dai soldati nepalesi ma anche come utensile domestico, e comincia a tagliare i pezzi di carne da mettere sul fuoco.

I viaggi degli stranieri sulle montagne dell’Himalaya hanno alle spalle una lunga storia di sfruttamento

Gli altri sono andati a dormire; siamo rimasti solo io e Rahul nella sala da pranzo a dividere una birra e a parlare della vita. La guida mi racconta di quando ha fatto da solo per la prima volta il percorso di dieci giorni intorno al Manaslu, prima di cominciare ad accompagnare gli escursionisti. Poi aggiunge che in passato ha lavorato a un programma per la prevenzione delle dipendenze tra i giovani. Nel sud del paese, nella regione del Terai, i trafficanti di droga approfittano del confine aperto con l’India per trasportare stupefacenti. Oltre ai trekking, Rahul organizza anche tour fotografici e viaggi in motocicletta. Ma sono attività che svolge saltuariamente, più per piacere che per lavoro, e solo con gruppi di persone con cui sente già di avere un qualche tipo di connessione. In questo modo si gode l’esperienza, non la considera solo un’attività per fare soldi.

7 ottobre

Rahul ci ha fregati: doveva essere una giornata leggera, ma ci svegliamo comunque presto e prima ancora di rendercene conto abbiamo superato i 4.000 metri. Gli yak ci osservano impassibili mentre saliamo verso un punto panoramico da cui possiamo vedere il Birendra Tal, un lago glaciale che ha un particolare significato spirituale per la gente del posto, ai piedi del Punhyen, uno dei ghiacciai del Manaslu.

A causa dei cambiamenti climatici lo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya è sempre più rapido, con conseguenze a catena per le comunità di montagna: valanghe, frane e inondazioni. Nell’aprile 2024 una parte del ghiacciaio che alimenta il lago Birendra è crollata al suo interno, facendo tracimare le acque nel fiume Budhi Gandaki. Sempre a causa dei cambiamenti climatici, il rododendro, fiore nazionale del Nepal, sta scomparendo alle quote più basse e migrando verso altitudini maggiori. Inoltre fiorisce sempre più precocemente: tutti fattori che provocano squilibri nei processi di impollinazione.

Lungo il cammino verso il punto panoramico passiamo accanto alla grotta di un ex monaco buddhista, decorata con bandiere di preghiera. Qui avremmo dovuto cominciare la salita al primo campo base, ma il tempo instabile ci convince a rinunciare. Per accorciare il percorso fino al lago, smettiamo di cercare il sentiero e procediamo alla cieca fino a raggiungere le acque color smeraldo, dalle quali si innalza la parete rocciosa che sostiene il ghiacciaio. Ha già cominciato a piovere, così decidiamo di attraversare il torrente che nasce dal lago per abbreviare la strada verso il villaggio. Ci togliamo gli scarponi e li leghiamo agli zaini. Paul, che ha con sé le Crocs, va come un carro armato; noi altri procediamo a tentoni.

Mentre attraverso il torrente, lentamente e facendo attenzione a non scivolare sulle pietre viscide, sento migliaia di lame ghiacciate tagliarmi le gambe. Quando mancano pochi metri alla riva, penso che non riuscirò a passare. Ma mi accorgo che mi sto lamentando troppo…

Andrei tira fuori dallo zaino la classica caffettiera argentata e si mette a preparare il caffè, mentre Rahul posa le prime pietre delle colonnine di sassi che gli escursionisti impilano lungo i sentieri, imitando gli abitanti del posto, che erigono strutture simili per scopi spirituali, come offerte alle divinità delle montagne o per commemorare chi non c’è più. Marius comincia a costruire un arco di pietre e Andrei lo guida. Accanto a noi cinque giovani nepalesi hanno appena attraversato l’acqua gelida e si mettono a costruire anche loro una colonnina. Li osservo mentre uno di loro, con i capelli lunghi, si scatta una foto con il lago sullo sfondo.

Piove sempre più forte. Beviamo in fretta il caffè e ci rimettiamo in cammino per tornare a Samagaon. Una volta arrivato all’alloggio, scorgo qualcosa di invitante nel menù e penso che, con tutte le calorie che ho bruciato, questa bomba calorica nascosta in un’altra bomba calorica non mi potrà far male. Si tratta di Snickers avvolti nella pasta dei momo e fritti. Ne divido una porzione con Andrei: è terribile come sembra. Ma ne mangerei ancora.

8 ottobre

Il percorso da Samagaon a Samdo è breve. E gli zaini sono più leggeri. Rahul e Riken hanno parlato con Min Bahadur e Pemba, due persone del posto che ci aiuteranno a portare le borse per i prossimi due giorni, i più difficili dell’intero percorso. Hanno riempito un sacco di rafia ciascuno con una parte dei nostri bagagli e si sono avviati davanti a noi, sostenendo il carico con la fronte mediante una larga fascia di tessuto. È il sistema tradizionale per trasportare equipaggiamenti, materiali da lavoro e altri pesi sfruttando il sistema scheletrico invece di quello muscolare. per non affaticarsi sulle lunghe distanze. Gli unici a non avergli affidato nessun fardello sono Rahul e Paul, che in passato ha già fatto il Cammino di Santiago e altri lunghi trekking, imparando a preparare lo zaino nella maniera più efficiente.

I viaggi degli stranieri sulle montagne dell’Himalaya hanno alle spalle una lunga storia di sfruttamento. Un turista occidentale può pagare da 40mila a 200mila dollari per una spedizione sull’Everest, a seconda del livello di comfort e di accesso alla tecnologia che desidera. Tuttavia, la maggior parte dei soldi finisce alle agenzie turistiche, e solo una minima frazione arriva alle guide e ai portatori nepalesi, senza i quali le spedizioni non potrebbero aver luogo. Un portatore guadagna tra i 15 e i 20 dollari al giorno.

In meno di due ore arriviamo al piccolo villaggio vicino al confine con il Tibet dove molti escursionisti si fermano per acclimatarsi. Noi facciamo solo una breve sosta per scaldarci con un tè e una zuppa d’aglio, la più potente che abbia mai mangiato: mi ha liberato il naso all’istante. Ho capito che sarebbe stato un piatto vigoroso appena ho visto la proprietaria della piccola tea house tirare fuori un mortaio grande quanto un pallone da calcio e metterci dentro una montagna d’aglio.

Il lago di Birendra, 7 ottobre 2025 (Ioan Stoleru)

Samdo, un villaggio di poche decine di famiglie a 3.875 metri di altitudine, fu fondato da rifugiati tibetani dopo l’invasione e l’annessione cinese del Tibet del 1950-51. Negli ultimi settant’anni oltre ventimila tibetani si sono rifugiati in Nepal e più di settantamila in India: anche il Dalai Lama lasciò Lhasa, la capitale del Tibet, dopo la rivolta del marzo 1959. La strada attraverso le montagne era lunga e pericolosa e molti rifugiati morirono per il freddo, la stanchezza o perché colpiti dai proiettili dalla polizia di frontiera cinese.

Usciamo dal villaggio e poco dopo arriviamo a un bivio: a destra si va verso il Tibet, a sinistra verso la nostra tappa successiva, Dharmasala, il rifugio a 4.460 metri di altitudine prima dell’ascesa finale. La pioggia leggera che ci aveva accompagnati fino a Samdo si intensifica. Sul bordo del sentiero una donna raccoglie erbe in un cesto di vimini. Indossa orecchini tradizionali, con oro e pietre rosse. Saliamo ancora un po’ e Rahul si accorge che gli si sta scollando la suola di uno scarpone, così la sistema alla meglio arrotolandoci sopra una calza. Ci fermiamo in un piccolo riparo di cemento per riprendere fiato e attrezzarci contro la pioggia sempre più implacabile. Rahul strappa con i denti un telo di plastica, ne ricava un poncho e mi chiede di metterglielo sopra lo zaino.

Verso le tre del pomeriggio, appesantiti di qualche chilo dalla pioggia, arriviamo alla meta. A differenza degli altri villaggi attraversati finora, Dharmasala è l’unico insediamento temporaneo, costruito appositamente per gli escursionisti. È composto esclusivamente da alcune tea house di pietra e da qualche struttura per passare la notte, tende o container. Io, Marius e Paul prendiamo possesso di una stanza ricavata in un container, con un materasso che occupa quasi tutto lo spazio disponibile, lasciando libero appena mezzo metro per sistemare gli zaini. Mangiamo e andiamo a letto: domani ci aspetta una giornata dura.

9 ottobre

Ci svegliamo alle tre di mattina. Sono contento che il mal di testa mi sia quasi passato. Avevo cominciato a sentire i primi effetti del mal di montagna già intorno ai 3.600 metri. Ma, anche se la maggior parte del gruppo aveva preso delle pillole per contrastarlo, io mi ero impuntato, lasciando che il corpo facesse il suo dovere. Ora sto meglio: forse l’organismo ha cominciato ad abituarsi.

La colazione viene servita tra le 3.30 e le 4. Su una parete della sala da pranzo è esposto il programma dei pasti, che è diverso per le guide e per i turisti. Riken ci spiega che probabilmente serve a facilitare il lavoro in cucina, visto che le guide mangiano tutte la stessa cosa, mentre i turisti ordinano piatti diversi. Anche qui, a 4.460 metri di altitudine, si possono trovare omelette e frittelle di mele, oltre agli immancabili chapati, le focacce locali di farina integrale, e ai panini tibetani di pasta fritta.

Il foglio affisso nella sala da pranzo mi ha fatto tornare alla mente un altro aspetto della segregazione che esiste tra guide e stranieri, e che avevo notato durante il percorso osservando gli altri gruppi. La sera, nei rifugi, i turisti siedono per un po’ a tavola con le guide, giusto il tempo di discutere il programma del giorno successivo, poi le guide si spostano a un altro tavolo, spesso insieme ai portatori, con cui gli stranieri interagiscono a malapena. Noi siamo stati fortunati: Riken è il cognato di Ovidiu, e Rahul è amico d’infanzia di Riken, perciò abbiamo evitato l’intermediazione delle agenzie. E, trascorrendo tutto il tempo con loro, abbiamo avuto modo di conoscere più a fondo la cultura locale. Per quanto ce lo consentissero la barriera linguistica e il poco tempo a disposizione , abbiamo cercato di correggere almeno in parte il rapporto asettico e opportunista che di solito i turisti hanno con la popolazione locale.

Alle quattro e mezza partiamo. Da Dharmasala in su c’è neve, in alcuni punti ghiacciata. Tranne i portatori e Rahul, indossiamo tutti i ramponcini antiscivolo. Ben presto spegniamo le lampade che abbiamo sulla fronte: la luce della luna è così intensa da renderle inutili. Avanziamo verso il punto più alto del trekking: il passo Larkya La, a 5.106 metri. Con questa luce il percorso attraverso la valle montana ha qualcosa di surreale; ho la sensazione di camminare su una stella ghiacciata.

Alla mia sinistra vedo i primi raggi del sole sulla vetta del Manaslu, che nella luce del mattino appare come una grande roccia di ghiaccio quasi rossa. Procediamo con la luna davanti e il sole alle spalle, passiamo accanto a un lago ghiacciato e, man mano che ci avviciniamo ai 5.000 metri, cominciamo a sentire il vento di cui Rahul ci aveva avvertiti, uno dei motivi per cui ci siamo alzati così presto: dopo l’alba a queste altitudini soffia in maniera violentissima. Anche se cerco di mantenere un buon ritmo, resto comunque indietro: continuo a fermarmi per ammirare quella cima che sembra avvolta dalle fiamme. A parte il rumore dei nostri passi, regna un silenzio assoluto e tutto mi appare soprannaturale: mentre il crepuscolo si ritira e le montagne s’illuminano, è come se il mondo ghiacciato tornasse lentamente alla vita.

Il mal di testa ritorna, respirare diventa più difficile e il polso arriva fino a 160 battiti al minuto. Cerco di fare passi piccoli e di idratarmi. Dalla nostra sinistra si stacca una valanga che scende verso di noi.

“Sembra che siamo al sicuro”, dice Marius. La distanza tra noi e la valanga è notevole.

“Le ultime parole famose”, aggiunge ridendo.

“Forza, andiamo”, dico io.

L’onda di neve si arresta nell’immensità della montagna e noi continuiamo il cammino.

Alla nostra sinistra vediamo il vento che spazza la neve dalla cima del Manaslu. Ma qui, 1.500 metri più in basso, non si sente nulla

Al passo di Larkya La l’atmosfera è festosa: si accendono spinelli, si ascolta musica. Ci sono gruppi provenienti da tutto il mondo, persone che avevamo già incontrato nei giorni precedenti sui sentieri o nelle tea house. Io, però, da mezz’ora ho messo il pilota automatico. Il vento e il mal di testa mi hanno sfinito, così il culmine del viaggio non è accompagnato né da una particolare gioia né da momenti di introspezione. In parte anche perché non sono il tipo che va a caccia di vette: mi piace piuttosto il cammino tranquillo, con tutte le immagini e le emozioni che lo punteggiano. Facciamo la foto di gruppo e ci affrettiamo a scendere.

Comincio a riprendermi. Siamo ancora intorno ai 5.000 metri, ma quel maledetto vento si è fermato, e anche il mal di testa è diminuito. Fino a Larkya La abbiamo camminato senza sosta, salendo rapidamente. Ora mi godo il paesaggio. Mi guardo indietro e vedo uno strato di nuvole che sembra tagliare l’orizzonte in due e separarci dalla cima del Manaslu. Davanti a noi, in lontananza, si staglia un’altra catena montuosa che sembra uscita da un libro di Tolkien: un muro impenetrabile accarezzato da qualche nuvola.

Entriamo nelle nuvole e il tempo cambia di nuovo: c’è vento e la visibilità è ridotta. Riken, Ovidiu e George si fermano ad aiutare un portatore di un altro gruppo, un ragazzo di poco più di vent’anni. Indossa delle scarpe da ginnastica, senza ramponcini, e continua a scivolare, ma il lato sinistro del sentiero è scoperto e davanti c’è una discesa ripida con la neve ghiacciata. Gli altri membri del gruppo sono più avanti, ignari delle sue difficoltà. All’inizio George gli dice di camminare insieme a lui, mettendo i piedi esattamente nelle sue impronte. Quando il terreno diventa più ripido, Ovidiu e Riken gli cedono ciascuno un ramponcino. Loro riescono a cavarsela anche con uno solo. Il bagaglio che il ragazzo trasporta porta il nome di una ditta di spedizioni, probabilmente una delle tante che cercano di massimizzare i profitti sulle spalle dei portatori: incassano un sacco di soldi dai turisti, senza preoccuparsi troppo delle persone che li assistono e senza fornirgli il minimo equipaggiamento di sicurezza.

Tutti superano senza problemi il tratto ghiacciato e salutiamo il ragazzo. Abbiamo ancora una discesa prima che le ginocchia comincino a lamentarsi: un percorso lungo più dell’ascesa alla vetta del Piatra Craiului, una delle vette più alte della Romania, ma almeno il terreno è asciutto. Davanti a noi tre lingue di terra scendono dalla montagna, tagliano la valle e si uniscono in un solco ancora più ampio: sono i resti della coltre di ghiaccio che avvolgeva la montagna, il ghiacciaio Ponkar, ormai coperto di detriti che accelerano ulteriormente il processo di scioglimento.

“Bimthang è timido, si mostra molto tardi, quando ormai sei quasi arrivato”, ci dice Rahul.

Ed è proprio così. Dopo una discesa di alcune ore, che ha messo a dura prova le nostre giunture, il villaggio appare come una rivelazione, l’unico punto illuminato dal sole in mezzo alle nuvole. Attraversiamo un prato pieno di yak e arriviamo alla tea house, dove prendiamo possesso delle camere.

Abbraccio Marius come se solo ora mi rendessi conto di tutto ciò che abbiamo passato. Abbiamo condiviso mille avventure, dai viaggi in treno senza biglietto ai tempi del liceo fino a quelli in autostop durante l’università. E poi quest’impresa, la più lunga e la più ricca di peripezie.

Dopo la doccia ci ritroviamo nella sala da pranzo. I ragazzi hanno già aperto le birre Gorkha. Gabi tira fuori dallo zaino un pezzo di lardo portato dalla Romania e chiede ai proprietari se possono arrostirlo. Andrei, appassionato di cucina e cuoco dilettante, s’intrufola in cucina per dare una mano. Oggi niente dal: ci trattiamo bene, con del pollo cucinato in vari modi. Invitiamo i portatori a sedersi con noi, mangiamo e poi ci sediamo in cerchio attorno alla stufa, ascoltando musica e raccontandoci tutte le sfide affrontate. “Mi hai fatto davvero preoccupare”, mi dice Rahul, ricordando la frana del primo giorno. Sembra passato un anno. Il trekking è quasi finito. Domani ci aspetta una giornata facile, tutta in discesa.

10 ottobre

Dobbiamo arrivare da Bimthang (3.720 metri) a Tilje (2.300 metri). È l’unico giorno in cui ci svegliamo un po’ più tardi, alle 7. Riken ci annuncia che si è accordato con i due portatori perché ci accompagnino anche oggi, così ci potremo godere l’ultimo giorno di cammino senza grossi pesi sulle spalle. Dice che conviene anche a loro: dal centro abitato di Tilje hanno maggiori possibilità di trovare altro lavoro sulla strada del ritorno verso casa. Per loro la stagione è stata deludente. A causa delle proteste, e delle foto degli edifici in fiamme circolate in tutto il mondo, molti turisti hanno annullato le vacanze e i ministeri degli esteri di diversi paesi hanno sconsigliato di visitare il Nepal. Per i portatori che vivono nei villaggi di montagna, le stagioni turistiche – la primavera e l’autunno – sono i periodi in cui si guadagna di più. Per il resto tutti lavorano nell’edilizia e nell’agricoltura, oppure trasportano materiali per i proprietari delle tea house. Alla nostra sinistra vediamo il vento che spazza la neve dalla cima del Manaslu. Ma qui, 1.500 metri più in basso, non si sente nulla. Ben presto entriamo nel bosco, circondati di nuovo da un verde così intenso e vivo che sembra quasi di percepirne la fragranza e la freschezza solo guardandolo. A proposito di verde, accanto al cortile della tea house dove ci fermiamo per pranzo troviamo una grande pianta di purple haze. Tiriamo fuori le forbicine dai kit di pronto soccorso e, mentre aspettiamo che il cibo sia pronto, facciamo un piccolo laboratorio di pulizia della pianta. “Immagina se ti crescesse questa roba dietro casa”, dice Gabi.

Riprendiamo il cammino e poco dopo veniamo raggiunti da un uomo che guida una mandria di muli. Sono così tanti che per dieci minuti ci fermiamo sul bordo del sentiero, ripido e stretto, per farli passare tutti. Arriviamo a un tratto inclinato che sembra essere stato travolto da una frana. Mi torna in mente il primo giorno, ma provo a non pensarci troppo: cerco di procedere il più rapidamente possibile. Alla nostra sinistra c’è il fiume, e in senso opposto arrivano due ragazzi con una grande pianta di cannabis e una capra. L’animale, forse spaventato dal sentiero ripido, non sembra voler proseguire.

L’alba sul picco del Manaslu, 9 ottobre 2025  (Ioan Stoleru)

Uscito dal bosco, mi fermo ad ammirare un’altra immagine tolkieniana: il villaggio di Gowa, in perfetta simmetria nella valle tra le montagne e circondato dalla foresta. Nei pressi dell’abitato, Rahul attacca discorso con quattro giovani nepalesi che stanno andando nella nostra stessa direzione. Ci fermiamo tutti a Gowa per riposarci appoggiati a una staccionata. Riken coglie l’occasione e non ci pensa due volte: sale sullo scooter di un abitante del villaggio e ci dà appuntamento a Tilje.

I quattro giovani raccontano a Rahul che uno dei loro amici è morto ieri in montagna, prima del passo. Ha avuto un attacco di mal di montagna, è caduto nella neve e non riusciva a rialzarsi. A quell’altitudine non c’è segnale, e quando i suoi amici sono riusciti a trovare un apparecchio satellitare e a chiamare i soccorsi era troppo tardi. È il gruppo che avevamo incontrato due giorni prima sulla riva del lago Birendra. Il ragazzo che è morto è quello con i capelli lunghi, che faceva le foto.

“Avevo cercato di aiutarlo”, ci dirà Rahul più tardi, a tavola. “Quando ci siamo fermati all’ultimo rifugio avevo visto che non stava bene. Gli avevo dato il mio succo e degli elettroliti. E gli avevo consigliato di tornare indietro. Alcuni escursionisti credono che, essendo nepalesi, non abbiano bisogno di acclimatarsi. Ma il mal di montagna può colpire chiunque”.

Proseguiamo tristi e abbattuti. Andare in montagna offre soddisfazioni e benefici per la salute, ma è anche una specie di braccio di ferro tra il corpo e la natura. E spesso entrambi possono essere imprevedibili. A volte puoi fare tutto secondo le regole e finire comunque nei guai.

Finalmente eccoci a Tilje, proprio mentre cala la sera. Riken raccoglie i soldi per Min Bahadur e Pemba, i due portatori che ci hanno accompagnati, mentre Gabi e Andrei gli offrono un rum. Ci eravamo messi d’accordo per pagarli in modo onesto: abbiamo raccolto 450 dollari per ciascuno per tre giorni di lavoro.

Rahul ci racconta che il più anziano –Min Bahadur, che ha circa cinquant’anni – di recente è salito al campo base più alto del Manaslu, a oltre 7.000 metri. “Ha molta esperienza. Anche senza ramponcini camminava molto bene; continuavo a guardare come metteva i piedi sul sentiero ghiacciato per imparare da lui”.

Ci abbracciamo, facciamo qualche fotografia e li ringraziamo per l’aiuto.

Le guide di diversi gruppi festeggiano nella cucina della tea house la fine dei loro trekking. Mi invitano a ballare con loro, mentre la proprietaria e due ragazze lavorano intorno a noi. “Questa è vera musica da sherpa!”, mi dice una delle guide. Gli sherpa sono un gruppo etnico tibetano originario delle montagne di Nepal, India e Tibet. Poiché molti di loro lavorano come guide o portatori, il termine è finito per essere associato anche alle guide e ai portatori nepalesi di altre origini etniche.

La festa si sposta all’aperto, in cucina, nella sala da pranzo. Ascoltiamo le stesse canzoni a ripetizione, soprattutto Resham Firirij, un brano folk raccolto per la prima volta nel 1969 nei villaggi di montagna, conosciuto in diverse versioni e oggi molto popolare tra gli sherpa dell’Himalaya. La canzone, il cui titolo si potrebbe tradurre con “lo sventolio della seta”, evoca aspetti della vita e della cultura nepalese su una melodia eseguita con strumenti tradizionali come il sarangi (simile al violino), il basuri (flauto) e il madal (tamburo a mano). Con una bottiglia di rum in mano, Min Bahadur canta e danza. Terminato il lavoro della giornata, si uniscono a noi anche le due ragazze della tea house.

La mattina dell’11 ottobre attraversiamo il villaggio per raggiungere la strada dove ci aspettano le auto. Vicino all’uscita di Tilje incontriamo di nuovo i portatori. Hanno trovato un lavoro: devono trasportare due materassi per il proprietario di una tea house. Attraversiamo l’ultimo ponte sospeso del percorso.

Le strade di Kathmandu – che ha più templi che case e più dèi che abitanti, dice Riken – sono di nuovo colorate e affollate

Scendendo dalle montagne ci fermiamo a Pokhara, capitale del turismo nepalese e punto di partenza per le spedizioni sull’Annapurna, il Manaslu o le montagne dell’ovest del paese. La città si trova sulle rive del lago Phewa: con le sue acque circondate da colline e montagne, sembra uscita da una cartolina.

Mi separo dal gruppo e trovo una piccola parete d’arrampicata all’aperto, dove trascorro un paio d’ore. Qui conosciamo anche Suresh, grande amico di Riken, nel suo locale, l’All in one blues cafe. Chiacchieriamo e ascoltiamo il fratello con la sua band di rock psichedelico, i Monkeys on Drugs, che suona dal vivo sulle rive del lago. Suresh mi parla del festival musicale che organizza nel villaggio di Ruma, una piccola località a otto ore di macchina da Pokhara. Mi spiega che in questo modo vuole restituire qualcosa alla comunità in cui è nato e cresciuto.

Ritorno nella capitale

Le strade della città – che ha più templi che case e più dèi che abitanti, dice Riken – sono colorate e affollate. Terminato il festival Dashain, le persone sono tornate dai loro villaggi d’origine nella grande città, che è di nuovo un groviglio di energia.

Dopo tutto il tempo trascorso in montagna, le proteste sembrano ormai un evento lontano, che mi torna in mente solo quando passiamo accanto a qualche edificio incendiato o con le finestre rotte. Nell’ultima sera a Kathmandu Riken e il suo gruppo di gypsy jazz tengono un concerto nel cortile dell’albergo che gestisce.

Manca un’ora e mezza alla partenza. Sono appena uscito dall’ufficio postale di Lalitpur, dove ho scoperto che non posso spedire cartoline in Romania. Salgo sul primo taxi e chiedo all’autista di portarmi al parlamento. I segni delle proteste del mese scorso sono ancora evidenti: la recinzione esterna è divelta in diversi punti, una postazione delle guardie è distrutta e i muri dell’edificio principale sono anneriti dal fumo. Davanti al cancello principale è scritto con vernice spray rossa “Sincere condoglianze” e sotto “GEN-Z”. Le guardie non mi lasciano entrare nel cortile, così scatto qualche foto attraverso la recinzione. Molti nepalesi sospettano che, anche se le proteste sono state innescate dai giovani, le distruzioni siano state opera di figure legate ai partiti che, approfittando della confusione, avrebbero pagato qualcuno per dar fuoco agli edifici più importanti della capitale. Questo spiegherebbe anche l’incendio della corte suprema, in cui sono andati persi più di ventimila dei 24.200 fascicoli ancora aperti, spesso riguardanti casi di corruzione in cui erano coinvolti politici dei grandi partiti nepalesi. Alcuni esperti citati dal New York Times affermano che, vista la rapidità e l’intensità con cui sono scoppiati, gli incendi potrebbero essere stati pianificati in anticipo. C’è anche chi pensa che dietro le proteste ci siano interferenze esterne, per esempio indiane o statunitensi.

Il 10 dicembre 2025 il governo ad interim e un gruppo di rappresentanti del movimento Gen Z hanno firmato un accordo che definisce le proteste di settembre l’espressione di un “movimento popolare” e delinea alcune linee d’indirizzo politico per il futuro. Una di queste riguarda l’accesso dei giovani nella vita politica. La popolazione è scettica riguardo al futuro. Nei diciotto anni trascorsi dall’abolizione della monarchia, il potere se lo sono spartito i tre principali partiti politici.

“Credo che presto ci sarà una nuova rivoluzione, questa non è stata sufficiente”, mi aveva detto Rahul la nostra seconda notte a Kathmandu.

In aereo riesco ad avere un posto vicino al finestrino. Il cielo è sereno e voliamo lungo la catena himalayana, come se la stessimo seguendo. Da quassù si vedono solo le cime innevate e minacciose, ma nella mia mente scorrono rapidamente le immagini dei sentieri stretti e ripidi e dei villaggi nascosti nel verde più intenso. ◆ ap

Ioan Stoleru è un giornalista e fotografo romeno, reporter del sito d’informazione Scena9.

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Questo articolo è uscito sul numero 1676 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati