Nell’aprile del 2017 Wilbur Ross, il ministro del commercio degli Stati Uniti, si è presentato in una sala piena solo a metà di giornalisti per lamentarsi. Ross ha 80 anni e non ne dimostra neppure uno di meno. Parlando lentamente, ha elencato una lunga serie di accuse, ognuna sostenuta da una cifra. Erano i disavanzi commerciali degli Stati Uniti verso altri paesi: con la Cina 347 miliardi di dollari, con il Giappone 68,9 miliardi, con la Germania 64,9 miliardi, con il Messico 63,2 miliardi, con l’Irlanda 35,9 miliardi, con il Vietnam 32 miliardi, con l’Italia 28,5 miliardi, con la Corea del Sud 27,7 miliardi, con la Malaysia 24,8 miliardi, con l’India 24,3 miliardi. Dopo aver letto la lista, se l’è presa con l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), che secondo lui riservava agli Stati Uniti un trattamento iniquo. Nell’aria aleggiava una minaccia che Ross non ha avuto bisogno di esplicitare: l’uscita degli Stati Uniti, la prima economia mondiale, dalla Wto. Il problema è che l’interminabile sequenza di numeri che Ross stava sciorinando non serviva a niente. Più o meno nello stesso momento, nei primi mesi del 2017, due politologi dell’università di Amsterdam, nei Paesi Bassi, cominciavano uno studio partendo da un sospetto. Daniel Mügge e Lukas Linsi avevano l’impressione che la più importante raccolta di dati statistici sul commercio, quella del Fondo monetario internazionale (Fmi), fosse piena di errori.
Una pretesa di precisione
L’Fmi raccoglie i flussi commerciali e le transazioni finanziarie di ogni paese, registrando origine e destinazione. I dati non sono rilevati direttamente dagli statistici dell’istituto di Washington, ma si basano sul materiale fornito dai singoli paesi. I dati dell’Fmi sono rilevati due volte: quando la merce lascia un paese e quando arriva in un altro. Se un’automobile è esportata dalla Germania negli Stati Uniti, la dogana tedesca registra un’esportazione e quella statunitense un’importazione. Se tutto combaciasse, alla fine dell’anno nei libri contabili di entrambi i paesi dovrebbero figurare somme molto simili. Gli statistici parlano di mirror data, dati speculari. Mügge e Linsi, invece, avevano osservato che questi dati erano spesso così discordanti da essere irriconoscibili. I due studiosi hanno esaminato approfonditamente i dati statunitensi anche per il 2014 (quelli a cui si riferiva Wilbur Ross nella conferenza stampa erano del 2016). Gli Stati Uniti dichiaravano un deficit commerciale di 320 miliardi di dollari negli scambi con la Cina, ma nelle rilevazioni cinesi i miliardi erano solo 251. Con il Messico, invece, secondo le statistiche statunitensi il deficit era di 51 miliardi, mentre quello che risultava ai messicani ammontava a più del doppio. Infine, per gli Stati Uniti c’erano 33 miliardi di deficit con il Canada, mentre secondo i canadesi la cifra andava triplicata.
In proporzione, la differenza tra le statistiche tedesche (in cui risultano 80 miliardi di dollari di deficit) e quelle statunitensi (72 miliardi di dollari) sembra irrisoria. “Sapevamo già che la qualità dei dati è un problema, ma ci ha sorpreso l’ampiezza del fenomeno”, dice Mügge. “E questo proprio perché abbiamo riscontrato criticità anche per paesi che hanno istituzioni molto efficienti nella rilevazione dei dati. Pensavamo che avessero la situazione maggiormente sotto controllo, ma non è così”. Le irregolarità osservate da Mügge e Linsi fanno pensare a una pallina che rimbalza in una stanza dal soffitto basso: le cifre schizzano da una parte all’altra senza che s’intraveda alcuna sistematicità, andando ora a vantaggio e ora a svantaggio del paese che le ha rilevate. Secondo i due studiosi di Amsterdam non c’è niente che indichi una manipolazione intenzionale. E allora perché ci sono queste discrepanze?
Nel 1950 Oskar Morgenstern, professore di economia a Princeton, negli Stati Uniti, e cofondatore della teoria dei giochi, pubblicò un lungo saggio sull’uso delle statistiche economiche. In Über die Genauigkeit wirtschaftlicher Beobachtungen (Sulla precisione delle osservazioni economiche) lamentava il fatto che non ci fosse praticamente nessuno in grado di interpretare correttamente i dati. Né i politici né i giornalisti, ma neanche molti scienziati sembravano preoccuparsi della probabilità di errori nelle rilevazioni. “Di solito le statistiche economiche sono presentate con una pretesa di precisione che in realtà è irraggiungibile”, scriveva Morgenstern. Sono considerate alla stregua di fatti indiscutibili, non di approssimazioni a una realtà complessa, quindi suscettibili di errori. Morgenstern, inoltre, sottolineava che più sono rapide le trasformazioni che un sistema economico subisce, più inaffidabili saranno i dati. “Dei processi dinamici sappiamo inevitabilmente meno di quanto sappiamo dei contesti in cui il cambiamento è quasi assente”, osservava. Alla ricerca di una spiegazione, anche Linsi e Mügge si sono ispirati a questa intuizione ancora attuale.
Dagli anni novanta in poi la globalizzazione ha trasformato radicalmente i sistemi economici della maggior parte dei paesi: processi che una volta avvenivano all’interno di un unico stato oggi coinvolgono molti paesi. Ormai non c’è praticamente più un bene assemblato – un’automobile, un cellulare o un computer – che venga fabbricato in un paese solo. A seconda delle specializzazioni, delle competenze e dei livelli salariali, le varie fasi del processo produttivo sono dislocate su regioni e continenti. I componenti viaggiano avanti e indietro finché il prodotto finale non è completato. E infatti dal 1990 il valore delle esportazioni mondiali è triplicato.
Dal 1990 il valore delle esportazioni mondiali è triplicato
Di fronte a questa nuova complessità le vecchie statistiche ingannano. “Per capirlo bene”, dice Mügge, “basta guardare ai dati degli scambi tra la Germania e i Paesi Bassi. Ogni anno gli olandesi dichiarano esportazioni verso la Germania che superano di venti o quaranta miliardi di euro quelle rilevate dai tedeschi. Non è difficile individuarne la causa nelle attività del porto olandese di Rotterdam: supponiamo che un container carico di console debba arrivare dalla Cina alla Germania. Innanzitutto farà tappa a Rotterdam e da lì continuerà il viaggio. Agli olandesi, quindi, risulta un’esportazione verso la Germania, ma per l’impiegato tedesco che prende in consegna le console si tratta di un’importazione dalla Cina. Così si perde traccia della tappa nei Paesi Bassi. “È da tanti piccoli errori come questo che derivano le discrepanze nei dati, in particolare dal fatto che il singolo può cogliere solo parzialmente la lunga serie di passaggi del processo produttivo”.
Questo non vale solo per la bilancia commerciale tra Germania e Paesi Bassi, a cui pochi fanno attenzione, ma anche per il disavanzo commerciale che oggi fa più discutere, cioè la notevole eccedenza di merci che la Cina fornisce agli Stati Uniti. Secondo Mügge, questa eccedenza è illusoria: il disavanzo è piuttosto con una serie di paesi asiatici. “Gli smartphone, i computer e i tablet sono assemblati in Cina, ma la maggior parte delle componenti proviene da altri posti: gli schermi da Taiwan, i processori dalla Corea del Sud, altri pezzi da Singapore e dalla Malaysia. Molti sostengono che grazie agli occidentali i cinesi si arricchiscono, ma una parte significativa di questo denaro viene distribuita nel resto dell’Asia”.
I dati sugli scambi commerciali evidenziano solo l’ultimo passaggio. È un po’ come vedere l’ultima ansa di un grande fiume senza scorgere gli affluenti che lo alimentano. E i dati commerciali non sono gli unici a essere sempre più distorti.
Una cifra assurda
A Dublino, in un giorno d’estate del 2016, giornalisti ed economisti erano in attesa di sapere a quanto ammontava il pil dell’Irlanda nel 2015. In realtà non era molto difficile da prevedere: secondo lo Statistics office, l’ufficio statistico nazionale irlandese, doveva risultare una crescita del 7,8 per cento. Ma quando gli statistici hanno presentato finalmente le cifre c’è stata una sorpresa: nel 2015 l’economia irlandese era cresciuta del 26,3 per cento.
In sala tutti sapevano che era impossibile. Era una cifra assurda, corrispondeva al tasso di crescita di un paese in via di sviluppo uscito da una lunga guerra, non a quello di un’economia avanzata. Il giorno stesso il ministro delle finanze irlandese, però, assicurava che la ripresa economica era “reale”, come anche il miglioramento della qualità della vita degli irlandesi. Ma non riusciva a convincere gli scettici. Per l’economista irlandese Colm McCarthy quei numeri erano “boiate”, mentre alcuni giornalisti finanziari facevano dell’ironia sull’economia irlandese definendola una “tigre di carta”. Invece Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, ha coniato un termine rimasto impresso nella memoria: leprechaun economics, l’economia dei folletti.
Eppure non si trattava di un errore commesso dagli statistici: secondo gli esperti dell’Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, i dati irlandesi erano “plausibili”. La questione era molto più grave di un errore di calcolo: era il concetto stesso di pil che si scontrava con i propri limiti. “Rappresentare la complessità dell’economia irlandese attraverso un solo indicatore come il pil è sempre più difficile”, ha detto un gruppo di statistici dell’Fmi, dell’Eurostat e dell’istituto statistico irlandese. Questo succedeva soprattutto a causa del livello estremo di globalizzazione a cui è arrivata l’economia irlandese.
Bisogna considerare che il pil è l’insieme di quanto viene prodotto all’interno di un paese. Per molto tempo non è stata una cosa complicata da stabilire: era facile stabilire che un’automobile proveniva dagli Stati Uniti, un tostapane dal Regno Unito, una bottiglia di vino dalla Francia, un trapano dalla Germania, perché i beni tangibili avevano un’origine chiara. Oggi è tutto più complicato. In Irlanda, all’inizio del 2015, non si erano aperte nuove fabbriche né si erano creati molti posti di lavoro. Erano circolati beni sfuggenti: idee, concetti, brevetti, software. “Quell’anno l’afflusso di beni economici è stato enorme. Si trattava soprattutto di proprietà intellettuali”, spiega Michael Connolly, dell’ufficio statistico irlandese. “Un gruppo ristretto di aziende molto grandi ha trasferito in Irlanda interi bilanci. E siccome siamo un paese piccolo con un’economia relativamente piccola, questo ha avuto una considerevole influenza sul nostro pil”.
Per motivi di privacy Connolly non può dire che in realtà il contributo principale a questa crescita incredibile l’ha dato un’unica azienda. All’inizio del 2015 la Apple ha trasferito i diritti sull’intera proprietà intellettuale esterna agli Stati Uniti – cioè i diritti sulle innovazioni tecnologiche, sul design di cellulari e computer, sui software e sul marchio – a una consociata irlandese. Valevano moltissimo: secondo le stime dell’economista irlandese Seamus Coffey, dell’University college di Cork, la consociata della Apple avrebbe pagato alla casa madre circa 250 miliardi di dollari. La proprietà intellettuale è stata quindi portata in Irlanda anche se le idee, i design e i software erano stati concepiti negli Stati Uniti.
La proprietà intellettuale non resta chiusa in un cassetto, ma è impiegata nella produzione di beni. Nelle statistiche economiche irlandesi risulta come una gigantesca fabbrica immateriale. I brevetti e il design, naturalizzati irlandesi, sono usati per produrre ogni singolo iPhone, MacBook e iWatch. È la consociata irlandese della Apple che affida gli incarichi ai produttori asiatici. Nelle statistiche, ormai, la produzione materiale è quella che vale e conta meno. È la proprietà intellettuale di un’azienda che genera valore. E, almeno sulla carta, in questo caso è l’Irlanda che la fornisce: due terzi delle entrate internazionali della Apple derivano dalla proprietà intellettuale irlandese, anche se in Irlanda ci sono il 4 per cento dei dipendenti e l’1 per cento dei clienti dell’azienda.
Dal 2015 questa ricchezza fa la sua comparsa ovunque nelle statistiche irlandesi, moltiplicando le entrate dovute alle esportazioni ma senza che alcuna merce lasci il paese. Nel 2015 il valore delle esportazioni irlandesi, che prima era di trenta miliardi di euro all’anno, è cresciuto di quindici miliardi. Il valore degli investimenti è aumentato di trecento miliardi di euro, cioè del 40 per cento. E visto che la consociata irlandese della Apple aveva comprato i diritti indebitandosi, la somma del debito estero delle aziende irlandesi è quasi quadruplicata. Probabilmente oltre alla Apple anche altri grandi gruppi tecnologici statunitensi, come la Microsoft, Facebook e Google, hanno contribuito a questo balzo in avanti della crescita irlandese.
Le statistiche economiche hanno restituito l’immagine di una grande trasformazione, con dei dati che non sarebbero stati molto diversi se nel 1970 la General Motors avesse improvvisamente deciso di trasferire la sua intera produzione automobilistica in Belgio. Ma per gli irlandesi poco o nulla è cambiato: la disoccupazione non è diminuita e lo standard di vita non è migliorato in modo rilevante. Non c’è stato neanche un aumento consistente delle entrate fiscali, visto che la consociata irlandese della Apple per acquistare i diritti d’uso dalla casa madre ha contratto molti debiti. Ma l’Irlanda è solo l’esempio estremo di una tendenza generale. Secondo il National bureau of economic research statunitense, se si fossero esclusi i profitti dei grandi gruppi statunitensi, il pil irlandese del 2012 sarebbe risultato più basso di 14 punti percentuali, quello olandese di dieci punti percentuali, quello lussemburghese di 43, quello svizzero di due e quello britannico di uno.
Gli statistici dell’Ocse passano al vaglio le cifre cercando errori evidenti
Secondo Connolly, “in fin dei conti da noi risulta più evidente quello che in realtà succede anche nel resto del mondo, semplicemente perché la nostra economia è relativamente piccola e globalizzata, con la presenza di alcune grandi multinazionali”. Insomma, la questione è: come faranno gli statistici a rappresentare la globalizzazione?
Una risata amara
L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), che raggruppa i più importanti paesi industrializzati, ricorda un po’ un polpo: ha molte braccia che sembrano agire indipendentemente l’una dall’altra. L’Ocse si occupa di disuguaglianze, lotta alla povertà, politiche commerciali e fiscali, istruzione, ma soprattutto raccoglie dati dovunque sia possibile farlo. Nadim Ahmad, un britannico brizzolato che dirige il dipartimento per le statistiche commerciali, lavora all’Ocse da 19 anni. Quando sente parlare delle irregolarità nei dati commerciali, Ahmad scoppia in una risata amara: “Per noi non è una novità. I dati sono sempre stati pieni di incongruenze, probabilmente fin dalla primissima rilevazione, ma gli effetti della globalizzazione potrebbero averle accentuate. A questo punto non possiamo più ignorare il problema”.
Quasi nessun altro conosce le complicazioni legate ai dati commerciali come Ahmad. Il suo reparto cerca di risolvere la questione da più di tre anni. Gli statistici dell’Ocse passano sistematicamente al vaglio le cifre cercando errori evidenti e, quando ci sono discrepanze notevoli nelle rilevazioni fatte da due paesi sui flussi commerciali reciproci, Ahmad convoca gli statistici di entrambe le parti per illustrargli il problema. Se hanno sospetti sulla fonte dell’errore, gli statistici dell’Ocse suggeriscono anche le possibili vie d’uscita, e Ahmad spera che i paesi si accordino su una soluzione condivisa. Insomma, gli errori vanno eliminati uno alla volta, in lunghe e faticose discussioni.
Non è detto che funzioni subito. Ahmad esprime il concetto senza troppa enfasi: “La constatazione di incongruenze non spinge sempre all’azione immediata. Se per esempio ci sono sostanziali differenze rispetto al metodo di rilevazione dei dati, sciogliere le contraddizioni non è facile”. Se gli errori non sono immediatamente evidenti, gli statistici dell’Ocse provano almeno a valutare i dati in base alla loro affidabilità: se i dati complessivi di un paese dovessero presentare incongruenze notevoli, allora nel complesso avranno un peso diverso rispetto a quelli di altri paesi. Non è un metodo perfetto, ammette Ahmad, ma almeno è un modo consapevole di gestire i diversi gradi di affidabilità.
Secondo Marcel Timmer, un ricercatore che gestisce una delle banche dati economiche più grandi del mondo presso l’università di Groningen, nei Paesi Bassi, il lavoro di Ahmad e dei suoi colleghi “è di un altro livello. Già oggi i loro dati sono molto più affidabili di quelli di chiunque altro”.
Le ambizioni dell’Ocse vanno ben al di là dell’eliminazione di qualche errore di misurazione. La squadra di Ahmad rielabora i dati commerciali in modo nuovo. In una banca dati dal nome un po’ misterioso di Trade in value-added sono raccolte le cifre relative ai flussi commerciali di vari paesi per 36 diversi settori. C’è di tutto, dai “prodotti chimici e farmaceutici” alle “apparecchiature elettroniche” fino ad “arte, intrattenimento e altri servizi”. Ecco cosa ne pensa Ahmad: “Vogliamo, anzi dobbiamo, capire meglio i flussi commerciali globali. Qual è il loro andamento oltre i confini dei singoli paesi? Quante sono le loro tappe? Chi dipende da chi nell’ambito del commercio? Che vantaggio ne trae il singolo paese? Quanto guadagna grazie al ruolo che svolge nella filiera produttiva?”.
Ahmad e i suoi colleghi cercano di cogliere tutte le ramificazioni di un flusso commerciale globale, non solo l’ultima ansa. I loro dati non sono attuali, la versione dell’anno scorso arriva solo al 2015. In compenso però la qualità è superiore alla media. E l’Ocse non è l’unica organizzazione a cercare nuove soluzioni.
Riunione di crisi
In Irlanda, dopo il balzo in avanti del pil, un piccolo gruppo di collaboratori del ministero delle finanze, della banca centrale e dell’istituto di statistica ha tenuto una riunione di crisi. Tutti erano d’accordo sul fatto che il pil non fosse più rilevante per cogliere le questioni decisive per il paese, e alla fine hanno deciso di procedere a un’innovazione senza precedenti: un nuovo indicatore con cui ricavare dalle statistiche gli effetti della globalizzazione. Come sottolinea Michael Connolly, dell’ufficio statistico irlandese, serviva semplicemente a integrare tutto ciò che veniva misurato dal pil, eppure era una novità di portata storica.
La ** bilancia commerciale **è un conto in cui si registrano il valore delle importazioni e quello delle esportazioni delle merci di un paese. Il saldo, cioè la differenza tra i due valori, è definito surplus o eccedenza se le esportazioni superano le importazioni. In caso contrario si parla di deficit o disavanzo.
Il ** prodotto interno lordo (pil) **è il valore della produzione totale di beni e servizi di un paese, diminuita dei consumi intermedi (quelli del processo dei produzione) e aumentata dell’iva e delle imposte indirette sulle importazioni.
Il ** reddito nazionale lordo **è il valore della produzione totale di beni e servizi realizzata dai cittadini residenti in un paese.
Gli statistici hanno deciso di partire dal reddito nazionale lordo che, a differenza del pil, tiene conto solo delle prestazioni di aziende di proprietà irlandese. Poi hanno introdotto un aggiustamento per escludere gli effetti indiretti della globalizzazione sulle cifre rilevate. Nel nuovo indice non sono riportati né i profitti fittizi di Google, Apple e Microsoft in Irlanda, né quelli dell’industria internazionale del leasing aereo che, dalla sua sede di Dublino, gestisce aerei in tutto il mondo, spesso mai entrati nello spazio aereo irlandese. Il risultato è stata una doccia fredda: il reddito nazionale lordo irlandese così modificato è inferiore al pil di quasi 36 punti percentuali, cioè 97 miliardi di euro: i miliardi erano 176 invece di 273. Ma gli statistici sono comunque soddisfatti. “Questa cifra restituisce un quadro molto più realistico dello stato dell’economia irlandese senza i grandi gruppi internazionali”, spiega Connolly. “Così riusciamo a capire quanti debiti possiamo sobbarcarci. Ne ricaviamo una visione più chiara”. Le distorsioni prodotte dalla proprietà intellettuale dei grandi gruppi diventano quanto meno più evidenti. Dal punto di vista di Connolly, di più non si può fare.
Per Nadim Ahmad, dell’Ocse, è proprio rispetto alla questione della proprietà intellettuale che la sua organizzazione fatica a soddisfare tutti. Non è compito suo mettere in discussione il fatto che alle idee sono attribuiti un luogo e una nazionalità, che i brevetti possano cambiare patria. Lo spiega con un esempio facile: “Immaginiamo che io scriva un libro nel Regno Unito. I diritti d’autore si aggiungeranno al pil di quel paese. Ma se poi mi trasferisco in Spagna i diritti d’autore passeranno al pil spagnolo. E in effetti il mio trasferimento in Spagna rappresenta davvero una nuova realtà economica. È uno spostamento legittimo che va registrato come tale, indipendentemente dal posto in cui l’opera ha avuto origine”.
Quando però trasloca non uno scrittore ma una multinazionale con decine di migliaia di collaboratori in tutto il mondo, la questione è più complicata. Secondo Ahmad, il nocciolo del problema è che il concetto di proprietà intellettuale esiste e non può semplicemente essere cancellato. Quindi l’Ocse non può ignorarlo.
“Certe distorsioni sono diventate inevitabili, visto l’attuale peso della proprietà intellettuale”, spiega Ahmad. “Il nostro compito è renderle visibili. Dobbiamo contribuire a rendere comprensibili e interpretabili i dati. Disaggregando i dati della crescita economica irlandese, per esempio, si capisce che il balzo in avanti ha avuto origine in un punto ben preciso del sistema economico e che è dovuto a multinazionali che hanno in Irlanda il loro quartier generale e ricavano profitti principalmente dall’uso della proprietà intellettuale”.
Quand’è possibile, Ahmad e i suoi colleghi correggono gli errori. E quando le distorsioni sono inevitabili, le spiegano invece di ignorarle. La speranza è di riuscire a rendere più comprensibile un mondo diventato più complesso. ◆ sk
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Questo articolo è uscito sul numero 1316 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati