Cúcuta è la prima fermata per le persone che ogni giorno abbandonano in massa il Venezuela. C’è tanta gente che attraversare il ponte tra Villa del Rosario e San Antonio è come entrare in uno stadio il giorno di un derby. I bagagli che quelle migliaia di persone si trascinano dietro indicano che non sono turisti occasionali. Famiglie con bambini, neonati che piangono e tanti ragazzi sotto i trent’anni fanno pensare che chi ha i mezzi e forza nelle gambe a sufficienza prova a cercare fortuna altrove. Dall’altra parte del confine c’è un cartello con la scritta “Benvenuti in Colombia”. Un augurio che non sempre si realizza nella pratica, perché dal lato colombiano della frontiera avvengono furti, truffe e violenze. Molti venezuelani non hanno i soldi per pagare un autobus, quindi attraversano il confine a piedi e finiscono in Colombia più per forza che per scelta.

Qualcuno, invece, viene accolto bene, come mi racconta una donna alcuni giorni dopo il mio arrivo a Cúcuta. Ha viaggiato insieme a undici persone: i figli, le nuore, il marito e i nipoti. Come molti altri venezuelani che oggi sono in città, lei e la sua famiglia si sono portati dietro le valigie e il desiderio di recuperare la vita che avevano. L’epoca in cui riuscivano a vivere del loro lavoro è un ricordo lontano. Da mesi facevano i conti con la fame. Così un giorno, mi dice la donna, hanno deciso di fare i bagagli e di lasciare Valencia, la città dove vivevano. Meryuri appartiene al grande gruppo di chi arriva dal Venezuela come “migrante economico”. Non sono chiamati rifugiati, così come noi colombiani non eravamo chiamati rifugiati negli anni in cui migravamo in massa in direzione contraria, verso Caracas.

Un pasto completo

Come tanti altri venezuelani Meryuri ha attraversato il confine, ha dormito una notte nel parco Santander nel centro di Cúcuta e poi ha proseguito per Belén, un quartiere povero, dove ha chiesto aiuto per trovare un posto dove dormire. Qualcuno l’ha mandata a casa di una signora che, racconta Meryuri, “mi ha aperto la porta senza pensare che l’avrei aggredita o derubata. Le ho spiegato che cercavo un posto dove stare con la mia famiglia. Mi ha offerto una baracca e, sei mesi dopo, viviamo ancora lì. È stato un angelo che dio ha messo sulla mia strada”. A giudicare dai venezuelani che ho intervistato in questi giorni, non è comune che dio metta un angelo sulla strada di chi è in difficoltà. Visito una mensa davanti allo stadio. Una fila di persone lunga cinque isolati mi chiarisce la direzione da seguire. In coda ci sono soprattutto venezuelani. Molti indossano degli stracci, ma hanno con sé la valigia. Vengono divisi in due file, una per le donne e una per gli uomini.

“Perché?”, chiedo.

“Per le risse”, mi dice un uomo sui quarant’anni dall’accento venezuelano a cui manca qualche dente. M’incammino verso la mensa. Solo quando attraverso la strada mi accorgo che non c’è uno spazio per
sedersi a mangiare. Da un’inferriata spuntano le mani di una suora che porge una busta di plastica con dentro qualcosa di appiccicoso. “Minestra”, mi spiegano. Un secondo sacchetto, altrettanto piccolo, contiene “un pasto completo: legumi, riso e anche un po’ di carne”, mi spiega una donna.

Un gruppo di persone mangia senza fretta su un marciapiede. Chiedo se posso fargli compagnia e mi dicono di sì. Gli racconto che sono una giornalista e vengo da Bogotá. Fredy, un uomo di neanche trent’anni e dall’aspetto denutrito, crede che se anche lavorasse cinquant’anni in Venezuela il suo stipendio non basterebbe per comprare un cellulare come quello che sto usando per registrare la nostra conversazione. “Con lo stipendio di un mese, se compri un deodorante non ti restano soldi per il riso. Se compri il riso, non puoi permetterti il deodorante. Se compri un paio di scarpe, non hai soldi per mangiare. Se compri un medicinale, non puoi pagare l’ospedale. Sinceramente, mi chiedo: come fa chi resta in Venezuela a vivere con un salario minimo che basta per comprare un solo prodotto al mese? Non me lo spiego. Ovviamente i vertici militari e del partito, quelli sì che vivono come miliardari”.

Nel parco Santander vedo donne con i bambini in braccio, alcuni molto piccoli. Una di loro mi racconta di essere arrivata in Colombia cinque mesi fa per partorire, perché in Venezuela era impossibile.

Il ponte Simón Bolívar al confine tra Colombia e Venezuela, 17 luglio 2016 (Juan Pablo Bayona, Los Manes del Drone)

“Non ci sono medicinali, non c’è personale e gli ospedali non funzionano”, mi dice un’altra ragazza di 25 anni. Come migliaia di venezuelani, fa la fila davanti a uno dei punti della Western Union per mandare le rimesse a casa. Alcuni inviano soldi in Venezuela, altri ricevono denaro da parenti che vivono in Perù o in Cile. Le file alla mensa, le file per inviare le rimesse e le file per entrare nei bagni pubblici mi fanno riflettere. Queste persone sono fuggite da un paese in crisi, dove ogni tentativo di accedere a un servizio o di comprare generi alimentari passa per una coda interminabile. Paradossalmente, in Colombia non è diverso. La ragazza mi racconta che in ospedale ha ricevuto una buona assistenza. È contenta perché, oltre alle cure sanitarie, non le è mancato da mangiare. Un’altra donna, che ha un figlio di due anni, ha lasciato il Venezuela perché non riusciva a far vaccinare il bambino.

Tra i tanti colombiani che nel 2005 vivevano in Venezuela qualcuno poteva immaginare che, tredici anni dopo, la tendenza migratoria si sarebbe invertita? Non credo.

Punto di rottura

Alcuni giorni dopo chiedo a Felipe Muñoz, responsabile del Plan frontera, istituito nel 2018 dal governo colombiano, quali sono le emergenze mediche legate a questo flusso di persone.

“La prima e anche la più complessa”, dice, “è la diffusione di malattie. L’istituto nazionale di sanità sta facendo un lavoro enorme per evitare il propagarsi di infezioni come il morbillo e l’hiv”.

La Colombia, spiega, sta applicando il piano di protezione più importante del Sudamerica, per alcuni del mondo. Nel 2016, con il primo picco di venezuelani entrati nel paese, Bogotá ha creato la tessera di mobilità per chi faceva il “pendolare”, ovvero chi entrava e usciva dalla Colombia in maniera costante, anche più volte al giorno. È stato anche istituito un permesso speciale di permanenza (Pep), con una validità fino a due anni, che consente di vivere legalmente sul territorio colombiano.

La maggior parte dei venezuelani che decidono di emigrare arriva in Colombia, ma la questione ormai riguarda tutta l’America Latina

Secondo Muñoz, la questione migratoria è diventata una priorità per il governo colombiano dopo l’incidente del 2015. Quell’anno il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha cacciato i cittadini colombiani, soprattutto quelli che vivevano nello stato di confine di Táchira. Che i loro documenti fossero in regola, che fossero i legittimi proprietari della casa in cui vivevano e che svolgessero un lavoro regolare non aveva importanza. La guardia venezuelana è entrata nelle loro case marchiandole con la vernice rossa. Sono stati cacciati con l’avvertimento di non rimettere piede in Venezuela. Secondo Maduro, i problemi che il Venezuela aveva con il contrabbando e le gang criminali erano colpa dei colombiani.

L’episodio ha segnato il punto di rottura nelle relazioni tra i due paesi. Fino a quel momento il confine non si poteva neanche definire tale: la gente entrava e usciva senza nessuna restrizione. Ma dopo il 2015 è cambiato tutto. Sono stati istituiti sette posti di blocco al confine, che il governo venezuelano ha deciso di mantenere attivi. Anche se la Colombia sta applicando un piano per far fronte all’ondata di venezuelani che attraversano la frontiera, è evidente che non ha esperienza nella gestione delle migrazioni. È la prima volta che il
paese, da sempre considerato uno dei più chiusi al mondo, è meta di una migrazione di massa. Questo crea una pressione enorme per quanto riguarda la sanità, la disponibilità di generi alimentari, la politica abitativa, la sicurezza e il lavoro.

Secondo l’ultimo censimento, i venezuelani sono presenti in più di quattrocento comuni colombiani. La cifra esatta degli arrivi è difficile da calcolare, anche perché il confine ha più di duemila chilometri di foresta, montagne e deserto attraverso cui ogni giorno entrano nel paese migliaia di persone.

Dal ponte Símon Bolívar passano tra i 60 e i 70mila venezuelani al giorno che fanno i pendolari con la tessera di mobilità. A La Parada, la località che si trova subito dopo il ponte che collega San Antonio in Venezuela e Villa del Rosario in Colombia, gli espedienti per guadagnare qualche soldo sono fonte di continuo stupore: si vendono capelli, borse fatte con vecchie banconote, plastica, rame, riso, vetro, carta, oro, suole di scarpe, olio e medicinali. Tutto rientra nell’arte di arrangiarsi.

Edward ha un negozio di famiglia a La Parada, dove vende bibite, panini, gelati e birra. Il locale c’è da quando lui era bambino. Oggi Edward ha 42 anni. Suo figlio si è trasferito in una città vicino a Bogotá. Vorrebbe andarsene anche lui, perché ha l’impressione che la situazione economica stia peggiorando e che Cúcuta sia sempre meno sicura. La zona dove abita, dice, è sempre stata dimenticata dal governo.

Un venezuelano a Cúcuta, in Colombia, 2 febbraio 2018 (Juan Arredondo, The New York Times/Contrasto)

“Il mio migliore amico è stato ucciso da un paramilitare. Aveva un negozio, ma si rifiutava di pagare il pizzo. Oggi invece sono i venezuelani che ricattano i commercianti con la pistola. Amo molto la mia terra, ma non ce la faccio più”, dice Edward.

Il sentimento di Edward nei confronti dei venezuelani è quello di migliaia di colombiani, forse di milioni di persone nel mondo verso i migranti e i rifugiati. Purtroppo l’ultimo arrivato è spesso il capro espiatorio, che può essere additato per strada senza bisogno di prove quando si parla di un furto o di una rissa. “La colpa è dei venezuelani”, sento ripetere a Cúcuta, a Bogotá, a Barranquilla o a Cartagena.

Prima di salutarci, chiedo a Edward se non crede che i venezuelani stiano vivendo una crisi umanitaria e quindi sia nostro dovere aiutarli. “È facile aiutare quando si hanno i mezzi”, dice. “Il bisogno è una brutta bestia”.

La cosa giusta

Bogotá non è un’oasi di pace, ma tornare a casa è comunque confortante. Passo un paio di giorni a trascrivere le interviste e a mettere in ordine le informazioni che ho raccolto. Poi incontro di nuovo Muñoz per fargli una domanda che ho in testa da tempo: perché tutte le autorità con cui parlo definiscono i venezuelani “migranti economici” e non rifugiati?.

“Non sempre il termine ‘profugo’ è il più corretto. Non solo perché i venezuelani che arrivano in Colombia non stanno scappando da una guerra o da una persecuzione, ma anche perché di solito il termine è usato per riferirsi a cittadini provenienti da paesi culturalmente diversi da quello che li accoglie. Il punto di vista che condividiamo con l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e con altri organismi è che non vogliamo delle tendopoli di venezuelani. Secondo noi, non è la strada giusta. Stiamo piuttosto lavorando per trovare una soluzione di accoglienza temporanea: queste persone hanno il sogno e il diritto di tornare nel loro paese”.

Muñoz mi spiega che la distribuzione delle tessere di mobilità frontaliera è stata temporaneamente sospesa, perché il governo ne ha già emesse 1.624.915.

“Stiamo gestendo la crisi nel modo più solidale possibile. Penso che come governo stiamo facendo la cosa giusta”, afferma.

Muñoz parla al plurale, riferendosi a un insieme di paesi latinoamericani. La maggior parte dei venezuelani che decidono di emigrare arriva in Colombia, ma la questione ormai riguarda tutta l’America Latina. Molti venezuelani scelgono di entrare in Perù, in Cile, in Ecuador o in Brasile. La situazione per la Colombia è critica non solo al confine, dove oggi si trova il 52 per cento dei venezuelani presenti nel paese, ma anche in altre zone. Almeno quindici città hanno un alto numero di venezuelani registrati e nei comuni al confine superano il 10 per cento della popolazione. Per quanto riguarda l’aspetto sanitario, sono stati somministrati 152.570 vaccini; parliamo solo del sistema pubblico, senza considerare il contributo della Croce rossa. Sono stati creati dei posti di comando unificati al confine e un gruppo speciale migratorio composto dalla polizia, dall’ufficio del ministero degli esteri per l’immigrazione (Migración Colombia), dall’istituto colombiano per l’infanzia, e dal dipartimento doganale per la lotta contro il contrabbando. Ci sono 50mila bambini venezuelani iscritti nelle scuole pubbliche colombiane. È vero che il caos e la mancanza di controllo che si percepiscono alla frontiera stridono con il racconto degli sforzi fatti dal governo per gestire la situazione, ma non bisogna dimenticare che la Colombia è uno stato debole, che ha sempre avuto un controllo parziale sul suo territorio.

Vivo a Bogotá. Ho passato qui la maggior parte della mia vita. Non sono mai stata in Venezuela quando il paese era il nostro vicino ricco che guardavamo con un misto d’invidia e ammirazione. Chi ci andava tornava raccontando meraviglie sulle spiagge dell’isola Margarita, “la perla dei Caraibi”, e descriveva Caracas come una città cosmopolita, piena di musei, ristoranti e con una metropolitana impeccabile. Fino a pochi anni fa il nostro vicino era la meta di centinaia di migliaia di colombiani.

In passato la possibilità di guadagnare in bolívar venezuelani e di avere una qualità di vita più alta attirava moltissimi colombiani. Nel 1971 i colombiani residenti in Venezuela erano 180.144, nel 2005 erano più di seicentomila. Se in Colombia c’erano disuguaglianze e conflitti, il Venezuela vantava stabilità e ricchezza, soprattutto grazie al petrolio. Ma non solo: il popolo venezuelano era più organizzato e aveva alle spalle una storia meno violenta. Secondo l’osservatorio sul Venezuela dell’Universidad del Rosario di Bogotá, composto da professori colombiani e venezuelani con il sostegno di Migración Colombia, la cifra ufficiale più alta di colombiani residenti in Venezuela risale al 2011: 721.791 persone. Dal 2012 questa cifra continua a calare, mentre il numero di venezuelani in Colombia è in aumento costante.

Nonostante gli sforzi del governo, spesso i migranti venezuelani si scontrano con l’ostilità della comunità che dovrebbe accoglierli

Il sogno della Grande Colombia, promosso da Simón Bolívar e ratificato a Cúcuta nel 1819, era quello di unire il Venezuela, la Colombia, l’Ecuador e Panamá in un unico paese. La Grande Colombia si sciolse nel 1830, secondo alcuni storici, come Daniel Gutiérrez, per il malcontento nei confronti delle tendenze centraliste di Bogotá, a cui bisogna aggiungere l’antipatia reciproca tra la Colombia e il Venezuela, come racconta Jorge Orlando Melo.

Il sogno di una patria unita fu intenso ma fugace. Oggi continuiamo a parlare la stessa lingua, condividiamo il fiume Orinoco, le piante medicinali, i minerali, le pietre preziose, le perle, l’oro, gli smeraldi, l’acqua, il cacao, il caffè e il bestiame. Ma anche l’esuberanza del mare, della foresta e del deserto. Ma non siamo più lo stesso paese del 1830, e la storia politica ci ha portati su strade differenti. Consideriamo i nostri fratelli venezuelani uguali e allo stesso tempo diversi. Perché hanno un altro governo e una bandiera con gli stessi nostri colori (giallo, blu e rosso) ma anche con le stelle. E perché sono diventati ricchissimi grazie alle riserve petrolifere più grandi del mondo, che si sono tradotte in un flusso di valute estere molto più alto di quello colombiano.

Nel 1999 l’elezione di Hugo Chávez alla presidenza del Venezuela ebbe ripercussioni in tutta l’America Latina. Dopo la sua morte, nel 2013, il prezzo del petrolio è crollato portando alla luce le falle di un sistema economico insostenibile. Il successore di Chávez, l’attuale presidente Nicolás Maduro, non ha saputo frenare la valanga. L’Unione europea e gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a vari funzionari del governo di Caracas con l’accusa di aver violato i diritti umani.

La situazione è grave. Caracas oggi è una delle città più violente del pianeta, anche se mancano statistiche ufficiali. C’è il problema della criminalità, mancano generi alimentari e medicinali. L’inflazione è la più alta del mondo e, secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, nel 2018 potrebbe superare il milione per cento. Pagare qualsiasi bene o servizio in bolívar è quasi impossibile per la quantità di banconote che servono.

Una questione di estremi

A Bogotá negli ultimi cinque anni ho visto con i miei occhi l’aumento esponenziale dei cittadini venezuelani in città. La Colombia, un paese con una immigrazione tra le più basse del mondo, più di cinquant’anni di conflitto interno alle spalle, una storia di narcotraffico e di lotta per la terra, e una delle peggiori disuguaglianze del pianeta, non è mai stata considerata una meta attraente dove vivere.

Dopo la seconda guerra mondiale l’arrivo in molti paesi sudamericani di cittadini europei, libanesi, palestinesi e armeni lasciò un’impronta che con il tempo si è trasformata in una caratteristica indelebile. Ancora prima, verso la metà dell’ottocento, un’importante migrazione dal Giappone e dalla Cina aveva raggiunto il Perù, una presenza ancora oggi visibile negli usi e nei costumi dei peruviani. Invece la Colombia, un paese di per sé etnicamente molto vario, con popolazioni indigene, comunità nere e una delle maggiori biodiversità del pianeta, non visse quel fenomeno. Poi all’improvviso, in questa nazione fatta di guerre, passioni, contraddizioni profonde, diversità, gioia e ferocia, sono cominciati ad arrivare i nostri vicini ricchi, che oggi soffrono la fame. In realtà non tutti: alcuni venezuelani hanno portato con sé le loro ricchezze, al punto che qualche anno fa a Barranquilla, nel nordest, si sono costruite case di lusso proprio per l’arrivo di ricchi venezuelani.

Invito la mia vicina venezuelana del piano di sotto per parlarmi delle persone che, come lei, sono arrivate in Colombia con un lavoro o un capitale per garantirsi la sussistenza. Arianne è una donna con gli occhi chiari e la pelle molto bianca. La sua famiglia ha origini svizzere. Si è trasferita a Bogotá quattro anni fa, prima viveva a São Paulo, in Brasile, dove il marito lavorava per una multinazionale. Arriva nel mio appartamento un sabato pomeriggio piovoso. Insieme a lei c’è Alicia, la cognata. “Non voglio offendere nessuno, ma nella mia famiglia per generazioni i colombiani erano i collaboratori domestici”, dice Alicia dopo un po’ che chiacchieriamo.

Riporto le sue parole perché mi sembrano illuminanti. Intuivo già quanto potesse essere frustrante chiedere aiuto a chi abbiamo sempre guardato dall’alto in basso, ed è proprio questo che percepisco dalle sue affermazioni. Le ragioni non mancano. Il Venezuela era un paradiso tropicale che nuotava nel petrolio, con un livello d’istruzione più alto e un reddito pro capite che in alcuni momenti era tre volte quello colombiano.

Alicia è arrivata dal Venezuela una settimana fa. Il marito, colombiano, è un medico, lei aveva un’agenzia pubblicitaria. Mi spiega senza nascondere la frustrazione che, dopo molti tentativi, ha smesso di cercare lavoro qui: “In Colombia se non hai gli agganci giusti non puoi fare niente. Non basta avere un buon portfolio, non serve a niente, quello che conta sono i contatti”, dice. Con un misto di vergogna e di empatia ammetto che è vero. “E mio marito è anche colombiano! Lo sapevi che in Venezuela i medici erano pagati cinque volte quello che guadagnano qui?”, chiede
Alicia.

Dentro di me penso: “Questo succedeva prima, in un Venezuela che non esiste più”. Alicia continua: “Ora abitiamo a Bogotá perché in Venezuela la vita è diventata impossibile. Mio marito lavora in tre ospedali diversi e fa anche lezione all’università, altrimenti i soldi non basterebbero”.

Nei quattro anni in cui ha vissuto a Bogotá, Arianne si è resa conto di non avere più un posto dove tornare. Anche se vive in un quartiere della classe media, in varie occasioni è stata aggredita perché è venezuelana. Le è successo negli uffici di Migración Colombia tornando da un viaggio in Venezuela, due volte mentre era in taxi e un’altra volta quando era in fila al supermercato. La cassiera le ha detto che era per colpa di “gente come lei” se i colombiani non avevano più lavoro.

Da sapere
Il vertice di Quito

◆ Il 3 e il 4 settembre 2018 i leader di undici paesi latinoamericani – Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Messico, Panamá, Paraguay, Perù e Uruguay – si sono riuniti a Quito, in Ecuador, per discutere della crisi migratoria venezuelana. Nella dichiarazione congiunta, hanno stabilito che continueranno ad accogliere i venezuelani che lasciano il loro paese a causa dell’iperinflazione e delle carenze di beni di prima necessità, anche se i loro passaporti sono scaduti. Secondo le Nazioni Unite, più di 2,3 milioni di persone hanno abbandonato il Venezuela dal 2014. Bbc


“In Colombia le persone hanno sempre fatto fatica. A differenza del Venezuela, dove c’era molta ricchezza, qui la povertà non ha mai dato tregua”, dice Arianne.

Povertà, va comunque chiarito, mischiata a ricchezza: in Colombia lo stipendio di un parlamentare equivale a quaranta volte il salario minimo, e quello di un dirigente di una multinazionale a circa centocinquanta. Dal duemila la povertà si è dimezzata e la classe media è raddoppiata. La ricchezza a Barranquilla, dove oggi la gente si lamenta dei venezuelani che chiedono l’elemosina e rubano e delle venezuelane che si prostituiscono, ha raggiunto il picco massimo sette anni fa. Penso a quante volte negli ultimi mesi abbiamo sentito i mezzi d’informazione, le persone per strada e perfino le autorità dare la colpa dei furti e delle aggressioni ai venezuelani: “È stato un venezuelano”, “il ladro era venezuelano”, “lo stupratore è venezuelano”, “la gang di venezuelani”. Come se noi colombiani non fossimo stati considerati i colpevoli di tutto negli anni ottanta, come se non avessimo subìto sulla nostra pelle il peso del pregiudizio e della critica.

Secondo Arianne, in Venezuela la gente vota più con la pancia che con la testa. I cittadini hanno perso la calma, e a ragione, davanti all’insensibilità dei governi verso i problemi del paese: “Probabilmente anche voi siete sulla stessa strada”. In America Latina la democrazia è diventata una questione di estremi: l’estrema destra e l’estrema sinistra, che promettono soluzioni immediate e salvifiche.

Penso che la Colombia sia stata un paese con disuguaglianze ancora più forti, con livelli di impunità che raggiungono un doloroso 90 per cento. Il messaggio di fondo è: qualcosa deve cambiare. Purtroppo questo apre la strada ai populismi più radicali, di destra e di sinistra.

Da sapere
Lontani dal Venezuela
Numero di venezuelani all’estero, milioni (Fonte: Organizzazione internazionale per le migrazioni)

“C’è qualcosa che si può imparare da tutto questo?”, chiedo.

“Non dicono che i grandi cambiamenti nascono dalle crisi più profonde?”, risponde Arianne. Alicia aggiunge: “Nella Caracas che ho visto la settimana scorsa la classe media è sparita. C’è gente ricchissima che gioca a golf senza rendersi conto di quello che succede, e una massa di persone che hanno a malapena i soldi per comprare uno shampoo o un po’ di carne”.

Con gli occhi del mondo puntati sulla Siria e sui rohingya che fuggivano dalla Birmania, la catastrofe umanitaria in Venezuela è passata in secondo piano. Secondo le Nazioni Unite, 2,3 milioni di persone hanno lasciato il Venezuela dal 2014. Solo quest’anno cinquemila persone al giorno hanno deciso di emigrare. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni e ­l’Unhcr stanno sostenendo la Colombia in questa situazione senza precedenti, molto diversa da quella che si vive in Africa o in Europa.

Con il processo di pace tra il governo di Bogotá e l’organizzazione guerrigliera delle Farc, firmato nel 2016 ma ancora agli inizi, e dopo elezioni presidenziali vinte nel maggio del 2018 da Iván Duque, un conservatore contrario all’accordo di pace con la guerriglia, la Colombia sta attraversando una fase politica delicata. È questo il paese che i venezuelani trovano al loro arrivo. E nonostante gli sforzi del governo colombiano, spesso si scontrano con l’ostilità della comunità che dovrebbe accoglierli. Un rifiuto che nasce dall’indifferenza ancestrale per l’altro, per l’ultimo arrivato, anche se è il nostro vicino e fratello. E anche dalle ferite di un paese dopo decenni di violenza, ingiustizie e disuguaglianze.

Oggi per le strade delle città colombiane s’incontrano operai, conducenti di Uber e corrieri venezuelani. Ci sono anche lavavetri, artisti di strada, mendicanti, prostitute, imprenditori, cuochi e venditori. Ma tra tutti è il settore dell’estetica, con negozi di barbieri, saloni di bellezza, centri per massaggi, quello più rappresentato.

Cosa succederà? Come si trasformerà la nostra società con il passare del tempo? Sapremo accogliere gli altri nel modo giusto? Cominceremo ad aprirci al mondo? Quando potranno tornare i venezuelani nel loro paese? Noi latinoamericani resteremo intrappolati in queste democrazie pendolari che ci portano da una delusione dell’estrema sinistra a una dell’estrema destra in un ciclo continuo?

Mi dispiace avere più domande che risposte.

Di certo l’emigrazione più grande della storia del Venezuela coincide con l’immigrazione più grande della storia della Colombia. Due paesi fratelli. Loro i nostri vicini ricchi, il colosso del sud, che aveva un reddito pro capite simile a quello degli Stati Uniti e oggi è al reparto di terapia intensiva. E noi colombiani, abituati a essere dalla parte di chi chiede aiuto e non di chi lo offre, dovremo imparare cosa vogliono dire la reciprocità e il valore di offrire aiuto ai nuovi arrivati. In gioco c’è molto e non è facile trovare una soluzione. ◆ fr

Domande Con gli occhi del mondo puntati sulla Siria e sui rohingya che fuggivano dalla Birmania, la catastrofe umanitaria in Venezuela è passata in secondo piano. Secondo le Nazioni Unite, 2,3 milioni di persone hanno lasciato il Venezuela dal 2014. Solo quest’anno cinquemila persone al giorno hanno deciso di emigrare. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’Unhcr stanno sostenendo la Colombia in questa situazione senza precedenti, molto diversa da quella che si vive in Africa o in Europa. Con il processo di pace tra il governo di Bogotá e l’organizzazione guerrigliera delle Farc, firmato nel 2016 ma ancora agli inizi, e dopo elezioni presidenziali vinte nel maggio del 2018 da Iván Duque, un conservatore contrario all’accordo di pace con la guerriglia, la Colombia sta attraversando una fase politica delicata. È questo il paese che i venezuelani trovano al loro arrivo. E nonostante gli sforzi del governo colombiano, spesso si scontrano con l’ostilità della comunità che dovrebbe accoglierli. Un rifiuto che nasce dall’indifferenza ancestrale per l’altro, per l’ultimo arrivato, anche se è il nostro vicino e fratello. E anche dalle ferite di un paese dopo decenni di violenza, ingiustizie e disuguaglianze. Oggi per le strade delle città colombiane s’incontrano operai, conducenti di Uber e corrieri venezuelani. Ci sono anche lavavetri, artisti di strada, mendicanti, prostitute, imprenditori, cuochi e venditori. Ma tra tutti è il settore dell’estetica, con negozi di barbieri, saloni di bellezza, centri per massaggi, quello più rappresentato. Cosa succederà? Come si trasformerà la nostra società con il passare del tempo? Sapremo accogliere gli altri nel modo giusto? Cominceremo ad aprirci al mondo? Quando potranno tornare i venezuelani nel loro paese? Noi latinoamericani resteremo intrappolati in queste democrazie pendolari che ci portano da una delusione dell’estrema sinistra a una dell’estrema destra in un ciclo continuo? Mi dispiace avere più domande che risposte. Di certo l’emigrazione più grande della storia del Venezuela coincide con l’immigrazione più grande della storia della Colombia. Due paesi fratelli. Loro i nostri vicini ricchi, il colosso del sud, che aveva un reddito pro capite simile a quello degli Stati Uniti e oggi è al reparto di terapia intensiva. E noi colombiani, abituati a essere dalla parte di chi chiede aiuto e non di chi lo offre, dovremo imparare cosa vogliono dire la reciprocità e il valore di offrire aiuto ai nuovi arrivati. In gioco c’è molto e non è facile trovare una soluzione. ◆ fr

Melba Escobar è una scrittrice e una giornalista colombiana nata nel 1976.

Il suo ultimo libro è _La casa de la belleza _(Emecé 2015).

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Questo articolo è uscito sul numero 1273 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati