“Dov’è il sud, Larry?”. “È laggiù, dove guardano i loro occhi”, risponde il vecchio inuit. E indica prima un punto imprecisato del mare – dove in lontananza, oltre l’orizzonte dentellato di iceberg, si staglia l’isola di Devon – e poi volge il dito nodoso verso la statua di una madre e un bambino abbracciati. Entrambe le figure in pietra sono vestite di pelli, i volti solcati dal dolore.
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Siamo alle spalle del villaggio, sulla spianata che sale rapidamente fino alla montagna. È una mattina d’inizio settembre, nel cielo c’è qualche nuvola solitaria, nel mare blu spuntano dei piccoli pezzi di ghiaccio sparpagliati. Da lì si domina l’intera baia davanti a Grise Fiord, 130 abitanti, l’insediamento più a nord dell’Artico canadese, creato in piena guerra fredda tra i fiordi dell’isola di Ellesmere. Fino al 1953 su questo chilometro di costa pietrosa c’erano solo trichechi e orsi; gli unici uomini ad arrivarci, nelle loro spedizioni stagionali, erano i cacciatori inuit groenlandesi che attraversavano con le slitte e i cani il braccio di oceano polare a nord della baia di Baffin, una regione marina che i nativi chiamano Pikialasorsuaq, la Grande fonte. Un posto che è allo stesso tempo un ponte e una gigantesca riserva di proteine: un angolo di mondo allora ancora ignorato dalla storia e dalla scienza, senza confini e senza leggi, se non quelle di una natura impietosa che a Grise Fiord – per gli indigeni aujuittuq, “luogo che non disgela mai” – impone d’inverno temperature fino a 60 gradi sottozero.
“Ci deportarono qui con l’inganno, io avevo tre anni”, dice Larry Audlaluk con il tono forte di chi non ci sente più tanto bene. Ha occhi irrequieti che sembrano aver assorbito tutte le sofferenze della sua gente e tutte le sfumature del ghiaccio. “Con la mamma rimanevamo immobili proprio come quella statua, abbracciati a guardare verso sud, da dove ci avevano sradicati, nel Québec settentrionale, a circa 2.500 chilometri da qui”.
Li avevano imbarcati insieme ad altre famiglie con la promessa di farli uscire dalla miseria, di regalargli una nuova vita in una terra abbondante di prede: l’Eden, per un popolo che si nutre solo di mammiferi marini, halibut e salmerini. “Ma fu l’inferno”, dice Audlaluk, tra i pochi sopravvissuti alla cosiddetta relocation (trasferimento forzato), una delle pagine più sconvolgenti della storia canadese. Una pagina a lungo censurata: solo nel 2010 il premier Stephen Harper ha chiesto scusa agli inuit del Nunavut, territorio autonomo istituito nel 1999. Alla gente di Grise Fiord è sembrato un modo per metterci una pietra sopra, e ha scolpito nella pietra il suo straziante memoriale. I racconti carpiti nei decenni dagli anziani e i ricordi dei suoi primi anni di lotta per la sopravvivenza non hanno mai smesso d’inseguire Audlaluk, che solo di recente ha deciso di denunciare cosa succedeva allora nel silenzio boreale. Una verità impugnata come un arpione, proprio mentre l’Artico – più accessibile e sfruttabile a causa dello scioglimento dei ghiacci – sta conoscendo una nuova colonizzazione ed è al centro della geopolitica, conteso in modo sempre più agguerrito per le sue immense risorse, tanto che qualcuno arriva a dire che questo non sarà il secolo della Cina, ma dell’Artico.
“Gli agenti della polizia reale canadese a cavallo vennero molte volte al villaggio, con loro c’era sempre un pastore anglicano”, ricorda Audlaluk. “Ci dicevano che i nostri parenti di altri insediamenti nella baia di Hudson avevano già accettato di partire. Non era vero, ma alla fine gli anziani ci credettero. E credettero anche all’altra promessa, che avremmo potuto tornare indietro se non ci fosse piaciuto quel paradiso”. Non fu così: era un viaggio di sola andata. “Partimmo a fine luglio, arrivammo in settembre, proprio come ora”, continua Larry infilando i pugni sotto le ascelle. “Ci hanno imbarcato su una nave della marina, la C.D. Howe, con poche cose, senza vestiti adatti, solo con i cani, le slitte, le tende, qualche attrezzo per la caccia. I nostri nomi diventarono numeri. Io ero E9-1905. Eravamo numeri portati alla fine del mondo”. Gli inuit sopravvissuti al trasferimento forzato hanno taciuto per decenni “per le sofferenze indicibili, ma soprattutto per la vergogna della nostra ingenuità, per essere finiti nella trappola dei bianchi”, dice Audlaluk.
La nave militare puntava a nord, verso la destinazione finale di Alexandra Fiord, 1.200 chilometri dal polo. Ma la fugace estate artica stava finendo, ghiaccio e nebbia impedivano di proseguire. Otto grandi famiglie di inuit, una novantina di persone e sei mute di cani, furono costrette a sbarcare a Lindstrom, un lembo di costa ghiaiosa sotto una montagna a strapiombo, una prigione di cento metri per cinquecento. La polizia federale stabilì una stazione a un chilometro da lì, appena oltre il fiordo, un punto segnato sulla mappa col nome di Grise Fiord, sfrattando i trichechi. Agli inuit fu proibito – pena l’arresto – di avvicinarsi ai federali per qualsiasi ragione. Si sarebbero trasferiti a Grise Fiord solo negli anni sessanta. Ma nel frattempo in tanti morirono di freddo, di fame, di depressione e suicidi; in molti non riuscirono mai a nascere, uccisi dalla malnutrizione delle madri. “Ci abbandonarono come bestie”, dice Audlaluk. “Dormivamo ammucchiati nelle tende per scaldarci. Non c’era neanche un pezzo di legno, nulla per costruire un minimo riparo. Avevamo un paio di kayak e un paio di fucili, le poche foche catturate non bastavano per le famiglie e i cani. Non sapevamo cacciare narvali e beluga. All’inizio non c’era che carne di cane, ogni tanto di lupo. La mamma mi diceva che era caribù”.
E poi anche il giorno scomparve. Il 28 ottobre 1953 furono inghiottiti dalla notte polare. “Se non sei abituato, vuoi solo morire”, spiega Audlaluk. “Eravamo uno strumento: cittadini canadesi indigeni deportati con l’inganno per permettere al Canada di rivendicare la sovranità nell’Artico. Pensavano che fossimo gli unici esseri umani in grado di reggere a queste latitudini. In fondo l’esperimento è riuscito, siamo ancora qui”, ironizza Larry.
Ottawa per decenni aveva temuto che i cacciatori groenlandesi potessero stabilirsi nell’inabitata isola di Ellesmere, offrendo al Regno di Danimarca, che aveva annesso la Groenlandia nel 1953, un pretesto per rivendicare il territorio. Ma con la guerra fredda l’Artico diventò arena di sfida tra Unione Sovietica e Stati Uniti. I soldati americani arrivavano a migliaia nel nordovest della Groenlandia, costruivano basi militari, e bisognava trasferire in fretta cittadini canadesi e piantare bandiere con la foglia d’acero nell’estremo nord. “Settant’anni dopo, la storia si ripete”, dice Audlaluk dopo uno di quei lunghi silenzi che contraddistinguono le conversazioni con gli inuit.
Il cacciatore sa cosa bolle sotto il ghiaccio e perché lui e il suo popolo si siano trovati improvvisamente, dopo una vita ai confini del mondo, al centro d’interessi giganteschi: il Canada non è solo determinato a rivendicare il suo status di nazione artica ma si prepara a portare militari, a sfruttare le risorse minerarie e la navigazione del passaggio a nordvest. Questo soprattutto dopo la guerra russa in Ucraina e dopo la rielezione di Donald Trump, che minaccia di annettere la Groenlandia e vuole dominare l’Artico nordamericano.
C’è una voce che gira con insistenza tra gli inuit a Grise Fiord, Resolute e Arctic Bay, così come nelle chat di Facebook: Ottawa avrebbe nel cassetto un piano per una nuova relocation, un nuovo insediamento nell’estremità settentrionale dell’isola di Ellesmere, dove per ora esistono solo due stazioni meteo associate ad altrettanti centri radar militari: Eureka e Alert, che è il luogo abitato più a nord del mondo. “Il nome che ritorna è Alexandra Fiord, quella che doveva essere la nostra destinazione di allora. Oppure Eureka, dove c’è una pista d’atterraggio migliore della nostra”, dice Audlaluk. La promessa questa volta è di portare gli inuit in una zona più settentrionale ma più raggiungibile in aereo per evitare l’isolamento che rende la vita tanto dura a Grise Fiord. Lui ce lo spiega con un esempio: quest’anno la nave cargo è in ritardo di un mese e allo spaccio i cetrioli costano cinquanta dollari al barattolo, per un pezzo di pane si pagano venti dollari. “Ma se lo rifanno di nuovo, stavolta deve essere diverso, deve esserci un accordo scritto in cui sono rappresentati i nostri interessi”, sottolinea. “C’è sempre quell’atteggiamento colonialista per cui noi siamo solo poveri cacciatori ignoranti, i soliti eschimesi sorridenti che sventolano le loro bandiere nell’Artico”.
Legami antichi
Tra chi ha fatto di questo deserto polare la sua patria, c’è il diffuso timore d’essere sopraffatto dal vortice d’interessi e d’insicurezza che sta sconvolgendo l’Artico, esasperato dalla guerra di Vladimir Putin in Ucraina e dalle ambizioni di Washington nella regione. Per resistere e non essere travolti, gli inuit ritornano alla Pikialasorsuaq, l’acqua che separa (ma un tempo univa) chi vive sulle due sponde della baia di Baffin, tra l’isola di Ellesmere e il nordovest della Groenlandia; il bacino è da sempre un’oasi, grazie all’abbondanza di quei mammiferi, uccelli e pesci che sono tuttora la sola risorsa per sfamarsi in modo sano e sostenibile, reggendo il terribile isolamento del buio invernale. Da anni gli inuit lavorano a un progetto per trasformare la Pikialasorsuaq in un’area marina protetta, gestita dalle comunità transnazionali in nome del diritto all’autodeterminazione dei popoli indigeni. Partita nel 2017 dall’Inuit circumpolar council – organizzazione che rappresenta 160mila persone tra Canada, Groenlandia, Alaska ed estremo oriente russo –, nel nuovo contesto artico l’iniziativa sta diventando un manifesto politico. “Si tratta di difendere il nostro sostentamento, la nostra cultura, il nostro spirito contro le minacce crescenti, dal cambiamento climatico alla competizione geopolitica e commerciale”, dice Eva Aariak, ex premier del Nunavut e tra i promotori della prima commissione incaricata di elaborare un piano di cogestione della Pikialasorsuaq, che gli scienziati chiamano North water polynya. Nel suo ufficio a Iqaluit, Aariak spiega che l’obiettivo per l’autogoverno e la conservazione di questa regione marina – “il cuore pulsante della nostra identità” – è la libera circolazione nella baia di Baffin, com’era prima dell’11 settembre 2001, quando fu introdotto l’obbligo di dogana e cessarono gli scambi. Nel 2013 Canada e Groenlandia hanno firmato una lettera d’intenti sui princìpi guida del piano, incluso il libero movimento per gli inuit, ma la Danimarca – che ancora decide sulla politica estera e di sicurezza nell’isola – non ha dato il via libera. Aariak non vuole commentare, ma lascia capire che è solo un altro segnale dell’aria che tira sul tetto del mondo: “Ogni giorno che passa questo accordo diventa sempre più urgente, può rappresentare un simbolo per invertire la rotta, mostrare che l’Artico non è terra di conquista, che la priorità è studiare i cambiamenti e arginare lo sfruttamento. Da sempre le due sponde sono interconnesse, i legami di sangue sono antichi. Come molti inuit canadesi, ho parte della mia famiglia dall’altra parte”, dice, cercando di mascherare la commozione.
Per i deportati di Grise Fiord l’arrivo dei cacciatori inughuit dai villaggi del versante groenlandese – da Qaanaaq, Siorapaluk, Qeqertat – era l’unico aggancio con il mondo esterno. Da loro impararono a cacciare la balena, i narvali e i beluga. Incrociarono i possenti husky qimmeq d’oltremare con i loro cani eschimesi, ormai indeboliti dalla consanguineità. Con il passare dei decenni i rapporti sono diventati amicizie, amori e matrimoni. Prima dell’attentato del 2001 alle Torri gemelle c’era un volo settimanale tra Grise Fiord e Qaanaaq e non serviva il passaporto. Una storia condivisa che si rintraccia nelle mappe dei cacciatori.
“Ingilraani-ingilraani, da tanto, tanto tempo”, dice Olaf Christiansen, 29 anni, uno dei tanti nipoti di Audlaluk. “La North water polynya è il bacino che ci permette di vivere dove nessun altro sarebbe riuscito. I primi inuit migrati dall’Artico occidentale si stabilirono in questa regione perché era l’unica risparmiata dalle grandi glaciazioni. Un’oasi nel deserto”. Christiansen è il funzionario che si occupa della tutela del patrimonio ambientale di Grise Fiord. Apre Siku, un’app usata dai cacciatori, per mostrare come l’isola di Ellesmere (indicata con il nome groenlandese Umingmak Nuna, terra dei buoi muschiati), così come le baie, i fiordi e i promontori lungo le coste orientali portino gli antichi nomi dati dagli inughuit, che arrivavano dai villaggi sul versante groenlandese della Grande fonte. “Prima del trasferimento forzato non c’erano insediamenti da secoli. Praticamente se oggi questo posto è in Canada è solo grazie a noi. E se i miei vecchi sono riusciti a sopravvivere è solo perché c’era quel mare pieno di vita”, dice Christiansen. Mentre guida batte con l’indice sul parabrezza indicando verso est, oltre Grise Fiord, oltre l’iceberg che s’è presentato all’orizzonte la scorsa notte a ridosso della costa e che lascia immaginare d’essere grande come una cattedrale medievale.
Flusso magico
Dall’altro lato della Grande fonte, riparato in un profondo fiordo, c’è l’insediamento di Qaanaaq, una sorta di alter ego groenlandese di Grise Fiord. Anche Qaanaaq è figlio della guerra fredda, non esisteva prima del 1953. La comunità viveva 200 chilometri più a sud, a Thule, un nome che gli antichi greci attribuivano al misterioso emisfero boreale, scelto nei primi del novecento dal fondatore del villaggio, l’etnologo danese Knud Rasmussen.
Si parla a bassa voce, tendendo l’orecchio: il narvalo di solito si fa annunciare da un rumore sordo, prodotto quando sale in superficie
Rasmussen era arrivato per stabilire una presenza commerciale e riaffermare la sovranità danese sul lembo più settentrionale dell’isola. A Thule c’erano trecento inuit, ma un giorno del 1951 videro arrivare un’armata statunitense con dodicimila uomini, che li sloggiò dal loro villaggio sulla penisola di Pitufiq (che vuol dire “il posto delle barche”). Gli indigeni furono costretti a spostarsi più a nord: l’altra relocation in questa regione polare al centro dei grandi giochi di potere. Si portarono dietro solo i cani. Gli fu sottratto anche il magico nome Thule, che fu assegnato alla più grande base degli Stati Uniti nell’emisfero settentrionale, probabilmente per fare bella figura con i sovietici.
Oggi Qaanaaq conta circa seicento abitanti, il suo nome significa “svuotato dal vento”. Quei venti che da nord spazzano violentemente la parte settentrionale della baia di Baffin e contribuiscono al fenomeno della North water polynya: uno specchio d’acqua grande quasi quanto l’Austria che per buona parte dell’anno rimane l’unica area liquida in mezzo a un oceano ghiacciato. Ci sono altre polynye in Artico, ma questa è la più vasta e la più produttiva dal punto di vista biologico. Se gli inuit la chiamano la Grande fonte è per la sua capacità di portare in superficie le acque profonde, talmente ricche di nutrienti da rendere la fioritura del plancton visibile anche dallo spazio. È una sorta di pistone nel meccanismo biomarino artico: produce ghiaccio e smuove grandi masse d’acqua che alimentano le correnti oceaniche. Un’oasi blu nel deserto bianco, un “Serengeti polare” dove pesci, uccelli, narvali, orsi, foche e trichechi si radunano per respirare e nutrirsi durante il lungo inverno. Sacra fonte di proteine per gli esseri umani che si sono stabiliti ai suoi margini per decine di generazioni. Senza la Pikialasorsuaq, che cosa ne sarà degli inuit?
Ma bisogna chiedersi anche cosa ne sarà di noi, visto che lo spostamento di grandi masse d’acqua ha effetti globali, a confermare il detto dei ricercatori secondo cui “ciò che succede nell’Artico non rimane nell’Artico”.
“Se la pompa s’inceppasse”, dice Marlene Hegelund, biologa marina del Greenland climate research center di Nuuk, “anche la corrente del Golfo ne risentirebbe. Con conseguenze gravi soprattutto per il Nordeuropa”.
Hegelund ci aiuta a capire uno dei più sofisticati fenomeni oceanografici. Il fattore chiave della Grande fonte è il ponte di ghiaccio che ogni inverno si forma più a nord, bloccando lo stretto di Nares e impedendo così l’ingresso degli iceberg nella baia di Baffin. Un tappo che, insieme a venti e correnti particolari, permette alla parte superiore della baia di rimanere sempre liquida, pur non smettendo mai di fabbricare ghiaccio. Con temperature invernali intorno ai 50 gradi sotto zero, l’acqua sulla superficie della polynya continua a gelare. I cristalli che si formano, tuttavia, sono spazzati via dai venti fortissimi e costanti. Allo stesso tempo, i sali espulsi dalla formazione del ghiaccio rendono più densa l’acqua in superficie. Questo la fa affondare, spingendo in alto gli strati più profondi e alimentando così l’Atlantic meridional overturning circulation (Amoc), potente flusso di circolazione che aiuta a regolare le principali correnti oceaniche, tra cui quella del Golfo.
Ma la barriera di ghiaccio che blocca lo stretto di Nares ultimamente fatica a formarsi. Questo fenomeno è stato notato la prima volta nel 2007. Da allora questa chiusa naturale che si formava ogni anno è più imprevedibile e irregolare, in un Artico che si sta riscaldando tre, quattro volte più velocemente del resto del pianeta.
“La verità è che non sappiamo cosa succederà alla North water polynya”, dice Ruth Mottram, glaciologa del Danish meteorological institute. È appena arrivata a Qaanaaq, dove l’istituto ha una piccola base d’osservazione affacciata sul fiordo, a poche decine di metri dalla banchisa. Come tutte le altre strutture di queste dimensioni, la base è costruita su palafitte nel permafrost, con il tetto a punta e le facciate colorate, un retaggio che risale all’epoca coloniale, quando i colori servivano a orientarsi negli insediamenti privi di strade: il rosso per chiese e scuole, il blu per i pescatori, il nero per la polizia.
Mottram studia lo scioglimento del ghiaccio. Sta caricando una slitta sulla spiaggia che scende sulla banchisa. Dice che non ha mai visto una fusione così precoce: “Siamo a maggio e ci sono condizioni tipiche di luglio”. È diretta verso un ghiacciaio dove l’anno scorso ha sistemato alcuni strumenti per il monitoraggio.
“È sempre più difficile prevedere la catena di effetti che può generare la riduzione del ponte di ghiaccio di Nares sul sistema della Pikialasorsuaq”. Quel che si sa è che, se il tappo saltasse completamente, il bacino si riempirebbe di blocchi di ghiaccio riducendo la quantità di luce solare necessaria alla fioritura del plancton che sostiene la biodiversità del bacino. La catena alimentare crollerebbe e, secondo Andrew Hamilton, oceanologo dell’università dell’Alberta, anche il rimescolamento delle acque e la distribuzione dei nutrienti che si trovano in profondità. “Ci può essere un impatto globale a oggi incalcolabile”, aggiunge Hamilton. “Lì s’incontrano correnti oceaniche ben distinte: hai l’acqua fredda polare che scende dallo stretto e quella più calda e salina che proviene dall’Atlantico. Le dinamiche fisiche che regolano la loro interazione non possono funzionare senza quell’insieme di fattori della polynya, messi in moto dal ponte di ghiaccio”.
Le storie e i destini di Qaanaaq e Grise Fiord sembrano riflettersi in un gioco di specchi. Il loro mondo, che ancora si regge sulla Pikialasorsuaq – per nutrirsi e per muoversi sul ghiaccio che la circonda – è finito nell’occhio di un ciclone dove la crisi climatica e la geopolitica convergono, sovvertendo un ordine millenario. “Qui stanno confluendo troppe questioni, fisiche, geografiche, ambientali, politiche, militari”, sottolinea Hamilton. “C’è l’apertura commerciale del passaggio a nordovest, la corsa allo sfruttamento minerario e ittico, il boom delle navi da crociera sulla baia di Baffin. È un concentrato che può esplodere. Gli inuit lo sanno, per questo spingono per costituire l’area marina protetta. Speriamo non sia troppo tardi”.
Gli occhi sul binocolo
Per provare a capire davvero cosa rappresenti la Grande fonte bisogna entrarci. Bisogna abbandonare i pregiudizi, dimenticarsi chi sei e da che mondo vieni. Bisogna lasciarsi dietro tutte le idee elaborate che abbiamo sugli animali e la caccia. Quando si entra nella Grande fonte – mentre i cani trainano la slitta sulla banchisa – si capisce che per gli inuit cacciare e mangiare “sano cibo tradizionale”, come dicono quasi ossessivamente, è una questione di vita o di morte. Non solo perché è l’unica possibile fonte di sostentamento, visti i prezzi inaccessibili del “cibo dal sud” allo spaccio, o perché i mammiferi selvatici sono sempre stati la base della loro dieta; ma perché significa preservare la loro storia, unica e ai confini del mondo, costruita nel rapporto simbiotico con un ambiente ostile per chiunque tranne che per i figli del ghiaccio. In un certo senso gli inuit sono quello che cacciano. E cacciare in questo luogo è un viaggio nelle ragioni profonde, forse disperate. Per questo gli inuit della baia di Baffin vogliono proteggerla, come fosse l’ultima possibilità di conservare se stessi.
Siamo sul bordo della banchisa, accampati a una decina di chilometri da Qaanaaq. La speranza di avvistare una balena svanisce insieme alla sensibilità delle dita. Il sole è accecante e immobile, come il termometro che segna meno dieci. Aleqatsiaq Peary, il cacciatore a capo della spedizione, scruta il corridoio d’acqua aperto nel ghiaccio, sullo sfondo una catena di bassi rilievi innevati e levigati dal vento. “Appena il ghiaccio comincia a spaccarsi”, dice, “i narvali entrano nella baia a caccia di halibut, ma quest’anno non li abbiamo ancora visti”. La banchisa s’è rotta così presto che anche il mitico cetaceo, dalla lunga zanna simile a quella di un unicorno, sembra diffidare. È una delle ultime uscite, perché quando la Grande fonte s’allarga, diventa più difficile muoversi con le slitte.
“L’aumento della spesa per la difesa al 5 per cento del pil, previsto dagli accordi della Nato, sarà interamente investito nell’Artico”
Peary ha 42 anni, il pizzetto nero e ben scolpito, occhi azzurri che brillano nel volto cotto dalla luce polare. Ha un fisico atletico anche se il morbo di Parkinson, di cui soffre dal 2012, gli rende difficile l’uso del braccio destro. Non può più pagaiare né lanciare l’arpione, ma conosce il terreno e coordina il team, lavorando il doppio degli altri, per compensare l’inabilità del braccio. Si è portato dietro il figlio adottivo di quindici anni, Jonas Nielsen, e Jøgen Uumaaq, detto Julu. È un pronipote di Robert Peary, il primo esploratore a raggiungere il polo nel 1909. Per sopravvivere caccia di tutto: narvali, trichechi, foche, uccelli.
Il governo di Nuuk assegna delle quote che a Qaanaaq rispettano scrupolosamente, affidandosi ancora al kayak e all’arpione. Ma negli ultimi anni è la Pikialasorsuaq a non essere più affidabile. “Il ghiaccio non si forma più come un tempo: si sono allungati i periodi in cui è troppo sottile per le slitte e troppo spesso per le barche”, racconta Peary in ottimo inglese senza spostare gli occhi dal binocolo. “In primavera si rompe prima, accorciando la stagione di pesca e anticipando l’arrivo dei narvali che fanno scappare gli halibut. In autunno tarda a formarsi”. Dice che si caccia anche per nutrire gli husky. Ma non basta: “C’è chi abbatte intere mute di cani per evitare che soffrano la fame. Se non catturiamo abbastanza prede, non ci sono alternative”.
Si parla a bassa voce, tendendo l’orecchio: il narvalo di solito si fa annunciare da un rumore sordo, prodotto quando sale in superficie per respirare. Quello è il momento di scattare all’assalto. Peary racconta che il figliastro Jonas ha già la sua muta di cani. D’estate si allena con il kayak a lanciare l’arpione senza perdere l’equilibrio. È un’asta in legno lunga due metri con una lama appuntita e leggermente ricurva a un’estremità, legata con una cima a una boa di pelle di foca. Quando colpisce la preda, la lama si conficca nella carne lasciando l’animale agganciato alla boa, per impedirgli d’inabissarsi.
Sono ormai passate più di 24 ore quando finalmente ci arriva un suono prolungato che ricorda vagamente quello del trombone basso. Gli animali sono più d’uno. Si gettano in acqua i kayak, Jonas e Julu remano decisi verso i narvali. Basta una mossa falsa o una raffica di vento particolarmente forte per ribaltarsi nell’oceano gelato. Intanto Peary scioglie dalla slitta un barchino con un fuoribordo da venti cavalli e si prepara a metterlo in mare. Quando i kayak sono abbastanza vicini, Julu scaglia l’arpione, colpendo la schiena del cetaceo. L’animale s’immerge ma è costretto a tornare a galla dopo poco, sfiancato dalla ferita, dalla boa e dal bisogno di respirare. Parte un secondo arpione e poi un terzo, lanciato da Jonas. Nel frattempo, si avvicina anche Peary con la barca e lo finisce a colpi di carabina, per evitargli sofferenze inutili. Poi esulta e si commuove per la prima preda colpita dal figliastro. Il cetaceo è legato per la coda e trascinato a riva, quindi issato sulla banchisa con un sistema di carrucole e funi ancorate nel ghiaccio: è un esemplare di circa quattro metri e più di mezza tonnellata. Una femmina, senza corno. Con tutta la carne macellata i cacciatori potranno sfamare le famiglie per un mese, inclusi i cani, e ne resterà anche da condividere con il villaggio. L’alleanza tra gli inuit e la Pikialasorsuaq sembra reggere.
Torniamo sul lato canadese della Grande fonte, dove non bisogna mai nominare l’orso. A Grise Fiord lo chiamano Mister P, per scaramanzia o per rispetto. Guai a pronunciare quelle due parole: polar bear. “Lo spirito di Mister P non va stuzzicato”, dice Terry Noah, un cacciatore di 32 anni che sta scuoiando sei foche dal collare, chino sui bancali nel tratto di riva dove tiene ormeggiato un fuoribordo di sette metri, con un motore da 150 cavalli. Non si capisce se ci sconsiglia di fare la strada che costeggia l’oceano per il gusto d’impaurire il forestiero (visto che c’è sempre qualche bimbo che gioca sull’arenile) oppure se è vero che in questo periodo Mister P potrebbe tendere agguati, magari arrivando in groppa all’iceberg-cattedrale in lento avvicinamento. Il problema è che per evitare il lungomare si deve camminare tra le case prefabbricate – qui nelle tonalità meste del grigio e del beige – rischiando d’essere sbranati dai cani incatenati ai piloni delle palafitte ai lati dell’unica strada. Bisogna essere abili a prendere le distanze, a stare nel mezzo dove non arrivano le catene e le fauci. L’unico cane docile, forse perché ha cibo in abbondanza, è quello di Noah, il cacciatore, che fa anche la guida per viaggiatori in cerca di brividi estremi.
Quando finalmente ha una giornata libera, Noah ci porta in barca a Lindstrom, la prima tappa dei deportati del 1953 oltre il fiordo, dove ci sono ancora segni di quella disperata permanenza: brandelli arrugginiti di pentole, un martello, due picchetti di tenda. In navigazione c’è anche il tempo per scoprire le molte vite della nostra guida, nonostante il volto da ragazzino. È stato adottato dai nonni perché quando è nato i genitori erano adolescenti. Il nonno, che lui chiama papà, è l’altro sopravvissuto della relocation a Grise Fiord, insieme a Larry Audlaluk. “Mi ha insegnato quello che c’è da sapere se vuoi sopravvivere all’aperto. Perché se qui non sai tutto sei morto”, dice. Fino a 21 anni è stato un ottimo studente a Iqaluit e a Ottawa. Poi è tornato per restare: “Ho capito che c’era bisogno di me, senza gli inuit l’Artico muore”, dice.
Un punto nevralgico
È diventato un cacciatore professionista: oltre a sfamare mezzo villaggio spedisce nel Nunavut meridionale, con il volo settimanale, carne congelata di foca, narvalo, beluga e bue muschiato. Ma la sua ossessione riguarda il lupo polare, che venera come un totem, e non ammazzerebbe mai. È riuscito a scoprire il suo regno, nel nordovest dell’isola di Ellesmere, viaggiando in motoslitta per dodici giorni. Ci ha portato il fotografo israeliano Amit Eshel, con cui ha fatto una scoperta straordinaria : “Siamo finiti in mezzo al branco, ci sono le foto su Instagram. I lupi, bianchi, maestosi, venivano ad annusarci, mordicchiavano il parka e gli scarponi. Noi stavamo sdraiati a fotografarli. Non avevano mai visto esseri umani e non ci percepivano come minacce né come prede”. Dopo un lungo silenzio apre un sorriso candido e intenso: “Mi sembrava di ascoltare i loro pensieri”, confessa.
Da tre anni Noah è soprattutto la sentinella della Grande fonte. Aiuta gli studiosi sul campo facendo carotaggi nel permafrost e nei ghiacciai, testa la temperatura dell’oceano, preleva campioni d’acqua. “Avere un quadro scientifico della North water polynya serve anche per spingere il processo per dichiararla area marina protetta”, dice Noah. La sente come una missione, e assicura che contribuire allo studio della Pikialasorsuaq lo rende più orgoglioso davanti alle due figlie e alla comunità: “Il nostro sapere tradizionale non basta più per capire quello che succede al nostro mare e ai nostri animali”.
Conferma le cose ascoltate nei giorni trascorsi a Grise Fiord. Il ghiaccio che si forma a marzo invece che a gennaio, quello spezzato che scende da nord e arriva qui in agosto invece che a ottobre, perché qualcosa si sta incastrando nel ponte di ghiaccio di Nares. “Anche la marea è diversa”, commenta osservando la pietraia della riva. “In questo periodo dovrebbe essere molto bassa, invece non possiamo più raccogliere molluschi, che sono stati sempre una fonte di vitamine e minerali”. Perché stanno cambiando le correnti e l’innalzamento del livello dell’oceano erode il permafrost lungo tutte le coste alla periferia della Pikialasorsuaq. “Su questa sponda siamo più interessati al riscaldamento del mare, alla comparsa di alghe marroni mai viste prima”, spiega. “A Qaanaaq e lungo la costa nordoccidentale della Groenlandia sono invece preoccupati per ciò che accade agli animali. Trovano molte foche con infezioni e chiazze sulla pelle”. Racconta che tra qualche settimana il team scientifico di cui fa parte andrà proprio a Qaanaaq per avviare ricerche comuni. Forse si formerà un unico gruppo di lavoro. “Loro sono più vicini alla polynya rispetto a noi, e la conoscono da secoli. Noi ci muoviamo solo con barche e motoslitte. Abbiamo meno pazienza, la modernità ci ha corrotto di più, in fondo questo è il Nordamerica, giusto? Ma dobbiamo tornare a unirci, la Pikialasorsuaq è la nostra patria comune”.
Nel percorso a tappe per raggiungere Grise Fiord s’incontra un’umanità da nuova frontiera. Sui piccoli aerei c’è cameratismo: il pilota che aiuta ad accatastare i bagagli in carlinga, la hostess che offre un cicchetto di whisky sottobanco, l’ingegnere informatico che condivide l’ultima app meteo. Si sentono tutti parte di una sfida collettiva. C’è la signora Moyra Francis, sessant’anni, che viaggia con il terrier Jasmine e la gatta siamese Willow per ricominciarne una nuova vita come insegnante dei sei studenti del liceo di Grise Fiord. C’è Jason, carpentiere assunto per costruire un data center; Mark Lindström, tecnico satellitare diretto a Resolute per installare tre nuove antenne; Cam Knight, palombaro chiamato a valutare l’impatto ambientale di un nuovo porto di acque profonde ad Artic Bay.
Sui parka e i capellini si leggono nomi di compagnie che evocano un’energia da pieno sviluppo: shipping, construction, logistics. Resolute, fermata obbligata prima dell’ultimo balzo verso Grise Fiord, è in mano alla Atco, il colosso a cui il governo canadese ha consegnato le chiavi dell’Artico: edilizia, reti satellitari, aeroporti, porti, energia, logistica per il settore minerario e militare. Davanti alla sua sede si contano una trentina di pickup, tutti guidati da immigrati indiani, somali ed etiopi. È il punto nevralgico dell’Artico canadese, dove fanno base i pionieri della nuova corsa all’estremo nord. Come Cris Coventry, 38 anni, responsabile operativo della compagnia per il nord del Nunavut. Sembra uscito da un racconto di Jack London: cresciuto in un orfanotrofio di Dublino, ha trovato un riscatto a Calgary – sede dell’Atco – che l’ha spedito qui, nel nuovo Klondike. È felice di smentire le cifre ufficiali del governo canadese di Mark Carney sugli investimenti strategici militari e civili in Artico, che sarebbero intorno ai dieci miliardi di dollari canadesi. “Dai nostri calcoli si tratta di cento miliardi nei prossimi cinque anni. C’è molto da fare anche per la sicurezza, perché non ci sono più alleanze affidabili, nemmeno con gli Stati Uniti. In diciotto mesi che sono qui ho visto cambiare paesaggi, strade, sistemi idrici. C’è un piano per la costruzione di tremila case entro il 2030 nel Nord Nunavut e di tre porti”, spiega Coventry davanti a un piatto di ottimo roastbeef.
Parla di una base militare a Resolute, con duemila uomini in arrivo: “L’aumento della spesa per la difesa al 5 per cento del pil, previsto dagli accordi della Nato, sarà interamente investito nell’Artico, e sarà d’aiuto anche alla popolazione indigena perché portare materiali e generi alimentari per i militari abbasserà i prezzi degli spacci civili”. Ammette che l’esplorazione mineraria si sta intensificando: “Si parla di grandi depositi di rame e litio sull’isola di Somerset (200 chilometri da Grise Fiord). Ma qui c’è da scavare per secoli. Strategicamente non c’è scelta, se sei una nazione artica oggi devi sporcarti le mani”.
A Grise Fiord la Atco ha portato un centinaio di uomini in un villaggio di 130 persone, insieme a una tale quantità di mezzi pesanti da scavare le fondamenta di un’intera città. Hanno spianato una collina per edificare una base permanente.
“E non sappiamo ancora a che cosa servirà”, esclama la vicesindaca Laisa Watsko. Si dice indignata perché la Atco non rispetta gli accordi sull’inclusione della comunità locale: avrebbero dovuto assumere venti inuit, ne hanno presi solo due. “Ci considerano inadatti al lavoro, questa è ancora la mentalità”. Watsko è pessimista sul futuro: “È come ai tempi della colonizzazione. Non ci danno lavoro, offrono quattrocento dollari per la disoccupazione, ottocento se hai due figli. Con il costo della vita bastano per una settimana”. Ha seguito i lavori della commissione per la North water polynya dall’inizio, ma teme che Ottawa sarà sempre meno disposta a collaborare, i piani di conservazione non vanno più di moda. “Sappiamo di compagnie minerarie che esplorano in segreto territori di pertinenza degli inuit. Si parla di oro, rame, gas. Non ci coinvolgono. A volte mi chiedo se abbiamo la forza di proteggere il nostro mondo dal resto del mondo”.
L’iceberg che si annunciava grande come Notre Dame è finalmente arrivato con inesorabile inerzia al largo della baia di Grise Fiord. In pochi giorni si è sciolto, assumendo le dimensioni di una chiesetta luterana, un altro rudere in un paesaggio di rovine glaciali. Ma poi una foca con un guizzo ci balza sopra, e la Grande fonte riprende improvvisamente vita. ◆
Marzio Mian e Nicola Scevola sono due giornalisti italiani. Questo articolo fa parte di The Arctic Times Project, un progetto giornalistico che indaga sulle conseguenze della crisi climatica nell’Artico.
Sirio Magnabosco è un fotografo e film-maker italiano che vive e lavora a Berlino.
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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati