Sono in Spagna da appena due giorni, e già mi fanno male le dita. È un pizzicore pungente, come un braccio o una gamba addormentati che si risvegliano. Questa sensazione mi riempie di gioia. Vuol dire che sto facendo le cose per bene. Ieri, dopo essere arrivata a Madrid, ho preso la metro per il quartiere Delicias, dove si trovano Guernica di Picasso (nel museo Reina Sofía) e la splendida stazione di Atocha, in ferro e vetro. Ma non sono andata a vederli. Ho raggiunto un palazzo anonimo e ho bussato alla porta di una sconosciuta. Una donna esile, con la voce dolce, gli occhi assonnati e una frangetta morbida mi ha invitato a entrare. Abbiamo chiacchierato un po’ e poi mi ha dato una chitarra da tremila dollari. “Puoi suonare qualcosa?”, mi ha chiesto. Era questo il motivo del mio viaggio in Spagna. Perché una volta pensavo di essere destinata a diventare una tocaora. Quarantacinque anni fa, quando avevo due anni, anche mio padre Walter venne a Madrid e bussò alla porta di uno sconosciuto. Chitarrista classico, era innamorato del flamenco, e in Spagna imparò da chiunque fosse disposto a insegnargli. Attaccava bottone con musicisti nei bar, faceva amicizia con artisti di strada, e in qualche modo – ancora oggi nella mia famiglia nessuno sa come – riuscì a studiare con Paco de Lucía, il più grande chitarrista di flamenco dei nostri tempi. Ho cominciato a suonare la chitarra classica quando avevo cinque anni. Ogni pomeriggio mi presentavo nello studio di mio padre nella nostra casa del New Hampshire e mi esercitavo, mentre lui si sedeva di fronte a me, istruendomi e criticandomi. Suonavo le scale finché le punte delle dita mi pizzicavano, si spellavano e si coprivano di calli. A sette anni mi definivano una bambina prodigio e la chitarra veniva prima degli amici, delle attività extrascolastiche e perfino dei compiti. Frequentavo delle master class, ed ero sempre la studente più giovane di almeno dieci anni. A volte mi esibivo con mio padre. Poi, a undici anni, mollai. Non ero più interessata, annunciai (la verità: ero una preadolescente volubile che desiderava soprattutto passare più tempo con gli amici). Affranto, mio padre si allontanò da me. Colpevolmente, io feci altrettanto. Lui smise d’informarsi sulle mie giornate e io evitavo il contatto visivo con lui. Ben presto finimmo col parlare solo quando era necessario. Per lo più litigavamo: per le faccende domestiche, le regole, le ingiustizie percepite. Recuperammo il nostro rapporto solo quando finii il liceo, mi trasferii dall’altra parte del paese e mi ritrovai a letto con uno studente di musica. Improvvisamente circondata da chitarristi, morivo dalla voglia di rimettermi a suonare. Chiesi a mio padre di mandarmi gli spartiti e quando andavo a casa per le vacanze mi faceva lezione. Tornammo a essere molto legati e lui cominciò a insegnarmi il flamenco. Poi, quando avevo poco più di trent’anni, si ammalò. Qualche anno dopo, prima di morire, mio padre mi disse che al mondo non esistevano quasi tocaoras, donne chitarriste di flamenco. Se continuavo a studiare, disse, sarei potuta diventare una delle prime. Glielo promisi, e lui mi lasciò la sua chitarra. Ma dopo la sua morte non riuscivo a suonarla. Aveva passato tanto di quel tempo con le braccia intorno a quello strumento che mi sembrava un’estensione del suo corpo. Tenerla tra le mani dava al mio dolore una fisicità intollerabile. E così per tredici anni la sua chitarra è rimasta inviolata, ed è riemersa solo di recente quando mio figlio mi ha supplicato di fargliela vedere. A due anni, Ellis riservava allo strumento del nonno un’attenzione che non aveva per nessun altro oggetto dell’universo alla sua portata. Mi ha fatto venire il desiderio di passare tutto a lui, sia la chitarra sia la musica. Il problema era che non sapevo più veramente suonare. Una sera, nella mia casa di New Orleans, ho cercato su Google “chitarriste di flamenco”. Erano ancora così rare? Google era contraddittorio. Certo, sono subito saltati fuori video di bravissime tocaoras. Ma i forum che ne parlavano erano letamai di commenti tipo “torna in cucina”. Alla fine, ho scovato un sito che insisteva sull’ascesa delle tocaoras; Antonia Jiménez era il nome più importante della Spagna. Così, d’impulso, le ho scritto: “Se vengo a Madrid è disposta a darmi lezioni?”. Ora, qualche mese dopo, ecco Antonia seduta nel suo salotto di Madrid che sopporta educatamente la mia profanazione – sulla sua chitarra fin troppo preziosa – della musica che un tempo suonavo bene, ma che al momento sto rendendo quasi inascoltabile. E questo era solo l’inizio; avevo contattato altre due famose tocaoras, una a Granada e l’altra a Barcellona. Avrei passato tre settimane in Spagna immergendomi nel mondo della chitarra flamenco femminile, un mondo così nuovo che quando mio padre era ancora vivo non esisteva neppure. Un mondo in cui ora volevo entrare. Il flamenco è un’arte e una cultura complessa dalle origini misteriose, ma sono tutti in qualche modo d’accordo su una cosa: le sue radici risalgono almeno al cinquecento. Fondendo musica araba, gitana e folclore andaluso insieme a una miriade di altre influenze, il flamenco si affermò come una valvola di sfogo per i poveri e gli oppressi. Consiste di cante (canto), baile (danza), toque (chitarra) ed elementi a percussione che comprendono palmas (battito di mani), schiocco delle dita e grida di incoraggiamento (come “olé!”), con l’aggiunta di uno strato più esoterico noto come duende, l’emozione cupa al cuore di tutto, un concetto reso popolare dal poeta spagnolo Federico García Lorca. Il resto della storia è per lo più oggetto di discussioni notturne alimentate dallo sherry. C’è solo un elemento di consenso generale: le donne possono cantare e danzare il flamenco ma, ci dispiace, la chitarra spetta agli uomini, punto e basta. È un caso di machismo bell’e buono. Un club per soli uomini di vecchio stampo. Antonia ha passato la vita preparandosi allo scontro con quel club. Originaria di Cadice (uno dei tre vertici del “triangolo d’oro” dove è nato il flamenco, insieme a Jerez de la Frontera e al quartiere Triana di Siviglia), ha cominciato a suonare a cinque anni, malgrado la resistenza dei genitori. “Il primo litigio con la mia famiglia è stato per la chitarra”, dice. A 14 anni si è trovata un insegnante e a 15 già guadagnava i primi soldi accompagnando cantanti e ballerini. Dopo trent’anni passati a studiare con grandi maestri, comporre musica, suonare nelle migliori sale da concerto di Spagna e girare il mondo, ora sta registrando il suo primo album. Ma suo padre non ha mai cambiato opinione. È morto tredici anni fa senza aver accettato la sua vocazione. “Non ha mai detto una sola volta ‘brava’”, mi ha confidato. “Non ha mai detto ‘olé’. Ho dovuto farlo per me stessa. Ho lottato per la mia carriera, ed è stato molto, molto difficile crescere in quell’atmosfera. Ma si può fare qualunque cosa, perciò l’ho fatto”. Non posso fare a meno di paragonare le nostre vite. Abbiamo quasi la stessa età. I nostri padri sono morti nello stesso anno. Tutte e due abbiamo cominciato a suonare a cinque anni. Ma io mi sono fermata e lei non si è fatta fermare. Lei ce l’ha fatta. Io no. Prima di morire, mio padre mi stava insegnando le soleares, una forma base del flamenco. Decisa a impararle di nuovo in Spagna, ero venuta preparata, portando una grossa cartella di spartiti appena comprati e un portafortuna: la fotocopia di una soleá arrangiata da Paco de Lucía e trascritta da mio padre nel 1972. Antonia si mostra riverente nei confronti della trascrizione, ma rifiuta la mia cartella. Non c’è bisogno di leggere la musica per suonare il flamenco, dice. “Il flamenco è al 90 per cento improvvisazione. Viene dalle famiglie, scorre in profondità dentro le persone. È musica etnica, non scolastica”. M’invita ad andarle semplicemente dietro mentre suona falsetas, o melodie per soleares. Poi le sue mani esplodono sulle corde come fuochi d’artificio. Non mi rimane che fissarla. E farmi prendere dal panico. E rendermi conto di quanto sono totalmente impreparata. Per fortuna, è incoraggiante almeno quanto è brava e tenace. “Ci sei!”, continua a ripetere durante l’ora che passiamo insieme. Ripete questo elogio perfino quando è assolutamente chiaro che non ci sono affatto. Verso la fine della lezione, mi suggerisce di registrarla su un video mentre suona lentamente. Rientrata nel mio appartamento in affitto, guardo il video cinquanta volte e mi esercito freneticamente – una volta per sei ore di fila – fino a quando imparo a memoria le falsetas. E quando le punte delle dita cominciano a formicolarmi, sono euforica. Ci passo sopra il pollice come se fossero una fila di piccoli talismani. Ho concordato due lezioni con Antonia e avviandomi alla seconda mi sento leggermente più fiduciosa. Lei mi offre di nuovo la sua chitarra, e mentre si piega sullo strumento per accordarlo mi ricorda mio padre, il suo modo di cullare la chitarra come una figlia amatissima. Per quanto brillante e carismatico, non era un genitore particolarmente affettuoso, e a volte mi sentivo gelosa della tenerezza che mostrava per il suo strumento. Probabilmente è proprio per questo che da bambina ero stata attratta dalla chitarra: per essergli più vicina con un surrogato. Antonia finisce l’accordatura e io mi affanno con le falsetas. Ma lei sorride, si dice colpita e decido di crederle. La mia ultima sera a Madrid, Antonia si esibisce con un gruppo a Casa Patas, un apprezzato tablao (locale di flamenco). Mi accompagnano in un camerino buio e accogliente, con le pareti tappezzate di foto di artisti del passato. Le passo in rassegna cercando immagini di tocaoras ma non ne vedo nessuna. Non importa: una è in scena e risplende. Dal momento che questo è il mio primo spettacolo di flamenco in Spagna e che la mia comprensione del duende è ancora più debole della mia conoscenza della musica, mi aspetto qualcosa di tetro e sdolcinato, come un’opera triste con un gran tramestio di piedi. Invece è uno spettacolo festoso, sexy, infuocato. Il duende, scopro, non è sofferenza, è trasformare la sofferenza in gioia e passione. Antonia lo fa magnificamente. Cerco di darle tutti gli olé che suo padre non le ha mai dato. Dopo, osservo le studenti che invadono il palcoscenico per chiederle autografi. Assistono regolarmente a questi spettacoli, mi chiedo? Per loro sono serate di routine? O forse proprio stasera si sono rese conto per la prima volta che una ragazza può riuscire a diventare una chitarrista? Granada non figura tra i luoghi di nascita del flamenco, eppure è inestricabilmente legata alle sue origini: si dice che quando mori ed ebrei furono scacciati dalla città, dopo la conquista cristiana del 1492, fuggirono a Sacromonte, fuori dalle mura, dove si unirono ai gitani per creare un quartiere di grotte sul fianco della collina e gran parte della musica che oggi conosciamo come flamenco. Granada – e più precisamente l’Alhambra – fu anche il luogo, nel 1922, della prima competizione di flamenco, il Concurso de cante jondo. Organizzata dal poeta García Lorca e da un suo amico, il compositore Manuel de Falla, la gara portò il flamenco all’attenzione mondiale. Alloggio all’Albaicín, il quartiere ai piedi dell’Alhambra, e la sera il palazzo risplende nella mia stanza come una lampada da notte moresca. L’Alhambra mi segue tutta la settimana: le torrette riempiono gli spazi tra i palazzi, un campanile si staglia fuori dalla finestra di un caffè. È una presenza costante. Come il flamenco. I granadini portano le chitarre in giro per la città come i cowboy del vecchio west portavano la fondina della pistola, e nessun locale sembra completo senza qualcuno che strimpella dietro una custodia aperta. Anche se non ho visto nessuna tocaora, so dove trovarne una. La mia prima impressione di Pilar Alonso, quando apre la porta del suo appartamento, è che sia la persona più allegra che abbia mai conosciuto. Il suo volto è tutto un caldo sorriso e ogni parola che dice è circondata di risate. È così sfacciatamente spumeggiante che rischierei di non prenderla sul serio, se non sapessi come stanno veramente le cose. Una delle prime laureate del prestigioso conservatorio Rafael Orozco di Córdoba – il primo a offrire diplomi di flamenco avanzato – Pilar è stata anche la prima donna a insegnare chitarra flamenco in un’istituzione ufficiale. È diplomata sia in chitarra classica sia in chitarra flamenco, e oggi insegna al conservatorio Ángel Barrios a Granada e contemporaneamente si esibisce con Mujeres Mediterráneas, un quartetto di flamenco interamente femminile. Quando noto una foto di Paco de Lucía nel suo studio, mi dice che lo considera il suo maestro. Pilar aveva cominciato a suonare chitarra folk a dieci anni, ma l’anno dopo qualcuno le diede una cassetta di Paco de Lucía, e bum!, conversione istantanea. Si mise a studiare il flamenco da sola ascoltando le sue registrazioni. Ho scoperto che questo era il metodo più seguito per studiare con lui. A detta di tutti, non accettava quasi mai studenti. Se dici a qualcuno negli Stati Uniti che tuo padre ha studiato con Paco de Lucía, al massimo avrai un sorriso. Qui in Andalusia la gente resta senza fiato e strabuzza gli occhi. Vogliono abbracciarti. Pilar non fa eccezione. Quando le faccio vedere la trascrizione di mio padre, è come se le avessi presentato una sacra reliquia. “È meraviglioso”, dice leggendola attentamente. “Magnífico”. Sfogliando la mia cartella di spartiti, però, reagisce come se le avessi gettato della carne marcia sotto il naso. Sarà felice di insegnarmi cosa sono le soleares, ma questo? No. Quando mi mostra un compás, il ritmo che intende insegnarmi, le sue mani diventano uccelli: dardeggiano e frullano, sprofondano e precipitano, aggraziate, impetuose. “Ok”, dice, “ora vienimi dietro”. Tanto per essere chiari, non c’è speranza che possa farcela. Mentre m’impegno con tutte le mie forze, sento il rimpianto che mi assale. Come ho potuto abbandonare – per due volte – una parte così importante della mia vita? Ma durante la seconda lezione succede qualcosa. Mentre mi fa vedere come collegare un compás a una falseta, Pilar improvvisamente comincia a suonare una melodia che mi aveva insegnato mio padre. Un filo delicato e vivace di singole note, familiare come una ninna nanna. “Questo!”, grido. Le lacrime mi appannano gli occhi, e poi le mie dita pizzicano le corde, veloci quanto quelle di Pilar. È come se avessimo evocato uno spirito per restituirmi alla chitarra. È come se fosse tornato un pezzo mancante di me. A Barcellona non si va per il flamenco. Si va per Gaudí, le tapas, l’assenzio. Eppure è il flamenco – o meglio, una chitarrista flamenco – che mi ha portato qui. Perciò è un po’ strano quando mi presento al suo appartamento per la lezione e lei non mi fa entrare. “È un macello,” dice indicando dietro di sé, e poi mi guida verso un caffè della zona. Marta Robles, che ha cominciato a suonare a sette anni a Siviglia, ha quattro diplomi in chitarra classica e flamenco presi in tre conservatori. Ha viaggiato in tutto il mondo esibendosi da sola e con vari gruppi. È alta e affascinante, intensa e noncurante. Vedendo i suoi video online avevo immaginato che saremmo diventate subito ottime amiche. Invece no. M’intimorisce. Neanche la mia preziosa trascrizione riesce a colpirla. Scorre il testo rapidamente, annuisce e torna alla sua birra. Non si lascia commuovere neppure per dare risposte rassicuranti alle mie domande. Non vuole essere definita una chitarrista flamenco (perché suona molti stili e le etichette sono noiose). Insiste che le tocaoras sono ancora poche (e molte sono straniere). Dice che il machismo è dominante, ma lei non lo ha mai dovuto combattere (tranne una volta, quando un gitano le disse che suonava bene, per essere una donna). E un’ultima sberla dolorosa: “No,” dice. “La situazione non sta migliorando per le tocaoras. Succederà, ma ci vuole tempo. Forse una ventina d’anni”. Le ricordo che due sere fa lei e un’altra chitarrista hanno suonato in un concerto privato per i Rolling Stones, durante il loro tour europeo. E qualche giorno prima, il suo gruppo interamente femminile, Las Migas, ha ricevuto una nomination ai Latin Grammy nella categoria “migliore album di flamenco”, non “migliore album di flamenco femminile”. “Questo non dice qualcosa sul futuro delle tocaoras?”, le chiedo. “Sì, forse”, ammette. “Forse”. La mia ultima lezione di chitarra è prevista per la mia ultima mattina in Spagna, che coincide con una manifestazione a Barcellona. Il giorno prima, quasi due milioni di catalani hanno votato a favore dell’indipendenza, e 893 persone sono rimaste ferite per l’intervento della polizia antisommossa che ha tentato d’impedire il voto. Oggi c’è uno sciopero. Taxi non se ne vedono e la metro ha smesso di funzionare. Raggiungo a piedi l’appartamento di Marta e arrivo con un’ora di ritardo, temendo che non ci sia tempo per fare lezione. Tra un’ora devo lasciare l’alloggio che ho affittato: se non riuscissi a trovare un mezzo per tornare indietro? “Tranquila”, mi dice. Mi accompagnerà lei. Marta non ha voglia d’insegnarmi le soleares, preferisce farmi vedere una rumba. “È così”, dice, le mani un turbinio vorticoso di nocche e di pelle. “Ok? Vienimi dietro”. Questa battuta piace sempre. Ma lei mi fa vedere tutto di nuovo al rallentatore. E mentre studio le sue mani, mi accorgo che le sue dita formano dei quadrati perfetti sui tasti e che il pollice non si sposta mai oltre il manico della chitarra. E sento la voce di mio padre che ripete queste istruzioni, correggendo di continuo la mia posizione, tenendomi il polso con le sue dita lunghe e sottili e scrollandolo gentilmente. “Fallo rilassare”, diceva. E così rilasso il polso, seguo la guida di Marta e, qualche decina di tentativi più tardi, finalmente ci sono. Non solo il ritmo della rumba, ma anche il golpe, il caratteristico colpetto del dito contro la cassa della chitarra. “Eccolo!”, esclama lei, e premiamo sulle corde e suoniamo sempre più velocemente finché andiamo all’unisono e ci scambiamo larghi sorrisi. E di punto in bianco non mi sento più intimidita. Sono euforica, ispirata e innamorata di lei come delle altre mie due tocaoras. Voglio cancellare il mio volo di ritorno, restare in Spagna e passare ogni minuto con queste donne eccezionali, rivoluzionarie. Lo farò? No, a casa c’è una vita che amo. Ma finalmente adesso ricordo cosa significa avere la musica dentro. Concentrarsi profondamente, esercitarsi fino a quando viene fuori qualcosa di bello. Vivere per il momento in cui tutto torna e ti senti elevata. E soprattutto condividere questa magia con qualcuno. Mi domando se questo è duende, una vecchia sofferenza trasformata in passione. So che tenere in mano una chitarra non mi fa più male. È come riaccendersi, come adempiere a una promessa violata. È come la gioia. Dopo la nostra lezione, Marta mi riaccompagna in moto al mio appartamento. E mentre sfrecciamo insieme sulle strade semideserte di Barcellona, mi rendo conto di vivere un raro momento di libertà pura. La sensazione di un peso che ti viene scrollato di dosso. Ho provato a lungo rimorsi e sensi di colpa per aver smesso di suonare la chitarra e aver perso l’occasione di essere una delle prime tocaoras. Quei sentimenti sono scomparsi. Ora capisco quanto sono fortunata. Antonia, Pilar e Marta non hanno avuto modelli femminili che hanno creduto in loro. Io ne ho tre. Loro hanno dovuto superare innumerevoli ostacoli. Io non ho nessun ostacolo davanti a me. Tutt’a un tratto non vedo l’ora di tornare a casa, accordare la mia chitarra e provare tutto quello che hanno condiviso con me. E voglio condividerlo anch’io. Voglio insegnare a Ellis a suonare le soleares, un giorno. Però ho buttato via tutti i miei spartiti. Quando arriverà il momento, gli dirò di venirmi dietro. u gc
Avrei passato tre settimane in Spagna immergendomi nel mondo della chitarra flamenco femminile, un mondo così nuovo che quando mio padre era vivo non esisteva neppure
Lavinia Spalding è una scrittrice e giornalista statunitense. Vive a New Orleans. Questo articolo è uscito su Afar con il titolo Meet the revolutionary women strumming their way into the world of flamenco guitar.
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Questo articolo è uscito sul numero 1353 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati