Questo è un villaggio particolare. Appena arriviamo i bambini ci corrono incontro gridando: “Benvenuti a Noiva do Cordeiro. Volete fare un giro?”. Le donne si abbracciano e gli uomini parlano a voce bassa e in tono pacato, un fatto raro in Brasile. Negli spazi comuni non c’è il crocifisso o il ritratto del presidente, ma la foto di una vecchia signora, Delina. Manca la piazza con il municipio e la canonica, ma c’è una casa comune dove si cucina, si mangia e si gioca insieme. Non ci sono il sindaco e il prete; anzi, la chiesa è stata abbattuta. “È stata la decisione migliore che abbiamo preso”, dicono gli abitanti.
I bambini non vanno all’asilo ma sono affidati a turno alle famiglie, in modo che le madri possano lavorare e riposarsi. Degli anziani si occupano i vicini, che si danno il cambio. In caso di controversie, nessuno si rivolge al giudice: il sabato sera sul palco del teatro si discute per trovare insieme una soluzione. La comunità fa pensare a una setta o a un esperimento utopistico. A Noiva do Cordeiro non ci sono regole, divieti, gerarchie, privilegi o “religioni”, proprio come sognava John Lennon. È consentito fumare, bere, amare persone dello stesso sesso, essere atei e liberi sotto ogni punto di vista. C’è una sola regola: comandano le donne. Loro determinano la politica e l’economia, prendono decisioni sulla cultura, sulla giustizia e sull’agricoltura. In Brasile, che ha eletto presidente un misogino di estrema destra, Jair Bolsonaro, Noiva do Cordeiro è in controtendenza: qui il potere è affidato alle donne.
È evidente quando, alle prime luci del giorno, venti donne e due uomini salgono su un camion sgangherato che percorre la regione collinosa dello stato di Minas Gerais fino ai campi. È uno spettacolo d’altri tempi: una contadina intona canzoni popolari mentre sulla valle si alza una nube di fumo prodotta dalla legna che brucia.
Nei campi le donne raccolgono i pimenta biquinho, i peperoncini rossi. Il sole del mattino è già forte. Alcune cominciano a cantare, spesso canzoni che parlano di amore e amicizia. Altre provano i dialoghi del prossimo spettacolo teatrale e altre ancora discutono le questioni del villaggio: come si può migliorare la connessione internet? Serve un ospedale? Come portare i turisti a Noiva?
“Prendiamo le decisioni così”, spiega Flávia, una donna snella con i ricci biondi. “Nei campi, non in consiglio comunale. Parliamo tra di noi tutto il giorno”.
Potremmo definirla una democrazia di base, ma da queste parti è un’espressione sconosciuta. Flávia, 34 anni, viveva in una favela con la madre e dieci fratelli. La matriarca, Delina, incontrò lei e la sua famiglia e le portò con sé nel villaggio. Oggi Flávia è la portavoce di Noiva do Cordeiro e, allo stesso tempo, scrive testi per il teatro, lavora nei campi e fa l’agente di un gruppo musicale. “Sono tutto quello che voglio essere”, dice versando centinaia di minuscoli peperoncini in un mastello. “Ognuna si dedica alle cose che ama. Perché dovremmo limitarci a fare un solo lavoro?”.
Potremmo definirla realizzazione personale, ma anche questo è un concetto sconosciuto.
Tra i cespugli accanto a Flávia è seduta Vilma, 42 anni, una donna minuta che vende hamburger e si occupa dei bambini una volta alla settimana, organizzando lotte con i cuscini e gare a chi mangia più gelato: “Sono la mattacchiona del villaggio”. Accanto a Vilma c’è Leia, 48 anni, che organizza il lavoro nei campi, la raccolta dei mandarini e della legna. Altrove sarebbe la leader, “ma qui non ci sono gerarchie”, spiega ridendo. “Mi occupo dell’organizzazione solo perché mi
piace”.
Decisione da prendere
Tutte le lavoratrici percepiscono lo stesso stipendio, circa mille real al mese (235 euro). “Ne restituiamo gran parte alla comunità per comprare quello che serve, un trattore o un computer”, dice.
Potremmo definirlo socialismo, ma è una parola che da queste parti non si usa.
Finito il lavoro nei campi, le donne si riuniscono per mangiare nella casa comune. A loro si aggiungono i bambini della scuola e le lavoratrici della sartoria, che preparano i costumi per la banda locale. Si abbracciano come se non si vedessero da settimane. Dalla casa vicina arriva l’odore del caffè appena tostato. Per pranzo si serve manioca, carne di manzo appena macellato e torte fatte in casa. I bambini corrono tra le tavolate e i più grandi danno una mano in cucina. La scena ricorda un ostello della gioventù, una festa di paese o una comune degli anni settanta.
Delina Fernandes, la più anziana, non può camminare e viene portata in sala con la sedia a rotelle. Indossa abiti ampi e semplici, e in bocca ha una sigaretta rollata. È circondata da donne che vogliono parlarle del futuro del villaggio. C’è la leader politica, Rosa, che dice di mettere in dubbio ogni cosa tre volte, soprattutto se stessa. Poi c’è la tesoriera, Tania, “la lady di ferro delle finanze”. E infine Edilane, una sorta di assessora all’economia, che procura nuovi affari per il villaggio.
C’è una decisione importante da prendere. Il villaggio sta crescendo, passerà da 350 a seicento abitanti e servono terra e lavoro. Ci si chiede se potenziare l’agricoltura o cercare nuove strade, quella del turismo per esempio. Apertura o tradizione? Presto verrà il sottosegretario per il turismo a illustrare il progetto di un festival. In Brasile, Noiva è ormai un posto famoso, e il sottosegretario ci vede un’attrazione da sfruttare: il villaggio modello delle donne felici.
Nel frattempo gli uomini siedono tutti in fila a un lungo tavolo di legno. Chini sulle loro scodelle tolgono i semi ai frutti della jabuticaba, uno spettacolo di cui solitamente sono protagoniste le venditrici nei mercati. I più giovani si alzano per tornare al lavoro, per coprire i tetti o fare lavori idraulici, a seconda di quello che serve. Lavorano sempre gratis.
Per chi non lo avesse ancora capito, qui regna davvero il matriarcato, solo che le abitanti di Noiva non lo chiamano così. Non hanno bisogno di un termine e di una teoria per definire il loro sistema. Non si considerano neanche femministe.
Quando le chiedo chi siano i suoi modelli di riferimento, Flávia risponde: “Lady Gaga. L’ex presidente Lula. La nostra Delina, madre dell’amore”. Nelle sue parole non ci sono ironia né vergogna. Poi aggiunge una frase che fa riflettere: “Amo mio marito. Ma l’amore per la mia comunità e per le mie donne è molto più forte”.
Un regime del terrore
L’origine di questo potere femminile va cercato nella storia del villaggio, che alterna, come spesso succede nei percorsi di emancipazione, momenti di oppressione e di ribellione. Noiva do Cordeiro fu fondat0 centotrent’anni fa da Maria Senhorinha, una ragazza di 19 anni sfuggita a un matrimonio forzato. Insieme all’uomo che amava, Maria si stabilì lontano dalla civiltà, in una valle isolata. I due ebbero nove figli, che lasciarono liberi di sposare chi volevano, indipendentemente dalla religione, dall’etnia e dalla classe sociale. Per i tempi era un fatto rivoluzionario. La zona era estremamente cattolica e loro furono isolati, esclusi dalle attività commerciali e accusati di empietà. Ma il villaggio continuò a espandersi.
Alla fine degli anni cinquanta la nipote di Maria, Delina, sposò Anísio Pereira, un predicatore che avviò la seconda ribellione mettendo in dubbio la fede cattolica con i suoi concetti di penitenza, confessione e celibato del clero. Portò dalla sua parte gli abitanti del villaggio, che si allontanarono anche dalla religione di stato. Pereira si spinse oltre: mise in dubbio tutte le religioni, arrivando a credere di possedere lui stesso la verità. Ordinò la sottomissione delle donne, vietandogli di tagliarsi i capelli, di usare metodi contraccettivi, di truccarsi e di portare il reggiseno. Le obbligò a indossare gonne lunghe fino alle caviglie, perfino in estate. Alla moglie impediva di portare dal medico i figli malati, perché a salvarli ci avrebbe pensato Dio. Tre dei loro quindici bambini morirono.
“Era un regime del terrore”, racconta Rosa, la figlia maggiore di Delina. “C’era solo una cosa che mio padre non aveva considerato: aveva insegnato alle figlie a dubitare di tutte le religioni. Così loro misero in discussione la sua. Perché non posso ascoltare la musica se mi rende felice? Perché devo pregare per quattro ore di fila se sto per svenire dalla fame?”.
Alla fine, nel 1995, Delina lo spodestò durante una messa: “Basta! Da oggi in poi non digiuniamo più”, disse. La figlia, Nette, decise che al suo matrimonio si sarebbe cantato e ballato. Ma fu Rosa a reagire nella maniera più radicale: “Mi faccio sterilizzare”, annunciò. E così le donne presero una decisione drastica: bandire la religione, che porta solo sventura.
Si era consumata la terza ribellione. Tutte le rivolte avevano un elemento comune: il rifiuto di un sistema di potere a predominanza maschile. “Era naturale che imboccassimo un’altra strada”, dice Rosa.
Le donne scelsero quelle che in fondo erano cose ovvie: l’amore per il prossimo predicato dal patriarca, ma libero da patriarchi; la comunità, ma senza divieti. “Ha preso il comando chi aveva guidato la ribellione, cioè le donne”, spiega Rosa.
E gli uomini cosa ne pensano?
“Chiedilo a loro”, dice andando verso la cucina. È il suo turno di fare le pulizie.
A Noiva do Cordeiro è frequente vedere gli uomini affettuosi con i loro figli; altrettanto spesso li si incontra la sera all’osteria vicino al campo sportivo, come in ogni altro villaggio. Sembra uno spettacolo tipico dell’America di Donald Trump: uomini bianchi con la birra in mano, lavoratori senza diploma scolastico, partite di calcio e musica country che si alternano sul megaschermo. Eppure questi uomini fanno riflessioni d’altro genere: “Da noi il matriarcato funziona”, dice Nego, fratello minore di Rosa, un idraulico dal viso giovanile. “Nella storia del nostro villaggio gli uomini hanno fallito sempre. Ora è il turno delle donne, e la nostra vita è migliorata molto”.
Nego è sposato con un’insegnante di vent’anni più giovane. “Le donne sono più adatte alla politica”, afferma. “Mettono al primo posto il bene comune, non la competizione. Non sgomitano e si arrabbiano meno. Nella zona il nostro villaggio è ancora visto con ostilità. Noi uomini saremmo già passati alle maniere forti, ma le donne hanno un approccio più diplomatico, più amorevole”.
Nella sua umanità il villaggio sembra avvolto in un alone di purezza, quasi di santità. Uno si chiede dove siano i problemi. Forse riguardano l’accoglienza degli stranieri o le minoranze?
“Prova a chiederlo a Erik”, mi suggerisce Nego.
Teatro e tabù
Erik è un giovane timido con tanti ricci e un viso magro. Non è all’osteria, ma a mensa, seduto davanti al computer collettivo acquistato dal villaggio. Sta lavorando al sito della comune. Hanno intenzione di mettere in affitto delle stanze su Airbnb, vitto e felicità inclusi, per non parlare del contatto ravvicinato con il potere al femminile.
Quando gli chiedo dell’intolleranza, Erik racconta: “Qualche anno fa ho scoperto che mi piacciono gli uomini, ma non sapevo di cosa si trattasse con precisione, perché qui siamo davvero isolati”. Erik è andato a studiare a Belo Horizonte e lì ha scoperto la parola “omosessualità”, che nel villaggio era un tabù . “Ho avuto un crollo, sono caduto in depressione”, racconta. “Alla fine ne ho parlato con Delina, che ha detto alle donne del villaggio: ‘Aiutate Erik, non lasciatelo solo’”.
Le donne hanno scritto uno spettacolo teatrale per ragionare sulla storia di Erik e tutto il paese ha assistito alla prima. “Quel giorno sono rinato”, ammette Erik. “Nessuno ha più fatto osservazioni spiacevoli su di me”. Nel frattempo hanno dichiarato la loro omosessualità anche altri uomini e donne. In molte zone del Brasile rurale essere gay è ancora un problema.
Obietto che tutto questo somiglia all’educazione socialista del popolo. Ma Erik non la pensa così: com’è successo per il matriarcato, non c’è stata una teoria che ha convinto gli abitanti del villaggio ad accettare l’omosessualità. Ci sono arrivati attraverso l’esperienza personale. “La discriminazione che subivo mi faceva stare male, per questo l’abbiamo affrontata e superata insieme”, dice. “Quando si tratta d’amore, non sono le singole persone a dover cambiare, ma tutta la società”.
Ora Erik segue un corso d’informatica a distanza. Come tutti gli altri abitanti di Noiva do Cordeiro, non riesce a immaginare una vita fuori dal villaggio. “Ci ho provato a São Paulo, ma la gente è sola ed egocentrica, soprattutto gli uomini. Noi ci abbracciamo sempre e ci sosteniamo a vicenda. Qui mi sento una persona completa, realizzata”.
“Stiamo bene come individui solo se stiamo bene come collettività”
Sono parole che si ascoltano spesso a Noiva do Cordeiro: qui non è solo la vita a essere condivisa, ma anche il pensiero e il linguaggio sono in sintonia. “Non pensiamo in modo individualista”, dice Flávia. “Stiamo bene come individui solo se stiamo bene come collettività”.
Le donne parlano entusiaste di una libertà sconfinata, ma dopo qualche giorno si capisce che alla base della loro convivenza c’è un sistema di regole molto rigide: i genitori gestiscono la scuola e gli insegnanti sono volontari che non percepiscono stipendio. Quasi nessuno ha l’assicurazione sanitaria e quindi per le operazioni tutti devono partecipare alla colletta. Le abitanti cambiano spesso casa, amano dormire insieme, ospiti di un’amica o di una famiglia. Tutti i bambini crescono come se fossero fratelli.
Saremmo tentati di definirlo comunismo o magari collettivismo, ma anche questi termini sono sconosciuti alle donne del villaggio. Noiva do Cordeiro ricorda un enorme appartamento condiviso composto da ottanta case: l’ambientazione perfetta per un reality.
Nonostante l’impegno, il villaggio sopravvive a fatica. Molti uomini fanno gli artigiani o lavorano nei mercati generali a Belo Horizonte, a due ore di macchina dal villaggio, e tornano solo nel fine settimana. “Il sogno di Delina è riportarli tutti a casa dopo aver avviato un’industria tutta nostra”, dice Flávia.
Più umanità
Una mattina arriva la salvezza. L’Audi nera del sottosegretario al turismo s’inerpica veloce per le strade sterrate. È un uomo gioviale e in carne, il ritratto del politico brasiliano. Un comitato di accoglienza femminile canta in suo onore, mentre alcuni bambini pettinati con la riga in mezzo servono da mangiare. Sembra uno spettacolo tardo coloniale.
“Non sono creature commoventi?”, chiede il sottosegretario. Poi aggiunge: “Bisogna far fruttare la loro unicità. Sono le persone più felici del mondo. Una cosa del genere l’avevo vista solo in Africa. Voglio sviluppare il villaggio, costruire una cabinovia e anche degli alberghi. Sarà un parco a tema ‘matriarcato’, unico al mondo. Immagino già lo slogan: ‘Qui troverete la felicità”’. Il sottosegretario è l’antitesi di Noiva do Cordeiro, in tutti sensi. Ma Rosa, la leader politica, gli dice: “Le siamo così grati, lei è il primo esponente politico che ha fiducia in noi. Oggi comincia una nuova era”. Il politico viene invitato ad assistere alla serata culturale della settimana, l’evento più importante del villaggio, nell’ampia sala comune.
Le abitanti mettono in scena uno spettacolo sulla liberazione dalla religione. La frase centrale è: “La chiesa predica l’amore, ma in realtà è terrore”. Lo spettacolo prosegue con una cover di Lady Gaga, poi la serata va avanti in modo ancora più strano: le donne salgono sul palco per chiedere pubblicamente perdono per i loro litigi. È una specie di confessione collettiva. Flávia legge una sdolcinata dichiarazione d’amore dedicata a Delina, intitolata Tu, l’amore in persona. Questi momenti di adorazione fanno pensare a un lavaggio del cervello, ma forse è solo il pregiudizio di un giornalista diffidente.
L’ultima sera incontro la matriarca. Delina ha 74 anni e vive in una camera spoglia, più spartana delle altre. In grembo ha una grossa scodella e mentre parliamo suddivide il raccolto della giornata, separando i peperoncini rossi da quelli gialli. Le chiedo se l’amore e la cordialità, un po’ soffocanti, non siano un’esagerazione. Ha l’aria perplessa. “Niente affatto. Sono bisogni umani primari: vicinanza, calore e amore”, dice. “È quello che vogliamo tutti. Solo che oggi, spesso, non ne facciamo più esperienza”.
E le donne rappresentano meglio quest’aspirazione?
“Ci è capitato, dopo tutta quella tirannia maschile. Vogliamo più umanità e la ricerchiamo in modo molto consapevole”, afferma Delina.
E questo atteggiamento acquista ancora più importanza in un’epoca di rinnovato dispotismo maschile?
Ora sembra proprio confusa. “Cosa significa?”, chiede.
Accenno al #MeToo.
“#MeToo?”, chiede. Delina non ne ha mai sentito parlare.
Forse il suo matriarcato funziona solo perché Noiva do Cordeiro è isolato dal resto del mondo?
“Lo scopriremo presto”, risponde. “Non siamo state noi a volere l’isolamento. Nelle scuole i nostri bambini erano esclusi, gli uomini non trovavano lavoro. Non rifiutiamo le idee che vengono da fuori, ma non so se la vostra vita sia poi tanto meglio della nostra”. Ora sorride, non con sufficienza, piuttosto come se volesse fare pace. Non ha l’aria della guru, sembra una donna saggia e altruista.
Il matriarcato di Noiva do Cordeiro è il modello a cui ispirarsi per un mondo migliore?
Delina ha uno sguardo indagatore, come se avessi fatto la domanda sbagliata. Poi dice: “Io non lo considero un matriarcato. Il dominio del maschilismo è così forte che quando, per una volta, sono le donne a prendere le decisioni sembra subito un fatto straordinario. Ma in sostanza noi vogliamo la parità”. ◆ sk
Jan Christoph Wiechmann è un giornalista tedesco che scrive per Stern e per il settimanale svizzero Das Magazin. Vive a Rio de Janeiro.
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Questo articolo è uscito sul numero 1289 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati