“Tre, due, uno. A me gli occhi”. In un attimo l’intera classe ammutolisce. Ma subito dopo i bambini si lasciano andare a una furia scatenata: un incontrollabile miscuglio di confusione, risate, prese in giro, disprezzo delle regole e un battere ritmico sui banchi.

Cosa può fare un insegnante in una situazione del genere? Può cambiare il destino di bambini considerati irrecuperabili? E a che prezzo? Forse una crisi nervosa e un crollo psicologico?

Il maestro sta in piedi davanti agli studenti. Ha i capelli raccolti in una coda di cavallo, la barba lunga, i jeans attillati e una maglietta con la scritta “Ai miei tempi”. Al polso porta una decina di braccialetti di quelli che si usano per entrare ai festival. A guardarlo bene, ha una pessima cera: dorme solo poche ore a notte. Ma fa cose incredibili con i bambini, cose di cui gli altri insegnanti fanno fatica a capacitarsi.

Il progetto Teach for Slovakia è nato da un’idea sviluppata originariamente negli Stati Uniti. Prevede che dei giovani e brillanti laureati possano insegnare per un biennio in scuole della Slovacchia considerate difficili. In questo modo diventano consapevoli, per esperienza diretta, dei problemi del settore scolastico nelle diverse aree del paese. E possono aiutare a risolverli.

Lo stato slovacco, insomma, si è aperto. E ha permesso a dei giovani senza qualifiche pedagogiche, ma che hanno frequentato dei corsi intensivi, di insegnare nelle scuole elementari e di guadagnare così un primo stipendio. Spesso questi maestri lavorano a fianco di insegnanti con esperienza decennale e che non hanno molta fiducia nelle capacità dei loro nuovi colleghi. Nella parte orientale della Slovacchia, dove il programma funziona da più di tre anni, non è raro trovare chi critica apertamente questo approccio all’insegnamento.

Per capire come stanno davvero le cose siamo andati a osservare un insegnante di Teach for Slovakia all’opera.

Il maestro barbuto e poco incline al sonno si chiama Juraj Čokyna ed è un ex giornalista del sito d’informazione Denník N. I bambini della sua classe, invece, vengono in buona parte da insediamenti e villaggi rom, ma anche da famiglie slovacche della classe media. Molti sono già stati bocciati e hanno dovuto ripetere l’anno. Ovviamente le loro difficoltà non si risolveranno in un paio d’anni. Ci vorrà molto più tempo. Ma l’importante è cominciare.

Anche se nella scuola dove insegna Čokyna gli alunni sono in maggioranza di origine rom, in Slovacchia i problemi dell’istruzione riguardano tutti i gruppi sociali e tutte le regioni. Come dimostrano gli indici di riferimento internazionali, le difficoltà maggiori si registrano nell’apprendimento della matematica, nella comprensione dei testi scritti e nello studio delle scienze naturali.

Čokyna con i suoi alunni dell’insediamento rom di Mirkovce, in Slovacchia (Tomáš Benedikovič)

Le statistiche rivelano anche che in Slovacchia nell’anno scolastico 2015-2016 gli alunni bocciati alle elementari sono stati più di undicimila, circa il 3 per cento del totale. Le bocciature sono particolarmente frequenti nella regione di Košice, nell’est del paese, dove viene respinto un alunno su dieci. Ma il dato più preoccupante è che le bocciature si concentrano in prima elementare. In pratica a sette anni è già deciso che questi bambini non finiranno la scuola elementare. Sono già considerati irrecuperabili.

Occhiaie e fatica

Sono le cinque e mezzo del mattino e Čokyna barcolla mezzo addormentato nella grande cucina dell’appartamento di Košice che condivide con altri insegnanti di Teach for Slovakia. Ha gli occhi gonfi di sonno e occhiaie profonde. Ha dormito poche ore. Tornerà da scuola alle cinque del pomeriggio per concedersi un sonnellino di mezz’ora e poi preparare i materiali per il giorno seguente.

Per le lezioni d’inglese mette insieme immagini di personaggi dei cartoni animati e prepara dei test. Per geografia deve valutare le presentazioni sulla Slovacchia già assegnate e preparare gli esercizi per tutti i bambini. Alla fine si addormenta dopo mezzanotte, riposa qualche ora e all’alba si mette in marcia per raggiungere il villaggio di Šarišské Bohdanovce. Come in altre scuole difficili, anche qui ci sono insegnanti che non si arrendono, sperimentano metodi diversi e sono sinceramente interessati ai bambini. Ma c’è anche chi si rassegna, fa il minimo indispensabile e non ha nessuna intenzione di portarsi il lavoro – e i problemi connessi – a casa.

“Uno, due, tre. A me gli occhi”, dice Čokyna dopo il suono della campanella, nel bel mezzo della confusione mattutina. “Perché ho il mio stile!”, gli fa subito eco Margita, citando i versi di una canzone della popstar slovacca Dominika Mir­gova. È così che comincia ogni lezione. Margita è la tipica ragazzina che non è ancora stata schiacciata dal sistema. È perfettamente in grado di costruirsi una vita normale, ha solo bisogno dell’aiuto adatto. È lei la capoclasse.

L’insegnante ha parole di incoraggiamento per tutti gli alunni che partecipano alle lezioni, anche quando gli interventi non sono del tutto esatti. “Bravo, buona risposta”, dice Čokyna. Poi li corregge e li guida alla risposta giusta. Non permette a nessuno di nascondersi. Durante le lezioni d’inglese distribuisce delle lavagnette di plastica su cui ognuno scrive le proprie risposte tenendole in vista sopra la testa. Un sistema che assicura la partecipazione di tutti e permette all’insegnante di capire chi ha bisogno di maggiore sostegno.

Čokyna ha anche introdotto una novità che non piace troppo ai suoi alunni. Se qualcuno disturba la lezione, il maestro scrive il suo nome sul lato destro della lavagna e l’ora dell’incidente. Se l’alunno si calma entro cinque minuti, il nome viene cancellato. Altrimenti, finite le lezioni, l’insegnante convoca i suoi genitori. E, se le cose peggiorano, li va a trovare. Oggi è Margita a finire sulla lavagna. Ma smette subito di disturbare gli altri, e il suo nome viene cancellato.

A volte Čokyna si scontra con i suoi alunni, ma ormai gli succede di rado. “Grazie di non strillare”, gli hanno scritto una volta i ragazzi sul registro di classe.

Alla lavagna

Fino a qualche tempo fa la scuola di Šarišské Bohdanovce otteneva ottimi risultati. “Stando al test a cui ogni anno sono sottoposti gli istituti del paese, nel 2013 eravamo la settima miglior scuola elementare slovacca”, spiega Magdalena Lorincova, la vicepreside. Poi il numero di bambini rom provenienti dai villaggi vicini ha cominciato ad aumentare, e le famiglie del posto hanno mandato i loro figli in altre scuole. Nei test svolti a livello nazionale nel 2016 dai bambini di quinta elementare, il punteggio della scuola in matematica e capacità di comprensione di testi scritti era inferiore alla metà della media nazionale. È un risultato in linea con quello dei circa duemila bambini di famiglie povere e disagiate che fanno parte di un gruppo campione monitorato dalle istituzioni.

Gli alunni slovacchi di quarta elementare che arrivano da ambienti difficili sono quelli che hanno i risultati peggiori tra tutti i paesi dell’Unione europea e dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che raggruppa 36 paesi del mondo. Il motivo di questo fallimento ce lo suggerisce un insegnante di educazione fisica: come fanno a partecipare ad attività sportive dei bambini che non hanno nemmeno l’abbigliamento adatto?

Da queste parti spesso i ragazzi non frequentano la scuola e, quando ci vanno, sono stanchi o poco concentrati. Ai genitori non importa cosa imparano, e non sono in grado di aiutarli. E i giovani non hanno modelli da seguire. “Voglio mostrarti la quinta B. Lì non si sa mai cosa succede”, dice Juraj. Quello che segue è un esempio da manuale di come catturare l’attenzione dei bambini più difficili.

“Ignorala”, suggerisce Čokyna a un bambino che è disturbato di continuo da una compagna di classe.

Poi si copre la bocca con una mano e parla a due alunni seduti allo stesso banco mentre gli altri continuano a fare il loro lavoro. Con un gesto calma un bambino, poi si china verso un altro e gli sussurra qualcosa. Nel frattempo scrive dei nomi sulla lavagna e dispensa elogi a tutti.

A volte Čokyna si scontra con i suoi alunni. Ma ormai gli succede di rado

Non sta fermo in piedi davanti alla lavagna e non alza la voce. In realtà qualche volta gli capita. “Ieri gli ho strillato, non sono riuscito a trattenermi. Mi sono subito pentito”, ammette. “Ok, ce la posso fare. Ce la faccio”, dice tra sé quando le cose stanno per sfuggirgli di mano.

Patricia ignora l’intera lezione d’inglese, ma Čokyna la chiama alla lavagna. Quando la bambina riesce a scrivere una parola correttamente, il maestro si complimenta con lei. Subito tutti vogliono scrivere sulla lavagna. “È giusto, maestro?”, chiedono in continuazione. Sembra di stare in una classe completamente diversa. Questi metodi non sono stati inventati direttamente da Juraj, sono quelli del programma Teach for Slovakia, pensato per i bambini che hanno bisogno di attenzioni particolari. Quindi per tutti i bambini.

Il sistema è basato sugli studi di Doug Lemov, un insegnante statunitense laureato ad Harvard che ha cominciato la sua carriera scolastica in un sobborgo povero di Boston. È lì che ha osservato le altre scuole dei dintorni e i metodi degli insegnanti che meglio riuscivano a far fronte alle situazioni difficili. Dopo averli analizzati e catalogati, li ha fatti commentare da altri docenti. Ne è venuto fuori un libro intitolato _Teach like a champion _(Loescher 2018), che è alla base del sistema Teach for Slovakia.

Una vita normale

“Temo che prima o poi avrà un collasso”, ammette la vicepreside Magdalena Lorincova, parlando del maestro Čokyna. Lorincova lavora nella scuola di Šarišské Bohdanovce da anni, insegna matematica e non è affatto una docente noiosa. “All’inizio non credevo in questo programma”, ammette. Poi ha cambiato idea e oggi riconosce che Čokyna si dedica completamente ai bambini.

Anche per chi non crede allo stereotipo degli insegnanti che finiscono di lavorare a mezzogiorno, hanno un sacco di giorni di vacanza e due mesi di ferie, è difficile capacitarsi della mole di lavoro che svolge un maestro come Čokyna. Innanzitutto c’è il grande sforzo di tenere cinque o sei lezioni di fila con appena cinque minuti di pausa tra una e l’altra: la scuola ha ridotto la durata degli intervalli per massimizzare il tempo disponibile tra l’arrivo degli alunni e la partenza dei bus per Bohdanovce nel pomeriggio.

Provate a pensare allo scarto mentale che comporta il passaggio da un’ora d’inglese con rumorosi ragazzini di undici anni a una lezione di geografia per bambini con bisogni speciali, che hanno difficoltà a formulare una frase compiuta, per non parlare di riconoscere i continenti.

Guardate vostro fratello. Non deve ripetere i vostri errori. Perché non lo aiutate?

Dopo pranzo la scuola è vuota, ma Čokyna deve sbrigare altro lavoro burocratico e poi organizzare le attività extracurriculari pomeridiane, le lezioni supplementari, i tutoraggi. A volte deve anche far visita ai genitori. Poi il tragitto fino a casa, un pisolino, la cena e la preparazione per il giorno successivo.

La mattina seguente, durante l’ora di educazione civica i bambini lavorano in gruppi, e ogni gruppo rappresenta un paese. “Di cosa abbiamo bisogno nel nostro paese?”. Pompieri, insegnanti, un esercito, dicono gli alunni.

Nell’istituto di Šarišské Bohdanovce i bambini sanno cos’è un funzionario dei servizi per l’impiego o un assistente sociale. Altrove non è così. Forse perché la scuola è a maggioranza rom.

In classe l’insegnante chiede: “Cos’altro serve nel nostro paese?”.

“Servono i tipi della sicurezza! Così quel Kotleba non viene ad ammazzare la gente!”, grida uno dei ragazzi (Marian Kotleba è un leader politico dell’estrema destra xenofoba e neofascista, fondatore del Partito popolare Slovacchia nostra, Lsns). Qui anche i bambini sanno bene il nome di chi li chiama parassiti.

Sì, questi ragazzini spesso combinano guai. Ma quando vai a visitarli a casa con i loro insegnanti non trovi famiglie di parassiti, ma persone che cercano di vivere in modo dignitoso. Come negli insediamenti di Varhaňovce e Mirkovce. E scopri che c’è gente che si trova ancora in condizioni di vita da medioevo.

L’energia di Margita

Margita, la vivace ed energica capoclasse, non è mai stata bocciata e, a differenza di molti suoi compagni, ha gli strumenti per costruirsi un futuro.

Margita ha un padre severo, a giudicare da quanto raccontano lei e sua madre. L’uomo è spesso lontano da casa perché lavora nell’edilizia. Lavora “per i vietnamiti”, cioè costruisce case e strade per la comunità vietnamita, piuttosto numerosa in Slovacchia. Ha un contratto a tempo determinato abbastanza svantaggioso, ma ogni venerdì porta a casa circa 200 euro. Vuole che la casa sia sempre pulita e pretende che i bambini vadano a scuola. La grande casa dove vivono l’ha costruita da solo. Ognuno ha la propria stanza, e in più ci sono bagno e cucina con l’acqua corrente, cose abbastanza insolite per questo tipo di insediamenti. Nella sua stanza Margita ha perfino un computer portatile.

È una casa dignitosa, abitata da una famiglia dignitosa nel bel mezzo di un povero villaggio rom. Ma i bambini che ci abitano sono considerati irrecuperabili solo perché vivono qui e per il loro aspetto.

La madre di Margita dice che la figlia farà la truccatrice e la parrucchiera, visto che le piace pettinare i fratelli e le sorelle. I genitori vorrebbero che aprisse un salone di bellezza in casa. Anche se è una bambina intelligente, nessuno si aspetta che possa aspirare ad altro: un centro estetico, al massimo. Oppure, per i ragazzi, un garage, sempre nel villaggio. Qui si ferma la loro immaginazione.

E il figlio che va a scuola a Košice? Se decidesse di aprire un’attività in città? “No, lo vogliamo qui con noi”. È una frase che sentiamo spesso, nelle case povere come in quelle più ricche.

L’abitazione di Margita è circondata da piccole case di mattoni simili a baracche. In una di queste casette, due semplici stanze, vive una madre di 33 anni con cinque figli. Il primo bambino l’ha avuto quando ne aveva quindici. Sua figlia va alle medie e ha già portato a casa un ragazzo, che vive con loro e ha provato a convincerla ad abbandonare la scuola. Neanche lui ci va. Del resto perché dovrebbe? Ha già quindici anni!

Per Peter, il fratello di Margita, è diverso. Frequenta le medie e sta imparando a fare il muratore. Se prendesse il diploma di scuola superiore potrebbe aprire un’azienda di costruzioni tutta sua, ma è un’idea che quasi non riesce a immaginare.

Nella scuola di Šarišské Bohdanovce, in Slovacchia (Tomáš Benedikovič)

“Da queste parti non era mai venuto nessun insegnante”, dice il padre di uno degli alunni di Čokyna. In effetti per gli estranei è difficile mettere piede a Varhaňovce, che pure è un insediamento abbastanza dignitoso. Mirkovce, da dove vengono molti altri alunni di Čokyna, è tutt’altra cosa. Sembra davvero un posto ai confini del mondo.

Imparare il mestiere

Mirkovce si trova sulla sommità di una collina ed è probabilmente il peggiore insediamento rom della zona. Lungo la strada in salita le abitazioni ben tenute lasciano gradualmente il posto a case senza intonaco e poi a capanne di legno fatte di assi inchiodati. In cima c’è una specie di condominio che sembra cadere a pezzi: i muri sono anneriti dal fuoco e le finestre sono buchi vuoti. Qui e là c’è un tubo dell’acqua che spunta da terra, perché non c’è acqua corrente.

Gli uomini, la maggior parte senza denti e con tatuaggi da carcerati, sono radunati a gruppetti e non sembrano particolarmente felici di vederci. È qui che vive Tomas, uno degli alunni di quinta elementare più brillanti della scuola di Šarišské Bohdanovce. Ha vissuto tre anni a Leeds, nel Regno Unito, con la famiglia, e la sua pronuncia inglese farebbe invidia a molti insegnanti. Tomas vuole fare il meccanico. Non ha mai ripetuto un anno e ha buone possibilità di finire le elementari. Se andasse alle medie potrebbe imparare il mestiere lavorando in un’officina a Prešov. Ma vuole restare a Mirkovce, dove ci sono i suoi amici.

Il ghiaccio e la neve che si sciolgono formano rivoli d’acqua che scivolano giù dalla collina. Alcuni bambini con felpe macchiate scorrazzano su motociclette di plastica, trascinandosi dietro una grossa valigia. Poco dopo la usano come uno slittino. A questi ragazzini non è mai stata data la possibilità di andarsene. Nessun insegnante verrà fino a qui a trovarli.

La macchina del tempo

Cosa dice Čokyna a questi ragazzini destinati al fallimento? Non si lamenta di quanto sia ingiusto il mondo. Gli dà una piccola spinta e cerca di infondergli un senso di responsabilità per la loro vita. “Immaginate di avere una macchina del tempo”, dice agli alunni, la maggior parte dei quali è già stata bocciata più volte e potrebbe presto abbandonare la scuola. “Immaginate di tornare nella classe che avete dovuto ripetere per la prima volta. Cosa fareste diversamente? Sapendo che potreste frequentare le superiori e che la vostra vita potrebbe essere diversa, vi impegnereste di più?”. Poi continua: “Vi svelerò un segreto: questa macchina del tempo c’è ancora. Guardate vostro fratello minore. Non deve fare gli stessi vostri errori. Perché non lo aiutate?”.

E come si motiva Juraj Čokyna? Cosa vuole ottenere? Le sue risposte sono abbastanza specifiche da poter essere espresse in cifre. Vuole fare aumentare del 20 per cento il livello di alfabetizzazione dei suoi alunni.

Quando Čokyna parla dell’istruzione in Slovacchia, spesso si innervosisce. È convinto che il sistema scolastico sia slegato dalla realtà e insegni cose inutili. “Che senso ha insegnare agli alunni a lavorare con le mani, quando entro vent’anni saranno tutti rimpiazzati dalle macchine”, dice. “Perché spingerli a imparare a memoria grandi quantità di date e fatti? Dobbiamo insegnargli a pensare, a creare connessioni, solo così in futuro sapranno affrontare ogni tipo di lavoro”.

Da sapere
I numeri della Slovacchia

◆ La Slovacchia, nata nel 1993 dalla divisione pacifica della Cecoslovacchia, ha 5,4 milioni di abitanti e un pil pro capite a parità di potere di acquisto di 33.736 dollari (2018). Il tasso di popolazione a rischio di povertà ed esclusione sociale è al 12, 4 per cento (2017), mentre nei paesi dell’Unione europea la media è del 16,9 per cento.

◆ Il 9 per cento della polazione slovacca, circa 500mila persone, è di origine rom. La comunità rom è concentrata nelle regioni orientali e sudorientali del paese. Nonostante le recenti leggi contro la discriminazione, a scuola molti bambini rom sono ancora vittime di segregazione su base etnica. Balkan Insight, Commissione europea, World bank


Quando gli chiedo se gli alunni si sentano a proprio agio durante le sue lezioni, Čokyna rimane interdetto. “In realtà credo di no. Perché il mio compito è far rispettare delle regole”, dice. Poi aggiunge che cerca sempre di spiegargli a cosa servono queste regole, in modo che loro non percepiscano le sue richieste come imposizioni incomprensibili.

Responsabilità

Questo è ciò che pensa un insegnante esterno al sistema. Ma in che modo il governo intende affrontare questi problemi? Come pensa di aiutare, per esempio, dei bambini che sono già stati bocciati una o più volte a proseguire gli studi? Zuzana Zimenová, ex deputata ed ex consigliera del ministro dell’istruzione, aveva suggerito di eliminare le bocciature, un’idea sostenuta anche da Anna Symington-Maar, capo pr0gramma di Teach for Slovakia fino alla fine del 2018. “Ripetere l’anno”, spiega Symington-Maar, “non è una soluzione per nessuno di questi bambini, perché li riporta a vivere situazioni da cui non sanno trovare una via d’uscita”.

Symington-Maar dice che in tutto il mondo i programmi ispirati al modello Teach like a champion sono realizzati con la collaborazione delle istituzioni pubbliche. Poi sottolinea che “i cambiamenti di sistema per cui lottiamo possono essere raggiunti solo alla luce del sole, senza ricorrere a metodi poco ortodossi al di fuori dell’apparato statale”. In Slovacchia nel progetto sono stati coinvolti l’ex presidente Andrej Kiska, il ministro dell’istruzione, le autorità dell’ispettorato statale scolastico, l’incaricato del governo per la comunità rom e l’amministrazione regionale di Bratislava.

L’ultima lezione

E ora un ultimo esempio per dimostrare che insegnare ai bambini è molto più che esporre dei fatti contenuti in un libro.

La lezione di geografia di Juraj Čokyna non si svolge davanti a una carta geografica, ma in un’aula di informatica. Tre gruppi di alunni devono presentare i posti più belli o i luoghi storici di Košice e sperimentare così il lavoro di gruppo.

Da sapere
Imparare, leggere e capire
I risultati di alcuni paesi nei test Pisa (Programma per la valutazione internazionale dell’allievo), un’indagine che ogni tre anni valuta il livello d’istruzione degli studenti quindicenni nelle 36 nazioni dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). 2012-2018.

Ai bambini è stato assegnato un compito preciso: “Cosa mostreresti a John, un turista statunitense, se volesse vedere una grotta o una cascata qui nei dintorni, o se volesse fare una gita sul fiume? Scrivi un breve testo descrittivo accompagnandolo con qualche fotografia”.

Alla fine a quanto pare John dovrà arrangiarsi da solo, visto che quasi nessuno ha svolto il lavoro assegnato. Le scuse sono le solite: “Ero malato”, “Non siamo riusciti a coordinarci”, “Non ho proprio potuto”, “Non mi andava”, “Non avevo tempo”, “Avevo altri compiti da fare”.

Čokyna si aspettava le reazioni dei ragazzi e le loro scuse. Sapeva che la lezione non sarebbe stata sulla geografia né su come si prepara una presentazione su internet. Sarebbe stata su qualcosa di più importante: il senso di responsabilità personale.

Andrej è stato l’unico a preparare la presentazione sui luoghi da mostrare a John. È rimasto in classe dopo le lezioni e ha cercato le foto e i testi su internet.

Quando il maestro gli chiede perché ha svolto il lavoro, risponde semplicemente: “Be’, era il nostro compito per casa”. Čokyna allora gli chiede di darsi un voto, e Andrej sceglie un 3, una via di mezzo tra l’insufficienza, il 5, e l’eccellenza, l’1. È lo stesso giudizio che gli assegnano i compagni. Poi, nel bel mezzo del frastuono della fine delle lezioni, Čokyna dice ad alta voce: “Andrej, il tuo voto è 1!”. E sulla lavagna scrive una parola: responsabilità.

Andrej è un ragazzo rom di Mirkovce.

Un’altra vita

Tre, due, uno. A me gli occhi.

Immagina di avere una macchina del tempo.

Immagina di essere di nuovo un bambino: non hai una stanza tutta tua, non hai un tavolo per metterti a studiare.

In casa non c’è l’acqua corrente, non c’è neanche un libro e i tuoi genitori non sanno leggere. Immagina di vivere in un’unica stanza con i tuoi fratelli, le tue sorelle, i genitori e i nonni.

Immagina per un attimo di essere nato in un villaggio rom. Dove saresti oggi? E cosa potrebbe aiutarti? ◆ ab

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1350 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati