Un bagliore accecante si diffonde nell’aria, guizzano le scie dei razzi, la giostra volteggia con foga eppure, sopra il luna park, si addensano le nuvole. Ma intanto ci divertiamo, l’orchestra suona e la festa continua. Tirana non ha mai conosciuto simili sfrenatezze, grigia e silenziosa com’è stata per anni, relegata ai margini. Ora canta a pieni polmoni e tutti cantano insieme a lei. Instagram trabocca della colorata euforia albanese. Finalmente siamo diventati una città europea, finalmente nessuno ci compiange. Il sindaco Erion Veliaj, maestro di cerimonie, dirige questa nuova felicità con il volto spalmato sull’impalcatura di un sorriso, gioviale e diabolico come un clown. Chi partecipa alla baldoria allestita dopo il tramonto, di giorno si ritrova davanti a cavi, crepe ed edifici cadenti con facciate scintillanti, e l’unica cosa che vuole è trovare un modo per darsela a gambe da un simile parco dei divertimenti.
Se Tirana fosse una persona, avrebbe il volto di Samir Mane, il padre della ricchezza albanese. Grazie a un’alleanza politica fatta di bustarelle e valigette, favori e promesse, ha costruito i più grandi centri commerciali del paese e un quartiere per i benestanti, un po’ fuori città, il più lontano possibile da rumore, sporcizia e smog.
Oppure quello della vecchietta tutta spavento e umiliazione, mortificata dai poliziotti che le confiscano dieci mazzetti di prezzemolo, un pugno di spinaci e tre porri che coltiva nell’orticello dietro casa e cerca di vendere per strada in modo da potersi comprare un po’ di pane e di latte, e qualche volta un dolcetto, un piccolo pezzo di dignità calpestata. O altrimenti quello di una signora che, nella stessa situazione, dà invece in escandescenze e si mette a buttare per terra scatole di cartone e tirare calci ai giocattoli di plastica che fino a un istante prima stava vendendo, mentre il capannello di curiosi inveisce contro i poliziotti e applaude la contestatrice.
Tirana potrebbe anche avere il volto di una star di Instagram, che ha subìto tanti di quei tagli e stiramenti da aver perso ogni somiglianza con la faccia che si nasconde sotto i numerosi strati di cipria, di pelle e di narcisismo misto a complessi. È il modello di donna albanese più caratteristico, rappresentato da un paio di sopracciglia ad ali di gabbiano, da una bocca che copre una vasta superficie del viso e dalle luccicanti calotte delle lenti a contatto. I capelli sono una costruzione tenuta insieme da un elastico, e in precedenza appartenevano a qualcun altro, di gran lunga più povero.
Oppure potrebbe avere il volto del ragazzo che, rovistando nell’immondizia, trova un paio di scarpe quasi nuove che vanno bene al fratellino e s’illumina di gioia. Le getta in una cassetta fissata a una bicicletta sgangherata e torna a scavare nel fetidume con più lena di prima. Tra un istante pescherà un paio di pantaloni per sé e la sua mente sarà attraversata dal pensiero che è proprio una bella giornata.
Tirana potrebbe anche avere il volto del tizio che ora vende stracci usati in un bugigattolo in fondo alla mia via, ma che in passato è stato famoso per una canzone in cui cantava che le ragazze sono come bucce di banana, se le getti via finisci per scivolare. Oggi i suoi lineamenti disegnano un quadro di noia assoluta, sconfinata. O, invece, il volto del bambino che saltella sotto i getti della fontana nella sfrigolante calura della rimodernata piazza Scanderbeg; il bambino saltella come vuole, tanto le sue scarpette non possono rovinarsi più di così; continua a saltare e a sguazzare tra gli schizzi freddi, dato che a casa sua l’acqua esce dal rubinetto solo quattro ore al giorno, la mattina e la sera, per il resto del tempo non c’è. Perché? Perché sì.
Di sicuro non dovrebbe avere il volto dei giornalisti occidentali che scrivono su Vogue che Tirana è diventata una città piena di vita, aperta e spensierata, né di quelli che dichiarano su Le Figaro che siamo testimoni oculari dell’ingresso della capitale albanese nel ventunesimo secolo, né tantomeno di chi afferma sulle pagine del Guardian di essere appena capitato in una città a misura di bambino. Tutte queste persone in città hanno fatto solo una breve puntatina, giusto il tempo di farsi una mangiata, una bevuta e stringere la mano al potere. Quegli articoli non sono stati scritti dalle donne impegnate a cucire scarpe in cambio del salario minimo più basso d’Europa, né dalle madri costrette a scavalcare con le carrozzine le vette himalaiane dei cordoli e gli abissi delle buche dei marciapiedi, e nemmeno dai ragazzini che s’annoiano a morte fuori dal mio palazzo perché non c’è neanche uno straccio di giardinetto in giro e il parco giochi più vicino è a mezz’ora di scarpinata, e chi ce l’ha la voglia di sciropparsi tutta quella strada.
Chissà, magari Tirana dovrebbe avere il volto furibondo dell’uomo che un momento fa stava giocando a scacchi su una panchina e ora solleva la testa dalla scacchiera e si mette a sbraitare verso un gruppetto di studenti francesi: “Piantatela di fotografarmi, non sono mica una scimmia allo zoo! Provate un po’ a indovinare perché siamo qui? Credete che abbiamo un altro posto dove giocare? Questo pezzo di panchina è tutto quello che ci spetta. Niente cambierà mai da queste parti. Voi ripartirete, e noi resteremo seduti qui per sempre!”.
Ed è fuor di dubbio che il volto di Tirana appartenga a Erion Veliaj, sindaco sorridente e artefice del trionfale sviluppo tanto osannato dai giornali stranieri, dipinto invece come “grande bugiardo”, “serpente” e “subdolo bacherozzo” dai suoi concittadini su Facebook. L’uomo più amato e più odiato della capitale.
Mentre percorro le strade di questa città di vetro e cemento, di detriti e lustrini, vedo dappertutto il volto di Ardit Gjoklaj che mi sorride dai manifesti e dagli adesivi. È uno delle migliaia di uomini-spazzatura di Tirana, morto a diciassette anni sotto un cumulo di rifiuti mentre lavorava in nero nella discarica municipale. La stessa che solo poche settimane prima il nostro allegro sindaco aveva elogiato, sotto i riflettori delle telecamere, come un luogo di lavoro ideale. I manifesti ci servono a non dimenticare Ardit, visto che tutte le trasmissioni dedicate alla sua sorte sventurata vengono bloccate prima della messa in onda. Ci servono a non dimenticare in che modo il sorriso del nostro sindaco si specchia nei volti degli altri.
Questo villaggio che comincia ad allargarsi è stato appena proclamato capitale di un nuovo stato spuntato ai confini dell’Europa
La bellezza
A Tirana nessuno può fruire gratuitamente della bellezza. La bellezza antica, quella dei tempi andati, degradata e invisibile, occultata dietro recinti che cadono a pezzi, ha ormai un piede nella fossa. Che crolli pure, che crepi, costruiremo qualcosa di nuovo, alto e scintillante al suo posto.
Ed eccola qua, la bellezza della modernità albanese, superba e indiscutibile, in cui la gente crede e in cui ripone le proprie speranze. Ha un prezzo, però, perché da queste parti solo la natura non lesina sulla bellezza e la elargisce con generosità, tutto il resto è lusso razionato.
A Tirana ci sono ristoranti con mobili firmati da designer sconosciuti nelle case albanesi. Ci sono bar con vassoi in legno e servizi in porcellana rossa fatti arrivare direttamente dall’Italia, introvabili sia nei normali negozi sia nei chiassosi bazar rigurgitanti di cianfrusaglie turche e cinesi. C’è uno stile di vita importato da un mondo migliore e incastrato alla meglio nella realtà locale, nei marciapiedi sconnessi, nelle strade tutte buche, nella ragnatela di cavi pendenti all’altezza degli occhi, nelle nere voragini dei vani scala ammuffiti. Il bene privato, che appartiene a una manciata di persone, ride in faccia al bene pubblico, che appartiene a tutti. Camminando sotto la pioggia per le vie sudice evito la cascata che viene giù da una grondaia rotta, ma vengo comunque bagnata dai getti che zampillano da sotto il traballante lastricato del marciapiede. Contemplo le vetrine dei caffè sofisticati, tutti legno e dettagli industriali. Il mio riflesso, il mio volto. L’interno e l’esterno, pubblico e privato, ricco e povero, ricercato e cencioso. In mezzo a tutto questo s’aggirano bellimbusti e ombre umane, malviventi e pezzenti, eletti ed emarginati, sazi e affamati, soddisfatti e arrabbiati. E io proprio al centro, anche se dall’altro lato dello specchio.
Gli anni venti del novecento. Le facce arse dal sole, con i baffi lunghi, non tradiscono alcuna emozione. Fissano in silenzio gli stranieri arrivati da un paese lontano chiamato Italia che si guardano intorno con malcelato stupore. I nuovi venuti hanno attraversato il mare per cambiare le realtà albanesi che al momento trovano incomprensibili. Questo villaggio che comincia ad allargarsi, e che ora stanno percorrendo a piedi, è stato appena proclamato capitale di un nuovo stato spuntato ai confini dell’Europa.
Quando l’Albania cominciò a esistere, nel 1912, l’ex primo ministro serbo la bersagliò con frecciatine maliziose, dicendo che gli abitanti di questo ibrido deplorevole non avevano ancora perso la coda. Il giovane stato cominciava appena a muovere i primi passi, che già i vicini ostili tramavano su come dividerlo o addirittura impadronirsene.
Gli italiani sottolineano le loro buone intenzioni, e intanto continuano a esaminare tutto con sguardi attenti e a prendere appunti, non certo per un loro capriccio, ma su richiesta del nuovo re d’Albania, Ahmet Zog.
Sarà mai possibile costruire qui la capitale del nuovo paese alleato? Tra queste basse villette circondate da ampi giardini, tra vigneti e frutteti, tra un’accozzaglia tipicamente turca di case in legno e pietra, tra caravanserragli orientali, miseri caffè e sfarzose moschee?
Sarà mai possibile costruire una capitale per questi uomini tenebrosi con il fez in testa, per i ragazzini scalzi che portano in giro le capre, per le donne raffinate che non vogliono coprirsi il viso, per le ragazze dalla carnagione scura che fanno ondeggiare i fianchi?
Mentre le altre nazioni balcaniche cercavano di scrollarsi di dosso il giogo ottomano, gli albanesi non avevano ancora ben chiaro chi fossero
I più ottimisti osservano che il tratto distintivo del popolo albanese è il pragmatismo. Solo loro e i bosgnacchi si sono arresi all’islamizzazione e, in quanto provincia periferica dell’Impero ottomano, sono perfino riusciti a ricavare dalla sottomissione una serie di vantaggi. Solo nell’ottocento l’alleanza con i turchi si è rivelata una palla al piede. Mentre le altre nazioni balcaniche cominciavano a scrollarsi di dosso il giogo ottomano e a intraprendere la scalata verso l’indipendenza, le élite albanesi non avevano ancora ben chiaro chi fossero veramente né quale strategia dovessero adottare. Erano ancora albanesi o già turchi? Dovevano combattere per creare uno stato autonomo o resistere saldamente al fianco dell’impero? O forse dovevano darsi da fare per ottenere qualche forma di autonomia?
I nuovi venuti, che ora sorridono, tra una ventina d’anni s’impadroniranno dell’Albania: ai primi di aprile del 1939 le truppe italiane attraverseranno il mare e occuperanno il paese quasi senza incontrare resistenza. Per adesso si limitano a tastare il terreno. Buttano giù i primi abbozzi della città futura, disegnano gli edifici dei ministeri e i palazzi governativi, elargiscono prestiti al re e, un passo dopo l’altro, assumono il controllo dell’esercito. Nel caos albanese intravedono un magnifico campo di manovra. Tirana diventerà il nuovo volto della grande potenza italiana.
Se non che gli italiani mandano tutti quei progetti all’aria ritirandosi dall’Albania in fretta e furia per lasciare il posto ai tedeschi i quali, a loro volta, all’indomani della sconfitta consegnano Tirana ai partigiani comunisti. Gli italiani lasciano un brutto ricordo e una bella città, nuova di zecca, con un efficiente asse stradale che si dipana da nord a sud, un’armoniosa piazza centrale e una seconda piazza, a sud, destinata alle funzioni di rappresentanza e contornata dai palazzi governativi. Gli italiani costruiscono per lo più in stile classicista, ma attingono anche all’architettura locale, tant’è vero che l’ormai iconico edificio dell’università ricorda le monumentali e perfettamente proporzionate torri e case fortificate chiamate kulla, tipiche dell’Albania del nord.
Quello che gli italiani non fanno in tempo a realizzare è portato a termine dai comunisti, che usano i loro progetti. Da quel momento in poi, lungo l’arteria fascista di Mussolini sfileranno i rossi cortei del nuovo governo albanese, fiducioso nel trionfo dell’ordine comunista, che avrebbe spazzato via ogni ostacolo. Ancora oggi gli albanesi dichiarano che il progetto italiano del centro storico di Tirana è la cosa migliore mai capitata alla città.
**La piazza **
È stato l’inizio e, secondo le malelingue, anche la fine: piazza Scanderbeg inondata dallo splendore della gloria albanese. La rigenerazione del cuore pulsante della città doveva rappresentare il coronamento delle promesse fatte dal Partito socialista, sarebbe stata una radiosa ciliegina sulla storpia torta dell’Albania, un’apertura del sipario su un futuro luminoso da cui il paese non stacca gli occhi. Il nuovo centro urbano doveva essere a misura di pedone, piacevole e fiabesco, all’altezza delle aspirazioni e dei sogni di un paese rinato. E lo è, in effetti. Perché, quando la magnifica e variegata superficie di marmo viene bruscamente meno sotto i piedi e si trasforma nel consueto mosaico di buche e lastre scheggiate, si viene come sballottati dal mondo dei sogni a quello della realtà quotidiana.
Piazza Scanderbeg è un magnifico deserto di lusso; il suo splendore è letteralmente abbacinante. Il sole, che mostra una particolare predilezione per l’Albania, si riverbera sulla pietra chiara e perfora le pupille. Quando la temperatura raggiunge i quaranta gradi, che in luglio e agosto sono all’ordine del giorno, sulla superficie aperta e smisurata mancano solo i cammelli. Al calare della sera la piazza si trasforma in un parco dei divertimenti con concerti, dj set e giostre. E di giorno ridiventa deserta, perché è impossibile camminare sotto un sole incandescente su uno spazio così vasto, senza uno straccio d’albero. Gli albanesi amano la piazza di notte e la odiano di giorno.
Tutto andrà bene
In un primo momento i volti sono fiduciosi e sereni, trasmettono fede nel progresso. Le autorità comuniste entrano a Tirana e promettono che da quel momento in avanti tutto sarà migliore, più equo e più giusto. Come il resto del paese, anche la capitale verrà modernizzata e sviluppata per il bene di ogni cittadino.
Eppure manca tutto: i soldi, i laureati, le fabbriche e gli appartamenti; ci sono solo una volontà ferrea e l’entusiasmo, e quello che hanno lasciato gli italiani. I popoli fratelli mandano ingegneri e costruttori. Tecnici iugoslavi, cechi, ungheresi, polacchi e, ovviamente, sovietici si chinano sui progetti. Ci sono anche gli specialisti della Germania orientale, ma non riusciranno a sopportare a lungo le condizioni albanesi. Appena possibile scapperanno a gambe levate.
Tirana assume un volto nuovo: è il volto della gioventù che ride sui manifesti di propaganda, che leva in alto un pugno chiuso o una falce. È il volto sereno di ingegneri che costruiscono caseggiati popolari con il sudore della fronte. E dei cittadini comuni che all’uscita dalle fabbriche si rimboccano le maniche ansiosi di costruire le nuove case con la forza delle loro braccia. Ma anche quello dei membri delle severe commissioni che fanno le ronde nei nuovi agglomerati residenziali, scuotono la testa e vigilano sull’ordine. È il volto dei ritratti in bianco e nero degli eroi del lavoro, fieri e pallidi, che continuano a superare, una dopo l’altra, le quote individuali di produttività, chi in fabbrica, chi in cooperativa agricola, chi in miniera. Per il sistema non esistono limiti di nessun genere, le cose non possono che andare di bene in meglio.
Le autorità pretendono che le donne tengano scoperto il volto, perciò le abitanti dei villaggi vicini a Tirana gettano via veli e chador e, assurte al ruolo di operaie moderne, varcano orgogliose la soglia delle fabbriche, il loro meraviglioso mondo nuovo. E anche se quello che producono non vale molto fuori dai confini nazionali, anche se le macchine si guastano e ci sono tempi morti, è proprio a quelle donne che il nuovo sistema offre una vita diversa. Le copertine delle riviste mostrano i volti raggianti delle ex contadine che grazie alle fabbriche si sono sottratte non solo al fango e alle capanne, ma anche alla pressione dello stivalone di gomma e feltro del patriarcato.
Scompaiono invece i volti dei nemici del popolo chiusi nelle prigioni, dei rappresentanti del vecchio regime fucilati nelle periferie, degli intellettuali legati al mondo occidentale esiliati negli angoli più lontani del paese, così da cancellarne ogni traccia. Alcuni volti insanguinati, con lo sguardo fisso, vengono talvolta esibiti nei luoghi pubblici, perché tutti devono sapere che fine fanno quelli che si mettono contro l’unico sistema giusto.
A Tirana può vivere solo chi ama sinceramente il partito infallibile. Chi invece non è gradito alle autorità è tagliato fuori. La capitale è un circuito chiuso, una città bassa e verde, delimitata dall’anello della circonvallazione, che nessuno è autorizzato a oltrepassare senza un permesso.
Nel momento in cui viene meno l’alleanza con la Jugoslavia, svaniscono anche i volti dei vicini d’oltreconfine. Quando l’Albania interrompe unilateralmente l’eterna amicizia con l’Unione Sovietica, gli ingegneri russi scompaiono nel nulla. A partire dagli anni sessanta, durante le passeggiate serali, per le vie della città gli albanesi cominciano a vedere dei buffi cinesi, con i quali non c’è modo d’intendersi. Mentre tutti girano in coppia o in gruppo, loro sgambettano come degli scemi in fila indiana. Ma pure loro scompaiono dalla circolazione quando nel 1978 finisce anche l’eterna amicizia con la Cina.
La giostra volteggia, il mondo gira, il paese sta fermo, l’avidità cresce. Non c’è modo di sfuggirle, si può al massimo tentare di andarsene
Da quel momento Tirana è una città che non ha bisogno di nessuno e non vuole niente da nessuno. I volti si fanno grigi e infossati, gli slogan comunisti sbiadiscono, i manifesti sbrindellati danzano al vento. Nelle fabbriche si fermano i nastri trasportatori, non ci sono pezzi di ricambio, manca la benzina, la città s’accartoccia su se stessa e raggrinzisce di disperazione e miseria. Le persone passano ore ai giardinetti, nei negozi vuoti e nei bar scrostati dove si trovano solo caffè e rakia. Mangiano il pane e il formaggio che si portano da casa. I loro volti non esprimono niente, è un modo come un altro per ammazzare il tempo che li separa da una fine inesorabile, dal collasso definitivo.
Crollato il comunismo, tornano gli stranieri e riscoprono Tirana per l’ennesima volta. Nei primi anni novanta la raccontano come una città travolta dal ciclone delle trasformazioni storiche: schiere di persone confuse intente a demolire le odiate fabbriche e scuole; strade buie; finestre con i vetri rotti; il mondo che non conosceva deodoranti né sacchetti di plastica si trova sommerso da paccottiglia colorata da pochi soldi e si ricopre della spessa e puzzolente patina mai vista prima: l’immondizia.
Le torri
Da lontano la vista è stupenda. Di una bellezza lacerante. Salita sul colle del lapidario, mi trovo davanti un copriletto a colori vivaci che qualcuno ha steso ai piedi della montagna. Quando l’aria, come oggi, è resa tersa dalla pioggia, i monti assumono un colore azzurro acciaio e le chiazze di neve sulle vette risplendono di bianco. Sotto, invece, è un tripudio di colori: palazzi rossi, verdi, blu e gialli, come nei libri da colorare per bambini, una cacofonia di sfumature che qua e là s’affievolisce e si sfalda, perché gli edifici sono stati tirati su alla meglio e in fretta, spesso con materiali scadenti. Tirana ha vissuto uno sviluppo fulminante tra il 2000 e il 2011, durante il mandato del sindaco Edi Rama, che non faceva altro che concedere licenze edilizie. Poi, a un certo punto, è sembrato che in città non ci fosse più spazio nemmeno per uno spillo, che non fosse rimasto un centimetro di terreno libero, neanche per la cuccia di un cane.
Eppure tutti erano contenti, perché Tirana andava verso la normalità: Rama aveva eliminato l’accozzaglia di chioschi illegali che proliferavano come protuberanze parassite nei parchi della capitale e sulle sponde del fiume; sulle strade a senso unico erano comparsi i cartelli segnaletici; erano stati costruiti i marciapiedi e accesi i lampioni. I mucchi di fango, detriti e immondizia cominciavano a cedere il posto all’asfalto e alle lastre da pavimentazione. Nel 2004 Edi Rama è stato nominato miglior primo cittadino del mondo. Tirana era resuscitata e la prima cosa che aveva visto erano stati i colori.
Un mucchio di denaro
Il volto dell’attuale sindaco, Erion Veliaj, è raggiante: ha appena piantato un nuovo albero sotto l’occhio delle telecamere. In programma ce ne sono tanti, tanti altri; se ha una giornata no, dice che ne pianterà ancora centomila, ma quando è in forma dichiara che saranno due milioni. Il simbolo di Tirana potrebbe essere il sorriso soddisfatto di Eri che ha appena piantato un albero. Nei primi tempi il radioso sindaco veniva chiamato Lali Eri, l’amichetto Eri. Sulle foto, che si fa scattare con chiunque lo desideri, sfodera un sorriso a trentadue denti e indica con il dito chi gli sta accanto. E distribuisce ai ragazzini le spille con la scritta Lali Eri.
Veliaj ci tiene a ricordare che lui è cresciuto per strada, e racconta che da piccolo vendeva i fichi del frutteto dei suoi genitori sul marciapiede davanti a casa. L’ha detto tante di quelle volte da guadagnarsi un altro appellativo, quello di Lali Fiku, l’amichetto Fico. In seguito l’amichetto Fico ha ricevuto i soldi dalla fondazione Soros per studiare negli Stati Uniti. Tornato in Albania, si è messo alla guida del movimento di giovani attivisti Mjaft, per poi andare a ingrossare le fila dei socialisti e diventare infine sindaco di Tirana. Ecco il mito albanese: da lustrascarpe a milionario, il sogno americano che si avvera. Illuminato da un sorriso raggiante come quello di Obama, pieno di compassione e profondamente toccato dall’ingiustizia dilagante, in una foto su due Erion compare con un bambino rom sotto un braccio e un cucciolo trovatello sotto l’altro.
Così è nato Lali Gënjeshtar, l’amichetto Vendifumo.
Perché nella città in cui praticamente tutti i giardinetti e i parchi giochi sono stati consegnati nelle mani dei costruttori, solo nel 2017 Lali Eri ha rilasciato ben 272 nuove concessioni edilizie, anche se prima delle elezioni aveva promesso di dare un taglio netto alle possibilità di costruire nel centro urbano. Lali Eri, che incita tutti a girare in bicicletta e dorme con una pala accanto al letto, ha appena dato il permesso di costruire tre nuovi grattacieli a ridosso dell’unico giardino pubblico della città, e ce ne sono già altri dodici in programma. Stringe al petto un cucciolo trovatello, e intanto i funzionari comunali fanno sparire dalla circolazione i cani randagi e li abbandonano nei sobborghi di Tirana, dove crepano di fame. Lali Eri ha fatto costruire il primo grande parco giochi per bambini, ma a oggi nessuno sa a quali condizioni né quanto abbia sborsato.
Gli esperti spiegano in televisione che c’è un mucchio di denaro sporco in circolazione proveniente dal traffico di marijuana e che bisogna in qualche modo ripulirlo. Quindi gli oligarchi continueranno a costruire, perché solo così si possono realizzare profitti in tempi tanto rapidi. Se solo Lali Eri non temesse la furia dei cittadini, sarebbe ben contento di parlare ai giornalisti dei grattacieli, in fin dei conti ogni giorno lo ammiriamo in tv mentre pianta un albero. Ma sa bene cosa bolle in pentola, tant’è vero che negli ultimi mesi è più cauto e si tiene alla larga dai microfoni. Gli abitanti di Tirana sorridono beffardi. “Lali Vendifumo è solo un burattino nelle mani di Rama, oggi primo ministro. In fondo non ha colpe. È Rama che permette ai suoi amici di tirare su un grattacielo dopo l’altro, Lali si limita a firmare concessioni”.
Il mostro che allunga i suoi tentacoli su Tirana non ha volto, ma ha un nome: si chiama Partenariato pubblico-privato (Ppp). Si tratta di un’alleanza tra gli oligarchi e i politici, in base alla quale questi ultimi, che non hanno denaro sufficiente per fare investimenti, se lo fanno dare dai baroni albanesi. Il Ppp si sta divorando lo storico stadio Qemal Stafa, costruito dagli architetti italiani negli anni quaranta. Il monumento nazionale sarà rimpiazzato da uno stadio nuovo, e da un imponente grattacielo che piace molto a Rama. Quest’ultimo ha inoltre annunciato che anche l’edificio storico del Teatro nazionale, eretto sempre dagli italiani, è fatiscente e farà posto a un grande centro commerciale, con annesso un teatro e tre grattacieli, il tutto costruito grazie al Ppp. Questa volta la gente è scesa in piazza, ma fino a quando Tirana non sarà messa a ferro e fuoco, nessuno darà ascolto e questi gruppuscoli dall’aria mesta che invocano la tutela delle tradizioni e del patrimonio culturale facendo appello all’onore e alla decenza. Il Fondo monetario internazionale ha fatto la voce grossa intimando a Rama di sospendere le concessioni perché l’Albania non poteva permettersi investimenti per un miliardo di euro senza aver fatto una valutazione economico-finanziaria, per non parlare della trasparenza. Ma chi può vietare qualcosa al premier?
Quindi, se Tirana fosse una persona, dovrebbe avere il sorrisetto di Edi Rama stampato sul volto? O quello di qualcuno della sua corte blasonata, composta da designer italiani e artisti albanesi di grido, sempre pronti a legittimare le iniziative dell’ex sindaco?
E se il volto di Tirana appartenesse agli italiani i quali, come settant’anni fa, stanno rifacendo la città da capo a piedi, rendendola questa volta alta e rapace? E se fosse proprio il volto dell’architetto Marco Casamonti, condannato nel 2015 da un tribunale italiano per uno scandalo di corruzione, o di Stefano Boeri, chiamato a progettare i tre nuovi grattacieli?
E se tutto questo fosse ancora più triste e il vero volto di Tirana avesse invece i graziosi e delicati lineamenti di Anri Sala, il più celebre artista albanese, che a suo tempo rese famoso Edi Rama? È stato proprio Sala a girare anni fa il documentario Dammi i colori, che mostrava una Tirana nuova, che risorge dalle rovine e dal degrado per spiccare il volo verso l’arte, perché il suo nuovo sindaco-artista ha deciso di ribaltare il grigio destino dei cittadini ricoprendo gli edifici con un mosaico di colori. Da allora sono passati quindici anni e Tirana continua a essere una città di facciate che con la loro variopinta spensieratezza ammaliano l’occidente e nascondono appartamenti dove acqua e corrente elettrica mancano per diverse ore al giorno, facciate che nascondono povertà, mancanza di prospettive e un tasso di disoccupazione a due cifre. È stato Anri Sala, un vecchio amico dell’ex sindaco Rama, a firmare il progetto della nuova piazza Scanderbeg, vale a dire del nostro magnifico deserto di lusso, dove quando cala il crepuscolo prendono il via le danze.
Secondo la classifica Mercer sulla qualità della vita, Tirana e Minsk sono i fanalini di coda in Europa. E la sgargiante capitale albanese è in fondo anche alla lista mondiale, appena prima del Cairo.
Margo Rejmer è una giornalista e scrittrice polacca. Questo articolo è un estratto di Splendidi giorni ci attendono, il suo nuovo libro dedicato all’Albania, che in Italia sarà pubblicato in autunno da Keller.
Intanto i petardi continuano a esplodere e il cielo sembra incendiarsi. Il boato si propaga, il trambusto della folla, lo scompiglio, le risate. La ruota panoramica gira, c’è una ressa incredibile, e nella ressa gli strilli, e il grande clown ruggisce che va tutto a meraviglia, la festa continua, l’orchestra suona, godiamoci questo magnifico circo senza pane!
Il fuoco
All’improvviso, un grido. È la massa affamata e infuriata.
La giostra volteggia, il mondo gira, il paese sta fermo, l’avidità cresce. Non c’è modo di sfuggirle, si può al massimo tentare di prendere il volo verso una terra straniera, verso un destino migliore.
Stando alle statistiche, l’Albania sta invecchiando e si sta spopolando. Già oggi ci sono più albanesi fuori che dentro i confini. Nessuno li richiama indietro. Tra poco in questa città fitta di grattacieli vuoti non ci sarà più nessuno capace di amare né di mettere al mondo figli.
“L’Albania è un paese sicuro?”, s’informano di continuo i miei amici. Il fosco quadro prospettato in chiusura dell’articolo è diventato realtà. A partire dallo scorso febbraio Tirana è paralizzata dalle proteste di migliaia di sostenitori dell’opposizione; sui palazzi governativi piovono le molotov e la polizia interviene con manganelli e gas lacrimogeni. La crisi politica si ripercuote profondamente sul clima sociale. L’opposizione pretende le dimissioni di Edi Rama, il quale a sua volta cerca di destituire il presidente. Le elezioni amministrative del 30 giugno sono state boicottate dall’opposizione e la corte costituzionale ha smesso di funzionare. Si parla sempre più spesso di un nuovo 1997, l’anno in cui duemila albanesi morirono in disordini spesso raccontati come una guerra civile. Tutti e tre i partiti presenti in parlamento sono collusi con la criminalità organizzata, alla propaganda del governo danno credito solo i suoi stessi artefici e il mito dell’Unione europea è ormai in crisi. E in vista non ci sono alternative.
“Paese maledetto”, dicevano gli albanesi nel 1997. “Paese spacciato”, dicono oggi. Il sindaco di Tirana continua a sorridere, ma nemmeno lui sa per quanto ancora. ◆ mb
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Questo articolo è uscito sul numero 1318 di Internazionale, a pagina 62. Compra questo numero | Abbonati