Era il maggio del 2013 e me ne stavo rinchiusa in un attico in Austria, dove facevo la ragazza alla pari per una famiglia che aveva sei Ferrari in garage. Vivevano in un ex hotel di una valle alpina.

“Laraaa!”. Ogni mattina la madre gridava il mio nome dal fondo delle scale. “È ora di dar da mangiare al bambino!”.

Avevo accettato l’incarico per esercitarmi con il tedesco, ma lei mi parlava solo in inglese. La famiglia non usciva mai di casa se non per infilarsi in una di quelle macchine, che tenevano ben chiuse in garage. Guardavano la valle dalle finestre di casa come se fosse una fotografia. Uno stile di vita così sedentario in un paesaggio così fisico mi faceva venire l’orticaria. Di notte sognavo a occhi aperti di arrampicarmi sulla montagna e ridiscendere dall’altra parte in Svizzera, ma la madre mi guardava con aria sgomenta se solo mi azzardavo a proporre una corsa fino alla chiesa.

Quando un mese dopo mi licenziò, avevo il corpo tutto arrugginito e non vedevo l’ora di usarlo. Tornai alle silenziose farfalle dell’Inghilterra all’inizio dell’estate cercando un’esperienza nuova e unica. Non sembrava un’impresa troppo difficile: la cosa più eccitante che avevo fatto in diciotto anni di vita era stata caricare polli del Dorset sul treno e metterli nelle cassette del vino come regali di Natale.

Era giugno ed era passato ormai un anno da quando avevo finito le scuole superiori. Da un sacco di tempo sognavo di dire addio ai mattoni rossi dell’Inghilterra: a quattordici anni pensavo già di essere una donna fatta, pronta per avere dei figli o per fuggire (non sapevo bene dove, anche se mi ero fissata che sarei diventata una ladra d’appartamento). Ero convinta che continuare a studiare mi avrebbe avvelenato come un pesticida su una foresta lussureggiante, però ero rimasta a Londra fino agli esami finali.

Com’era diventare adulti? I giorni perdevano i colori e la vita diventava come un calendario. Galleggiavo tra le macerie di possibili corteggiatori e piani poco plausibili, senza i soldi né l’ardore per andare avanti. Gli amici erano occupati con il lavoro o l’università, molto più propensi a passare le vacanze al mare che ad accompagnarmi in Kirghizistan, uno dei luoghi di cui fantasticavo. Nel frattempo non avevo ricevuto aggiornamenti sulle mie domande per andare a fare agricoltura biologica in Galles o lavorare in un orfanotrofio in Etiopia. I lavoretti senza futuro e le gare di equitazione andavano e venivano. Avevo trascorso il mese del mio compleanno senza avere una direzione.

Era una giornata calda quando, ancora una volta, gettai l’amo nelle acque profonde di Google, come se internet potesse contenere il mio futuro. Dopo aver aperto e chiuso una scheda dopo l’altra, mi ritrovai sulla pagina di una corsa ippica.

Il palazzo tremò al passaggio del treno della metropolitana di Londra mentre guardavo più da vicino le fotografie dei cavalli dalle lunghe criniere che calpestavano le verdi steppe, tra spazi immensi e liberi. Mongolia. Il suono aperto delle vocali si accordava alla libertà che il paese evocava nella mia mente. Non sapevo che posto avesse la Mongolia nella storia, e nemmeno sulla carta geografica. L’albero di magnolia fuori dalla finestra aveva passato la fioritura; i suoi petali rosa stavano diventando marroni sul pavimento. Per un po’ la mia testa mescolò queste due parole: Mongolia, magnolia; Mongolia; magnolia.

Avevo scoperto il Mongol derby su internet molti anni prima, ma la quota d’iscrizione era esorbitante (circa seimila dollari all’epoca) e sapevo di non potermela permettere, a meno di non trovare un lavoro noioso da fare fino a trent’anni. Purtroppo da allora il prezzo era aumentato, si erano già iscritti trenta concorrenti e la scadenza per l’iscrizione alla gara di agosto era passata. Spostai il mouse per uscire dalla pagina, rivolgendo di nuovo lo sguardo ai pony per un attimo.

Era davvero un’idea originale: una corsa di mille chilometri su venticinque pony selvaggi, una nuova cavalcatura ogni quaranta chilometri per far sì che la fatica la sentissero gli umani, non i cavalli. Un format stile pony express che imita il sistema postale di Gengis Khan ma che da lontano sembrava più un misto tra il gioco dell’oca e il Tour de France su bici sconosciute. Una gara che gli organizzatori definivano “la corsa ippica più lunga e più dura del mondo”.

Riposizionai il mouse sulla pagina e riuscii a scoprire che c’erano ancora sette settimane prima della partenza. La pagina per le iscrizioni sembrava ancora aperta, anche se i termini erano scaduti.

Il cuore disse: “Iscriviti”. Clic.

**Mille chilometri **

Perché noi esseri umani pensiamo così tanto prima di prendere certe decisioni mentre in altre ci tuffiamo come pinguini nell’oceano ghiacciato? Forse perché siamo assaliti dall’impulso improvviso di evitare la via maestra che porta alla mezza età e dal pensiero d’invecchiare insieme ai gatti in un mondo solitario?

Per quanto mi riguarda, c’entra sicuramente la paura di cadere nelle abitudini e nelle routine dei miei nonni e bisnonni, con i loro mondi chiusi a guscio, pieni di paure e divieti. Ma forse, più semplicemente, è il desiderio di dare forma a qualcosa di non detto, lontano da casa. O forse il bisogno di sentirmi selvaggia e nitrire come un cavallo. Non c’è un unico motivo. Voglio dedicarmi anima e corpo a qualcosa, ma non so cos’è che scatena il bisogno di saltare.

In realtà, forse ero semplicemente io a diciott’anni: un fascio di stimoli, un salto dopo l’altro. Ero chiassosa e impulsiva. Mi piaceva essere la sfigata negli aneddoti che raccontavo, beccata senza biglietto sulla metropolitana, sgridata ingiustamente da un professore. Giravo per Londra scalza, andavo a scuola in pigiama, in classe dicevo tutto quello che mi passava per la mente. A cosa portava tutto questo, oltre che a una diagnosi di ricerca di attenzione? Ancora non lo sapevo.

Se il modo in cui ho fatto domanda d’iscrizione al Mongol derby è stato tipicamente incosciente, l’evento in sé mi ha evocato profonde riflessioni. Prati sotto la cupola azzurra del cielo. Corpi, vento, pioggia e dolore. Vaste praterie aperte e venticinque pony che dicevano “chi siete?”, “chi siamo noi?”.

Sul volo di ritorno per Londra le parole mi uscivano fuori da sole. Scrivendo potevo rimuginare sulla faccenda come una mucca che rumina l’erba. Avevo avuto dieci giorni per attraversare la Mongolia in sella a venticinque pony semiselvaggi.

La storia che sto per raccontare parla di me. C’è una malattia britannica che si chiama modestia che quasi m’impedisce di condividere ciò che ho scritto. In realtà, si tratta di un episodio apparentemente positivo. In qualche modo, incredibilmente, contro tutte le previsioni, ho vinto una corsa che viene definita la più lunga e la più faticosa del mondo – una corsa a cui mi ero iscritta per gioco – e sono diventata la concorrente più giovane e la prima donna a riuscirci. Leggiamo spesso di vittorie sportive sui giornali, ma cosa succede in quelle che non vediamo? È facile dimenticare i sordi momenti di disperazione di un viaggio, quando a poco a poco le nostre difficoltà più profonde diventano chiare.

“In Mongolia non ci vai. Julia! Mi senti?”. Mio padre aveva scoperto il mio piano di partecipare alla corsa ippica più lunga del mondo. Ascoltavo dalla stanza accanto mentre urlava a mia madre in cucina.

“È troppo opportunista!”, diceva sbattendo i piedi.

Un gruppo di concorrenti al quarto giorno di gara del Mongol derby 2013. Sullo sfondo il lago Ôgij (Richard Dunwoody, Richard Dunwoody)

Papà aveva incoraggiato spesso l’opportunismo in passato, ma quando si trattava di cavalli, preferiva che mi tenessi alla larga. Raccontava spesso che prima di sposarsi aveva posto la condizione che mia madre rinunciasse all’equitazione. Anni dopo l’estate del derby, l’avrei sentito un’altra volta gridarle contro: “Lara studia a Stanford, Julia. Non la faccio andare a cavallo”.

Mio padre, Simon, è un uomo con la fronte spaziosa e i tratti vittoriani. È cresciuto accanto a una sorella, Lucinda, che andava matta per i cavalli, perciò è contro l’equitazione e contro i cavalli in generale: per lui sono una perdita di tempo e soldi. La carriera olimpionica di zia Lucinda nell’equitazione aveva coinciso con i debiti di mio nonno, mentre papà continuava a sgobbare nella City. La storia di papà che lega la sorella a una quercia quando era piccolo circola ancora in famiglia.

“Julia, mi stai ascoltando?”, lo sentivo avvicinarsi alla mamma davanti al lavandino. Perse nella selva della rabbia di mio padre, ci agitavamo a vuoto senza sapere bene come uscirne. Se mio padre è un uomo che parla chiaro e interrompe spesso, mia madre è l’opposto, quasi catatonica.

“Sai, mi piace blaterare in sottofondo”, dice tutte le volte che le faccio notare che sta borbottando. Una volta però mi ha risposto: “Penso che dovrei fare un corso di assertività”.

In generale, a mia madre l’idea dei cavalli piace (i miei fratelli più grandi scherzando dicevano che si era sposata papà solo per stare vicina alla futura cognata) ed era rimasta a bocca aperta quando le avevo parlato per la prima volta del Mongol derby. L’arrabbiatura di mio padre mi aveva messo sulla difensiva, ma mi dava anche un senso di trionfo, perché la sua collera sembrava l’espressione dell’impotenza. Simon non poteva impedirmi in nessun modo di andare in Mongolia.

A quanto pare per partecipare alla corsa bisognava saper cavalcare, ma come si cavalcava – la disciplina specifica – non aveva importanza. Quanto a me, non potevo dire di essere cresciuta andando a cavallo: i miei genitori non cavalcavano e neanche i miei tre fratelli. A sette anni ero riuscita a convincere zia Lucinda a mandarmi a lezione, ma vivevo e andavo a scuola in città, quindi i cavalli erano relegati al sabato. Un mese dopo il mio diciannovesimo compleanno sarei atterrata a Ulan Bator, la capitale della Mongolia, e avrei scoperto che metà dei partecipanti al derby erano specializzati in resistenza, una disciplina che prevede cavalcate fino a 160 chilometri dall’alba al tramonto. Io non ne avevo mai sentito parlare.

Una delle paure di mio padre era che diventassi una cavallerizza come sua sorella. Purtroppo per lui, già da adolescente starnutivo e mi grattavo in presenza dei cavalli – sintomi di un’emozione incontenibile, non di un’allergia – e sognavo centauri impertinenti. Una volta ebbi un’allucinazione, da sobria: un cavallo azzurro che avanzava al piccolo galoppo verso di me. Ero affascinata dal romanticismo di quegli sconfinati prati inglesi dove si svolgevano le storie di cavalli di mia zia.

Ma le mie fantasie equestri erano sempre incatenate alla mia casa in città: c’era una parte di me fieramente cittadina e londinese. Io e i miei compagni di scuola eravamo cresciuti in fretta nella capitale, attraversandola da soli in metropolitana e calpestando le sue strade con atletico coraggio. Però nel nulla di cemento mi sentivo vuota. Sinceramente, amavo la città solo per il fatto che mi lasciava libera di partire: il venerdì ci lasciavamo alle spalle gli ingorghi e il traffico e ci tuffavamo nel passato nel villaggio di Appleshaw.

Appleshaw è adagiato in una conca dove finisce la familiarità mite dell’Hamp­shire e cominciano le terre selvagge del Wiltshire. Nei fine settimana giocavo con i miei fratelli a palle di fango, camminavamo senza meta per chilometri e fuggivamo dal tempo nuotando. La città, incaricata di prendersi cura del nostro futuro, ci riportava indietro ogni domenica sera. Io e i miei fratelli c’infilavamo nelle settimane come i piatti sporchi nella lavastoviglie. I giorni passavano lentamente fino al ritorno ad Appleshaw il venerdì, il santo venerdì.

In questo senso, il privilegio ci teneva sempre in movimento, e mi aveva plasmato: non ero né carne né pesce, sradicata, troppo amante degli spazi per Londra, troppo esuberante per la campagna, sospesa in mille particelle a metà strada su qualche autostrada.

Tante volte mi hanno chiesto se troverò mai il coraggio di riprovarci. Ho sempre risposto che non mi ricapiterà mai di essere così spaventata

Dopo una settimana dalla presentazione della domanda, Katy, l’organizzatrice del Mongol derby, tornò dalle steppe, dov’era stata per disegnare il percorso, e m’inviò un’email di conferma. Se non fosse stato per l’esorbitante quota di partecipazione, potevo dire di essere raggiante. Katy mi spiegò che l’anno precedente molti concorrenti erano entrati grazie agli sponsor. Per diverse notti mi preparai a lasciare appassire il sogno insieme alle ultime foglie di magnolia.

Non ho mai saputo perché Katy mi fece uno sconto del 50 per cento quando le chiesi di venirmi incontro né perché mi tolse altri 650 dollari quando le confessai che non potevo permettermi neanche la quota dimezzata. Forse c’entrava il fatto che sulla domanda avevo nominato mia zia, Lucinda Green (Katy, a quanto pare, era “un po’ una sua fan”). O forse era stata la prima frase che avevo scritto: “Sono molto competitiva e voglio diventare la concorrente più giovane (ho 18 anni) ad arrivare al traguardo”.

Tornai in banca piena di illusioni e tirai fuori dal mio porcellino a scacchi i penny accumulati da quando ero nata, sperando che portassero il saldo abbastanza vicino alla somma richiesta. Prima di allora mi ero sempre rifiutata di spendere un centesimo dei miei risparmi, e oggi mi riempio di tenerezza al pensiero che ero disposta a darli via tutti per una corsa di cavalli dalla quale probabilmente mi sarei ritirata molto presto.

Mi aspettavo una bella vacanza, una steppa verdeggiante piena di pony ribelli, cavalcati da ragazzi prestanti provenienti da tutte le parti del mondo. Un’esperienza che superasse le vacanze a cui ero abituata, tra visite culturali e tintarella. Qualche mese prima avevo girato l’India, fermandomi nei templi segnalati dalla guida Lonely Planet e osservando il mondo attraverso un prisma edulcorato come fa ogni bravo turista, ma i miei occhi avevano esaurito lo spazio. Dopo aver presentato la domanda d’iscrizione al derby, non avevo più voglia di girare per i palazzi del mondo restando a bocca aperta. I miei fianchi erano forti e il mio cuore era pronto.

Non è mai troppo tardi

“Non ti piacerà”.

Tenni a freno la lingua.

“Certo”, continuò la voce al telefono, “è fantastico, ma l’anno scorso ci sono stati incidenti terribili. Cercali su Google”.

Era luglio inoltrato quando telefonai a Lucy, un’ex concorrente. Dall’altra parte del filo arrivavano particolari splatter: costole rotte, dita amputate, bacini spezzati, polmoni perforati, legamenti strappati, clavicole rotte. Mentre guardavo una coccinella che si arrampicava sulla lampada, Lucy continuava a parlare: pony imbizzarriti, sottopancia logorati, malori, disidratazione estrema, ti perdi, non è divertente, non aspettarti divertimento.

Non potevo starmene sbracata alzando gli occhi al cielo sulla mia poltrona polverosa ad Appleshaw. La Mongolia mi stava aspettando, mancava solo un mese.

Quanti concorrenti erano arrivati al traguardo l’anno che aveva partecipato?

“Penso che siamo partiti in trentacinque. Hanno finito in diciassette”.

La ringraziai e la salutai, sentendomi mancare mentre rimettevo a posto la cornetta. Volevo ritirarmi.

In cucina raccontai le novità a mio fratello Arthur che vagava per casa.

“Oh cavolo”. Rabbrividì e corse al piano di sopra, sollevato di non essere me.

Non potevo ritirarmi, avevo pagato e scritto lettere chiedendo donazioni di beneficenza in nome della corsa, perciò decisi di farmi galvanizzare dal terrore. Tante volte, dopo, mi hanno chiesto se troverò mai il coraggio di riprovarci. Ho sempre risposto che non mi ricapiterà mai di essere così spaventata. Il potere soprannaturale della paura dell’ignoto mi aveva stordito al punto di farmi sentire pronta.

Nella mia domanda c’era scritto che cavalcavo cinque volte al giorno, ma era un’invenzione. Avevo fatto la ragazza alla pari in Austria e badavo a un bambino.

“Non è mai troppo tardi”, sentenziò mamma versandosi un’altra tazza di tè.

Andai a fare la volontaria al maneggio locale, dove cavalcavo tre o quattro volte al giorno. Ricominciai anche a giocare a tennis e a correre, allungando a mano a mano le distanze. I cavalli hanno l’abitudine di accelerare il passo quando sentono avvicinarsi un temporale: imbizzarrirsi sembra prepararli agli eventi. Ora che la paura è passata, rimpiango il fermento di quei giorni di luglio, quando saltavo da un cavallo all’altro con l’approssimarsi della corsa. Tutta la faccenda dava un senso alla mia esistenza.

Beltramia, una cavallina grigia, era la cosa più vicina a un pony mongolo che avessi trovato al maneggio. La montavo dappertutto, una volta perfino senza sella. La sua andatura al piccolo galoppo aumentava mentre con i polpacci mi aggrappavo alla sua pancia rotonda come la luna piena, strappando con gli stivali l’erba di san Giacomo alta fino al ginocchio. Continuava ad andare, senza rallentare, mentre ci avvicinavamo a un bosco.

Lara Prior-Palmer al comando, terzo giorno del Mongol derby 2013 (Richard Dunwoody, Richard Dunwoody)

“Woah!”, le gridai nelle orecchie al vento (ero in grado di sopportare tutto questo per mille chilometri?). “Woah!”.

All’ultimo istante scartò a sinistra, frenando in curva. Mi ritrovai con il petto sopra il suo collo, provando a reggermi con le cosce mentre ripartiva al galoppo sulla collina al lato del bosco.

Era un’emozione elettrizzante e spaventosa. Ad agosto avrei dovuto cimentarmi con venticinque pony ancora più selvaggi, liberi dai vincoli delle praterie inglesi. I pony mongoli sono i discendenti dei famosi cavalli takhi di Gengis Khan, su cui si fondava il sistema postale dell’impero dal duecento in poi. Grazie alla loro velocità i dispacci arrivavano dalla Siberia alla Polonia in dodici giorni, anche se la nostra cavalcata non sarebbe andata oltre il confine dell’oasi verde della Mongolia, un’ampia area circondata dal deserto del Gobi a sud, dai brulli monti Altaj a ovest e dalle lande ghiacciate della Siberia al confine settentrionale con la Russia.

Avevo cominciato a notare che l’idea della Mongolia lasciava ammutoliti molti miei conterranei. Più che Gengis Khan, credo che il motivo fosse il vuoto nella nostra storia. Nei luoghi in cui la cultura britannica non ha imposto la sua influenza ci muoviamo con circospezione, immaginando che le cose funzionino in modo diverso. Per me il territorio del Regno Unito è una rete di strade e campi, piena di eventi a me familiari. La steppa avrebbe portato via tutto questo.

La partenza della corsa era prevista per il 4 agosto. La prima settimana di luglio gli organizzatori mi avevano inviato un calendario mensile intitolato “Il tuo anno del derby”. A tutti gli altri lo avevano mandato a inizio anno, dato che avevano presentato la domanda in tempo. Ci consigliavano di preparare l’attrezzatura a febbraio, di fare i vaccini ad aprile, di cominciare a studiare la lingua a maggio, di sfruttare luglio per andare a trovare i parenti e aggiornare il testamento, e di dedicare tutto l’anno agli allenamenti.

Maggie, che era specializzata in resistenza, aveva distribuito una serie di opuscoli sul tenersi in forma, l’orientamento, l’andatura dei cavalli e l’idratazione. “Ormai è troppo tardi per gli allenamenti. Non puoi migliorare la forma nelle ultime due settimane”, disse al telefono. Deglutii e mi aggrappai ancora di più alla mia sciocca resistenza.

Sul calendario mandato dagli organizzatori c’era scritto: “Potete fare tutta la preparazione a luglio se avete la pressione bassa”. Ah sì?

Effettivamente ho la pressione bassa e un po’ di bradicardia. Forse poteva tornarmi utile. Quando ero piccola e a scuola ci misuravano le funzioni vitali, la signora Bleakley diceva che i miei risultati significavano che ero un’atleta o che ero morta o che non sapevo contare. Probabilmente la terza: erano passati dieci anni, ma facevo ancora fatica con i numeri e i tempi.

I giorni passavano. Mi misi in cerca di tutte le statistiche più deprimenti sulla corsa e scoprii che Lucy aveva ragione. Ogni anno arrivava al traguardo poco più della metà dei concorrenti. Nessuna donna e nessun britannico avevano mai vinto il derby. Di solito trionfavano i sudafricani. Il concorrente più giovane a superare la linea del traguardo aveva ventitré anni.

Shakespeare a Ulan Bator

Dal finestrino dell’aereo la steppa si distendeva in verdi ondate. Durante la discesa vidi spuntare all’imbocco della valle una serie di tende bianche, interrotte dalle case colorate con i tetti di alluminio che inondavano i calanchi verso i grandi palazzi grigi. Ero atterrata a Ulan Bator, a ottomila chilometri da casa.

Attraverso il finestrino del taxi vedevo frammenti di una città. Uomini in grossi cappotti accovacciati intorno al fuoco, figure vestite di jeans mescolate al traffico. Isolati su isolati di case dalle finestre minuscole accanto a tende di nomadi nelle periferie; più in centro, architettura sovietica contro eleganti strutture di vetro. Niente più tracce della steppa. L’unico riferimento ai cavalli erano i tugrik (la moneta mongola) che avevo passato al tassista: pony dalle criniere selvagge galoppavano lungo i bordi delle banconote.

Alle quattro del mattino me ne stavo seduta insonne in una camera d’albergo tra cuscini bianchi troppo gonfi. Tirai fuori dalla valigia una serie di corde aggrovigliate e complicati coltellini tascabili che avevano passato una vita a sonnecchiare nei cassetti dei miei fratelli. C’era anche una copia della _Tempesta _che per me sarebbe diventata una specie di rifugio. Shakespeare parla un’altra lingua, ma non ho mai avuto bisogno di conoscerne il significato esatto per farmi rapire dai suoni. Quando Calibano dice “piangevo per sognare ancora” mi vengono letteralmente le lacrime agli occhi.

Stesa sul pavimento di quell’albergo sublimemente anonimo, strappavo soliloqui e li incollavo sul mio logoro taccuino di Winnie the Pooh. Pensavo che sarebbero vissuti nel mio zaino e mi avrebbero tirato su nei momenti bui. Devi affrontare il dolore con la poesia, mi aveva scritto mamma in un’email che mi aveva spedito quando per lei era mezzanotte:

Non devi aver paura.

L’isola è piena di rumori,

Suoni e dolci arie

Che danno piacere e non fanno male.

La noia curiosa

La mattina seguente i concorrenti s’incontravano per la prima volta. Eravamo in una sala riunioni in città, e il nostro silenzio era quello di chi non ha tanta voglia di cominciare. In queste occasioni i cavalli se la cavano meglio. Quando s’incontrano, gironzolano e si annusano il sedere.

Negli anni trenta John Steinbeck partì per una spedizione scientifica nel golfo di California. Riflettendo sugli altri componenti dell’equipaggio, scrisse: “Nessuno di noi possedeva dentro di sé la noia curiosa che contraddistingue gli avventurieri e i giocatori di bridge”. Eravamo di quelle persone che non riescono a stare ferme? Oppure stavamo tutti cercando la grande morte? In realtà penso che fossimo in cerca di una specie di oblio. I personaggi della Tempesta, presi “dalla mattana”, saltano dalla nave che affonda.

Lara Prior-Palmer dopo la vittoria. Sullo sfondo la commissaria di gara consola Devan Horn, squalificata (Richard Dunwoody)

Forse desideravamo una prova eroica. Sapevo che al mondo c’erano individui che si consideravano avventurieri, bramosi di imprese epiche. Non sapevo quanti ce ne fossero in quella stanza o se stavo per diventare una di loro. I superlativi – “la più dura, la più lunga” – avevano sicuramente contato di più, anche se io, opportunisticamente, avevo cancellato dalla memoria se per me erano stati un’esca o no. Cosa avrebbe pensato la me undicenne di un’avventura così? Avrebbe abboccato?

Mentre i ciao e i come va si accatastavano uno sull’altro, vidi Maggie, la commissaria di gara, dall’altra parte della stanza. Due settimane prima, al telefono, mi aveva detto che “francamente” non le sembravo preparata. Non mi avrebbe preso sul serio fino alla linea del traguardo, e anche allora i suoi occhi mi avrebbero frugata con lo stesso sguardo poco convinto, meravigliandosi che fossi riuscita a superare i confini dell’orto di mia madre.

La giornata consisteva in una serie di istruzioni sulla corsa. I veterinari ci spiegarono i livelli d’idratazione, l’auscultazione dell’addome, i protocolli per la zoppia e le frequenze cardiache dei cavalli. Se li spingevamo troppo, le frequenze dei cavalli si sarebbero alzate. Il regolamento imponeva una penalità di due ore o addirittura l’espulsione dalla gara se la frequenza cardiaca di un cavallo rimaneva sopra i 64 battiti al minuto per più di 45 minuti alla fine di ogni tappa.

“Prendetevi. Cura. Del. Vostro. Cavallo”, concluse il veterinario.

Sembrava abbastanza semplice.

Durante una pausa, un infermiere distribuì dei moduli da compilare. Evitai d’incrociare il suo sguardo quando glielo restituii, imbarazzata per la sua incompletezza. “Non ho fatto l’antirabbica. Mi dispiace. Questi altri non ho capito bene cosa sono”. La sua bocca si spalancò. A quanto pare la steppa pullulava di cani rabbiosi. Non avevo avuto il tempo per i vaccini consigliati prima della partenza.

“Neanche l’epatite A?”.

Era una malattia sessualmente trasmissibile? Sgattaiolai via.

La burocrazia si agitava come un pesce spiaggiato: pesatura dei fantini, moduli da firmare, foto segnaletiche. Durante la chiacchierata all’ora di pranzo, “Regolamento della gara”, la stanza cominciò a prendere un po’ meglio coscienza di sé. Il derby – spiegavano – era una corsa non assistita, in unica soluzione.

C’è uno striscione: “Benvenuti fantini coraggiosi”. Io sono una fifona. Però tutta questa storia della corsa terribile mi ha stufato

Si correva tra le 7 e le 20.30: al di fuori di quell’orario, c’era la penalizzazione. Le posizioni dei concorrenti erano monitorate con una serie di localizzatori satellitari che permettevano anche di seguire la corsa su internet. Non c’era un tracciato, ma solo 25 stazioni di sosta obbligatoria per il cambio del cavalli. Queste stazioni cambiavano ogni anno e l’itinerario era stato tenuto segreto fino a oggi. Ci passarono degli stradari con tortuose linee rosse su ogni pagina.

Quando Maggie e Katy (l’organizzatrice che mi aveva fatto lo sconto sulla quota d’iscrizione) si misero a sedere sulle poltrone e ci chiesero se c’erano domande, mi sentivo ormai abbastanza a mio agio per condividere alcuni dubbi. Alzai la mano: “C’è qualcuno che ci sveglia la mattina?”.

La mia voce era docile e mansueta, come se fossi appena emersa da una nuotata in apnea in una piscina con il cloro. A volte queste voci – quella al cloro è solo una delle tante – sgorgano dalla mia cantina interna e si riversano fuori, senza filtri.

Sentii ridacchiare la stanza, più per lo stupore che per il divertimento. Non sapevano che la mia sveglia era un orologio da polso di una marca inaffidabile comprato in un supermercato francese. La commissione, compresa Maggie, quasi non rispose. “Uno sciocco può fare più domande di quelle a cui dieci uomini saggi possono rispondere”, dice un proverbio mongolo.

La mia lingua fece la domanda successiva senza chiedermi il permesso. “Se sono con un’altra persona e una di noi cade, possiamo correre tutt’e due su un cavallo solo?”. Vidi le teste girarsi. Volevo testare i limiti di questa corsa bizzarra. Il comitato ammise che non c’era alcuna regola che lo vietasse. Come al solito, mi accorgevo della presenza degli altri ma non avevo nessuna coscienza di me stessa né di come apparivo né di cosa avrei fatto dopo. La mia modalità folletto è automatica, fin da quando andavo a scuola, e scatta per fare il solletico sotto le ascelle a una platea troppo austera. L’atmosfera seriosa aveva risvegliato il folletto dentro di me.

Ed eccolo di nuovo, che domandava a voce alta: “Si può fare tutta la corsa su un camion? Con i 25 pony che vengono caricati uno dopo l’altro nel cassone?”.

Sguardi accigliati, qualche risata sparsa. La situazione mi era sfuggita di mano. L’idea di fondo delle mie domande era che la fantomatica “grande corsa” era abbastanza ridicola – e che correvamo il rischio di dimenticarcelo – ma probabilmente l’unico effetto che avevo ottenuto era quello di passare per pazza. Pazienza. Il giorno seguente ci saremmo ritrovati tutti in mezzo ai pascoli.

Ci avviciniamo alla linea di partenza, tesi sui cavalli, bisbigliando nelle loro orecchie. Si racconta che in passato ci sono state stragi alle partenze, con i pony che nell’euforia di ritrovarsi tutti insieme scrollavano la groppa per disarcionare i fantini. Il pony su cui sono io non sembra il tipo da fare queste scenate. Cammina come in trance, con la coda che struscia nel vuoto, lo sguardo sull’erba. Così tanto da mangiare, così poco tempo. Stanno tutti pensando a questo? Il pony sospira.

Davanti, verso la spianata, c’è uno striscione azzurro appeso a due tronchi storti: “Benvenuti fantini coraggiosi”. Io non sono coraggiosa, anzi sono una fifona: ho paura del buio anche nel cortile di casa. Però tutta questa storia della corsa terribile mi ha stufato. Perfino qui, alla linea di partenza, credo solo a metà a quello che mi hanno raccontato.

Ci raduniamo attorno a un lama, un “alto sacerdote” in tunica rossa seduto a gambe incrociate sull’erba. Mentre intona un canto di benedizione per il nostro viaggio, proviamo a trattenere i pony che scalpitano percependo il nostro nervosismo. Todd al mio fianco si sta ingozzando d’acqua. Bubbles tira fuori il tubo di plastica dallo zaino e se lo porta alla bocca. Irradia l’odore della birra di ieri sera. Intorno a noi ci sono gli altri ventinove fantini. Sento su di noi lo sguardo indagatore della steppa: un curioso gruppo, una ciurma colorata, un mare di gambe che scendono dalle pance dei cavalli. In uno dei suoi sms, zia Lucinda si preoccupava che le mie lunghe gambe strusciassero per terra dalla groppa di un pony mongolo. Mi consigliava di comprare un paio di pattini a rotelle per proteggermi i piedi.

Io e mia zia non ci siamo lasciate benissimo. Il giorno prima che partisse per l’Austria, ho pensato bene di asciugare il sudore dalla pancia del suo cavallo mentre lei era davanti alla sua bocca. Il cavallo si è arrabbiato e l’ha morsa su una tetta. Si è stranita. Penso che la tetta le facesse molto male. Mi è dispiaciuto. A Ulan Bator ho ricevuto una sua email senza parole con in allegato la foto di un seno rosa-violaceo. Nell’oggetto mi diceva di non farla vedere a nessuno.

Il canto è cominciato da qualche minuto e il mio pony grigio comincia a ballare sugli zoccoli. Una risatina mi attraversa il corpo. Lo faccio girare dall’altra parte e vedo Matthias spiaccicato per terra, sovrastato dal suo pony che lo guarda con aria confusa: il massimo risultato con il minimo sforzo. Il lama continua a cantare, ignaro.

Arriva in soccorso il medico britannico incaricato di monitorare la salute dei concorrenti. Si fa strada tra i pony, avanzando nello splendore della sua barba ispida, e si abbassa per dare un’occhiata al povero Matthias, mentre il capo veterinario interviene per andare a prendere il pony. L’animale gli dà un calcio. Il veterinario rimbalza con un vocalizzo di dolore strozzato in gola per non interrompere il lama.

Dodici minuti di canto ci calmano, anche se la maggior parte dei fantini non ha capito cosa dice: per quanto ne so, nessuno di noi conosce il tibetano. Sento l’impulso voluttuoso di esplodere tra le praterie. C’è un ombrello piantato di sbieco più avanti, un’assurdità nell’afa di metà mattina. Se Matthias, che è superallenato, è già a terra, non ho speranza di superare la linea dell’orizzonte. Perciò sarò la prima a passare l’ombrello, almeno comincerò la corsa con una vittoria.

“Dobbiamo lasciar perdere tutto e annegare?”, dice il Nostromo nella Tempesta. “Avete intenzione di colare a picco?”.

Sono le dieci di mattina.

Colpo di pistola. ◆ fas

Partenza Ci avviciniamo alla linea di partenza, tesi sui cavalli, bisbigliando nelle loro orecchie. Si racconta che in passato ci sono state stragi alle partenze, con i pony che nell’euforia di ritrovarsi tutti insieme scrollavano la groppa per disarcionare i fantini. Il pony su cui sono io non sembra il tipo da fare queste scenate. Cammina come in trance, con la coda che struscia nel vuoto, lo sguardo sull’erba. Così tanto da mangiare, così poco tempo. Stanno tutti pensando a questo? Il pony sospira. Davanti, verso la spianata, c’è uno striscione azzurro appeso a due tronchi storti: “Benvenuti fantini coraggiosi”. Io non sono coraggiosa, anzi sono una fifona: ho paura del buio anche nel cortile di casa. Però tutta questa storia della corsa terribile mi ha stufato. Perfino qui, alla linea di partenza, credo solo a metà a quello che mi hanno raccontato. Ci raduniamo attorno a un lama, un “alto sacerdote” in tunica rossa seduto a gambe incrociate sull’erba. Mentre intona un canto di benedizione per il nostro viaggio, proviamo a trattenere i pony che scalpitano percependo il nostro nervosismo. Todd al mio fianco si sta ingozzando d’acqua. Bubbles tira fuori il tubo di plastica dallo zaino e se lo porta alla bocca. Irradia l’odore della birra di ieri sera. Intorno a noi ci sono gli altri ventinove fantini. Sento su di noi lo sguardo indagatore della steppa: un curioso gruppo, una ciurma colorata, un mare di gambe che scendono dalle pance dei cavalli. In uno dei suoi sms, zia Lucinda si preoccupava che le mie lunghe gambe strusciassero per terra dalla groppa di un pony mongolo. Mi consigliava di comprare un paio di pattini a rotelle per proteggermi i piedi. Io e mia zia non ci siamo lasciate benissimo. Il giorno prima che partisse per l’Austria, ho pensato bene di asciugare il sudore dalla pancia del suo cavallo mentre lei era davanti alla sua bocca. Il cavallo si è arrabbiato e l’ha morsa su una tetta. Si è stranita. Penso che la tetta le facesse molto male. Mi è dispiaciuto. A Ulan Bator ho ricevuto una sua email senza parole con in allegato la foto di un seno rosa-violaceo. Nell’oggetto mi diceva di non farla vedere a nessuno. Il canto è cominciato da qualche minuto e il mio pony grigio comincia a ballare sugli zoccoli. Una risatina mi attraversa il corpo. Lo faccio girare dall’altra parte e vedo Matthias spiaccicato per terra, sovrastato dal suo pony che lo guarda con aria confusa: il massimo risultato con il minimo sforzo. Il lama continua a cantare, ignaro. Arriva in soccorso il medico britannico incaricato di monitorare la salute dei concorrenti. Si fa strada tra i pony, avanzando nello splendore della sua barba ispida, e si abbassa per dare un’occhiata al povero Matthias, mentre il capo veterinario interviene per andare a prendere il pony. L’animale gli dà un calcio. Il veterinario rimbalza con un vocalizzo di dolore strozzato in gola per non interrompere il lama. Dodici minuti di canto ci calmano, anche se la maggior parte dei fantini non ha capito cosa dice: per quanto ne so, nessuno di noi conosce il tibetano. Sento l’impulso voluttuoso di esplodere tra le praterie. C’è un ombrello piantato di sbieco più avanti, un’assurdità nell’afa di metà mattina. Se Matthias, che è superallenato, è già a terra, non ho speranza di superare la linea dell’orizzonte. Perciò sarò la prima a passare l’ombrello, almeno comincerò la corsa con una vittoria. “Dobbiamo lasciar perdere tutto e annegare?”, dice il Nostromo nella Tempesta. “Avete intenzione di colare a picco?”. Sono le dieci di mattina. Colpo di pistola. ◆ fas

Lara Prior-Palmer è nata a Londra nel 1994. Nel 2013 ha vinto il Mongol derby. Ha raccontato la sua impresa in _Rough magic _(Ebury Press 2019).

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Questo articolo è uscito sul numero 1318 di Internazionale, a pagina 136. Compra questo numero | Abbonati