A prima vista, il pattinaggio di velocità su ghiaccio è una noia mortale. Due concorrenti su pattini con le lame si sfidano su una pista ovale; poi, appena superano la linea del traguardo, al loro posto entrano altri due corridori. I movimenti sono praticamente identici, quindi per uno spettatore inesperto è impossibile distinguere i pattinatori bravi da quelli nella media. Una volta capiti i suoi meccanismi interni, però, il pattinaggio di velocità è uno degli sport più emozionanti del mondo.

In Norvegia, il mio paese, il pattinaggio di velocità su ghiaccio era un’ossessione nazionale. Quando ero bambino conoscevo a memoria i nomi di tutti i pattinatori dalla fine dell’ottocento ai tempi moderni. Oscar Mathisen, Ivar Ballangrud, Hjalmar Andersen, Knut Johannesen, Fred Anton Maier: non li avevo mai visti pattinare, ma i loro nomi suonavano alle mie orecchie come una dinastia di re. Il pattinaggio era seguitissimo non solo dai giornali e dalla tv, ma anche da scrittori e poeti. Una delle opere più conosciute del grande poeta norvegese Olav H. Hauge s’intitola Kuppern skrid i Squaw valley (Kuppern pattina a Squaw valley) e parla della radiocronaca della gara olimpica vinta da Johanne­sen nel 1960. Dag Solstad, il più importante scrittore norvegese del dopoguerra, ha riempito pagine e pagine dei suoi romanzi con i risultati delle gare.

gabriella giandelli

Perché un’intera popolazione – uomini e donne, giovani e vecchi, ricchi e poveri – si riuniva intorno alla radio o alla tv per il pattinaggio di velocità su ghiaccio? Cosa spingeva i bambini ad annotare i tempi degli atle­ti e a raccoglierli su un album? Perché ho ancora scolpiti nella memoria i nomi di Kay Stenshjemmet, Jan Egil Storholt, Sten Stensen e Amund Sjøbrend anche se si sono ritirati da quarant’anni, mentre ho dimenticato da un pezzo i nomi dei politici più famosi dell’epoca o degli insegnanti che avevo a scuola?

I pattini da ghiaccio più antichi ritrovati finora furono costruiti in Finlandia duemila anni prima della nascita di Cristo, cioè ottocento anni prima della guerra di Troia raccontata da Omero nell’Iliade. Erano fatti con le tibie o le mandibole dei buoi. I pattini con le lame comparvero nei Paesi Bassi tra il duecento e il trecento, mentre Dante scriveva la Divina commedia, e la prima gara di pattinaggio di velocità si svolse in Inghilterra nel 1763, lo stesso anno in cui Immanuel Kant presentava la sua prova dell’esistenza di dio. I primi campionati del mondo non ufficiali si svolsero nel 1889, quando Nietzsche pubblicò Il crepuscolo degli idoli. È difficile sapere che aspetto avessero gli antichi pattinatori quando sfrecciavano sul ghiaccio, ma già in alcuni filmati del 1911, prima della grande guerra, si vedono gli atleti che si sfidano durante i campionati del mondo di Trondheim: li osserviamo scivolare come strani uccelli che sbattono le ali. E anche se da allora lo sport è molto cambiato, i movimenti fondamentali sono più o meno gli stessi, perché in realtà c’è un modo solo di spingersi avanti sul ghiaccio a una velocità accettabile con un paio di lame ai piedi.

Il pattinatore parte con una serie di piccole, rapide spinte del piede che diventano più ampie man mano che prende slancio. Per fare questo l’atleta deve stare con il corpo proteso in avanti e tenere il baricentro basso. Il pattinaggio su lunga distanza – per esempio sui cinquemila metri – richiede un ritmo stabile e misurato per conservare le energie, e si fa tenendo le mani dietro la schiena. Nel pattinaggio ad alta velocità, invece (per esempio sulla distanza dei 500 metri), le braccia spingono velocemente insieme alle gambe. Il pattinatore, in equilibrio sulle lame, raggiunge una velocità di circa 48 chilometri all’ora prima di arrivare in curva, dove la forza centrifuga lo spinge verso l’esterno. A quel punto deve combattere contro il suo stesso slancio, e se riesce a controllarne la forza viene scagliato a tutta velocità sul rettilineo finale dove, alla fine, si getta a pieni polmoni verso il traguardo.

Il fatto che i movimenti in pista siano necessariamente sempre gli stessi, con pochissimo spazio per l’individualità, è uno degli aspetti più affascinanti del pattinaggio di velocità. Si potrebbe obiettare che anche altri sport – la corsa, il salto in lungo, il canottaggio – si basano su una serie di movimenti prestabiliti che limitano la possibilità di un reale contributo individuale, ed è vero, ma c’è un punto d’equilibrio tra tecnica e forza che è tipico del pattinaggio di velocità. Le condizioni imposte dai pattini e dal ghiaccio sono tali e talmente particolari che la forza, la resistenza e la potenza non bastano mai da sole.

Guardando il pattinaggio di velocità in tv, a cavallo degli anni settanta e ottanta, non mi accorsi mai di queste cose. Non m’importava dell’estetica. L’unica cosa che contava era l’emozione. E l’emozione era per i tempi, i numeri, la sfida del singolo contro il tempo, che è l’essenza di questo sport.

A una corsa possono partecipare anche una decina di atleti che si controllano a vicenda durante la gara, mentre nel pattinaggio di velocità si è quasi sempre uno contro uno. I primi pattinatori a scendere in pista non hanno idea di come andranno quelli successivi, se saranno più veloci o più lenti. Rilassarsi per un giro o due è fuori questione – il tempo è tutto – ma raggiungere una linea d’arrivo che può essere a cinque o dieci chilometri di distanza richiede anche un attento dosaggio delle energie.

Anche se i gesti di un pattinatore su lunga distanza sono leggiadri come quelli di un ballerino, lo stile del pattinatore, a differenza di quello del ballerino, prima o poi si scompone, perché a un certo punto subentra l’acido lattico e l’atleta è talmente esausto che non è più in grado di conservare quell’eleganza nei movimenti. È allora, quando lo sforzo diventa dolore, che il pattinaggio di velocità da sport si trasforma in dramma. Tutt’a un tratto l’estenuante lotta interna del pattinatore diventa visibile a migliaia di occhi – la volontà contro il corpo, il corpo contro il tempo – trasformando gli ultimi spasimi della battaglia contro il corpo in una battaglia contro l’umiliazione, contro la perdita della misura, dell’eleganza, della capacità di pattinare.

Un pattinatore può diventare campione del mondo senza vincere in nessuna disciplina, perché il risultato finale si calcola sommando i tempi realizzati sulle quattro distanze. Tutti questi aspetti – il fatto che ci sia pochissimo spazio per la tecnica individuale, i limiti entro i quali si possono effettivamente dimostrare le proprie caratteristiche, la necessità di affrontare ogni gara da soli, il fatto che il campione è chi ha il miglior tempo medio e non chi vince le singole gare – rendono il pattinaggio di velocità uno sport profondamente puritano. È uno sport che richiede una sorta di astinenza, una sofferenza silenziosa, caparbia ma elegante, allo stesso tempo collettiva e individuale, anche quando si è vicini al crollo.

Abbiamo avuto un esempio di quanto possa essere potente questo meccanismo nel 1983, quando Rolf Falk-Larssen vinse i campionati del mondo sulla pista di Oslo, nella sua Norvegia. All’epoca c’era la regola che per essere campione del mondo bastava vincere su tre distanze, a prescindere dal tempo totale. Falk-Larssen vinse il titolo aggiudicandosi le prime tre gare, ma quando affrontò la quarta – i diecimila metri – fu sonoramente fischiato dal pubblico di casa. Per diventare campione gli bastava arrivare al traguardo, ma il pubblico pretendeva di più. Il fatto che Falk-Larssen ciondolasse sulla pista era un affronto per uno sport in cui lo scopo non è vincere, ma vincere soffrendo.

Amo il pattinaggio di velocità per la sua storia, per la sua tradizione, per la sua bellezza, per la sua capacità di emozionare, per il suo codice etico intrinseco. Ma lo amo anche per una cosa molto più semplice: il suono dell’acciaio sul ghiaccio, il modo in cui si solleva in alto, un fiume d’incisioni nell’aria in una freddissima e tersa giornata d’inverno quando la gente comincia a pattinare su uno specchio d’acqua ghiacciato.

Per me, questo non è solo il suono dell’inverno ma anche dell’infanzia, di quando pulivamo la pista sul laghetto nel bosco, il ghiaccio nero sullo sfondo bianco della neve, e giro dopo giro c’inseguivamo sui pattini tentando di emulare i campioni che vedevamo in tv: braccia dietro la schiena, spinte lunghe e ampie sui rettilinei, più brevi in curva, un braccio ciondolante, la sensazione di sparire dentro qualcosa di più grande di noi, di entrare in un nuovo stato che nasceva al momento. Uno di quegli inverni, quando avevo dieci anni, fu eccezionalmente freddo. Tutto si era ghiacciato: non solo laghi e torrenti, anche lo stretto tra la terraferma e l’isola su cui ero cresciuto, e il mare dall’altra parte, dove per settimane la gente passeggiava tra scogli e isolotti. Pattinavamo ovunque. Mi ricordo le corse lungo i ruscelli che attraversavano il bosco, e ancora oggi è il più magico dei miei ricordi d’infanzia, perché il mondo si era completamente trasformato.

Le gare alla tv oggi sono tutte al coperto, in ambienti controllati, su piste di ghiaccio perfetto, e ormai nel mio paese il pattinaggio di velocità è diventato uno sport di nicchia per vecchi nostalgici e uomini di mezza età; la gente non si riunisce più intorno alla radio e alla tv, non si segnano più i tempi parziali su un taccuino, intorno alle piste non ci sono più spalti gremiti di gente d’ogni sesso, età e provenienza. Il pattinaggio di velocità su ghiaccio non è mai stato molto popolare al di fuori dei Paesi Bassi e della Norvegia, e i bravi pattinatori statunitensi, canadesi, russi, giapponesi, cinesi, svedesi e finlandesi non hanno mai avuto un popolo intero che tifava per loro come gli olandesi e i norvegesi. Ma anche se è stato marginalizzato e semplificato fino a diventare sempre meno spettacolare, resta uno sport ricco di tradizione, bellezza e capacità di emozionare. È tutto lì, in ogni gara. Bisogna solo saper guardare bene. ◆ fas

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1244 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati