I ricordi della mia infanzia cominciano una mattina, con una tazza di camomilla aromatizzata con menta e fiori di tiglio. Il liquido profumato e colorato esce lento e fumante da una piccola teiera bianca con un coperchio verde. Nella mia tazza, decorata con tre ciliegie rosse, c’è l’infuso più buono del mondo, preparato secondo la ricetta della nonna. I ricordi continuano con una fetta di pane imburrata e ricoperta di marmellata di lamponi, fragole o ciliegie. La merenda più deliziosa che abbia mai assaggiato. D’inverno la marmellata di lamponi viene fatta colare dal barattolo direttamente nella tazza di tè. Si dice che curi il raffreddore. Comunque sia, ti lascia tra i denti i semini della frutta per un bel po’. È la marmellata magica della nonna.

A mezzogiorno mi rivedo appoggiata a un vecchio noce al margine del giardino. Ubbidiente, aspetto il momento opportuno per alzare la testa e sbirciare nel baule dove sono nascosti vestiti ornati con fili d’oro e d’argento e scarpe con ricami di seta. Proprio come nella favola di Cenerentola che mi ha raccontato la nonna.

La sera è legata a un altro ricordo: cammino lungo un sentiero battuto, mordendo una pera selvatica e assaporando il profumo del tabacco ornamentale che impregna il giardino. I fiori sono stati piantati da mia nonna, ed è stata sempre lei a raccogliere la pera che ho in mano. La mia infanzia aveva i suoi occhi.

A qualche chilometro di distanza da questi ricordi, dietro a una porta senza tracce di colore, si scorge un altro tipo d’infanzia. Quella di 165 bambini e bambine orfani e con bisogni speciali che condividono l’affetto, gli abbracci e le cure di dieci nonne “prese in prestito”.

C’era una volta

“Bianca”, dice una voce delicata, “racconta a Costanza una favola per farla addormentare. Quella che abbiamo imparato insieme”. “C’erano una volta un vecchio signore e una vecchina”, comincia la bambina. “Avevano una gallinella che depose un uovo d’oro. La vecchina e il vecchio signore provarono in ogni modo, ma l’uovo non ne voleva sapere di rompersi. Poi un topolino gli passò accanto sul tavolo e lo colpì con la sua codina. L’uovo rotolò per terra e si ruppe. Allora la vecchina e il vecchio signore si misero a piangere. ‘Ahi, che disastro!’. A quel punto arrivò la gallinella e gli disse: ‘Non vi preoccupate, deporrò un altro uovo, ma un uovo normale, non d’oro’. E così fece. La vecchina e il vecchio signore lo ruppero, lo cucinarono e lo mangiarono felici insieme agli ospiti”.

La storia scorre placida, mentre la bambina cerca di far addormentare la sua bambola. Bianca allunga il braccio destro e dà una carezza alla nonna, mentre due ciuffi di capelli birichini le coprono il viso e i suoi grandi occhi marroni fanno la spola tra la bambolina vestita di giallo e lo sguardo dolce della signora che la osserva.

“Brava Bianca, hai raccontato una storia bellissima”, dice la nonna alla bambina, che indossa un vestitino bianco con fiori rosa e un paio di sandali bianchi da cui spuntano dei calzini di un rosa un po’ più scuro. Bianca ha sei anni. Porta sempre con sé una bambola, Costanza, e pronuncia le consonanti più impegnative in modo particolarmente chiaro e deciso.

Angela Buga ha poco più di cinquant’anni e non ha nipoti, ma ogni giorno fa la nonna per almeno quattro ore. Giorno dopo giorno dà ai bambini e alle bambine dell’orfanotrofio affetto, comprensione e tanti abbracci. In quasi tre anni, cioè da quando ha cominciato a frequentare questo centro di accoglienza, Angela ha ascoltato le storie di decine di bambini e bambine, le loro gioie e le loro sofferenze, e li ha amati come una nonna ama i nipoti.

“Bianca è molto intelligente e impara velocemente. Andrà a scuola e prenderà ottimi voti. Troverà un buon lavoro e guadagnerà bene”, continua Angela, mentre ferma l’altalena e aiuta la bambina a scendere con le sua mani grandi e segnate dal lavoro. Poi si dirigono insieme verso un cavallo a dondolo. “Costanza si è svegliata: è lei che ci vuole andare”, spiega la nonna sorridendo. Il prossimo autunno Bianca dovrà lasciarsi alle spalle l’infanzia e le sue due nonne, Maricica e Angela, per andare a scuola. Angela, invece, non abbandonerà il suo impegno di nonna. Continuerà a venire ogni giorno dalla periferia di Chișinău – dove vive, si occupa dei genitori anziani e coltiva un pezzo di terra – per dare colore alla vita di altri bambini. Perché “i nipoti non sono mai troppi”, dice.

La capacità di comunicare

In questo centro di accoglienza e riabilitazione per la prima infanzia, a Chișinău, i piccoli ospiti sono suddivisi in gruppi di quindici. E tutti hanno l’attenzione degli educatori. “Quando un bambino nasce e ha una famiglia, ha le cure e le attenzioni dei genitori, dei fratelli e delle sorelle, dei nonni. E tutti si lamentano che è faticoso”, dice Maria Ţăruş, direttrice del centro. “Qui abbiamo tre persone per quindici bambini e bambine. Vanno accuditi, lavati, coccolati, vestiti, nutriti. È un lavoro titanico. Non è possibile prenderli in braccio singolarmente ogni volta che te lo chiedono. È in queste situazioni che la presenza delle nonne è fondamentale. Ognuna di loro passa almeno 30 o 40 minuti al giorno da sola con un bambino. Lo porta a fare passeggiate, gli parla. Qui i piccoli escono a passeggiare tutti i giorni”, spiega Maria Ţăruş.

Qualche tempo fa una delle infermiere che lavoravano al centro si è dovuta sottoporre a un intervento chirurgico alla colonna vertebrale. I problemi di salute l’hanno costretta ad abbandonare il lavoro: prendere in braccio i bambini, uno dei suoi compiti, avrebbe infatti messo a rischio il recupero. “Ma anche se non lavorava più con noi”, racconta Maria Ţăruş, “veniva tutti i giorni a stare con i piccoli, a parlare con loro. È così che ci è venuta in mente l’idea di cercare persone che avessero la voglia e la capacità di comunicare con i bambini. Vengono dalla città stessa, dalle periferie, da altri villaggi. Ma non accettiamo tutti. Facciamo una selezione che prevede test psicologici, controlli medici e prende anche in considerazione le esperienze di lavoro con i più piccoli. Le infermiere e le insegnanti di asilo, per esempio, sanno ascoltare i bambini”, dice Maria Ţăruş, spiegando che quasi tutti gli ospiti del centro sono stati abbandonati o rifiutati dai genitori. Spesso vengono da ambienti sociali vulnerabili, in cui non sono garantite neppure le condizioni minime di un’esistenza dignitosa.

“Ricordo che mia nonna amava prendermi in braccio. Io me ne stavo seduta sulle sue ginocchia anche quando ero più grande”, racconta Claudia Ion. “Ricordo che un anno, d’inverno, cominciai ad andare a ballare. Quando tornavo a casa avevo i piedi congelati. Allora mia nonna me li scaldava e io l’abbracciavo. Ho imparato molto da lei. È per questo che anche noi proviamo a essere delle vere nonne per questi bambini”, racconta Ion, che continua scavare nella memoria, anche se non ricorda nemmeno quando è diventata nonna.

Claudia Ion è in pensione da un paio d’anni. Racconta che si era stancata di stare a casa, e che passare del tempo con i bambini è una gioia anche per lei. “Vivo vicino al centro. E so che i piccoli hanno bisogno di andare a spasso, di attenzioni, di qualcuno che li tenga per mano. Mio nipote ha 22 anni e non ha più bisogno di me per queste cose”, dice ridendo, mentre spinge l’altalena su cui siedono tranquilli due dei suoi nipotini, di due e tre anni.

“Dondola, dondola, cantilena! Guarda l’omino che taglia l’erba. Ecco un uccellino; come fa l’uccellino? Cip, cip. Ecco uno scoiattolo; come fa lo scoiattolo? Non lo so neanche io! E la macchina? Bip, bip! Fa’ ciao alla macchina”, dice sorridendo Claudia. Le risate e il tintinnio gioioso delle voci dei bambini e delle bambine che cercano di ripetere quello che sentono incoraggiano Claudia a proseguire nel suo monologo.

“Sono felice quando li vedo allegri, quando mi vengono incontro. Appena apro la porta, tutti vogliono uscire con me. Li prendo in braccio e vedo i sorrisi più dolci e sinceri”. Claudia è felice per il senso di gratificazione che i piccoli le regalano ogni mattina e alle quattro del pomeriggio, quando si svegliano dal riposino pomeridiano. Racconta che d’estate le attività consistono principalmente nell’andare a spasso e ballare tutti insieme in uno spazio all’aperto. D’inverno, invece, si sta al chiuso: si legge, si disegna, s’impara ad apprezzare le piccole cose: “D’estate stiamo a contatto con la natura; d’inverno ci immergiamo nelle storie. Per quanto piccoli siano, i bambini capiscono bene chi si prende cura di loro e come, chi gli dedica attenzione”.

“Forza, andiamo a ballare, che ne dite? La, la, la. Uno, due, tre…”. Si sentono due voci che cantano insieme, interrompendosi a vicenda a distanza di qualche secondo.

Da sapere
Un paese d’emigrazione

◆ La Moldova (Repubblica Moldova in moldavo, una variante della lingua romena) è stata una repubblica dell’Unione Sovietica **dal 1940 al 1991, quando ha conquistato l’indipendenza. Con un pil pro capite di 2.289 dollari (2017) è il più paese più povero d’Europa. Secondo il censimento del 2014, ha 2,8 milioni di abitanti. Nel 2004 erano 3,4 milioni (i dati non includono la Transnistria, territorio che nel 1990 si è proclamato indipendente). Nel 1992 il paese, Transnistria compresa, aveva 4,3 milioni di abitanti. Secondo le stime, dall’indipendenza almeno un milione di moldavi è emigrato. Tra le principali destinazioni ci sono la **Russia, l’Italia **e la **Spagna. Nel 2017 le rimesse degli emigrati equivalevano al 20,2 per cento del pil del paese.

◆ I bambini tra 0 e 14 anni sono 482mila. Secondo l’Unicef, circa 20mila hanno entrambi i genitori all’estero, mentre 80mila hanno almeno un genitore emigrato. Negli ultimi anni il paese ha avviato un piano d’azione per la protezione dei bambini che ha portato a una profonda riforma del sistema di assistenza. I bambini ospitati negli istituti statali sono diminuiti dai 12mila del 2007 ai 2.214 del 2015 e il numero degli istituti è passato da 67 a 35. È invece in aumento il numero di minori che vivono in case famiglia o in affido. Il numero di bambini assistiti (1.826 ogni centomila nel 2014) rimane comunque uno dei più alti dell’Europa orientale, dove il problema è particolarmente grave. World Bank, Unicef, statistica.md, openingdoors.eu


Rapporti esclusivi e diretti

“I nostri bambini sono speciali, non hanno una famiglia che gli dedica le attenzioni di cui hanno bisogno”, dice Maria Ţăruş. Gli educatori lavorano con i gruppi, la stessa cosa fanno le infermiere, e anche i medici controllano i bambini in gruppo. “Bambini, mangiamo! Bambini, andiamo!”. Ma per sviluppare le capacità individuali di ognuno serve un rapporto diretto, uno a uno. È bene che i piccoli comunichino direttamente con gli altri”, spiega Ţăruş, sottolineando l’importanza del dialogo con gli adulti. Inizialmente, racconta, era il personale interno a fare volontariato, rimanendo oltre l’orario di lavoro. “La mattina lavoravano con i gruppi, ma di pomeriggio, dopo che avevano svolto il lavoro burocratico, si prendevano ognuno un bambino o una bambina in braccio e insieme andavano a fare una passeggiata per una mezz’ora. È un lavoro utilissimo. Anche oggi ognuno di noi passa del tempo con i piccoli. I bambini hanno bisogno di essere ascoltati. Devono esprimersi, parlare, dar voce ai loro bisogni, raccontare quello che provano, i loro problemi, quello che sanno, quello che non sanno ancora”.

“Uno, due, tre, quattro… Dai, contiamo i passi fino alla cima dello scivolo. Attenta, attenta, così. Bravo Ion! Bravo! Adesso aspetta, che anche Tamara vuole salire. Così, brava piccola!”. La nonna afferra la bambina appena arriva alla base dello scivolo e la solleva, come fosse la cosa più preziosa del mondo. Tamara, una bambina bionda, ride e si arrampica di nuovo sullo scivolo.

Iulia è una delle nonne più energiche del centro. Aiuta i piccoli a salire sullo scivolo, li prende in braccio e gli fa fare l’aeroplano, gioca con loro a palla e gli insegna a contare. Oggi fa la nonna a due bambini. Quando si ferma un attimo per riprendere fiato, il piccolo Ion comincia ad arrampicarsi sullo scivolo al contrario. Lei lo aiuta, lo sostiene quando lui scivola indietro e se lo stringe al petto. Nonna Iulia di solito viene a trovare i suoi nipotini dopo il lavoro. E riesce a combinare tutti i suoi impegni. “Facciamo in modo che parlino il più possibile”, dice. “Una nonna deve amare i propri nipoti, deve fargli capire che li ama. I miei nonni sono morti giovani, ma io ancora conservo il loro affetto. In famiglia eravamo sei tra fratelli e sorelle. Sapete com’era una volta: si stava più tempo fuori, si giocava, c’erano mille divertimenti e momenti meravigliosi. Per questo oggi cerco di dare ai bambini tutta l’attenzione possibile”.

“Attento, nonna ti tiene. Ti è caduto il cagnolino di pezza, lo rimettiamo sull’altalena, che ne dici? Va bene, non vuoi più giocare qui, ho capito. Dai, proviamo a giocare a palla, ti va? Così, Ion, bravo, tira la palla alla nonna”. Iulia sorride e si siede sull’erba ad ammirare l’energia dei piccoli.

“La cosa più gratificante del fare la nonna è la reazione dei bambini”, dice Ţăruş. “Amano davvero le loro nonne. A volte le signore portano da casa qualcosa di buono da mangiare. E capita che qualcuno si metta anche a piangere quando viene portato a passeggiare un altro bambino. Se i piccoli sono così legati alle nonne, vuol dire che la cosa funziona. L’affetto non è mai troppo”.

In mezzo ai ciuffi d’erba del sentiero calpestati dai piedi dei bambini, all’ombra di un albero di visciole c’è un’altra nonna che gioca con un bimbo, facendolo volare in aria. Le foglie carezzano la manina di una bimba di quattro anni che cerca di raccogliere delle visciole.

È ora di pranzo. Le nonne portano i bambini e le bambine in cucina e poi se ne vanno: chi a casa, chi a lavorare, chi a prendere i propri nipoti biologici all’asilo. Un’altra giornata è passata. Le dieci nonne hanno lasciato la loro impronta d’amore e di gioia sui bambini. Sentimenti che i piccoli sembravano aver definitivamente perso quando furono abbandonati dai genitori. ◆ mt

Liliana Botnariuc è una giornalista moldava, redattrice del settimanale Ziarul de Gardă, una rivista indipendente fondata nel 2004 a Chișinău che pubblica inchieste e reportage in moldavo e in russo.

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Questo articolo è uscito sul numero 1273 di Internazionale, a pagina 68. Compra questo numero | Abbonati