Il banditore spara cifre a tutta velocità. Io, agitata, sollevo in aria il mio pezzetto di carta spiegazzato con sopra il numero 32. Per poco, però. Non ci vuole molto prima che il budget che il giornale mi ha concesso allo scopo di comprare dei bagagli persi sia superato. Intorno a me la gente continua a sollevare foglietti di carta. Verso i mille euro l’entusiasmo comincia a scemare: “1.100, chi offre di più?”.
Il banditore batte con il martelletto e indica il numero 39. Quando mi volto vedo che appartiene a due ventenni, che ora sono i proprietari di un carrello con una decina di valigie abbandonate a Schiphol, l’aeroporto di Amsterdam. Mi perdo altri diciotto carrelli zeppi di valigie. Il più economico è stato venduto per 700 euro, il più caro per 1.400. I due giovani comprano altri cinque carrelli. All’uscita li fermo: potrebbero vendermi qualche valigia?
I bagagli smarriti hanno un certo fascino. Non sono cose di cui qualcuno si è disfatto cedendole a un mercatino o a un negozio dell’usato, ma oggetti che i proprietari volevano avere con sé quando sono partiti da casa. Molte persone si divertono a seguire online il momento in cui le valigie vengono aperte: le dirette e i video hanno migliaia di visualizzazioni. C’è chi apre le valigie mostrando alle telecamere ogni calzino sporco e chi invece tratta gli oggetti personali con più rispetto.
Nel parcheggio dell’elegante casa d’aste De Eland & De Zon, a ‘s-Graveland, dove si tiene l’asta tre o quattro volte all’anno, prendo accordi con i due uomini; anche loro hanno comprato le valigie per fare una diretta streaming. Mi lasciano scegliere: prendo un’elegante valigia bordeaux, un semplice borsone di stoffa nera e una valigia bianca dal disegno originale e le cerniere arancioni fiammanti.
Vestiti bagnati fradici
Prima che cominciasse l’asta i visitatori hanno fatto un paio di giri intorno alle valigie, che si trovano in una stanza apposita. “Proprietà della Schiphol Dienstverlening BV”, c’è scritto accanto. Tutte le valigie dell’asta provengono dal reparto dell’aeroporto: i bagagli non sono stati imbarcati, ma sono stati persi da qualche parte nell’aeroporto e i proprietari non li hanno mai reclamati. Ci sono anche delle scatole piene di caricatori per il telefono, articoli da toeletta, occhiali da sole e auricolari, tutto coperto da una rete. Su un carrello c’è una scatola piena di forbici.
Aprire le valigie è proibito, ma i carrelli vengono girati, ispezionati e tastati. I presenti prendono nota del numero dei carrelli che vorrebbero comprare. “Conviene prendere quelli con i bagagli a mano”, suggerisce Wietse Drent, un visitatore che intercetta il mio sguardo esitante. “La gente mette lì le cose di valore”.
Drent, 39 anni, non frequentava l’asta da qualche anno, ma racconta che in passato ha avuto un bel po’ di fortuna. Una volta ha trovato una borsa nuova di Chanel, che poi ha rivenduto per 3.500 euro. Gli è anche capitato di trovare una valigia con dentro un dispositivo medico. Quando ha messo l’annuncio su una piattaforma di compravendita, senza sapere cosa fosse, l’acquirente gli ha chiesto: tu sei guarito? “Poi è venuto fuori che era un dispositivo per le apnee notturne”, racconta Drent. Con i soldi guadagnati ha comprato altri carrelli. “Non mi piace scommettere, ma anche questo dà dipendenza, a pensarci bene. Ti dà una botta di adrenalina”.
Non pensa di arricchirsi, lo fa per divertimento, per trascorrere una serata allegra con gli amici: ciascuno offre dei soldi per avere una valigia che poi aprono uno alla volta bevendo qualche birra. Nel parcheggio lo vedo impilare le valigie nel bagagliaio della sua auto.
Un paio di settimane dopo, quando gli telefono per sapere cos’hanno trovato, ridacchia. Una valigia era piena di vestiti da principessa, un’altra aveva “tacchi a spillo, completini osé e un’infinità di preservativi”. Un proprietario aveva ovviamente corso la maratona di Amsterdam, perché in valigia c’era “un pettorale con il numero di gara e un mucchio di vestiti sporchi e bagnati fradici”. Il contenuto di gran parte delle valigie è poi finito nel contenitore per riciclare i vestiti usati, alcuni, quelli sudati, sono stati buttati nella spazzatura. Non era tutta robaccia: in una valigia c’era un giaccone firmato, che “nuovo costa più di tremila euro”. Anche se, stando a Drent, il suo amico non l’ha venduto ma l’ha dato a un negozio dell’usato.
Montagne di borse
Le compagnie aeree gestiscono miliardi di valigie all’anno, in tutto il mondo. Il più delle volte va tutto bene, ma ogni tanto no. I problemi si verificano soprattutto durante gli scali, ma a volte la causa è un errore umano, un malfunzionamento tecnico o un volo in ritardo. Secondo la Sita, un’azienda informatica che opera nel settore dell’aviazione, l’anno scorso sono arrivate in ritardo, sono state danneggiate o perse 24 milioni di valigie: 4,9 su mille.
“Prima della pandemia erano il doppio”, dice Nicole Hogg, portfolio manager dei bagagli presso la Sita. Qualche anno fa sentiva tante storie di passeggeri che avevano messo un gps nel bagaglio e si presentavano allo sportello con la posizione della loro valigia, mentre l’aeroporto non aveva idea di dove si trovasse. “Non è possibile che i passeggeri abbiano più informazioni di noi. La gente pensa: se posso seguire la posizione della mia pizza o di un pacco, perché la compagnia aerea non sa dov’è la mia valigia?”, nota.
La pandemia è stata “un ottimo apprendistato”, dice Hogg. Negli anni del covid gli aeroporti di tutto il mondo si sono fermati: molto personale che si occupava dei bagagli è stato licenziato o ha cercato un altro lavoro. “Dopo la pandemia, quando il flusso di passeggeri è diventato molto più grande del previsto e non c’era abbastanza personale per smaltire tutti i bagagli, si sono formate “montagne di valigie” negli aeroporti. “Questo ha costretto l’intero settore a investire nella digitalizzazione e nell’automazione”.
E le compagnie aeree ne hanno tratto vantaggio: i bagagli che arrivano tardi, che vengono danneggiati o persi sono una spesa enorme per il settore. Nel 2025 hanno rappresentato una spesa di 6,3 miliardi di dollari (5,4 miliardi di euro), ovvero 260 dollari a valigia, ha calcolato la Sita. “Se si pensa che il guadagno netto per passeggero è di circa otto dollari, una sola valigia può annullare il guadagno ottenuto vendendo trenta posti”.
In tre quarti dei casi la valigia è solo in ritardo e, di solito, viene riconsegnata al proprietario nel giro di pochi giorni. Nel 20 per cento dei casi circa si tratta di una valigia danneggiata. Nel 4 per cento dei casi il proprietario non rivedrà mai più il suo bagaglio.
Souvenir
Frugare nelle valigie a mani nude non mi sembra una grande idea. In mancanza di guanti monouso in redazione, infilo le mani in due sacchettini di plastica da freezer. Mi sento un po’ una ficcanaso, in questo momento. Sotto la supervisione di un collega (“Uff, è una cosa così intima”) apro la valigia bianca con le cerniere arancioni.
Contiene un insieme caotico di vestiti che sembrano ficcati dentro in fretta e furia: maglie di pile, calzini pesanti, leggings neri, un impermeabile rosso. Le etichette sono quasi tutte in cinese. In un sacchetto di plastica blu ci sono delle scarpe da trekking numero 38, con le suole ancora sporche di fango. Quando vedo i souvenir mi dispiace per il proprietario. I tre portachiavi, le due calamite e una targhetta di latta con scritto “Greetings from Iceland” non sono mai arrivati sul frigorifero o sul caminetto. Sull’involucro è ancora attaccato un adesivo con il prezzo: 1.790 corone islandesi.
Il disordine che regna dentro la valigia non è colpa del proprietario, perché ogni valigia che è messa all’asta è già passata per diverse mani. Insomma, non è vero che non le ha mai aperte nessuno. Prima la ispeziona la polizia, poi è trasferita all’ufficio oggetti smarriti dell’aeroporto. Lì la riaprono alla ricerca di dati personali, documenti o etichette che permettano di rintracciare il proprietario. Il cibo a lunga conservazione va al banco alimentare.
L’aeroporto ha l’obbligo di tenere la valigia per tre mesi. Se nessuno viene a reclamarla ne vengono tolti tutti gli eventuali dati personali, dai boarding pass alle carte di credito. I dispositivi elettronici di piccole dimensioni, come auricolari o macchine fotografiche, vanno a un’asta a parte. Computer portatili, tablet o telefoni vengono smaltiti in modo sostenibile. Poi la valigia va all’asta. Ogni anno ci sono un centinaio di valigie grandi e piccole. L’aeroporto non ci guadagna, afferma il loro portavoce, i ricavi contribuiscono al finanziamento dell’ufficio oggetti smarriti.
Quando apro la valigia rosso bordeaux si sprigiona lo stesso nauseante odore dolciastro che c’era nella precedente. Come se entrambe le valigie fossero state trattate con lo stesso disinfettante. Questo esemplare è chiaramente di una donna amante dell’ordine: tutti gli indumenti sono riposti in sacchetti verdi. E le piace il nero: ci sono un piumino nero con la cerniera dorata, jeans attillati neri e un paio di stivali neri. Shampoo e balsamo stanno insieme in un flaconcino. Quando vedo una confezione di cerotti per i calli ho la sensazione di violare la sua intimità. Sotto c’è un mazzo di carte con i dipinti di Frans Hals, mai aperto. Registro con una certa delusione l’assenza di borsette firmate, collane di diamanti o appassionate lettere d’amore. Dopotutto, è solo un insieme di oggetti piuttosto anonimi. L’unico denaro che trovo è una monetina raffigurante una caffettiera araba: un dirham di Dubai. Cerco su Google quanto vale in euro: 24 centesimi.
Carte Pokémon
I prezzi all’asta delle valigie sono saliti alle stelle in seguito a tutta l’attenzione ricevuta sui social, afferma Rutger Alexander Mooij e lui ha contribuito ampiamente, dice al telefono ridendo. Per i suoi video su YouTube, TikTok e Instagram ormai ha aperto “almeno un centinaio” di valigie, con decine di migliaia di spettatori. “Il fatto è che la gente è curiosissima”.
Mooij ha trovato di tutto: carte Pokémon rare, kippah, fumetti degli anni settanta. Ma soprattutto “tantissimi vestiti”. Adesso si è stancato. “Tutti i video sono girati senza tagli e senza interruzioni. Quante battute si possono fare su una maglietta, quanti abitini si possono provare? Dopo un po’ non è più divertente”.
Mooij va ancora alle aste, ogni tanto, per le scatole con le macchine fotografiche, gli e-reader e altri dispositivi elettronici, per rivenderli su XL auctions, una piattaforma di aste online di cui è socio. Gli è capitato spesso di incontrare gente che dopo aver visto i suoi video voleva tentare la sorte. “Anche un padre e un figlio che lo fanno semplicemente perché si divertono e amano le sorprese”, dice Mooij. Adesso che “i prezzi sono alle stelle”, però, lo sconsiglierebbe a chiunque speri di guadagnarci. “Recuperare i soldi che ci hai investito è impossibile”.
Segugi
Se ti dimentichi una valigia in uno dei negozi dell’aeroporto e poi non vai a riprenderla all’ufficio oggetti smarriti, è probabile che quella valigia finisca all’asta.
Ma cosa succede se perdi una valigia che hai imbarcato? Una valigia che continua a girare desolata sul nastro bagagli? O che non viene caricata durante uno scalo? Una valigia imbarcata è responsabilità della compagnia aerea. La valigia resta cinque giorni all’aeroporto e poi viene spedita alla sede principale della compagnia aerea. Se hai viaggiato con la Vueling, la valigia va a Barcellona. Se hai viaggiato con la Klm viene spedita ad Amsterdam, alla squadra di ricerca bagagli guidata da Machteld Brons. Lui definisce la sua squadra “la Cia della Klm”. Una valigia con un’etichetta è facile da riconsegnare al proprietario, ma viene aperta se non c’è niente che la renda riconoscibile. “Nel mio reparto lavorano dei veri e propri segugi”, dice Brons. “La valigia contiene indumenti puliti o sporchi? Questo fa già capire se il passeggero doveva partire o se stava tornando da un viaggio. Sono abiti estivi o invernali? Questo dice qualcosa sulla destinazione”.
I passeggeri che hanno perso un bagaglio imbarcato compilano un modulo con i loro dati di contatto e una descrizione della valigia e del contenuto: si può fare allo sportello bagagli dell’aeroporto, ma spesso anche online. Il modulo viene inserito nel sistema World tracing e condiviso da aeroporti e compagnie aeree di tutto il mondo. In base al contenuto della valigia i dipendenti del reparto bagagli cercano una corrispondenza. “Se dentro c’è un impermeabile giallo fiammante, per esempio, è facile”.
Il vantaggio della tecnologia è che servono meno persone per far viaggiare in giro per il mondo un numero crescente di passeggeri e i loro bagagli. Lo svantaggio è che, quando qualcosa va storto, è più difficile risolvere il problema. Come nel maggio 2026, quando il sistema di gestione bagagli a Heathrow, a Londra, si è bloccato e ventimila bagagli non sono giunti a destinazione. Anche a Schiphol alla fine del dicembre 2025 c’è stato un guasto, e migliaia di valigie – piene di regali di Natale – sono rimaste a terra.
“Non si vedeva più il pavimento, da quante ce n’erano”, racconta Brons. “Tutta la squadra ha lavorato giorno e notte per far arrivare i bagagli ai clienti”.
Una valigia smarrita viene controllata da un dipendente dopo un giorno, poi dopo tre giorni e ancora dopo cinque, ma sempre da persone diverse, perché non tutti notano gli stessi dettagli. Se non c’è nessuna corrispondenza con il World tracing, il bagaglio torna sugli scaffali. La compagnia aerea è tenuta a conservare la valigia per novanta giorni. Se non riesce a trovare il proprietario, la destinazione finale non è l’asta, ma l’inceneritore.
“Non importa se è una valigia Louis Vuitton da duemila euro o se è stracolma di computer o iPad. Sparisce tutto. Si tratta di uno spreco enorme, naturalmente”, dice Brons. Ha osservato “piena di gelosia” i suoi colleghi dell’aeroporto Charles de Gaulle a Parigi. A Le Kube – un magazzino dove vengono portati i bagagli smarriti nell’area dell’aeroporto – tutto viene separato e poi donato: vestiti, dispositivi elettronici, prodotti igienici e di bellezza. “Da noi mancano le risorse e lo spazio”.
Per la Klm mettere all’asta i bagagli imbarcati è troppo rischioso. “L’ultima cosa che vogliamo è che in qualche valigia ci sia un doppio fondo con nascosto un carico problematico. Magari l’acquirente è tutto contento della sua nuova valigia, ma al prossimo viaggio si ritrova chiuso nell’ufficio della dogana”.
Persa da tempo
Quella che apro per ultima è una semplice valigia di stoffa nera. Dentro non c’è molto: qualche camicia, una bella sciarpa di cashmere, lumini a led e alcuni fogli intatti di carta frigo per conservare i formaggi. Trovo anche un pacchetto aperto: sull’etichetta di spedizione ci sono un nome, un indirizzo e un numero di telefono. Una donna risponde prima ancora del primo squillo. “Pazzesco”, dice dopo che le ho spiegato come ho avuto la sua valigia. “In effetti l’abbiamo persa un po’ di tempo fa”. Da Schiphol non si sono mai fatti vivi, dice. Adesso è in ospedale. Le prometto che appena starà meglio gliela porterò. ◆ oa
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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati