Il Regno Unito ha una chiesa ufficiale, ma oggi quasi nessuno ci fa più caso. In realtà c’è una religione ancora più potente che condiziona le vite di tutti: l’economia. Pensateci. L’economia ha una dottrina esaustiva, un codice morale che promette ai suoi adepti la salvezza su questa terra e un’ideologia così persuasiva che i fedeli piegano intere società ai suoi precetti. L’economia ha i suoi gnostici, i suoi mistici e i suoi maghi che fanno apparire i soldi dal nulla e usano formule magiche come “derivato” o “veicolo d’investimento strutturato”. E, come le vecchie religioni di cui ha preso il posto, ha i suoi profeti, riformatori e moralisti, ma soprattutto una casta di alti sacerdoti che ne difende l’ortodossia di fronte agli eretici.

Nel corso degli anni diversi economisti hanno assunto questa funzione, guidandoci verso la terra promessa dell’abbondanza materiale e della gratificazione illimitata. Per molto tempo hanno mantenuto la promessa, riuscendo dove altre religioni avevano fallito: i nostri redditi sono aumentati mille volte e abbiamo ricevuto un gran numero di nuove invenzioni, attenzioni e piaceri.

Gli economisti ci hanno dato il paradiso, e noi li abbiamo riccamente ricompensati conferendogli lo status sacerdotale, la ricchezza e il potere di plasmare la società

Gli economisti ci hanno dato il paradiso, e noi li abbiamo riccamente ricompensati conferendogli lo status sacerdotale, la ricchezza e il potere di plasmare la società a loro piacimento. Alla fine del novecento, mentre i paesi occidentali raggiungevano livelli di ricchezza senza precedenti nella storia, sembrava che l’economia avesse conquistato il pianeta. Con tutti (o quasi) i paesi del mondo allineati sulle stesse posizioni liberiste e gli studenti universitari che facevano la fila per laurearsi in economia, questa materia aveva raggiunto l’obiettivo sfuggito in passato a tutte le altre dottrine religiose: convertire al suo credo l’intero pianeta.

Ma se la storia c’insegna qualcosa, è che ogni volta che gli economisti sono sicuri di aver trovato il sacro graal della pace e della prosperità infinita, la caduta è vicina. Alla vigilia del crollo di Wall street del 1929, l’economista statunitense Irving Fisher consigliò ai risparmiatori di comprare azioni. Negli anni sessanta gli economisti keynesiani dicevano che non ci sarebbe più stata un’altra recessione, perché ormai erano stati messi a punto gli strumenti per la gestione della domanda.

Il crollo del 2008 non ha fatto eccezione. Cinque anni prima, il 4 gennaio 2003, il premio Nobel Robert Lucas aveva tenuto un discorso trionfale all’American economic association. Ricordando ai suoi colleghi che la macroeconomia era nata durante la depressione proprio per cercare di scongiurare nuove catastrofi, disse che per gli economisti era arrivata la fine della storia: “La macroeconomia in questa sua accezione originaria ha vinto”, annunciò. “Il suo problema principale – prevenire le depressioni – è stato risolto”.

Proprio quando ci convinciamo che il clero economico è finalmente riuscito a spezzare l’antica maledizione, ecco che questa torna a perseguitarci: l’orgoglio precede sempre la caduta. Dopo la crisi del 2008 quasi tutti abbiamo visto peggiorare il nostro tenore di vita. Nel frattempo i sacerdoti si sono ritirati nei chiostri, accapigliandosi su cosa fosse andato storto. Non a caso, la nostra fede negli “esperti” è svanita.

La hýbris, la tracotanza, che non è mai particolarmente auspicabile, è tanto più pericolosa in economia, perché gli studiosi non si limitano a osservare le leggi della natura, ma contribui­scono a crearle. Se il governo, sotto la guida dei suoi alti sacerdoti, cambia il sistema di incentivi in vigore sulla base della premessa che le persone si comportano in modo egoista, alla fine le persone si comportano davvero in modo egoista. Se lo fanno sono premiate, altrimenti sono penalizzate. Se ci insegnano che “l’avidità è bella”, è probabile che ci comportiamo di conseguenza.

franco matticchio

In economia la hýbris non nasce da un vizio morale degli economisti, ma da una falsa convinzione: che l’economia sia una scienza. Non lo è e non può esserlo, e infatti ha sempre funzionato come una chiesa. Basta guardare la sua storia per rendersene conto.

L’American economic association, quella del discorso di Robert Lucas, fu fondata nel 1885, proprio quando l’economia cominciava a definirsi come una disciplina a sé stante. Durante il primo incontro dell’associazione, i fondatori diedero lettura del programma proclamando che “il conflitto tra lavoro e capitale ha portato a galla un ampio numero di problemi sociali la cui soluzione è impossibile senza la sforzo congiunto di chiesa, stato e scienza”. Da quegli esordi all’evangelismo di mercato degli ultimi decenni sono successe molte cose.

Già all’epoca, tuttavia, questo attivismo sociale era al centro di polemiche. Uno dei fondatori dell’associazione, Henry Carter Adams, in un discorso alla Cornell university difese la libertà d’espressione dei politici radicali, accusando gli industriali di alimentare la xenofobia per distrarre i lavoratori dalla loro condizione di sfruttamento. Adams non sapeva che tra il pubblico c’era Henry Sage, re del legname di New York e finanziatore della Cornell. Dopo il discorso, Sage piombò nell’ufficio del presidente dell’università e gli intimò: “Quest’uomo deve andarsene, sta minando le fondamenta della nostra società”. Sospeso dall’insegnamento, Adams accettò di moderare le sue posizioni. Dalla bozza finale del programma dell’associazione fu eliminato il passaggio in cui il laissez-faire economico era definito “poco sicuro per la politica e poco sano per la morale”.

Questa dinamica esiste ancora oggi. Forti interessi politici – di cui sono stati portatori non solo i ricchi industriali, ma anche gli elettori – hanno storicamente contribuito a plasmare il corpus delle leggi dell’economia, la cui applicazione è stata garantita dalla comunità degli studiosi. Una volta che un principio è sancito come ortodosso, viene fatto osservare con gli stessi strumenti usati dalle religioni per difendere la loro integrità: la repressione o la messa al bando delle eresie. In Purezza e pericolo (Il Mulino 2014) l’antropologa Mary Douglas ha osservato che nel corso della storia i tabù hanno aiutato l’uomo a dare un ordine a un mondo apparentemente caotico. I fondamenti dell’economia convenzionale hanno avuto una funzione simile. Una volta Robert Lucas commentò con aria soddisfatta che alla fine del novecento l’economia si era ormai liberata del keynesismo, tanto che “il pubblico mormorava e ridacchiava” quando a un seminario qualcuno esprimeva un concetto keynesiano. Queste reazioni servono a ricordare agli addetti ai lavori i tabù dell’economia: si dà gentilmente di gomito a un giovane studioso per fargli capire che certi slogan potrebbero non fare una buona impressione davanti a una commissione di docenti. Probabilmente questa preoccupazione per l’ordine e la coerenza dipende più dal carattere degli economisti che dal metodo. Studi interdisciplinari sui tratti della personalità hanno mostrato che l’economia, come l’ingegneria, tende ad attirare persone con una spiccata preferenza per l’ordine e un’avversione altrettanto forte per l’ambiguità.

Il paradosso è che nella sua ostinata volontà di porsi come una scienza capace di raggiungere conclusioni esatte in tempi rapidi, a volte l’economia ha dovuto fare a meno del metodo scientifico. Innanzitutto, si basa su una serie di premesse che non rappresentano il mondo com’è, ma come lo vorrebbero gli economisti. Come ogni funzione religiosa che richiede una professione di fede, l’appartenenza al clero economico implica una serie di convinzioni fondamentali sulla natura umana. Tra le altre cose, la maggioranza degli economisti è convinta che l’uomo sia egoista, razionale, sostanzialmente individualista e che preferisca avere più soldi. Questi articoli di fede sono considerati inconfutabili. Negli anni trenta il grande economista Lionel Robbins diede una definizione della sua professione che ancora oggi è una regola cardinale per milioni di economisti. Le premesse fondamentali della disciplina derivano da un processo di “deduzione da semplici postulati che riflettono fatti molto elementari dell’esperienza generale” e che come tali sono “altrettanto universali delle leggi della matematica o della meccanica e altrettanto poco capaci di ‘sospensione’”. Dedurre delle leggi da premesse ritenute eterne e indiscutibili è un metodo consolidato. Per migliaia d’anni i monaci dei monasteri medievali hanno costruito tantissimi studi facendo esattamente questo, secondo il metodo perfezionato da Tommaso d’Aquino e noto come scolastica. Il metodo scientifico, invece, impone che i postulati siano verificati empiricamente prima di metterli alla base di una teoria.

Gli economisti assicurano che anche loro lo fanno: a differenza dei monaci, devono verificare le loro ipotesi sostenendole con delle prove. In realtà quest’affermazione è più problematica di quanto pensano molti economisti. I fisici risolvono i loro dibattiti osservando i dati, sui quali tutti più o meno concordano. I dati usati dagli economisti, invece, sono molto più discutibili. Prendiamo l’ipotesi dei mercati efficienti di Eugene Fama, secondo cui in un mercato libero gli operatori hanno tutte le informazioni disponibili e quindi i prezzi non possono mai essere sbagliati. Quando Robert Lucas ha provato a sostenere che l’ipotesi era vera, l’ha fatto con la stessa convinzione e la stessa quantità di prove che il suo collega Robert Shiller ha usato per contestarla. Quando la banca centrale svedese ha dovuto decidere a chi assegnare il premio Nobel dell’economia nel 2013, è stata a lungo combattuta tra la tesi di Shiller, secondo cui i mercati spesso sbagliano a determinare i prezzi, e quella di Fama, secondo cui non sbagliano mai. Alla fine ha scelto il compromesso e ha assegnato la medaglia a entrambi, una soluzione salomonica che se fosse stata applicata a un premio scientifico avrebbe scatenato enormi risate. Molto spesso nella teoria economica si crede quello che si vuole credere e, come per ogni atto di fede, la scelta è spesso il riflesso di una predisposizione emotiva oltre che di una valutazione scientifica.

franco matticchio

Non è un mistero che i dati usati dagli economisti e dagli altri esperti di scienze sociali portano molto raramente a risposte incontestabili: sono dati umani. A differenza delle persone, le particelle subatomiche non mentono nei sondaggi d’opinione né cambiano idea sulle cose. Consapevole di questa differenza, durante il suo discorso all’American economic association di quasi mezzo secolo fa un altro premio Nobel, Vasilij Leontiev, preferì smorzare i toni. Ricordò ai presenti che i dati usati dagli economisti erano molto diversi da quelli dei fisici o dei biologi. Per questi ultimi “il valore di quasi tutti i parametri è praticamente costante”, mentre in economia le osservazioni cambiano continuamente. I dati devono essere regolarmente aggiornati per essere utili. Alcuni sono semplicemente sbagliati. Per raccogliere e analizzare i dati c’è bisogno di funzionari statali specializzati e con molto tempo a disposizione, cosa che i paesi economicamente meno sviluppati spesso non hanno. Nel 2010 il governo del Ghana – forse uno dei paesi africani più avanzati nella raccolta dei dati – ha corretto del 60 per cento le stime del suo pil. È chiaro che verificare un’ipotesi prima e dopo una revisione di questo genere porta a risultati completamente diversi.

Leontiev esortava gli economisti a dedicare più tempo alla verifica dei dati e meno alla costruzione di modelli matematici. Ma aveva osservato mestamente che le cose andavano già nella direzione opposta. Oggi è raro vedere un economista che gira per un villaggio per capire meglio cosa dicono i dati. Una volta che un modello economico è pronto per essere testato, l’elaborazione dei dati è affidata quasi sempre a computer che attingono a grandi database. Questo metodo non soddisfa totalmente gli scettici, perché come si trovano citazioni della Bibbia che giustificano qualsiasi comportamento, si possono trovare dati a sostegno di qualsiasi affermazione sul mondo.

Ecco perché in economia le idee passano e tornano di moda. Generalmente il progresso della scienza è lineare: quando una nuova ricerca conferma o confuta una teoria esistente, si riparte da lì. In economia, invece, il processo è ciclico. Una dottrina nasce, cade in disgrazia e poi torna di moda. Questo succede perché gli economisti non confermano le loro teorie come i fisici, cioè limitandosi a osservare le prove. Un po’ come succede con i predicatori che si riuniscono nelle congregazioni, una nuova scuola nasce quando si forma un seguito, sia tra i politici sia nell’opinione pubblica.

Milton Friedman è stato uno degli economisti più influenti del novecento, ma per anni è stato quasi ignorato. Probabilmente sarebbe rimasto una figura marginale se non fosse stato per Margaret Thatcher e Ronald Reagan, che ne sposarono le idee liberiste. Furono Thatcher e Reagan a vendere queste idee all’opinione pubblica, a farsi eleggere e poi a plasmare la società in base a quel modello. Una volta che si crea un seguito, un economista trova anche un pulpito. Uno scienziato può rivolgersi all’opinione pubblica per fare carriera o per attirare fondi per la ricerca, ma di solito non è così che riesce ad avvalorare le sue teorie.

Detto questo, sbaglia chi pensa che paragonare l’economia a una religione equivalga a delegittimarla. Abbiamo bisogno dell’economia. L’economia può essere – ed è stata – una grande forza al servizio del bene. È importante, però, non dimenticare qual è il suo scopo e cosa può e non può fare. Gli irlandesi sono famosi per aver descritto il loro paese, tradizionalmente cattolico, come una terra in cui l’antico paganesimo è stato rivestito con uno strato sottile di vernice cristiana. Lo stesso possiamo dire dell’ossequio diffuso all’ortodossia neoliberista di oggi, che mette l’accento sulla libertà individuale, sullo stato ridotto ai minimi termini e sul libero mercato. Anche se l’adesione formale a questa dottrina è ormai radicata, non ci siamo del tutto trasformati negli animali economici che dovremmo essere. Come il cristiano che va in chiesa ma non sempre rispetta i dieci comandamenti, facciamo quello che dice la teoria economica solo quando ci sta bene. Contrariamente ai dogmi degli economisti ortodossi, la ricerca contemporanea sembra suggerire che l’essere umano non cerca sempre e comunque di massimizzare il suo guadagno personale, ma è una creatura ragionevolmente altruista e disinteressata. Non è dimostrato che l’accumulazione infinita di ricchezza ci renda sempre più felici. E quando prendiamo delle decisioni, soprattutto su questioni di principio, non cerchiamo di “massimizzare l’utilità” come vorrebbero i modelli economici ortodossi. La verità è che su molti aspetti della vita quotidiana questo modello non ci rappresenta.

Per anni gli evangelisti del neoliberismo hanno risposto a queste obiezioni dicendo che stava a noi adeguarci al modello, considerato immutabile. Pensiamo per esempio a quando il presidente statunitense Bill Clinton definì la globalizzazione neoliberista “una forza della natura”. Eppure, dopo la crisi del 2008 e la successiva recessione, in molti paesi c’è stata una rivolta contro la globalizzazione. Più in generale c’è stata una sconfessione pubblica degli “esperti”, soprattutto nel 2016 con le elezioni presidenziali statunitensi e il referendum sulla Brexit.

La classe degli “esperti” e il clero economico tendono a liquidare questi fenomeni come uno scontro tra fede e fatti, in cui i fatti alla fine sono destinati ad avere la meglio. In realtà lo scontro è tra due fedi rivali. Anzi, tra due distinte parabole morali. I cosiddetti esperti si sono talmente beati della loro autorità scientifica da non vedere che la loro narrazione del progresso scientifico fa parte di una parabola morale della società. Guarda caso, questa narrazione si concludeva con un lieto fine per chi la raccontava, perché legittimava le posizioni di privilegio come il giusto premio di una società meritocratica che ricompensa le persone per le loro capacità e la loro flessibilità. In questa narrazione non c’era posto per gli sconfitti né per il loro risentimento, deriso come il riflesso di una natura rozza e retrograda, quindi di un vizio di fondo. Il meglio che questa parabola morale poteva offrire alla maggior parte delle persone era un progressivo adattamento a un sistema di caste ormai calcificato. Per un pubblico che aspettava il lieto fine, era una storia un po’ deprimente.

Il fallimento di questa grande narrazione, però, non deve spingere gli studenti di economia a rinunciare definitivamente alle narrazioni, che restano una parte ineludibile delle scienze umane per il semplice fatto che sono ineludibili per tutti gli esseri umani. È strano che molti economisti non lo capiscano, perché le aziende, al contrario, lo sanno benissimo. Come scrivono i premi Nobel George Akerlof e Robert Shiller in Ci prendono per fessi (Mondadori 2016), il marketing inventa continuamente delle storie sperando di coinvolgerci e di convincerci a comprare i suoi prodotti. Secondo Akerlof e Shiller, l’idea che il libero mercato funzioni perfettamente e che lo stato sia la causa di tutti i problemi fa parte di una narrazione che mira a mettere fuori strada le persone spingendole a modificare i loro comportamenti per adeguarsi al racconto. I due studiosi sostengono che la narrazione è una “nuova variabile” dell’economia, perché “gli schemi mentali che stanno alla base delle decisioni” degli individui sono frutto delle storie che raccontano a sé stessi.

Probabilmente gli economisti danno il meglio di sé quando prendono le storie che noi gli affidiamo e ci consigliano come tradurle in realtà. Questa neutralità, tuttavia, richiede un’umiltà che negli ultimi anni è mancata nell’ortodossia economica. Ma non vuol dire che gli economisti devono rinnegare le loro tradizioni quando si tratta di superare i presupposti teorici di una narrazione fallita. Al contrario, possono guardare alla loro storia per trovare un metodo che eviti le certezze evangeliche dell’ortodossia.

Nel suo discorso del 1971 all’American economic association, Leontiev metteva in guardia dai rischi dell’autocompiacimento. Anche se l’economia era ormai “sulla cresta dell’onda della rispettabilità intellettuale”, osservava, “un senso di disagio sullo stato attuale della nostra disciplina si sta facendo strada tra chi negli ultimi trent’anni ha assistito al suo sviluppo senza precedenti”. Constatando che la teoria pura stava allontanando sempre di più l’economia dalla realtà quotidiana, Leontiev sosteneva che il problema era nella “palpabile inadeguatezza del mezzo scientifico” e dell’uso dei modelli matematici per la soluzione dei problemi di tutti i giorni. La costruzione di modelli matematici si era così diffusa che i presupposti su cui si basavano quei modelli erano passati in secondo piano. “Ma è proprio dalla validità empirica di questi presupposti che dipende l’utilità dell’intero esercizio”. Questo avvertimento oggi suona profetico dopo l’infatuazione per i modelli matematici alla base del boom dei mutui subprime e del successivo crollo. Secondo Leontiev, sempre più spesso le facoltà di economia promuovevano giovani economisti che costruivano modelli puri dalla scarsa rilevanza empirica. E anche quando le analisi empiriche c’erano, gli economisti s’interessavano raramente al significato o al valore dei dati che contenevano. Per questo Leontiev invitava gli economisti a verificare i presupposti e i dati su cui si basavano i loro modelli con un lavoro di analisi demografica e antropologica, augurandosi che l’economia collaborasse di più con le altre discipline.

Oggi il richiamo all’umiltà di Leontiev serve a ricordarci che le stesse religioni, che predicano la libertà e la dignità quando sono all’opposizione, possono essere ossessionate dalla loro esattezza e dall’urgenza di liberare il mondo dal vizio una volta al potere. Quando la chiesa rimane lontana dal potere e mantiene aspettative realistiche su quello che è in grado di raggiungere, può spingere a immaginare nuove possibilità e nuovi mondi. Quando gli economisti applicheranno lo scetticismo del metodo scientifico all’ambito umano, in cui la realtà ultima delle cose non è mai pienamente individuabile, forse abbandoneranno il dogmatismo delle loro teorie. Paradossalmente, quindi, più l’economia diventa scientifica, meno diventa scienza. Riconoscere questi limiti è il primo passo per renderla di nuovo utile. ◆ fsa

**JOHN RAPLEY **

è un ricercatore del Center of development studies dell’università di Cambridge, nel Regno Unito.

Questo articolo è un estratto del suo ultimo libro, Twilight of the money gods: economics as a religion and how it all went wrong (Simon & Schuster 2017). È uscito sul Guardian con il titolo How economics became a religion.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1226 di Internazionale, a pagina 98. Compra questo numero | Abbonati