Ci sono due occhi che hanno plasmato la vita dei venezuelani per più di vent’anni. Occhi simbolici, che si trovavano sulle facciate, sulle magliette e sulle scale delle città. Erano quelli dell’ex presidente Hugo Chávez: uno sguardo concepito per suggerire autorità, vigilanza, onnipresenza. Uno sguardo che perfino dopo la sua morte nel 2013 era ancora lì, come se il potere non avesse più bisogno di un corpo, ma solo di una presenza. Oggi quegli occhi si intravedono appena per le strade di Caracas, la capitale del Venezuela. La loro traccia è stata man mano cancellata dalle facciate dei palazzi così come si è dissolta l’aura che avvolgeva il chavismo. Ora sembra che ci sia un altro sguardo, non dipinto sui muri, ma che permea decisioni, aspettative e paure. Una presenza non fisica, però altrettanto implacabile: quella del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il paese che era osservato dall’interno ora si sente osservato dall’esterno. E in questo incrocio di sguardi il Venezuela continua a vivere come sempre: nel frattempo.
Il Venezuela è un paese provvisorio, come lo definì il drammaturgo José Ignacio Cabrujas, un paese dove tutto è in continuo mutamento. Un paese dove nulla finisce mai del tutto e la vita è sospesa, tra un “nel frattempo” e un “non si sa mai”. Per anni, nel frattempo, qualcuno ha fatto la fila fin dalle prime ore del mattino per ottenere qualcosa che non si sa mai sarebbe arrivato. Nel frattempo, gli ospedali respiravano a malapena, mentre in realtà annaspava l’intero paese. Nel frattempo, gli aerei decollavano pieni di persone che dicevano addio, obbligate a partire. Nel frattempo, un blackout trasformava la notte in un’abitudine. Nel frattempo, la politica prometteva, minacciava, reprimeva e si reinventava, ma non concludeva mai. Il Venezuela è quel luogo dove il presente non si assesta: si negozia, si improvvisa, si sopravvive. Un paese dove si aspetta sempre che succeda qualcosa o che qualcosa smetta di succedere.
Nel frattempo, gli Stati Uniti si sono portati via il presidente Nicolás Maduro e all’orizzonte il futuro incombe.
È proprio in quel frattempo di metà aprile che comincia a prendere forma questo articolo, il racconto dei primi cento giorni del 2026 che hanno scosso il Venezuela e l’America Latina. Abbiamo parlato con una ventina di persone – vicine al governo e dell’opposizione; del settore imprenditoriale e accademico, del mondo della finanza e del petrolio – e abbiamo percorso diversi quartieri e zone della capitale. Per la prima volta da anni si intravede qualcosa di positivo, per quanto si basi su un equilibrio così delicato che anche i più ottimisti trattengono il fiato. La maggior parte delle persone ha chiesto di restare anonima, la condizione per parlare apertamente.
Durante gli ultimi mesi del 2025 la gerarchia chavista, che con pugno di ferro guidava il paese da quasi tre decenni, è stata più concentrata su quello che accadeva in cielo che su chi aveva davanti. Nicolás Maduro era così preso dagli aerei e dalle navi da guerra che si ammassavano nel mar dei Caraibi da non rendersi conto della vera entità della minaccia. Era stato avvisato più volte, ma ha comunque sottovalutato Trump e, quando ha pensato di reagire, già si trovava su un aereo diretto verso un carcere di New York.
Punto d’incontro
Quell’alba del 3 gennaio, quando gli Stati Uniti hanno catturato Maduro, è ancora viva nella memoria dei circoli del potere di Caracas, con leggende e dettagli hollywoodiani. Ma non c’è nostalgia nei racconti. In pochissimi sembrano sentire la mancanza del Venezuela di Maduro, men che meno di lui, e non si sente quasi nessuno criticare né elogiare l’intervento degli Stati Uniti, come se si fosse trattato di un male minore, qualcosa che è capitato e basta, perché adesso bisogna guardare avanti. Solo i chavisti più fedeli e i cartelloni lungo le autostrade – con l’immagine dell’ex presidente e della moglie Cilia Flores – vorrebbero che tornasse. Per Maduro il braccio di ferro con l’impero consisteva nel vincere o morire. E non è successa né l’una né l’altra cosa.
Oggi l’impensabile, cioè che il chavismo antimperialista governi sotto il mandato di Washington, è stato normalizzato. Al comando ci sono Delcy Rodríguez e il fratello Jorge. Gli stessi che, rispettivamente come vicepresidente del paese e presidente dell’assemblea nazionale, hanno accompagnato Maduro nella deriva del Venezuela degli ultimi anni. Lei cerca di modernizzare un governo e delle istituzioni che ha contribuito a costruire. Cerca l’eccellenza, dice. Ma la diffidenza resta latente, anche se il potere non grida più “giù le mani dal Venezuela” e parla un inglese cordiale e perfetto.
Le aspettative sulla possibilità di un cambiamento in meglio sono alte e allo stesso tempo fragili. La nuova normalità è ancora priva di garanzie. Il governo della presidente ad interim Rodríguez sta cercando di stabilizzare i prezzi e di aprirsi ai mercati, ma le istituzioni sono praticamente nelle mani delle stesse persone di prima. È stata approvata una legge di amnistia, ormai conclusa, a beneficio di più di ottomila persone, ma altre centinaia restano in carcere o soggette a misure restrittive. Il conflitto si è ridotto, anche se molti diritti non sono ancora garantiti. Il tutto con il beneplacito, o l’imposizione, di Washington. Caracas è una bolla rispetto al resto del paese, che ha molte più carenze e difficoltà. In questi mesi la capitale è diventata un punto d’incontro per diplomatici, imprenditori e multimilionari, soprattutto statunitensi e latinoamericani. Tutti vogliono sapere di prima mano quando e dove investire nel nuovo Venezuela. Come Trump ha lasciato intendere dal primo momento dopo la cattura di Maduro, la maggior parte è interessata al petrolio, ma anche all’ondata di privatizzazioni che si avvicina. E ovviamente al mercato immobiliare.
Passeggiare la sera
L’esclusivo Country club, circondato da campi da golf, è uno degli scenari nei quali l’élite venezuelana sfoggia il suo fascino davanti ai visitatori stranieri. “Il 3 gennaio, alle quattro del mattino, gli aerei da guerra statunitensi ancora sorvolavano Caracas e io avevo già ricevuto varie telefonate da Londra e dal Connecticut. Tutti vogliono entrare in Venezuela”, racconta uno degli uomini che ha a che fare con gli investitori. “‘Mostrami tutto quello che c’è’, mi chiedono”.
L’economia aveva registrato una leggera ripresa dopo la pandemia, ma questa è un’altra storia. “Le aspettative viaggiano più veloci dei cambiamenti”, avverte un investitore locale. “La gente pensava che la bacchetta magica di Trump avrebbe dato il via a una svolta radicale, perché siamo inclini a credere nell’uomo forte, ma per ora i soldi non stanno arrivando nelle tasche dei venezuelani”, dice un imprenditore. “Andiamo a una velocità vertiginosa, ma la situazione è delicata”. Ogni illusione ha la sua sfumatura.
La protesta ha messo in chiaro due cose: che i venezuelani vogliono manifestare e che il potere cercherà di impedirglielo
Le prime impressioni di chi arriva oggi a Caracas non sono molto diverse da quelle che si hanno atterrando in una qualsiasi capitale latinoamericana. Ma per chi ha vissuto l’epoca di maggiore crisi economica e insicurezza, e visita la capitale venezuelana dopo anni, il contrasto con il passato è forte. Si trova di tutto a prezzi esorbitanti, in dollari o in euro; aprono di continuo nuovi ristoranti e si passeggia anche di sera. “Perfino i malviventi se ne sono andati”, si sente dire per strada. Fa più paura la possibilità di essere fermati dalla polizia con la richiesta di una bustarella che quella di subire un’aggressione.
È sabato sera e un ristorante giapponese, uno dei migliori della città, ha già quasi tutti i tavoli pieni. Un dj mette dei dischi mentre si accendono le luci della piscina di un albergo che ha conosciuto tempi migliori. Coppie e gruppi di amici sulla cinquantina brindano con bottiglie di vino che costano fino a 240 dollari. È una situazione che la maggioranza dei venezuelani non può neanche sognare.
Un cittadino medio a Caracas sopravvive con meno di 300 dollari al mese. Il salario minimo e le pensioni equivalgono a circa 30 centesimi di dollaro. Carlos González, che guida un mototaxi, è rientrato a casa completamente bagnato, con l’influenza e senza aver finito la giornata di lavoro. “Non posso permettermi 80 euro di tuta impermeabile”, dice. Nei barrios – come si chiamano tutte le zone popolari – la gente è senz’acqua da due settimane e non ha abbastanza soldi per comprare la carne. La carta igienica costa un dollaro a rotolo.
“Servono delle elezioni al più presto, per fare entrare i soldi. Finché queste persone saranno al governo, non arriveranno investimenti”, si lamenta Damalí Matos, una collaboratrice domestica di 55 anni. “Basta andare un po’ più in là per incontrare gente che sta ancora cercando da mangiare nella spazzatura”. Un paese che funziona al gerundio.
“Il tasso di cambio e l’inflazione stanno svuotando le tasche dei venezuelani”, spiega un dirigente. E di tassi di cambio ce ne sono vari: in Venezuela convivono il dollaro ufficiale della banca centrale e quello parallelo in vigore per strada, ed è questo che conta davvero. Perfino il dollaro non ha sempre lo stesso valore: il denaro contante vale qualcosa in più rispetto a quello che circola in banca.
L’iperinflazione che ha fatto perdere valore al bolívar, la moneta nazionale, è stata causata da uno stato che ha finanziato il suo deficit stampando banconote, dal crollo del prezzo del petrolio, dalle sanzioni internazionali e da controlli sui prezzi che hanno soffocato la produzione. I prezzi variano a seconda del quartiere, del metodo di pagamento e perfino dell’aspetto di chi compra. La domanda è come fanno i venezuelani ad arrivare a fine mese. Non c’è un’unica risposta: sopravvivono grazie alle rimesse, agli aiuti statali, ai minicrediti, al cugino che viaggia, a forza di privarsi delle cose essenziali. Vivere a Caracas è un esercizio quotidiano di ingegneria finanziaria domestica.
Sono le persone che meno hanno da perdere, perché non hanno quasi nulla, a parlare più apertamente. È successo per esempio il 9 aprile, quando un esercito di poliziotti ha contenuto una folla decisa a manifestare dopo anni di repressione selvaggia. Le signore che in quel momento attraversavano la strada si sono rifugiate negli androni dei palazzi. Erano spaventate perché, fino a poco tempo prima, una situazione del genere sarebbe potuta degenerare. Sono volate bottiglie di plastica, insulti e grida contro gli agenti, che hanno spinto i loro scudi sui corpi di sindacalisti e pensionati. Le loro disperate richieste di miglioramenti salariali sono state messe a tacere in un viale del centro, ma la protesta ha messo in chiaro due cose: che i venezuelani vogliono tornare a manifestare e che il potere cercherà di impedirglielo.
“Ci sono dei problemi oggettivi che alimenteranno il malcontento”, avverte un veterano dell’opposizione che oggi non è più in prima linea. I disordini sociali sono una delle grandi minacce non solo per il chavismo, ma anche per un nutrito gruppo di soggetti – Trump compreso – che hanno tutto l’interesse a non far saltare la futura transizione. A non avere sorprese, ad allentare la tensione. “Il processo di cambiamento ha molti nemici, sia nell’opposizione sia nei settori più radicali del governo”, dice l’ex politico.
“Abbiamo bisogno di stabilità. Se questa finestra si chiude, non sappiamo quali incognite ci aspettano”, spiega un dirigente venezuelano.
Per chi ha vissuto l’epoca di maggiore crisi e insicurezza, e torna nella capitale venezuelana dopo anni, il contrasto con il passato è forte
“È un’opportunità storica, forse l’ultima. Non solo bisogna rilanciare l’economia, ma anche ridare forza alle istituzioni e costruire un nuovo equilibrio di poteri che protegga la democrazia”, sospira un imprenditore.
Un’economia in forze può cambiare tutto, ma creare le condizioni giuste affinché questo possa succedere è stata la sfida più difficile finora. E resterà lo stesso anche in futuro. Senza dubbio il petrolio sarà il motore di ogni cosa: nuovi posti di lavoro, alloggi, turismo, logistica, energia e alimentazione. “Purtroppo tutto passa per un ritorno del petrolio. La domanda è se rimarrà il modello speculativo o se si approfitterà per diversificare l’economia”, afferma una delle persone intervistate. Il paese ha un’ampia rete d’infrastrutture costruita all’epoca del boom economico, ma i conti sono in rosso. E le sanzioni condizionano l’economia, perché costringono a vendere il petrolio a prezzi ribassati, incidono sulla liquidità delle aziende e sulle finanze stesse dei cittadini. Gli Stati Uniti stanno allentando la presa da settimane, ma misurano ogni passo. Lo sguardo esterno, ancora una volta, scandisce il ritmo del paese.
Una leader popolare
Da un sondaggio recente è emerso che l’85 per cento della popolazione è d’accordo nel dare la priorità alla ripresa economica e al miglioramento dei salari prima di pensare alle elezioni.
“I venezuelani non sono ansiosi di andare alle urne. Prima vogliono un salario dignitoso, elettricità senza interruzioni, acqua e stabilità economica”, afferma un analista influente. Ed è proprio questo il grande dibattito politico degli ultimi giorni. Cosa deve venire prima, la ripresa economica o le elezioni? Il chavismo scommette sulla prima ipotesi, perché è l’unico modo per aspirare a restare al potere. “Il piano a e il piano b dei Rodríguez è restare al governo. Il piano c è lasciare il potere, ma consegnandolo a qualcuno che non li distrugga”, racconta un oppositore.
Di fronte al chavismo, l’opposizione lotta per ritrovare una direzione, intrappolata nella disputa perenne tra le divisioni interne – criticata anche per aver fatto a lungo il gioco del governo – e il biasimo esterno. Tutti, ancora una volta, hanno lo sguardo rivolto alla Casa Bianca: cosa deciderà, quale strada aprirà e quali porte chiuderà.
Ad aprile le immagini di María Corina Machado, premio Nobel per la pace nel 2025 e figura politica con il maggiore sostegno popolare in Venezuela, acclamata da milioni di persone davanti a puerta del Sol a Madrid dopo un incontro con i leader della destra ed estrema destra spagnola, hanno riempito di speranza i molti oppositori che ancora resistono in Venezuela. Compresi quelli che Machado disprezza perché hanno negoziato con il chavismo.
“Non possiamo escluderla da nulla e nemmeno lei può autoescludersi”, dice un deputato dell’opposizione.
Machado è onnipresente nelle conversazioni e il suo ritorno in Venezuela, che Washington ha ritardato e subordinato a determinate condizioni, è una questione d’interesse nazionale. I suoi sostenitori non dubitano che tornerà presto, “nel giro di settimane”, dicono nel suo partito, Vente Venezuela. Credono che sia impossibile avviare una transizione politica ed economica senza di lei, perché ha il sostegno e la fiducia della maggioranza della popolazione. Il punto è come reagirà il chavismo se dovesse tornare nel paese. Il governo ha già chiarito che Machado, accusata di aver promosso l’intervento statunitense di gennaio, non beneficerà dell’amnistia. Nonostante la sua popolarità, Machado ha nemici di rilievo in Venezuela, persone che, come lei, trasmettono la loro visione del paese a Washington. La criticano per la mancanza di flessibilità e non si fidano dei consulenti e dei collaboratori di cui si è circondata: “Non conoscono bene il paese, non capiscono nulla di petrolio né di questioni militari”.
“Machado è la leader più popolare in Venezuela, ma la sua è una leadership messianica, che va al di là del bene e del male”, afferma un politico dell’opposizione che è stato incarcerato dal chavismo. “Non parla con i cittadini, non parla con le istituzioni, non parla con nessuno. E quando dico nessuno, intendo proprio nessuno”. Per alcuni Machado è la salvatrice di cui il paese ha bisogno; per altri rischia di destabilizzarlo ulteriormente. Non mancano poi gli avversari convinti che la sua eventuale leadership perderebbe forza se emergeranno delle alternative valide prima delle elezioni. “Machado è Bruce Willis nel Sesto senso”, ironizza un altro politico dell’opposizione. “È morta e non lo sa”.
In Venezuela gli eventi si susseguono così velocemente che, prima ancora di aver metabolizzato quello che è successo dall’inizio di gennaio, già si sta pensando a cosa succederà. Ci sono state riforme nel settore minerario e in quello degli idrocarburi, ma il sistema fiscale continua a essere vorace. È stata applicata un’amnistia, ma continuano a mancare garanzie giudiziarie e centinaia di detenuti denunciano trattamenti arbitrari. E anche se ora hanno una maggiore libertà, i giornalisti venezuelani continuano a non poter fare domande al potere. Le libertà politiche non sono complete. Gli esiliati non sanno se è il momento di tornare oppure no. Caracas si è aperta al mondo dopo anni di isolamento internazionale, ma ha ancora quasi tutto da fare. Senza dubbio la priorità dei prossimi mesi, per il governo e per alcuni settori economici e politici, sarà la ripresa: eliminare le sanzioni e alleggerire l’apparato statale. Si vedrà con quale velocità ripartirà il settore petrolifero. La situazione della maggior parte dei venezuelani deve migliorare e i soldi promessi devono arrivare nelle loro tasche. Ma la garanzia di organizzare elezioni libere e democratiche continuerà a segnare le aspettative e a condizionare ogni tipo di transizione politica, che si chiami così o meno.
Il paese che s’intravede oggi avanza senza muoversi davvero. Alcuni aspetti invitano all’ottimismo, ma le sfide del futuro esigono piuttosto un atto di fede. La rivoluzione che sembrava eterna è diventata una faccenda personale, con un presidente in carcere, una presidente ad interim, una leader dell’opposizione che è sempre sul punto di tornare.
Gli occhi di Chávez, che per anni hanno rappresentato il volto e la volontà del potere, non sono più così presenti. Ma oggi un altro sguardo detta quello che sarà. Uno sguardo esterno, ancora una volta dal sapore messianico, continua a tracciare il presente e il futuro. E mentre le decisioni sono prese lontano dal Venezuela, il paese rimane sospeso, nel frattempo, non si sa mai. ◆ gz
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Questo articolo è uscito sul numero 1667 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati