Fuori è scesa la notte. Davanti alle finestre di uno degli alberghi più lussuosi di Abuja, la capitale della Nigeria, la piscina luccica di riflessi turchesi. Finalmente squilla il telefono: la reception annuncia che è arrivato l’ospite che aspettavamo. L’uomo che entra nella stanza, in ritardo di molte ore rispetto al nostro appuntamento, è Umaru Potiskum, un mercante d’arte. Indossa un _dashiki _(la lunga camicia tradizionale) blu scuro. Ha l’aria sicura di sé, ma sembra anche un po’ sospettoso. Del resto i suoi affari non sono proprio legali.

“Ho incontrato molti clienti in questo albergo”, racconta. Compratori da Belgio, Francia, Spagna, Regno Unito e Germania. Apre delicatamente l’involucro di stoffa che avvolge la merce: due fragili statuine di terracotta. Gli occhi sono triangolari, tipici delle figurine nok. Nel corso dei decenni migliaia di pezzi simili sono stati portati fuori dalla Nigeria. Molti sono in mostra nelle collezioni d’arte più prestigiose del mondo, dal Louvre di Parigi all’università di Yale. Molti altri sono stati ritirati perché la loro provenienza è dubbia.

Una statuetta in terracotta della civiltà nok (CPA Media Pte Ltd/Alamy)

Per capire come funziona un traffico internazionale che vale milioni di dollari bisogna andare ad Abuja, Parigi, Francoforte e New Haven (la città statunitense sede dell’università di Yale). Ma la prima tappa è una valle che si trova 150 chilometri a nordest di Abuja, dove fu scoperto il sito di Nok.

Una pista di terra battuta si snoda nel verde lussureggiante della valle in direzione di un villaggio. Alberi di mango, palme e campi di miglio circondano una trentina di case e capanne. Alcuni bambini rincorrono un cerchio mentre le donne chiacchierano all’ombra di un albero.

In questo posto nel 1928 un minatore straniero trovò la prima statuina di terracotta: una testa di scimmia alta dieci centimetri. I successivi scavi archeologi portarono in superficie i resti di un’antica cultura che fu chiamata con il nome del villaggio più vicino: Nok.

Dal 1500 aC – nello stesso periodo in cui fioriva la civiltà dell’antica Grecia, quella maya si stava sviluppando e i faraoni egiziani ampliavano il loro impero –una società molto evoluta si stava espandendo in tutta la valle, su un’area grande quanto il Portogallo. Secondo la rivista Archaeology, è la più antica civiltà conosciuta in Africa occidentale.

Tra il 900 aC e il 300 aC i nok produssero un’incredibile quantità di statuette di terracotta, sculture estremamente elaborate di persone stilizzate, animali e creature fantastiche, decorate con ornamenti, gioielli e simboli. Molte sembrano essere state sepolte già in frantumi. Ancora oggi le statuette nok sono un mistero per gli studiosi. A cosa servivano? Qual era il loro significato? Perché venivano rotte prima di essere seppellite?

Nel corso degli anni ne sono state portate alla luce migliaia. Oggi è difficile trovarne altre. E per questo sono ancora più preziose.

Il mercante assetato

Nell’albergo di Abuja, Potiskum ordina un altro drink e comincia a parlare di cifre. Dice che le due statuine, una testa maschile e una figura di donna, hanno più di duemila anni, come potrà dimostrare un qualsiasi laboratorio di analisi. Per la testa maschile chiede duemila dollari, anche se sostiene che possa essere venduta ad acquirenti stranieri per una cifra dieci volte superiore. La statuina femminile vale molto di più.

Si tratta di somme astronomiche per gli abitanti della valle di Nok. Alcuni di loro danno una mano a trovare e a estrarre le terrecotte. Per questo lavoro sono pagati al massimo cinque euro al giorno, molti ne guadagnano solo uno.

Però è così che funziona, spiega il ministro dell’informazione e della cultura nigeriano Alhaji Lai Mohammed. Gli intermediari nigeriani comprano le statuine nok all’origine per pochi soldi e le rivendono per una fortuna. “Non abbiamo ancora fatto abbastanza per scoraggiare i nostri connazionali e convincerli a proteggere il patrimonio culturale”, ammette Mohammed.

Considerato che mancano opportunità di lavoro alternative, per lo stato è quasi impossibile fermare questi traffici. Con grande frustrazione del ministro: “Sono reperti che definiscono la nostra storia. Definiscono chi siamo. Chi vende il nostro patrimonio culturale causa un danno alla Nigeria”. Mohammed critica anche il mercato internazionale dell’arte, che non sembra in grado d’impedire le vendite illegali delle statuine fuori della Nigeria.

Il ministro non ha un compito facile. La Nigeria ha duecento milioni di abitanti, che parlano più di cinquecento lingue diverse. Il paese è un intreccio di religioni, etnie e culture, molte delle quali sono radicate in emirati e regni dalle tradizioni millenarie. I confini del paese sono arbitrari, perché furono tracciati dai colonizzatori britannici, che avevano un’idea a dir poco limitata di quali fossero le dinamiche locali. L’arte e la cultura sono i pochi strumenti che il governo ha a disposizione per unire una nazione così disomogenea, e il fatto che importanti opere d’arte finiscano in altri paesi non aiuta.

Potiskum ha avuto modo di conoscere i colonizzatori. Suo padre fu uno stretto collaboratore di Bernard Fagg, un archeologo britannico che lavorò nell’amministrazione coloniale in Nigeria dagli anni quaranta agli anni sessanta. Fagg fu il primo a parlare agli accademici occidentali della cultura nok poco dopo che fu scoperta, meravigliando tutti. All’epoca il mondo occidentale considerava l’“Africa nera” una terra senza storia, un “cuore di tenebra” in attesa di essere civilizzato. Questo mito aveva contribuito a legittimare il violento giogo imposto agli africani dai colonizzatori europei.

Ma l’esistenza della cultura nok lo metteva in discussione. Oggi nei circoli accademici Fagg è considerato un pioniere degli studi sulla cultura nok, se non il suo scopritore. Nel villaggio c’è ancora la casa dove Fagg viveva. A volte vengono dei turisti a visitarla. Ma se vogliono sentire delle storie edificanti su di lui non le avranno certo da Beno Adamu, il capo del villaggio.

Adamu, 75 anni, vive in una casa di pietra all’ingresso del villaggio. Il dignitario ci accoglie seduto su una grande poltrona morbida. Quello che ricorda e che sa è molto diverso da quello che raccontano i libri di storia. Per lui l’idea che le statuette nok siano state “scoperte” dagli stranieri è un’assurdità.

“Noi abitanti di Nok, che facciamo parte del popolo ham, abbiamo alle spalle una storia lunghissima e abbiamo sempre saputo di quelle statuine. Ce ne parlavano già i nostri nonni”. Molto prima che Fagg le “scoprisse”, gli ham conservavano le terrecotte nei loro santuari, nelle loro case o le mettevano nei campi per spaventare gli uccelli.

Da piccolo Adamu incontrò Fagg diverse volte. “Chiedeva agli abitanti del villaggio di portare le terrecotte a casa sua”, ricorda. “E loro lo facevano. Poi Fagg gli diceva che i pezzi non avevano valore. A quel punto le persone non rivedevano più le loro statuine. Erano state già impacchettate”.

Adamu dice apertamente quello che molti abitanti del villaggio pensano: “Siamo persone generose e accoglienti. Ma i nostri tesori sono stati portati via e non li abbiamo più rivisti. Oggi si trovano in Inghilterra, in Germania, in Francia. Molte persone sono venute qui per opportunismo e ci hanno sfruttato come manodopera a basso costo. Poi sono sparite senza aiutarci a migliorare le nostre condizioni di vita. Nemmeno il governo l’ha fatto. Non abbiamo tratto nessun beneficio da quel grande patrimonio”.

Quasi tutte le terrecotte nok trovate negli scavi degli ultimi cinquant’anni sono finite all’estero, sul mercato internazionale dell’arte. Parlando con i funzionari del governo dello stato di Kaduna, dove si trova la valle, è chiaro che sono state adottate ben poche misure per fare in modo che quei reperti restassero nel paese.

Al direttore delle carceri non risulta che ci siano detenuti condannati per aver scavato illegalmente o per contrabbando di reperti. Il capo della polizia afferma che le sue priorità sono i rapimenti, il banditismo e i conflitti tra allevatori e agricoltori. Non ha tempo per occuparsi delle terrecotte. Il capo dell’immigrazione ha frequentato dei seminari sul patrimonio culturale e su come proteggerlo, ma non sono ancora state confiscate opere antiche di contrabbando.

Scandali archeologici

Nell’albergo di Abuja Potiskum si vanta: “Non preoccupatevi: esportare gli artefatti non è un problema. Li consegno ovunque sia necessario. Datemi solo l’indirizzo”. Dice di avere agenti della dogana, poliziotti di frontiera a Lagos e un’agenzia di spedizioni internazionali che possono aiutarlo. Può perfino far passare le opere per altri paesi dell’Africa occidentale come il Togo, il Benin e il Ghana, dove ha una rete che funziona molto bene.

E i documenti? “Posso procurarmi qualsiasi cosa”, assicura. Per non parlare del fatto che è iscritto alla Artefacts rescuers association of Nigeria, un’organizzazione di mercanti d’arte che ha l’obiettivo di proteggere il patrimonio culturale nigeriano.

Secondo Potiskum rispettare la legge non conviene. Racconta di aver consegnato più di 72 statuette nok alla Commissione nazionale per i musei e i monumenti (Ncmm) senza ricevere alcun compenso, nonostante il governo prometta di pagare i reperti recuperati. A suo dire, la Ncmm gli deve 65 milioni di naira (circa 170mila dollari).

Il mercante d’arte si sbottona un po’. Si vanta dei suoi contatti e parla degli “amici Peter Breunig e Nicole Rupp”. Breunig e Rupp sono due professori di archeologia tedeschi dell’università Goethe di Francoforte. Dal 2005 al gennaio del 2020 hanno condotto degli scavi in Nigeria grazie ai finanziamenti della Fondazione tedesca per la ricerca (Dfg). Ma investigando nella storia antica hanno aperto nuove ferite.

A Parigi è ancora possibile acquistare terrecotte nok. Anzi, è piuttosto semplice. Le gallerie d’arte “tribale” continuano a fare ottimi affari

Ad Abuja fa caldo: ci sono 42 gradi e i condizionatori sono al massimo. Siamo nella sala riunioni al secondo piano di un grattacielo di uffici nel quartiere di Utako per incontrare Zachary Gundu. Insegna archeologia all’università Ahmadu Bello di Zaria, un’importante città dello stato di Kaduna. È un docente conosciuto, che in passato ha fatto parte del consiglio del World archaeological congress.

Tutti sanno che gli archeologi in Nigeria hanno bisogno di stringere legami con i colleghi all’estero e di collaborare con le università straniere. Tuttavia Gundu non è contento di come si sono comportati gli archeologi tedeschi. Non volevano lavorare con i ricercatori nigeriani delle università di Zaria e di Jos. Dice che “hanno dovuto costringerli” a farlo.

I ricercatori locali sono stati coinvolti nel progetto tedesco solo nel 2012. E anche allora, secondo Gundu, sono stati esclusi da “ogni lavoro rilevante”. Ma quello che trova più sconvolgente è che la squadra tedesca sembrava ben disposta a lavorare con chi scavava illegalmente e con i trafficanti d’arte.

Gundu non è l’unico a muovere critiche. Nel 2012 48 archeologi nigeriani di cinque università hanno firmato un documento in cui denunciavano, tra le altre cose, “il modo in cui la squadra tedesca ha approfittato della ‘debolezza istituzionale’ della Ncmm” per escludere gli archeologi nigeriani “dallo scambio di conoscenze e dalla partecipazione al progetto”. Condannavano inoltre “le pratiche poco etiche dell’équipe tedesca”, “la manipolazione delle comunità locali”, il sostegno ad attività “che portano agli scavi illegali di siti archeologici” e l’“esportazione senza controllo” di terrecotte nok.

Secondo Gundu gli intellettuali e le organizzazioni occidentali dovrebbero collaborare contro quella che per lui è una forma d’“ingiustizia postcoloniale”: “Spesso però capita che l’Africa sia usata come un laboratorio, dove gli studiosi europei possono entrare, fare esperimenti e raccogliere i dati con cui verificare le loro teorie sul continente”. Questi studiosi sono considerati in tutto il mondo degli esperti dell’Africa. “Oggi Breunig è acclamato in tutto il mondo come uno dei maggiori conoscitori della cultura nok”, osserva Gundu.

Dello scandalo archeologico si sono occupati anche i mezzi d’informazione nigeriani, che hanno parlato di “saccheggio” e “furto”. In Germania, però, non se n’è saputo quasi niente. La mostra _Nok, ein Ursprung afrikanischer Skulptur _(Nok, origine della scultura africana), dal 2013 al 2014 alla Liebieghaus di Francoforte, ha ottenuto molta visibilità e recensioni. “Quanti nigeriani hanno avuto la possibilità di visitarla? Non sarebbe stato più corretto portarla prima in Nigeria?”, si chiede Gundu.

Le dure critiche al progetto di Francoforte hanno procurato dei guai a Gundu, che ha ricevuto minacce anonime.

Una visione più chiara

Per il professore tedesco Peter Breunig le cose però si sono messe anche peggio. La mattina del 22 febbraio 2017 stava lavorando con la sua squadra e circa ottanta collaboratori locali a uno scavo vicino al villaggio di Janjala. All’improvviso sono arrivati degli uomini armati di kalashnikov che hanno rapito Breunig e un altro tedesco, Johannes Behringer, chiedendo 60 milioni di naira (130mila euro) di riscatto. Tre giorni dopo i due sono stati liberati. La polizia nega che siano stati pagati dei soldi.

La squadra tedesca se n’è andata immediatamente. La stazione di ricerca che aveva allestito – con casette rotonde colorate, un grande generatore e uno stagno per i pesci – si è svuotata e a gennaio del 2020 è stata consegnata alla Ncmm.

Breunig, 68 anni, siede nel suo luminoso ufficio nell’edificio principale dell’università Goethe. Dalle finestre si gode un bel panorama di Francoforte. Per lui molte cose oggi sono più chiare. Indubbiamente si è assicurato un posto nei libri di storia sulla civiltà nok. La sua ricerca ha dato un grande contributo alle conoscenze su quell’antica cultura. La sua principale conclusione, dopo quindici anni di studi, è che non esistono prove dell’esistenza di un grande regno nok. Lui non ha trovato tracce di un palazzo che ne attestasse la potenza.

Breunig è invece convinto che i nok vivessero in “piccoli gruppi che praticavano l’agricoltura e che ogni tanto si spostavano”. A suo avviso le terrecotte sono collegate alle sepolture, anche se non sono state rinvenute delle ossa. Forse l’acidità del terreno le ha decomposte. Breunig è “in parte riconoscente” al collega nigeriano Gundu per le dure critiche: se non ci fossero state, le università di Jos e di Zaria non sarebbero state coinvolte. All’inizio del progetto la Ncmm era contraria alle collaborazioni con le università locali, forse – ipotizza Breunig – perché voleva piazzare i suoi collaboratori nel progetto.

Si arrabbia però per le accuse della stampa nigeriana. “Sono tutte menzogne! I saccheggi avvengono su vasta scala, ma noi non ne abbiamo preso parte”, afferma. Ogni reperto è stato catalogato con attenzione e, come concordato, restituito alla Nigeria dopo la fine della ricerca in Germania. Il suo progetto ha permesso di portare alla luce cento terrecotte di grandi dimensioni e tremila frammenti più piccoli. Tutti sono stati inviati al museo nazionale di Kaduna.

Terracotta nok con scene di vita quotidiana (DeAgostini/Getty Images)

Breunig sa chi è Potiskum. Dice di essere “molto grato” al mercante d’arte e afferma che senza il suo sostegno la squadra avrebbe scoperto un numero di reperti molto inferiore. Precisa però che Potiskum non è rimasto a lungo nel progetto, perché aveva trovato opportunità più redditizie nel commercio di antichità.

È evidente che la linea che separa l’archeologo dal saccheggiatore è sottile, e che le due attività dipendono in un certo senso l’una dall’altra. Entrambi controllano cosa sta scavando l’altro e chi riesce a dissotterrare per primo un reperto prezioso ne determina il destino. Alcuni esemplari finiscono nel segreto delle collezioni private, altri in piccole mostre a Kaduna. Ma ci sono anche statuette che arrivano nei musei più visitati del mondo.

Sei ore di volo dividono Abuja da Parigi, e dal museo del Louvre, che accoglie una media di dieci milioni di visitatori all’anno. Lì, nel Pavillon des sessions, sono esposte due terrecotte nok.

Secondo Trafficking culture, un consorzio internazionale che si occupa di opere d’arte acquisite illegalmente, i funzionari francesi comprarono le due opere nel 1998 da un mercante d’arte belga per 2,5 milioni di franchi (circa 380mila euro di oggi). Subito dopo il governo militare nigeriano ne chiese la restituzione, sostenendo che erano state trafugate. Ma il presidente francese dell’epoca, Jacques Chirac, non volle sentire ragioni. Sembra che Chirac parlò personalmente con il presidente nigeriano Olusegun Obasanjo e che i due strinsero un accordo: la Francia avrebbe riconosciuto la Nigeria come legittima proprietaria delle sculture, in cambio la Nigeria avrebbe lasciato le statuine in prestito alla Francia per 25 anni, con la possibilità di estendere il prestito.

Secondo Folarin Shyllon, professore di diritto dell’università di Ibadan, questi patti sono totalmente sleali: al momento dell’acquisto, i francesi non potevano ignorare che si trattava di reperti rubati. Ma li comprarono lo stesso, scrive Shyllon sulla rivista Art Antiquity and Law, e questo dimostra quanto la Francia fosse “ostinatamente sciovinista” e quanto la Nigeria fosse priva “di orgoglio nazionale”.

Oggi in Francia le cose sono un po’ cambiate, almeno in apparenza. Nel 2018 il presidente Emmanuel Macron ha commissionato un rapporto sulla restituzione del patrimonio culturale africano, in cui si sostiene la necessità di riportare i beni culturali acquisiti illegalmente ai legittimi proprietari. Il mercato dell’arte ha reagito immediatamente: lo stesso anno le case d’asta hanno registrato un calo del 40 per cento rispetto all’anno precedente nelle vendite di opere classificate come “arte tribale”.

Busto nok, datato tra il 900 aC e il 200 dC (Werner Forman, Universal Images Group/Getty Images)

A Parigi è ancora possibile acquistare terrecotte nok. Anzi, è piuttosto semplice. Per più di un secolo il quartiere di Saint-Germain-des-Prés è stato lo snodo globale del commercio di antichità africane. Le gallerie di “arte tribale” del quartiere continuano a fare ottimi affari. In una vetrina, su un piedistallo illuminato, c’è una testa di donna in argilla. Non ci si può sbagliare: è una terracotta nok.

Il proprietario della galleria la vende per 13mila euro. È un buon affare, spiega. Non ha la documentazione necessaria a dimostrarne la provenienza, ma ha un certificato di autenticità che attesta che l’opera ha 2.500 anni, come risulta da un’analisi con la termoluminescenza.

Il gallerista ha comprato la terracotta nok in Africa occidentale, ma non in Nigeria, perché è un paese “troppo pericoloso”. Parla di Togo e di Benin. Le terrecotte acquisteranno valore nei prossimi anni, spiega, perché sempre più persone conosceranno la storia della cultura nok.

Quattro gallerie di arte africana su sei che abbiamo visitato a Saint-Germain-des-Prés vendono terrecotte nok di dimensioni e qualità diverse. Alcune non hanno certificati d’esportazione o documenti che ne attestino la provenienza, e nemmeno analisi scientifiche che consentano di datare l’opera. I prezzi vanno dai quattromila ai ventimila euro. E per chi non può andare a Parigi, ci sono sempre le vendite online.

La connessione con Yale

Una delle più grandi collezioni al mondo di terrecotte nok si trova a New Haven, sulla costa orientale degli Stati Uniti, nella galleria d’arte dell’università di Yale.

Come ci sono arrivate? Anche questa storia è controversa ed è al centro di dispute agguerrite all’interno dell’ateneo. Sono coinvolti nomi importanti e ricchi donatori e l’università cura molto la sua immagine.

I responsabili della galleria universitaria reagiscono con nervosismo a visite e a domande sui reperti nok. Secondo il New Haven Register, uno dei quotidiani più antichi degli Stati Uniti, le terrecotte facevano parte della collezione di Bayard Rustin, che fu un simbolo del movimento per i diritti civili ai tempi di Martin Luther King. Rustin passò molto tempo in Nigeria negli anni cinquanta e sessanta. E fu in quegli anni che avrebbe acquisito le statuette.

Da sapere
Un nuovo museo

◆ In Nigeria il 13 novembre 2020 è stato presentato il progetto dell’Edo museum of west african art (Emowaa), un museo dedicato all’arte dell’Africa occidentale, progettato dall’architetto britannico ghaneano David Adjaye. I lavori partiranno nel 2021 e dureranno cinque anni. Il museo sarà costruito a Benin City, vicino agli scavi archeologici dell’antico regno del Benin, che cadde alla fine dell’ottocento per mano dei colonizzatori britannici. La struttura accoglierà le opere d’arte africane che attualmente si trovano in occidente, come i bronzi del Benin, uno dei più grandi tesori dell’Africa, composto da migliaia di bronzi e altre sculture di cui i soldati britannici fecero razzia nel 1897 quando attaccarono il palazzo reale di Edo (oggi Benin City). Questi reperti, di cui lo stato e le autorità tradizionali nigeriane chiedono a gran voce la restituzione, sono conservati nei musei occidentali o in collezioni private. Il British museum di Londra ne ha novecento, di cui solo una parte è esposta. The Guardian


È una spiegazione plausibile: Rustin era amico di Nnamdi Azikiwe, il primo presidente della Nigeria. Lo conobbe negli Stati Uniti prima dell’indipendenza del suo paese. Azikiwe fornì a Rustin dei contatti nigeriani. Dopo la morte di Rustin, le terrecotte nok diventarono proprietà dell’imprenditore Joel Grae e di sua moglie Susanna, che nel 2010 le hanno donate a Yale.

Alcuni dipendenti della galleria non credono molto a questa spiegazione così lineare. A loro avviso le opere provengono da diverse collezioni. Più di una trentina di pezzi sono catalogati come “antichità e materiali archeologici con lacune nella documentazione sulla provenienza”. Alcune statuine potrebbero anche essere molto recenti – vecchie di decenni, non di millenni – perché sono collegate a un mercante d’arte di New York d’origine senegalese condannato per contraffazione.

Secondo un dipendente della galleria, la collezione nok di Yale ha molto da insegnare agli studenti su questioni come “furto, contraffazione e corruzione”. Nel 2020 la galleria ha reclutato un ricercatore per fare luce su questi misteri, ma quello studioso avrà molto da fare per scoprire la vera origine dei reperti.

Internet facilita un po’ il lavoro. Ma può essere anche una maledizione, sostiene Sophie Delepierre, che lavora all’International council of museums, un consorzio con sede a Parigi che riunisce più di 47mila musei. Delepierre è belga e guida il dipartimento per la protezione del patrimonio. Da un lato, spiega, le banche dati online consentono una maggiore trasparenza. Dall’altro, sono “un nuovo incubo”. Nessuno è in grado di fornire una revisione completa degli “scambi rapidissimi che avvengono in tutto il mondo”. Secondo lei dovrebbero essere le piattaforme di commercio online come Ebay ad assumersi la responsabilità di quello che vendono, proprio come succede con l’avorio.

Lista rossa

Nel 2000 il suo dipartimento ha pubblicato per la prima volta una “lista rossa”, che precisa quali sono le opere d’arte e i reperti la cui compravendita è limitata o vietata. La lista è nata grazie a una collaborazione con l’Unesco, con l’Organizzazione mondiale delle dogane e con l’Interpol. “Nella lista non sono elencati singoli pezzi rubati, ma oggetti rappresentativi di un contesto problematico più ampio, come le terrecotte nok”, afferma Delepierre.

L’esistenza della “lista rossa” significa che i trafficanti, i collezionisti e i musei non possono far finta di niente: tutte le terrecotte nok hanno bisogno di certificati di esportazione e delle autorizzazioni dei paesi d’origine. E non devono stupirsi se in seguito gli viene chiesto di restituire l’oggetto o di pagare un risarcimento.

“La ‘lista rossa’ è esposta negli aeroporti, nei commissariati e negli uffici doganali in tutto il mondo”, afferma Delepierre. Tuttavia il mercato illegale dell’arte reagisce con flessibilità ai divieti, aprendo nuove rotte commerciali, studiando metodi di trasporto più scaltri ed elaborando sofisticati documenti falsi. “Non bisogna essere ingenui. Ci muoviamo in un’economia di mercato, e anche i musei sono un’industria”, aggiunge Delepierre.

L’ente da cui dipende, ossia l’International council of museums, ha mai espulso un museo per comportamento non etico? “Non che io sappia”, afferma Delepierre.

All’hotel di Abuja il mercante d’arte Potiskum ci saluta. Ma prima di lasciarci fa un’ultima promessa: in futuro sarà in grado di acquisire non solo altre terrecotte nok, ma anche antichi manoscritti ajami e ceramiche di Calabar vecchie di millenni. Qualsiasi cosa. Senza problemi. Poi sparisce nella notte. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1386 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati