Nell’aprile 2016 a Città del Messico si è svolto un laboratorio che potremmo definire surreale se non fosse che da alcuni anni l’anormalità in Messico è la norma. I partecipanti facevano parte di un gruppo chiamato “i cercatori”. Erano soprattutto madri e padri, arrivati da varie località del paese per condividere tecniche utili a individuare fosse clandestine o a riesumare cadaveri, e per imparare nuovi metodi con cui cercare figli, figlie o altri familiari scomparsi.

Nel giro iniziale delle presentazioni ognuno ha detto il suo nome, da dove veniva, chi cercava e da quanto tempo lo faceva. Un uomo che veniva dal nord ha spiegato il suo metodo con una presentazione in Power Point: una delle cose di cui andava più orgoglioso era la capacità di ottenere informazioni dai pastori di capre che sanno dove si trovano i fusti con l’acido in cui le persone potrebbero essere state sciolte. Un altro, dello stato di Guerrero, ha mostrato un’asta di metallo: la annusa dopo averla infilata nei cumuli di terra per verificare se ha l’odore della morte. In quel caso significa che ha trovato un cadavere. Una donna dello stato di Coahuila ha detto che si serviva dei droni per avere accesso alle zone pericolose, cioè ai territori controllati dai narcotrafficanti. Un’altra donna di Veracruz, che piangeva e parlava a fatica, ha confessato di essere nuova del gruppo: sua figlia era scomparsa da poco.

Per tutta la settimana queste persone hanno pianto, si sono scambiate informazioni, hanno ascoltato antropologhe forensi, avvocati e specialisti che gli hanno parlato di anatomia, delle leggi da rispettare per riesumare corpi e delle procedure per scavare in questi luoghi di sepoltura irregolare di cui il Messico è pieno.

L’incontro si è chiuso con un viaggio nello stato di Veracruz, nel sudest, famoso per il suo carnevale, il porto e le piantagioni di caffè. Lì i partecipanti sono passati dalla teoria alla pratica: hanno cercato resti umani. Com’era prevedibile, hanno trovato dei corpi. Con la benedizione di un sacerdote e l’aiuto di picconi, aste, pale e corde è stata ufficialmente inaugurata la Prima brigata nazionale di ricerca, un gruppo che da allora si vede più volte all’anno in diverse zone del paese.

Questo succede in un Messico messo in ginocchio da una strategia di sicurezza militarizzata: la “guerra contro le droghe” dichiarata dal presidente Felipe Calderón nel 2006, che non ha mai risolto il problema delle sostanze stupefacenti ma ha provocato centinaia di migliaia di omicidi. Si sono diffuse parole come levantón, che nel gergo dei narcotrafficanti significa far salire con la forza qualcuno su un veicolo e farlo sparire. Come reazione a queste sparizioni forzate sono nati i cercatori, persone che si dicono morte in vita e abbandonano ogni cosa per cercare i familiari. Chiedono giustizia e verità alle autorità, si spingono in labirinti burocratici, visitano obitori, carceri, ospedali. Spendono i loro soldi in veggenti. Subiscono estorsioni e sono pronte a pagare poliziotti corrotti che promettono di rivelargli qualche indizio; entrano nei territori dei sicari o nei campi di lavoro forzato. Scavano ovunque con le loro pale.

Sotto il tappeto

È un’attività tendenzialmente al femminile, perché è svolta soprattutto dalle madri. Non si sa quante siano, perché nessuno ha fatto un conteggio ufficiale. Le madri cercatrici si uniscono in gruppi dai nomi che evocano la loro missione: Perlustratrici, Segugi, Guerriere, Forze unite, Piccoli soli, Campanellini, Madri coraggio, Colibrì, Legami, Allodole, Amori, e altre varianti.

Parenti di persone scomparse scavano vicino a Città del Messico, 18 agosto 2020 (Jair Cabrera, NurPhoto/Getty Images)

Dedicarsi alla ricerca dei propri cari come unica attività, come destino, come identità rivela la diffusione e la sistematicità delle sparizioni in Messico: più di novantamila secondo i dati disponibili, ma la cifra è in costante aumento. La nascita di questi gruppi è direttamente proporzionale alla mancanza di risposte da parte delle istituzioni. L’impunità sembra essere una politica di stato.

Il fenomeno, dalle proporzioni gigantesche, ha ispirato corsi, laboratori e scuole in cui imparare a cercare le persone scomparse. Intere famiglie seguono lezioni di genetica, diritto e nuove tecnologie. Sono presentate di continuo guide per le ricerche e ci sono film, mostre, spettacoli teatrali e opere d’arte che parlano delle sparizioni. Sono state approvate anche leggi e meccanismi straordinari, ci sono protocolli, commissioni nazionali, statali e presidenziali, e registri pubblici. Ma non hanno dato risultati.

I ritrovamenti di fosse illegali sono così frequenti che ormai non fanno più notizia. Nel 2013 l’università nazionale autonoma del Messico (Unam) ha dovuto inaugurare un corso in scienze forensi per rispondere alla domanda di esperti nel settore. Le squadre di antropologi forensi di Messico, Perù, Argentina, Guatemala, Germania e Stati Uniti non bastavano più. Nel 2020 la sindaca di un paese dello stato di Sonora ha regalato ad alcune madri delle pale per scavare. Il gesto è stato criticato, ma le destinatarie l’hanno apprezzato. E nell’ultima campagna elettorale per le amministrative un candidato ha donato un furgone ad alcune donne per aiutarle nel loro lavoro.

Non tutte le persone scomparse sono morte: in rare occasioni qualcuno è riuscito a scappare dalla casa dov’era tenuto prigioniero o dalle piantagioni di coca dov’era stato costretto a lavorare.

Sotto il tappeto del Messico bello e amato è stata nascosta la polvere di un altro Messico che soffre e cerca i propri cari tra i vivi e i morti. Dai sequestri sono emersi racconti terribili, tutti veri. Per esempio il camion frigorifero abbandonato vicino a Guadalajara da cui usciva un odore nauseabondo: quando le autorità l’hanno aperto su pressione degli abitanti della zona, dentro hanno trovato 273 cadaveri in decomposizione in sacchi neri della spazzatura. La procura ha ammesso che non era opera dei narcotrafficanti: era un obitorio itinerante con i cadaveri non identificati che non erano stati presi dall’istituto forense.

Ci sono strade dove scompaiono le persone dirette verso gli Stati Uniti, e autobus che arrivano alle stazioni di frontiera pieni di valigie ma senza passeggeri. È successo per mesi nello stato di Tamaulipas, dove nello stesso posto tutti i passeggeri di sesso maschile erano stati fermati da sicari del cartello degli Zetas, scortati da poliziotti municipali. In seguito in quel luogo sono apparse 47 fosse con più di duecento cadaveri. C’è un carcere nello stato di Coahuila che è controllato dai detenuti ed è diventato un posto perfetto per sciogliere i nemici nell’acido. Una volta sono scomparsi da un paese trecento abitanti dopo che un narcotrafficante tradito da un altro ha sterminato tutte le persone che portavano il cognome del traditore (vedremo questa storia su Netflix).

Guardate con sospetto

I racconti riguardano anche le cercatrici. Come le Madri coraggio, nel nord del Messico, guidate dalla maestra in pensione Letty Hidalgo. Cercando il figlio di 18 anni, Hidalgo ha imparato a chiedere documenti alle autorità, ad analizzare i loro legami con la criminalità, a parlare con i boss in prigione, a tessere alleanze per costruire una banca genetica o a usare droni, programmi in 3d, informazioni satellitari, cani addestrati a fiutare le più piccole tracce e metal detector.

Ci sono padri straordinari come Fernando Ocegueda, il primo a identificare dei centri di sterminio mentre cercava il figlio a Tijuana. Un pomeriggio Ocegueda mi ha mandato un messaggio a proposito di una ricerca in corso. “Quanti corpi avete trovato?”, gli ho chiesto ingenuamente e lui mi ha inviato una foto. L’ho aperta, ma non capivo. Vedevo solo una tazza con dei resti di caffè. Ho allargato la foto: non era caffè. Erano briciole di resti umani.

“Sono frammenti”, ha risposto. La sua specialità è cercare nelle zone un tempo controllate da Santiago Meza López, noto come “el Pozolero”, un uomo che ha confessato di aver sciolto trecento cadaveri nell’acido.

Durante la cosiddetta guerra sporca degli anni sessanta e settanta, l’arresto e la sparizione erano una punizione per chi dava fastidio al Partito rivoluzionario istituzionale (Pri), che è rimasto al potere per più di settant’anni, fino al 2000. All’epoca scomparvero tra le cinquecento e le 1.500 persone, ma la maggior parte delle sparizioni forzate è avvenuta dopo la militarizzazione voluta dal presidente Calderón, del Partito d’azione nazionale (in carica dal 2006 al 2012). I responsabili sono agenti dello stato o affiliati dei gruppi criminali, che spesso lavorano insieme.

Le persone scomparse sono trattate con sospetto – “qualcosa avranno fatto” – oppure la gente pensa che si trovavano nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Ma tutto il Messico è un posto sbagliato, cambia solo l’intensità del fenomeno. Il quotidiano El Universal ha registrato una media nazionale di diciannove persone scomparse al giorno. Con un gruppo di giornalisti abbiamo contato duemila fosse clandestine tra il 2006 e il 2018, ma ormai siamo a più di tremila. Abbiamo scoperto che lo stato ha in suo possesso 39mila resti umani non identificati che potrebbero essere stati sotterrati in fosse comuni, cremati, donati a scuole di medicina, affidati temporaneamente ad agenzie funebri o nascosti in fosse clandestine. La politica ufficiale è l’impunità, come indicano le trentacinque sentenze giudiziarie emesse per il reato di sparizione forzata. Un numero davvero ridicolo.

Da sapere
Una crisi che viene da lontano

◆ La violenza in Messico è esplosa nel 2006, quando il presidente di destra Felipe Calderón dichiarò la cosiddetta guerra al narcotraffico creando una polizia federale e schierando l’esercito in alcuni stati del paese. Migliaia di persone “spariscono” ogni anno, secondo l’ultimo rapporto dell’ong Human ­rights watch (Hrw). I responsabili sono la polizia, i militari e le organizzazioni criminali diffuse nel territorio. Molti delitti rimangono impuniti. Le famiglie delle vittime hanno creato più di 130 collettivi di ricerca. Secondo la Comisión nacional de búsqueda, un organismo del governo nato per cercare le persone scomparse, non si hanno più notizie di almeno 94mila persone. La maggior parte è scomparsa dopo il 2007. Hrw


Per molte famiglie messicane il giorno dei morti, in cui s’invitano a mangiare e a bere i defunti, non è un momento di festa. Il lutto è sospeso fino a quando non si sa se il proprio parente scomparso è vivo o morto. In questo mondo al rovescio il 10 maggio, la festa della mamma, le donne organizzano proteste e gridano in coro “Figlio, ascolta, tua madre si rivolta!”, “Le madri, cercando, stanno lottando”, “Perché vi cerchiamo? Perché vi amiamo”.

La negligenza delle autorità produce notizie crudeli, sconvolgenti, sadiche, che descrivono tutto quello che deve subire chi già è una vittima. C’è una madre che ha ricevuto dal governo le ceneri del figlio e ha pianto la sua morte, ma poi è venuta a sapere che il figlio era vivo, e ora non sa più chi ha sepolto. Un’altra è scesa in una fossa e un pezzo alla volta ha tirato fuori il cadavere del figlio. C’è una donna che da dieci anni chiede che le sia restituito il corpo del figlio adolescente, sepolto in una fossa comune dai forensi che poi si sono dimenticati il punto esatto; una che ha lavorato come cuoca in un accampamento di narcotrafficanti per cercare il figlio reclutato con la forza. C’è la madre di un poliziotto che prima di morire aveva chiesto di fare la sua veglia funebre davanti all’ufficio del governatore, per ricordargli che la famiglia aspettava ancora il corpo del ragazzo. Ci sono le donne accampate in sciopero della fame fuori dagli edifici statali, in attesa di essere ricevute. C’è la madre che scavando è svenuta quando ha riconosciuto i vestiti del figlio su uno scheletro. E poi ci sono i genitori uccisi per le loro ricerche: Sandra Luz a Sinaloa, don Nepo a Sonora, don Polo a Durango, Javier a Guanajuato.

Momenti importanti

La storia delle sparizioni forzate ha le sue date fondamentali. Il 2006 è l’anno della fallita strategia antidroga che fece cadere il paese nella violenza e lo lasciò in un bagno di sangue. Nel 2011 tutti hanno capito che molte persone mancavano all’appello quando il poeta Javier Sicilia, che aveva appena ritrovato il figlio assassinato, ha gridato “Ne abbiamo pieni i coglioni”. La sua voce è risuonata in tutto il Messico. Sicilia ha convocato una carovana nazionale a cui hanno partecipato tanti genitori. E a mano a mano che il gruppo procedeva verso Ciudad Juárez, si sono unite nuove famiglie che portavano con sé le foto dei parenti di cui avevano perso ogni traccia. Grazie a quella carovana del dolore abbiamo visto per la prima volta sulla tv pubblica famiglie di persone scomparse sedute accanto al presidente Calderón. Una delle donne che hanno partecipato alla manifestazione, Mari Herrera, cercava quattro dei suoi figli. È lei che ha creato le brigate nazionali di ricerca.

Nel 2014 la tragedia è diventata visibile in tutto il mondo: 43 studenti sono scomparsi a Iguala, la notte del 26 settembre. In quell’operazione erano coinvolti narcotrafficanti appoggiati dai poliziotti di diversi comuni, protetti e sostenuti da poliziotti statali, federali e da soldati. Tutti cercavano di impedire che gli studenti partissero a bordo di un autobus in cui i trafficanti avevano nascosto della droga.

La ricerca di fosse clandestine per trovare i 43 studenti, ancora in corso, ha fatto capire ai gruppi di tutto il Messico che il governo non avrebbe fatto niente per aiutarli.

La geografia del dolore non ha risparmiato le località turistiche. A Taxco, la città coloniale famosa per l’industria estrattiva e i suoi gioielli d’argento, sono state trovate miniere con almeno 55 corpi. Altri luoghi turistici come Los Cabos, Cancún o Acapulco hanno storie altrettanto penose. Guardando il paese attraverso il filtro di questo crimine, s’inaugurano nuove abitudini. Quando si viaggia in auto è consigliabile condividere con qualcuno la localizzazione, è meglio stare attenti quando ci si ferma a un benzinaio, mandare un messaggio se la polizia ti ferma per controllare i documenti, ed evitare di prendere alcune strade. Si sa che in certi posti la gente scompare.

Il governo di Andrés Manuel López Obrador, che si è insediato nel 2018, ha riconosciuto la crisi umanitaria e ha introdotto un meccanismo straordinario per identificare i resti ritrovati. Ha pubblicato delle linee guida e ha istituito degli organismi per la ricerca delle persone scomparse. Una ministra si è spinta fino a dire che “il Messico è un cimitero, un paese di fosse comuni”. Nel frattempo le famiglie delle vittime chiedono che si vada avanti senza sosta. Vogliono risposte, rivogliono la loro vita. ◆fr

Marcela Turati è una giornalista messicana nata nel 1974 e specializzata in diritti umani.

Questo articolo è uscito sul numero 1450 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati