I più di cento indigeni wounaan del villaggio di Agua Blanca stavano dormendo quando la violenza che da mesi colpisce il dipartimento di Chocó, sulla costa pacifica della Colombia, è arrivata nella loro comunità. La notte del 5 gennaio cinque uomini armati e con il volto coperto, appartenenti al gruppo criminale chiamato clan del Golfo, hanno costretto gli abitanti a uscire dalle loro case.
“Chi sono gli infiltrati della guerriglia?”, hanno chiesto agli indigeni. “Non conosciamo i gruppi guerriglieri, anche se passano di qui”, gli hanno risposto.
Allora i cinque criminali hanno fatto una domanda più specifica: “Dov’è José Gabriel?”. Di fronte al silenzio degli indigeni, hanno puntato le armi contro un uomo che, spaventato, li ha guidati fino alla casa del ricercato. Non l’hanno trovato, ma hanno ucciso lo zio, Anuar Rojas, una guardia indigena di 28 anni.
Quattro giorni dopo i wounaan hanno abbandonato Agua Blanca. La mattina del 9 gennaio se ne sono andati lasciandosi tutto alle spalle. Si sono addentrati nella foresta del Darién, una delle più fitte e inospitali del mondo. Tra gli sfollati c’erano anche 78 bambini, la maggior parte con la pancia gonfia a causa dei parassiti. I ragazzi più grandi portavano i fratelli più piccoli sulle spalle. Durante il viaggio, una donna incinta ha cominciato il travaglio. Nel gruppo c’era anche José Gabriel, ricercato dal clan del Golfo. Gabriel ha 22 anni, il viso e la statura di un bambino. In uno spagnolo stentato spiega che non ha idea del perché volessero ucciderlo.
Le comunità indigene e afrocolombiane del dipartimento di Chocó si stanno svuotando. Alcune persone sono state uccise con l’accusa di collaborare o con la guerriglia dell’Esercito di liberazione nazionale (Eln) o con il clan del Golfo. Nel 2019 nella regione ci sono stati 216 omicidi, pochi in più rispetto al 2018.
Un’attività redditizia
L’allontanamento degli indigeni wounaan dal Chocó, territorio in cui hanno vissuto per secoli, è solo l’ultimo capitolo della violenza nella regione. La situazione è precipitata all’inizio del 2019. Da allora la guerra tra l’Eln e il clan del Golfo ha provocato vittime, esodi di massa, isolamento forzato, reclutamento di bambini e abusi sessuali. Inoltre la zona è piena di mine antipersona, e i bambini muoiono a causa di malattie curabili perché i medici tradizionali sono isolati e non possono andare a visitarli.
Le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), la guerriglia più antica del continente, smobilitata nel 2016 dopo l’accordo di pace firmato con il governo di Bogotá, avevano mantenuto per anni il controllo della regione. Le Farc si erano impadronite del Chocó tra la fine degli anni novanta e l’inizio degli anni duemila, quando avevano allontanato i paramilitari delle Autodifese unite della Colombia. Il culmine di quelle lotte fu l’attentato compiuto dalla guerriglia a Bojayá, nel maggio del 2002, in cui morirono decine di civili.
Nel 2016 il disarmo del gruppo guerrigliero ha lasciato libero uno spazio che l’Eln ha deciso di conquistare. I trecento guerriglieri attivi oggi nel Chocó avanzano nel dipartimento attraverso tre vie: a nord da Riosucio a Bojayá, a sud attraverso il fiume San Juan e la regione del Baudó.
La violenza, però, è esplosa con l’entrata in scena del clan del Golfo. Prima l’organizzazione criminale non era stata molto presente sulla costa colombiana del Pacifico. Era forte nel dipartimento di Cauca, a sud, e di Antioquia, a nord di Medellín, lungo le rotte dirette verso i Caraibi. Poi, nel 2016, lo stato ha attaccato il clan del Golfo con l’operazione Agamenón, una delle offensive più ampie e prolungate condotte dai militari e dalla polizia. Negli ultimi cinque anni sono stati uccisi molti boss importanti, come Gavilán, il secondo al comando del clan del Golfo.
Nel 2017, sentendosi ormai alle strette, il boss Dairo Antonio Úsuga, detto Otoniel, ha provato a trattare la resa con il governo dell’ex presidente Juan Manuel Santos. Ma le trattative non sono andate a buon fine, perché secondo i criminali le richieste del governo erano troppo severe. L’operazione Agamenón ha funzionato a rilento per tutto il 2019 e durante quei mesi le autorità hanno perso il terreno che avevano guadagnato sul gruppo criminale. Così il clan del Golfo ha ripreso forza e ha cercato di conquistare nuovi territori: dal dipartimento di Antioquia è passato al Chocó, dove l’avanzata si è scontrata con l’espansione dell’Eln.
In questa contesa il bottino più ambito è il villaggio di Juradó, l’ultimo avamposto della rotta del narcotraffico sul Pacifico colombiano. Il centro urbano è solo a un’ora di distanza via mare dal confine con Panamá. Da lì passa il torrente di cocaina prodotta nei dipartimenti di Nariño e Cauca, e una parte di quella proveniente da Antioquia. Lungo la costa si muovono i motoscafi carichi di droga. Una volta arrivati a Panamá praticamente è fatta, perché i controlli delle autorità locali non sono severi. Trasportare la droga è un’attività talmente redditizia che, dopo aver consegnato la merce, i piloti delle barche le affondano e tornano in aereo.
Non sempre, però, i carichi passano via mare. Il clan del Golfo e l’Eln usano anche un altro metodo, noto come rotta delle formiche: costringono gli indigeni a caricarsi sulle spalle fino a cinquanta chili di cocaina e ad attraversare il Tapón del Darién a piedi, un viaggio impervio che dura giorni attraverso la foresta al confine tra Colombia e Panamá.
Juradó è sotto assedio proprio per la sua posizione privilegiata. Il villaggio si era già svuotato vent’anni fa a causa degli scontri tra le Farc e i paramilitari. A Jaqué, il primo centro abitato panamense sul Pacifico, vivono seicento colombiani. La maggior parte degli abitanti sono sfollati. Ora Juradó sta per vivere il suo secondo grande esodo.
La notte del 22 aprile 2019 settanta uomini armati sono entrati nella comunità indigena di Buena Vista, a Juradó. “Sono arrivati via mare e poi hanno raggiunto la nostra comunità. Dicevano di appartenere al clan del Golfo”, racconta un leader emberá katio del villaggio. Cercavano collaboratori della guerriglia. Il giorno dopo si sono incamminati verso le comunità La Victoria e Dichardi Caimito e sono arrivati a El Cedral, dove si sono accampati. La tensione era alta, perché nei dintorni c’erano molti combattenti dell’Eln. Gli uomini del clan del Golfo hanno ordinato agli abitanti di consegnare le loro galline, i capretti e i maiali, e di preparare da mangiare. Gli abitanti hanno opposto resistenza, fermi nel loro proposito di non collaborare con nessun gruppo armato. A quel punto sono cominciate le grida e le minacce. I criminali hanno cercato il capo villaggio per ucciderlo: lo consideravano responsabile della scelta degli abitanti di non collaborare. Ma gli indigeni sono riusciti a nasconderlo.
Senza sapere cosa fare, le comunità vicine si sono riunite a El Cedral per parlare. Mentre discutevano, è cominciata una sparatoria tra gli uomini dell’Eln e quelli del clan del Golfo, che è andata avanti per tutta la notte e tutto il giorno successivo. Le persone che erano arrivate dai villaggi vicini si sono trovate in mezzo a un fuoco incrociato. I bambini delle altre comunità, lasciati a casa dai genitori che volevano partecipare alla riunione, sono rimasti senza mangiare. Il 26 aprile è arrivato il messaggio definitivo: “Ci hanno ordinato di andare via, altrimenti ci avrebbero riempito di piombo”, riferisce un abitante. Duemila persone si sono mosse verso la comunità di Dos Bocas, una zona più accessibile alle autorità. Lì si sentivano più protette.
Promesse vuote
Chi conosce la dinamica di questo conflitto pensa che Juradó si spopolerà di nuovo. Perché gli indigeni hanno paura non solo di morire, ma anche che i criminali gli portino via i figli. Secondo le autorità locali, in questo villaggio nel 2019 i guerriglieri dell’Eln hanno reclutato nove minorenni e quasi tutte le bambine dai dodici anni in su. In tutta la regione decine di bambini e ragazzi sono stati obbligati ad arruolarsi.
◆ Dal 2016, dopo gli accordi di pace tra il governo colombiano e il gruppo guerrigliero delle Farc, sono stati uccisi più di ottocento leader di comunità locali. Secondo l’Internal displacement monitoring centre, nella prima parte del 2019 gli sfollati interni sono stati 53mila, di cui 39mila a causa di conflitti e violenze e gli altri a causa di disastri naturali.
“Li convincono dicendogli che faranno una bella vita e guadagneranno soldi. Li coinvolgono e li portano via. Solo dopo aver accettato, i ragazzi capiscono che erano bugie. E le bambine vengono stuprate”, racconta un indigeno della comunità. Un altro leader indigeno riferisce un episodio avvenuto un anno fa: “Hanno portato via due ragazze, una di dodici anni. Gli uomini erano contenti, dicevano che finalmente c’era carne fresca. Non voglio immaginare cosa sia successo a quelle bambine”.
Ma gli indigeni non sono rimasti fermi a guardare mentre i loro ragazzi venivano portati via. Una notte decine di uomini e donne disarmati sono entrati in un accampamento dell’Eln a Santa Marta de Curiche per provare a riprendersi la ragazza di dodici anni. I guerriglieri li hanno accolti con una perquisizione e l’accusa di lavorare per l’intelligence dell’esercito. Prima li hanno minacciati e intimiditi, poi hanno cominciato a sparare. “Siamo scappati di corsa su per la collina, le donne inciampavano e si sono fatte male”, racconta uno di loro.
Secondo Carlos Negret Mosquera, il _defensor del pueblo _della Colombia (un funzionario del governo che ha il compito di tutelare i diritti umani), alcune zone del dipartimento di Chocó si stanno riempiendo di mine antipersona. Il clan del Golfo e l’Eln le piazzano per difendere le loro posizioni. All’inizio del 2019 un indigeno di 17 anni ha perso una gamba. La paura di questi ordigni, insieme al timore di incrociare uomini armati, ha isolato intere comunità.
“La gente non esce più. Prima le donne andavano a cercare gamberi e banane, ora hanno paura di essere portate via o violentate. Altre persone, prese di mira o dai guerriglieri o dai criminali del clan del Golfo, non girano più liberamente perché temono di essere sequestrate”, dice un leader indigeno.
Tra dicembre del 2019 e gennaio di quest’anno, solo nella comunità wounaan di Buena Vista cinque bambini sono morti di diarrea e vomito causati dalla pessima qualità dell’acqua. Il problema, anche se grave, poteva essere risolto. Ma nessuno li ha curati. Il villaggio è a più di sei ore dal comune più vicino e la presenza dei gruppi armati nel territorio impedisce agli operatori sanitari di raggiungerlo. Inoltre i jaibanás, i medici tradizionali, vivono confinati e non escono per cercare le piante medicinali e occuparsi dei malati. Il conflitto, prima limitato alle foreste e alle coste del Chocó, ha raggiunto anche i comuni principali della regione. Qui il clan del Golfo e l’Eln hanno esteso il loro controllo arruolando le bande criminali locali. A Bahía Solano la situazione è particolarmente difficile: a dicembre tre ragazzi sono usciti per andare a pesca e non sono più tornati; nello stesso periodo, è stato trovato il corpo di un uomo senza testa e, all’inizio di febbraio, accanto alla biblioteca è stato gettato il cadavere di un altro uomo con la testa tagliata, le mani amputate e lo stomaco sventrato.
Responsabile di queste azioni criminali e crudeli è la gang di narcotrafficanti Los Chacales, originaria della zona, che è entrata in conflitto con il clan del Golfo per difendere la sua area d’influenza. L’organizzazione guerrigliera ne ha approfittato, alleandosi con il gruppo criminale locale. E il clan del Golfo, da parte sua, ha cercato di far leva sulla dissidenza interna ai Chacales.
A Quibdó, capoluogo del dipartimento, il conflitto è gestito dal carcere. Il clan del Golfo è in rapporto con i messicani, come si fanno chiamare gli uomini di Chuky, un uomo di 24 anni che dalla sua cella muove la criminalità in tutta la regione. È in guerra contro Tanoy, il suo ex capo, detenuto nel carcere di massima sicurezza di Cómbita. “Nel Chocó hanno tutti paura. Nessuno ha il coraggio di parlare di quello che succede. Il tessuto sociale ha subìto infiltrazioni, si è spezzato. E in tv gli omicidi non fanno neanche più notizia”, dice un leader afrocolombiano.
Come in tanti altri territori martoriati, molti accusano lo stato di reagire con la forza militare senza mettere a disposizione risorse sociali, alternative di lavoro e infrastrutture per lo sviluppo. In ogni caso, le forze di sicurezza da sole non riescono a far fronte alla criminalità.
“I militari e la polizia non riescono a controllare tutte le attività illecite”, dice Negret Mosquera. Nella prima settimana di febbraio il funzionario ha percorso la costa del Chocó e secondo lui è in corso una grave crisi umanitaria. I cinquemila uomini della task force Titán, che unisce unità dell’esercito e della marina, sono responsabili della sicurezza della regione. “Ci sono dei corridoi in cui transitano i gruppi armati. Uno a nord, che arriva dal dipartimento di Norte de Santander, e praticamente sfocia al confine del Darién. Un altro passa dal Pacifico. Vogliamo bloccare questi corridoi e gli spazi vuoti”, spiega il generale Freddy Coy Cillamil, comandante del gruppo.
Villaggio fantasma
Dopo aver lasciato Agua Blanca, gli indigeni wounaan hanno camminato per dieci ore nella foresta, percorrendo un breve tratto su piccole imbarcazioni a motore. Al tramonto sono arrivati a Tribugá. In Colombia tutti conoscono questo villaggio, perché da alcuni anni c’è un progetto per costruire qui un importante porto sul Pacifico, ma molti denunciano i danni ambientali che provocherebbe in una delle zone con la maggiore biodiversità del mondo. Pochi sanno che oggi Tribugá è praticamente un villaggio fantasma: dal 2001 si sta a poco a poco svuotando a causa della violenza interna.
Il 9 gennaio solo trenta case su cento del villaggio erano abitate. La vegetazione e l’umidità avevano ricoperto il resto delle strutture, compresa la chiesa. Per ripopolare Tribugá c’è voluta un’altra tragedia, lo sfollamento dei wounaan.
Oggi 124 indigeni vivono nella case che erano disabitate e camminano per le strade del villaggio con aria disorientata. C’è anche José Gabriel, il ricercato dal clan del Golfo; e ci sono i tre figli piccoli di Anuar Rojas. La donna che ha avuto il travaglio mentre attraversava la foresta del Darién oggi vive a Tribugá con il figlio, lontano dal suo paese a causa della violenza interna. ◆fr
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Questo articolo è uscito sul numero 1349 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati