“L’allenamento intensivo è eccezionale per la mente. In poche parole, mi rende felice!”. Natalie Müller, 41 anni, si sposta dalla cucina al salotto del suo appartamento nel quartiere di Adamstuen a Oslo. La figlia Millie, 14 mesi, la segue alle calcagna con passettini veloci e pieni di energia. Al centro della stanza, davanti a una grande finestra angolare, l’aspetta un bike trainer. Sarà fondamentale nei prossimi mesi, perché Müller ha deciso d’intensificare le sessioni. Si è iscritta all’edizione 2026 della Norseman, quindi dovrà aumentare gradualmente l’allenamento per raggiungere le 15-17 ore settimanali.“

Da marzo ha anche ripreso a lavorare a tempo pieno come consulente strategica per l’azienda di brokeraggio assicurativo Aon. Si annunciano una primavera e un’estate di fuoco, piene di innumerevoli sessioni di corsa, bicicletta e nuoto.

“Non l’ho deciso da sola. Ne ho parlato con il mio compagno Martin. Avevo la Norseman in cima alla mia lista di cose che volevo fare ed era giunta l’ora di misurarsi con un nuovo obiettivo molto impegnativo. Questa impresa, però, non riguarda solo me. Sarà il grande progetto dell’anno per tutta la famiglia!”.

Maratona, ultracorsa e Ironman, per anni discipline di nicchia, stanno conquistando il grande pubblico. “Le persone comuni si allenano come i professionisti, tengono il conto delle proteine ed effettuano doppie sessioni di allenamento. Vogliono dimostrare qualcosa a se stesse, trovare una sensazione di controllo o semplicemente dare uno scossone alla propria vita. Il fitness può essere il miglior antidoto alla routine”, ha scritto la rivista statunitense Women’s Health nel numero dell’ottobre 2025.

Questa tendenza è diffusa anche in Norvegia. L’anno scorso già alla fine di marzo erano state chiuse le iscrizioni sia per la mezza sia per la maratona completa di Oslo. Va forte anche l’ultramaratona (più di 42 chilometri). Nel 2025 in Norvegia i partecipanti a questo tipo di gare sono stati quasi 12mila, più del doppio rispetto all’anno record del 2024.

Nel 2025 oltre seimila sportivi hanno chiesto di partecipare alla Norseman xtreme triathlon, riconosciuta come la più dura gara di triathlon al mondo sulla distanza Ironman. Hanno superato le selezioni soltanto in 250, che faranno 3,8 chilometri a nuoto nell’acqua gelida dell’Hardangerfjord e 180 chilometri in bicicletta, per poi concludere con una maratona completa (42,2 chilometri) fino alla vetta del Gaustatoppen.

Nell’ultimo anno ha preso piede in Norvegia anche l’hyrox, una durissima disciplina che unisce corsa ed esercizi funzionali. A livello globale il numero di praticanti dai 260mila del 2024 ha superato i 550mila nel 2025. A cosa si deve questo successo? Innanzitutto c’è la crescita esponenziale dell’uso di smart­watch e app di fitness.

I dispositivi wearable (indossabili) ci permettono di misurare, analizzare e ottimizzare ogni progresso tenendo sotto controllo la pressione, il battito cardiaco, la variabilità della frequenza cardiaca, il ritmo e la velocità, il carico dell’allenamento e il consumo di calorie, solo per fare alcuni esempi. Con le app si possono registrare le sessioni e seguire gli allenamenti altrui.

Olai Johannessen (Amélie Denizou Lund)

Secondo uno studio dei National institutes of health, nel 2023 quasi uno statunitense su tre usava un dispositivo indossabile per monitorare salute e training. Negli ultimi quattro anni, per esempio, il numero di utenti dell’app Strava è più che raddoppiato, arrivando a 150 milioni di persone in 185 paesi.

Grazie a questa mole di dati possiamo monitorare costantemente le prestazioni, anche quelle altrui, e trovare nuovi modi per ridefinire i limiti, a prescindere che il nostro obiettivo sia partecipare a una maratona oppure battere sul tempo un concorrente.

Il mensile statunitense The Atlantic identifica nella “crisi dei 25 anni” un altro fattore del boom dell’allenamento intensivo, perché negli ultimi anni la sweat gen, la generazione del sudore, si è concentrata proprio sulle maratone.

TikTok e Instagram sono pieni di video in cui persone tra i venti e i trent’anni si riprendono all’aperto, mentre si allenano con vestiti e attrezzature high-tech per quella che definiscono la “maratona della crisi del primo quarto di secolo”.

Ricerca dell’identità

In un periodo in cui è diventato più difficile raggiungere i tradizionali indicatori della maturità (matrimonio, figli, carriera stabile, casa di proprietà), i giovani possono sentirsi disorientati e, in questi casi, una maratona rappresenta una strada più sicura per dare un senso alla propria vita. “Rispettando il piano di allenamento, puoi raggiungere l’obiettivo prefissato”, spiega la psicoterapeuta statunitense Satya Doyle Byock, autrice di Quarterlife: the search for self in early adulthood (Un quarto di secolo: la ricerca di sé nella prima età adulta) in un’intervista con l’Atlantic.

Secondo Melina Meyer Magulas, fisiologa dello sport e ricercatrice al dipartimento di medicina dello sport presso l’Istituto superiore norvegese di educazione fisica, per molti l’allenamento non è più un’attività per la salute, ma diventa una questione di identità.

“Si parla molto di quiet quitting, dimissioni silenziose, ovvero del fenomeno per cui molte persone sul lavoro si limitano allo stretto necessario, non fanno straordinari e non vogliono responsabilità aggiuntive. Mentre prima si acquisiva status lavorando giorno e notte, oggi molti cercano nuovi spazi per realizzarsi. Ed è qui che entra in gioco l’allenamento”.

Magulas aggiunge che il fitness è in grado di fornire una sensazione di competenza e controllo, oltre a dare stabilità alla vita quotidiana. “Questo è il tuo progetto. Il training permette di barrare tutte e tre le caselle della teoria dell’autodeterminazione”.

Olai Johannessen (Amélie Denizou Lund)

Secondo questa teoria psicologica, sviluppata negli anni ottanta da Edward Deci e Richard Ryan, gli esseri umani raggiungono il massimo della motivazione e funzionano meglio quando sono soddisfatti tre bisogni innati: autonomia (autodeterminazione), competenza (successo) e relazioni.

Il rischio è che nella ricerca della perfezione si creino strutture troppo rigide, al punto che l’allenamento può finire per prendere il sopravvento sulla propria vita, spiega Magulas.

“Il problema si manifesta quando delle persone adulte conducono una vita sportiva di alto livello senza poter contare sulle necessarie possibilità di recupero. Allenarsi intensamente per lunghi periodi non è pericoloso, ma se l’obiettivo è l’evoluzione personale, esistono strade più intelligenti rispetto alle pratiche diffuse attualmente. Bisogna mantenere l’attenzione sulla qualità invece che sulla quantità”, dice la ricercatrice. “Se l’allenamento è eccessivo, la nuova normalità può diventare rapidamente la stanchezza costante, e nel tempo ci rende più suscettibili alle malattie e aumenta il rischio di infortuni”.

Salute a rischio

Il piacere della corsa è cresciuto in Natalie Müller quando si è prefissata di partecipare a una maratona prima di compiere trent’anni. In seguito è stata letteralmente conquistata dal ciclismo, anche per l’influenza del compagno, ricercatore specializzato in triathlon e ciclista amatoriale.

L’interesse per il nuoto ha richiesto più tempo per attecchire. L’esperienza di essere quasi annegata a Bali qualche anno fa le ha lasciato il segno: ha un po’ di paura delle acque aperte. Tuttavia, questo non le ha impedito di partecipare a diverse gare di triathlon. Oggi per partecipare al Norseman è seguita da un allenatore, perché occorre una buona preparazione per i quasi quattro chilometri di nuoto nell’acqua gelida, e spesso agitata, dell’Hardangerfjord.

La quantità di allenamento non la spaventa: “Mi allenavo già 15-17 ore alla settimana, quindi andrà tutto bene. Si tratta solo di pianificare con intelligenza e di recuperare a sufficienza. Devo solo stare attenta a non farmi male. Prima di questi livelli di allenamento non mi ammalavo mai. Adesso mi becco un raffreddore dopo l’altro! Devo imparare a gestire meglio l’intensità. Nel mio caso è una questione sia di disciplina e pazienza sia di forza di volontà”.

Deve alzarsi alle cinque di mattina per allenarsi al bike trainer in salotto oppure andare in piscina per un’ora prima del lavoro. E poi di corsa sia all’andata sia al ritorno dall’ufficio. Nel fine settimana le sessioni sono ancora più lunghe. “Per farcela devo selezionare attentamente gli impegni che accetto nei giorni feriali”, dice Müller. Il suo compagno Martin è disposto ad aiutarla: “Natalie mi ha sostenuto e ha messo in pausa la sua vita mentre conseguivo il dottorato. Ora tocca a me sostenere lei, affinché possa realizzare il suo sogno”, dice.

La fisiologa dello sport Melina Meyer Magulas, attiva anche come preparatrice atletica per la corsa, osserva che molte persone si allenano come se qualcuno le minacciasse con un coltello alla gola. “Spesso sono tremendamente impazienti, ma per diventare bravi ci vuole tempo, anche tanti anni, prima di arrivare ai vertici delle classifiche e migliorare i propri tempi. Alcuni, poi, si allenano duramente senza ottenere risultati d’eccellenza”.

“Per questo, anche se il progetto di allenamento è importante, non bisogna perdere la visione d’insieme. Se il carico risulta eccessivo le tue prestazioni ne risentiranno e il corpo si appesantirà. Se si perde lucidità e il training occupa ogni pensiero, si deve fare attenzione e ridurlo. Se si mettono in secondo piano il lavoro e la famiglia, è stato superato il limite”.

Mi manca una rotella

“Perché lo faccio? Perché sono un po’ svitato! Bisogna avere un briciolo di pazzia per resistere, però adoro le attività pesanti e impegnative a lungo termine”.

Sono le parole di Olai Johannessen, 33 anni. Editor per il settore della matematica presso la casa editrice Cappelen Damm e padre di due figli, è uno dei migliori atleti hyrox in Norvegia. “Ogni due settimane stanno con me i miei due bambini, di quattro e sette anni, nati da una mia unione precedente. La mia attuale compagna, Stine, mi aiuta moltissimo nel far funzionare la vita quotidiana. Ci alziamo alle sei di mattina, lasciamo i bambini a scuola, andiamo al lavoro a Oslo, passiamo a prendere i bambini, prepariamo la cena e facciamo attività con loro fino all’ora di metterli a letto. Alle 20.30 posso cominciare le sessioni di tapis roulant in salotto. Non ne ho tanta voglia, ma devo”.

“Devi?”.

Marte Gleditsch (Amélie Denizou Lund)

“Sì. Essendomi iscritto a una corsa di hyrox, ho un obiettivo da raggiungere. Non potrei sopportare di fallire solo perché non ho fatto il lavoro necessario. Non esiste”.

Nelle settimane in cui i bambini vivono con la madre, Johannessen si allena molto di più e dopo il lavoro si ferma tutti i giorni in palestra. Fa pesi e trazioni, sled push e sled pull (spingere e tirare degli attrezzi pesanti), trasporta sacchi di sabbia, voga e corre. L’hyrox mette alla prova sia le condizioni fisiche sia la forza, in quanto comprende otto chilometri di corsa (in otto percorsi da un chilometro) alternati ad altrettante sessioni di impegnativi esercizi funzionali.

“Per me il training è una pausa dalla routine. Se non mi fossi allenato così tanto sarei una persona peggiore. Un guscio vuoto. L’allenamento è un presupposto per riuscire bene nel resto della vita”.

Johannessen si è allenato molto anche in gioventù. A 19 anni era stato inserito nella nazionale juniores di hockey su ghiaccio. Dopo sette anni da professionista, nel 2018 ha smesso di giocare quando è nato il primo figlio.

“La vita da sportivo di alto livello è completamente diversa da quella di chi ha un lavoro a tempo pieno e pratica sport a livello amatoriale. A quei tempi non c’erano distrazioni, potevo concentrarmi al 100 cento su allenamenti e gare. Oggi ci sono riunioni di lavoro all’ultimo minuto, le giornate in ufficio si allungano, i bambini si ammalano improvvisamente. Però impari a gestire lavoro, famiglia e allenamento. Non è impossibile. Indubbiamente sono avvantaggiato perché la mia compagna e io ci aiutiamo molto”.

Johannessen è riuscito anche in passato a fare più cose contemporaneamente. Per esempio, è contento di essersi laureato mentre giocava da professionista. È stato più facile trovare un lavoro quando ha smesso.

Ha corso alcune mezze maratone e provato il crossfit, ma poco più di un anno fa ha perso la testa per l’hyrox. Si è reso conto di avere talento alla sua prima gara a Stoccolma, nell’autunno del 2024, e oggi è uno dei migliori in Norvegia. “Sembra strano, ma ho l’impressione di essere più allenato ora di quando giocavo a hockey. Ho acquisito più forza e velocità”. Mangia sano e non beve più alcolici da un anno e mezzo. Se gli capita di sedersi davanti alla televisione, ha l’impressione di perdere tempo. “Sono i risultati a spingermi, non i benefici per la salute. Ho la testa di uno sportivo e adoro confrontarmi sia con me stesso sia con i ‘ragazzi’, i professionisti. Nelle gare di hyrox, infatti, i dilettanti gareggiano con i professionisti e questo mi sprona. L’allenamento è parte integrante della mia identità”.

Tutto sotto controllo

Anche Emil Gukild, 33 anni, è diventato uno di questi “ossessionati del fitness”. Alla fine del 2025 ha lasciato il lavoro di giornalista sportivo alla tv norvegese per puntare sullo sci di fondo di lunga distanza. Da allora effettua allenamenti durissimi. L’hanno scorso ha completato la tre chilometri, la dieci chilometri e la mezza maratona, senza che la corsa in sé fosse l’obiettivo. L’obiettivo è migliorare per la prossima stagione.

Nel novembre scorso durante una puntata del podcast Gukild & Johaug l’ex giornalista ha spiegato perché gli piace e trova così importante allenarsi: “Per la maggior parte dei lavori devi presentarti con buoni voti, superare colloqui e fare una buona impressione. L’allenamento invece è una nostra creazione individuale. Credo che sia questo l’elemento che più mi attrae”, spiega. “In altre parole: io m’impegno, ottengo i risultati e traggo benefici per la salute”, aggiunge. “Nessuno può togliermeli, dipende tutto da me”.

Forse la vita lavorativa offre meno di una volta? Se l’è chiesto Arve Hjelseth, professore di sociologia dello sport all’università norvegese della scienza e della tecnologia (Ntnu). A detta di Hjelseth l’età degli “ossessionati del fitness” si abbassa costantemente: se un tempo avevano tra i trenta e i quarant’anni, oggi molti di coloro che si allenano per decine di ore settimanali hanno meno di 25 anni.

“Il lavoro non assorbe più completamente e lascia tanto tempo libero da riempire, preferibilmente con attività che diano un senso. C’è chi s’interessa di salute e alimentazione, chi si serve del fitness per realizzarsi. Dato che i successi dell’allenamento sono facilmente misurabili, si ha la sensazione di avere il controllo della propria vita”.

Secondo Hjelseth investire in attività che arricchiscono sia il corpo sia la mente non significa solo fare qualcosa per se stessi. Si acquisisce status sociale anche solo perché ci si allena. Smartwatch e app sono ottimi strumenti per monitorare i progressi, la qualità del sonno e l’assorbimento dei nutrienti, ma contemporaneamente possono generare pressione e stress.

“In linea di principio l’allenamento fa bene alla salute. Il monitoraggio delle prestazioni e il confronto ininterrotto con gli altri, però, possono sconfinare in un’autodisciplina malsana. Le persone comuni con lavori normali non hanno la possibilità di allenarsi e vivere come sportivi di alto livello senza essere travolte dal cumulo di impegni”, afferma Jan Helgerud, professore di medicina e fisiologia dello sport all’Ntnu. “È ovvio che fino a trenta ore settimanali di allenamento, associate a un lavoro a tempo pieno, portano con sé alcuni problemi”. Helgerud elenca una serie di buone ragioni per dedicare tempo all’allenamento: innanzitutto arricchisce, energizza e contribuisce al benessere psicofisico. Quando una persona fa due sessioni al giorno senza essere uno sportivo a tempo pieno, però, il rischio di lesioni aumenta significativamente.

“Uno sportivo di alto livello può contare su piani individuali di sonno, è seguito da fisioterapista e nutrizionista. Invece il carico totale di lavoro, figli, lavori domestici e stress, combinati alla mancanza di tempo, può aumentare il rischio di infortuni da fatica”, osserva.

“Se segui i piani di allenamento di sportivi professionisti e ritieni che ogni sessione debba essere ottimale, vai incontro a conseguenze classiche come lesioni da carico, sindrome da stress tibiale mediale, fratture da stress, dolori alla schiena, fascite plantare e così via. Tantissimi supersportivi ottengono risultati mediocri nonostante tutto il tempo dedicato”, aggiunge Helgerud. “Se oltre al lavoro intendi seguire alla lettera un piano di allenamento impegnativo, si ridurrà l’intensità, che invece è l’elemento più importante per fare progressi”.

Realizzare un sogno

Helgerud consiglia di “ridurre la quantità e allenarsi in modo più razionale. Invece di trenta ore settimanali, passare a un piano da dieci ore, così migliora la qualità di ogni sessione. Aggiungendo sforzi intervallati e un allenamento di forza con pesi consistenti si mantiene l’intensità, si prevengono infortuni e ci si ritaglia più tempo per la famiglia e gli amici”.

Helgerud trova anche controproducente che patiti e influencer del fitness si scambino consigli e siano “troppo autoreferenziali”: “Un piano ideale per uno sportivo non è necessariamente adatto a un altro. Nei podcast, su TikTok e Instagram abbondano invece i consigli di allenamento, che molto spesso sono tutt’altro che buoni”.

“Ora è il momento”, c’è scritto sopra una foto pubblicata su Instagram da Marte Gleditsch, 34 anni, mentre indossa una giacca impermeabile nera e aderente, con il cappuccio ben stretto intorno alla testa.

La foto del 2024 la riprende durante una sessione di allenamento al chiuso per prepararsi alla maratona di Valencia.

In movimento
Paesi europei in cui le persone fanno attività fisica per più di 150 minuti a settimana, % della popolazione, 2019 (Eurostat)

“Si tratta di realizzare il sogno di raggiungere alti livelli sportivi da adulti, in parallelo al lavoro e a una vita normale. Se tutto va bene, hai sempre un’alternativa”.

Insieme a Linnéa Öberg, 34 anni, Gleditsch gestiva il podcast Pace project in cui gli ascoltatori potevano seguire le due runner alla ricerca della forma ideale. “Siamo interessate all’allenamento più della media e vogliamo dimostrare che anche le donne sanno gestire numeri e minimi dettagli per risparmiare secondi e battere i record personali. Non siamo runner da ‘come va, va’”.

In effetti svolgono spesso doppie sessioni giornaliere. Gleditsch corre 120-150 chilometri alla settimana, mentre Öberg in seguito ad alcuni problemi fisici ha dovuto ridurre leggermente l’impegno.

Da sempre i tipici obiettivi sono meno di un’ora e venti minuti per la mezza maratona e sotto le due ore e cinquanta per la maratona. Le loro prestazioni si aggirano su questi tempi. Nel corso dell’anno sperano entrambe di scendere a due ore e quarantacinque minuti per la distanza maggiore.

“Il podcast e il nostro progetto di running nascevano dalla constatazione che abbiamo superato i trent’anni, lavoriamo a tempo pieno e abbiamo scoperto il piacere della corsa in età adulta. L’obiettivo è dunque vedere quali livelli possiamo raggiungere”, spiega Öberg.

Successi personali

Quando intervistiamo le due runner, all’inizio di gennaio di quest’anno, Öberg è alle ultime settimane di gravidanza e sa bene che la nascita di un figlio comporterà grandi cambiamenti.

Da sapere
Dall’allenamento alla dipendenza

◆ La dipendenza dall’esercizio fisico non è ufficialmente riconosciuta come un disturbo psichiatrico, quindi non ci sono criteri standardizzati per la sua diagnosi. Ma in alcune persone si delineano tratti comuni ad altre dipendenze: l’esercizio fisico diventa il fulcro di tutto, spesso a scapito delle normali attività, come il lavoro, e della socialità. Si tende a continuare gli esercizi anche in caso di infortuni ripetuti e a sperimentare una sorta di astinenza quando non ci si può allenare. A volte ciò si accompagna a un’alimentazione insufficiente. Quasi la metà delle persone con disturbi alimentari presenta anche sintomi di dipendenza dall’attività fisica, che spesso è legata a un’attenzione ossessiva per la propria immagine corporea. Nei casi più gravi, si arriva alla vigoressia, o bigoressia, cioè la profonda e costante preoccupazione di non avere un corpo abbastanza asciutto e muscoloso, che può spingere anche a usare sostanze anabolizzanti. Si traduce in pensieri ossessivi e pervasivi che interferiscono con la vita quotidiana generando un profondo malessere. Può essere considerata una forma di disturbo da dismorfismo corporeo, che secondo il Dsm-5, il manuale diagnostico per la salute mentale, rientra nello spettro dei disturbi ossessivo-compulsivi.


“Sarà appassionante. In gravidanza è andato tutto liscio, mi sono allenata quasi come al solito e conto di farlo anche in futuro. Abbiamo sistemato un bike trainer nella camera degli ospiti e comprato un passeggino da corsa. Il mio compagno e io ci siamo confrontati. Siamo d’accordo nell’aiutarci a ritagliare il tempo necessario per allenarci”.

Sia Gleditsch sia Öberg fanno un lavoro d’ufficio: la prima è sviluppatrice di prodotti per un’azienda high-tech, la seconda è la responsabile clienti presso un’azienda che produce snack. Secondo loro, lavoro sedentario e attività fisica possono conciliarsi benissimo.

“Andiamo e torniamo dal lavoro di corsa. Al pomeriggio facciamo un’altra sessione di sport. Per non avere problemi, tuttavia, è importante creare una buona routine quotidiana tra alimentazione, sonno e recupero. È stato altrettanto importante procedere gradualmente, distribuendo l’aumento del carico sul lungo periodo”, dice Gleditsch, che ha praticato crossfit e oggi può vantare un corpo forte, in grado di resistere a qualsiasi sforzo.

Cosa spinge le due amiche ad allenarsi tanto? Gleditsch non ha dubbi: “Quando superi i trent’anni, hai un lavoro fisso e vivi con il tuo compagno, devi trovare nuove aree di sviluppo personale. Per me l’allenamento è un modo per realizzarmi. La corsa è un’attività semplice, in cui è facile misurare i progressi. Quando corro divento una versione migliore di me stessa. È una cosa che crea dipendenza. All’inizio magari si trattava di mantenermi in salute e in forma, mentre ora mi trovo con venti paia di scarpe da running e mi sono iscritta alla maratona…”.

Anche Öberg è motivata dai risultati: “Correre veloce e battere il proprio record personale. È ovvio che è motivante!”.

Il nostro capitale

Il numero di persone normali che hanno lavori normali e si allenano con ossessione è in costante aumento anche perché corpo e aspetto fisico sono diventati una sorta di capitale, sostiene Anne Tjønndal, docente di sociologia dello sport alla Nord University. “Diamo valore a prestazioni da record. Una maratona o una Norseman fa più impressione di una corsa da dieci chilometri”.

Su Strava, Instagram, Snapchat e TikTok possiamo mettere in mostra il nostro capitale corporeo, a prescindere che lo facciamo solo per vantarci o desideriamo motivare gli altri. Tjønndal sottolinea che un regime di allenamento duro può anche comportare tensione e rischio.

“Quando la vita di tutti i giorni è troppo strutturata e prevedibile, desideriamo l’azione, e partecipare a eventi sportivi ci assicura spesso l’adrenalina che stiamo cercando. Attraverso lo sport e l’esercizio fisico abbiamo la sensazione di superare i nostri limiti”.

Tjønndal sa di cosa parla. Ex campionessa norvegese di boxe, dedica molte ore del tempo libero ad allenarsi.

“Trovo che ci sia una miriade di motivi per cui la gente oggi si allena tanto, ma una delle tendenze emergenti è acquisire il controllo della propria salute. Stare bene, essere in ottima forma fisica e avere un bell’aspetto accresce il tuo status, anche perché tanti associano sovrappeso e obesità all’ozio”.

Secondo Tjønndal, i social media alimentano ulteriormente questa moda.

“Se dappertutto vediamo corpi belli e allenati, è facile lasciarsi influenzare”.

Con il suo progetto di allenamento, Natalie Müller vuole sperimentare il mondo sotto nuove forme, oltre ad aumentare il piacere della vita quotidiana.

“Mi spinge l’idea di avere un obiettivo molto impegnativo, che richiede un approccio metodico e strutturato. Voglio provare seriamente a conquistare la maglia nera nella Norseman. Se non riuscirò quest’anno, ci riproverò!”. ◆ lv

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Questo articolo è uscito sul numero 1666 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati