Baishizhou è il villaggio urbano più grande di Shenzhen, la capitale tecnologica della Cina. Poco distante dai parchi di divertimento Window of the World e Splendid China e stretto tra viale Shennan, un famosissimo golf club e l’esclusiva area residenziale Portofino, Baishizhou è un quartiere vivace e caotico, nettamente distinto da tutto ciò che lo circonda. Anche se i piani per la sua demolizione esistono già da un decennio, è solo da un paio d’anni che si è cominciato a parlarne concretamente.

Secondo il piano per lo sviluppo urbanistico di Shenzhen, 48 ettari di Baishizhou dovranno essere rasi al suolo per far posto a un progetto immobiliare che nel complesso sarà da più di tre milioni di metri quadrati. I lavori di demolizione sono cominciati a settembre e oggi i camion dei traslocatori, le svendite nei negozi e gli striscioni gialli che indicano gli edifici sgomberati ricordano costantemente agli abitanti che è ora di andarsene. Negli ultimi tre mesi decine di migliaia di persone hanno dovuto lasciare la zona. Nella porzione nord di Baishizhou, a metà ottobre si contavano meno di 39mila residenti, su una popolazione originaria di 83mila persone. Nel 2012 quest’area di appena 60 ettari ospitava più di 150mila abitanti e negli ultimi vent’anni ci hanno vissuto più di tre milioni di cinesi arrivati da tutto il paese: operai, colletti bianchi, impiegati del vicino Parco della tecnologia e della scienza di Nanshan, note personalità del mondo dell’arte e altre migliaia di persone attirate dal passaparola di familiari e amici.

Labirinto di stradine

Alle sei del pomeriggio nella metropoli di Shenzhen cominciano ad accendersi i lampioni. Su viale Shennan, all’altezza del parco industriale Shahe e a meno di un chilometro dalla fermata Baishizhou della metro, Zhang Jie, originaria del nordest, è seduta nella trattoria che ha aperto sei anni fa. È l’ora di cena e i clienti si affacciano alla porta. Tutt’intorno le luci sono accese, ma il suo ristorante è al buio. Quando ha saputo delle demolizioni, Zhang ha chiesto al proprietario del locale di ridiscutere il contratto d’affitto. Lui le ha risposto che non essendo ancora stata stabilita alcuna data poteva continuare a pagare la stessa cifra. Oggi, però, le hanno staccato la corrente elettrica.

A Baishizhou la sera è il momento più animato della giornata. Un fiume di persone esce dalla metropolitana e si riversa su corso Shahe. Alcuni svoltano dove un cartello giallo indica l’ingresso del villaggio per addentrarsi in un labirinto di stradine in pendenza. Altri proseguono lungo il perimetro dell’ospedale Shahe tra le nuvole di vapore delle zuppe di manzo e spaghetti e le urla dei venditori di borse e scarpe in cuoio per poi svoltare in via Tianhe dove, superate decine di bancarelle di cibo da strada e frutta, si addentrano in una giungla di oltre 2.400 edifici.

Un venditore di infusi medicinali della provincia del Guangxi pulisce i suoi bollitori in uno dei tanti mercatini di Baishizhou. (Werner Forman, Universal images group/Getty)

Per Zhang Wei, 56 anni, è una scena familiare. Ha perso il conto dei giovani affittuari appena arrivati che in serate come questa ha guidato da qui fino alla palazzina dove vive in fondo al vicolo, facendosi largo tra cavi elettrici scoperti e motori di condizionatori. E di quanti di loro, pur essendosi appuntati il percorso, il giorno dopo non erano più in grado di ritrovare la strada ed erano costretti a chiamarlo. Lo spazio tra gli edifici di Baishizhou è minimo. Il fitto villaggio urbano è stato costruito da immigrati come Zhang Wei insieme ai residenti storici. Negli anni novanta Shenzhen lanciò il piano per l’urbanizzazione delle sue aree rurali, e gli abitanti dell’attuale Baishizhou lasciarono il lavoro nei campi, la pesca e l’allevamento per “piantare edifici” sui propri terreni. All’epoca Zhang si era trasferito da Guangzhou a Shenzhen per lavorare in fabbrica. Nel 2003 arrivò a Baishizhou con alcune migliaia di yuan e si accordò con uno dei residenti storici che possedeva un terreno per costruirci una palazzina. In cambio si tenne due appartamenti: uno per sé e l’altro da dare in affitto per qualche centinaio di yuan al mese.

Negli anni migliaia di persone sono venute a vivere nel villaggio urbano, dove presto sono arrivati anche i commercianti e le trattorie sono spuntate come funghi. Servono piatti semplici e veloci delle cucine regionali cinesi, spuntini come polpette di manzo, spaghetti di riso, zuppe di montone e di frutti di mare o spiedini alla brace. Le luci delle bancarelle e il profumo della carne al vapore alleviano la fatica degli abitanti che tornano a casa dopo una lunga giornata. Ancora oggi, di sera, Baishizhou è molto vivace.

Zhang Wei continua a uscire ogni mattina verso le otto, anche se nell’ultimo anno non ha dovuto indicare la strada a nessuno e il suo ultimo inquilino se n’è andato da un mese. Porta il cane a fare una passeggiata e quando raggiunge i grandi magazzini Jiangnan si ferma per strada a giocare a xiangqi (scacchi cinesi) o a chiacchierare. I residenti ignorano gli striscioni gialli con la scritta “divieto d’accesso: l’edificio è stato sgomberato”, mentre i corrieri si guardano attorno confusi. A Baishizhou i furgoni per i traslochi sono diventati una presenza fissa. Zhang Wei li odia: le strade sono strette e ce ne sono così tanti che finiscono per bloccare il passaggio perfino ai pedoni. Un facchino ci racconta che in un mese ha lavorato per impiegati di mezza età, studenti appena laureate e intere famiglie.

Nonostante le apparenze, Baishizhou non è solo un rifugio temporaneo per manodopera a basso costo. Ma dato che non è frutto di un piano regolatore e gli edifici sono spuntati senza controllo, tra i ristoranti e le aree residenziali ci sono angoli umidi e poco illuminati dove contatori dell’acqua, cavi, tubi e antenne per usi misteriosi sono affastellati alla bell’e meglio. Di notte c’è sempre qualche ubriaco che finisce rovinosamente a terra, e Zhang Wei ricorda anche i tempi in cui c’erano molti ladri. Giravano di giorno, armati di piede di porco, bussavano alle porte e, se nessuno rispondeva, s’intrufolavano negli appartamenti.

L’isola della pietra bianca

Visto dal satellite, Baishizhou sembra il pistillo di un fiore. Oltre agli edifici, ci sono centinaia di trattorie, pensioncine, bancarelle e negozietti che vendono ogni genere di merci. Probabilmente questa è l’ultima stagione di prosperità di Baishizhou, forse è la sua notte d’addio. Presto i bulldozer abbatteranno anche i ricordi.

Solo due secoli fa Baishizhou era un piccolo villaggio di pescatori che si chiamava Wanjiazhou. Il villaggio era costruito su un banco di sabbia e una grande pietra bianca dominava la collina alle sue spalle. La gente cominciò a chiamare quel posto Baishizhou (l’isola della pietra bianca) ma oggi nessuna delle costruzioni di allora è più visibile, e perfino la grande pietra bianca è scomparsa.

Nel 1959 l’Ufficio locale per il recupero dei terreni riunì cinque villaggi – Shangbaishi, Xiabaishi, Baishizhou, Xintang e Tangtou – attorno alla comune agricola di Shahe. Era un’area di 12,5 ettari dove i contadini presero possesso dei terreni portandoci bestiame e attrezzi da lavoro. L’odierno Baishizhou si è sviluppato solo a partire dagli anni ottanta. Nel 1985 quasi cinque ettari furono tolti alla comune agricola e trasformati in zona economica speciale per attirare fondi, talenti e tecnologia dei cinesi emigrati all’estero. Nel 1992 la municipalità di Shenzhen promulgò le linee guida per lo sviluppo urbanistico delle zone economiche speciali ma la popolazione di Baishizhou ne risultò esclusa e ottenne solo il diritto di edificare i terreni agricoli.

Da sapere
Un’altra riqualificazione è possibile

◆ “Shenzhen è senza dubbio il miracolo urbanistico cinese più eclatante”, scrive l’urbanista Harry den Hartog su Sixth Tone. Dopo che Deng Xiaoping nel 1980 vi istituì la prima zona economica speciale del paese, Shenzhen si trasformò da villaggio di pescatori a una delle più grandi metropoli del mondo. Centinaia di ettari di terreni agricoli furono convertiti ed edificati e i loro proprietari, organizzati in cooperative, li trasformarono in villaggi urbani di alloggi informali e relativamente a buon mercato, destinati alle masse di lavoratori migranti che negli anni sono arrivati a Shenzhen da tutto il paese. Alti in genere sei o sette piani e addossati uno all’altro, i cosiddetti woshoulou (palazzi che si stringono la mano) hanno trasformato molti ex contadini in benestanti proprietari di immobili.

“Per qualcuno i villaggi urbani di Shenzhen sono un pugno in un occhio, ma per molti altri sono un piacevole sollievo rispetto ai grattacieli”, continua den Hartog. “Inoltre offrono un tenore di vita abbordabile a circa il 50 per cento dei residenti della metropoli. Meno di vent’anni fa Shenzhen aveva quaranta villaggi urbani, ma in nome della riqualificazione circa la metà è stata demolita per fare spazio a grattacieli e centri commerciali, più redditizi. Per le città i villaggi urbani sono essenziali: le aree urbane devono fornire alloggio ai cittadini di tutte le fasce di reddito e integrarli in una società variegata. Londra e Parigi sono esempi di come la gentrificazione ha reso alcune zone vivibili solo per i ricchi, ma ci sono altri modelli di riqualificazione urbana che non costringono i più poveri ad andarsene. Accogliendo le opinioni degli abitanti e offrendo alloggi a basso costo è possibile rafforzare l’identità dei quartieri via via che vengono riqualificati, generando più eterogeneità, vivacità e vivibilità”.


Da allora il numero dei “palazzi che si stringono la mano”, chiamati così perché costruiti uno addosso all’altro, ha continuato ad aumentare. Oggi Baishizhou è circondato da zone residenziali di lusso, ed è stato proprio il villaggio urbano il motore del mercato immobiliare e della crescita economica di Shenzhen. “Si dovrebbe considerare il valore storico di Baishizhou prima di progettarne il rinnovamento”, commenta una persona che ha partecipato alla stesura dei vecchi piani di ristrutturazione della metropoli.

Zhang Wei non è soddisfatto di quello che gli offrono per la demolizione dell’edificio dove ha i due appartamenti, e non ha ancora firmato il contratto. Secondo lui la compensazione dovrebbe basarsi sull’ampiezza degli edifici e quindi corrispondere a un certo numero di appartamenti, ma stando all’impresa edile con cui sta trattando, ogni famiglia riceverà un solo appartamento con una camera e un soggiorno. Secondo Zhang Wei saranno privilegiati i proprietari storici, che sono solo 1.800 su 150mila residenti, perché ognuno di loro possiede almeno un intero palazzo. Sun Xiaofang è proprietaria di due palazzi. Suo marito è nato a Baishizhou e lei ci vive da quando l’ha sposato, nel 1995. Parla del villaggio urbano già con nostalgia. I rapporti con il vicinato sono ottimi e con molti dei suoi inquilini è diventata buona amica.

La città più cara
Rapporto tra il prezzo medio delle case e il reddito medio in alcune città cinesi e Londra (China Real Estate Information Corp., Hometrack)

Una goccia nell’oceano

Dato che la sua licenza è stata sospesa, Zhang Jie tiene chiusa la porta con l’insegna luminosa della sua trattoria. Ma l’architetto Lu Xing continua a entrare regolarmente. Frequenta il locale da quando ha aperto il suo studio nel vicino parco industriale di Shahe. Lu Xing conosce diversi ristoratori, ma Zhang Jie è quella con cui ha legato di più. Quando lo vede arrivare, lei porta fuori un tavolo e lo invita a sedersi. Anche se non potranno ordinare, stasera Lu e i suoi amici ceneranno qui: prenderanno un piatto di pesce grigliato dal negozietto accanto e una birra alla spina al bar. Lu è originario del Guizhou, e la sua è una famiglia di costruttori. Prima di lasciare quel lavoro, era un tipico esponente della classe media di Shenzhen: guadagnava milioni, aveva macchina, casa e famiglia. E si annoiava. Poi ha divorziato e ha fatto piazza pulita di tutto. Ha ricominciato da capo e si è messo a studiare filosofia e psicanalisi. Un paio di mesi fa, con alcuni dei suoi amici artisti, ha messo in scena la performance I pupazzi di Shenzhen. Hanno raccolto centinaia di peluches offerti dagli abitanti di Baishizhou e li hanno sparsi in un piazzale. Una scavatrice li prendeva e li spostava uno a uno. Volevano denunciare il fatto che per migliaia di bambini le operazioni di sgombero e demolizione del villaggio urbano significano che non potranno continuare a frequentare le loro scuole. Molte famiglie hanno ricevuto l’avviso di sfratto con così scarso preavviso che non sono riuscite a trovare una nuova scuola per i figli.

L’idea dell’installazione è dell’artista Nut Brother. Circa undici anni fa, quando lavorava per un’agenzia pubblicitaria di Xintang, aveva vissuto a Baishizhou per un anno. A Shenzhen i prezzi delle case sono in costante aumento e per molti i villaggi urbani sono l’unica possibilità di trovare un alloggio. Offrono casa ai lavoratori migranti e ravvivano l’economia. Anche per questo Lu Xing e gli altri continuano a lottare a favore di chi ci abita.

La performance ha fatto molto discutere a Baishizhou e ha messo in luce le contraddizioni tra il piano di sviluppo, le riforme e la vulnerabilità delle persone interessate dalle demolizioni. La Baishizhou Industrial Co., l’azienda più grande coinvolta nel progetto, ha risposto mettendo a disposizione tre autobus per andare a prendere i bambini che si sono trasferiti e portarli a scuola. Ma per Lu Xing è solo una goccia nell’oceano: “Come fanno a bastare per tutti quei bambini?”.

I più svantaggiati sono i titolari di attività commerciali come Zhang Jie. Ha provato a trovare un nuovo locale, ma sembra che non esistano più affitti abbordabili. Commercianti e ristoratori sono tutti preoccupati e nessuno è in grado di prevedere cosa accadrà. Alcuni sostengono di poter rimanere ancora un anno, altri si preparano ad andarsene nei prossimi mesi.

Yang Qian è un ricercatore che si occupa dell’evoluzione dei villaggi urbani. Sostiene che Shenzhen è diventata quello che è proprio grazie alla diversità dei suoi abitanti. L’idea che l’accelerazione dell’urbanizzazione livelli ogni differenza lo rattrista. Ha partecipato al piano di rinnovo di un altro villaggio urbano di Shenzhen, Hubei, che è riuscito a preservare gli edifici originali in due terzi dell’area. Anche Yang ha un legame speciale con Baishizhou. Nel 2014 ha affittato una stanza qui e con sua moglie, un’antropologa statunitense, ha aperto una residenza artistica. L’hanno chiamata Stretta di mano 302, in onore dei “palazzi che si stringono la mano”. Ma lo scorso agosto la residenza ha chiuso i battenti. Gli artisti che hanno partecipato al progetto hanno prodotto una serie di opere in ricordo dei cinque anni che hanno trascorso a Baishizhou. La mostra ha un titolo significativo: Liwu, regalo. ◆ ca

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Questo articolo è uscito sul numero 1340 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati