Nel 2012, dopo che Barack Obama fu eletto presidente degli Stati Uniti per la seconda volta, uscirono molti commenti, editoriali e articoli che annunciavano il grande e apparentemente irraggiungibile vantaggio dei democratici sui repubblicani. Lo so perché alcuni di quegli articoli li scrissi io. L’idea era che il sistema di voto, in base al quale ogni stato esprime un certo numero di grandi elettori che poi eleggono il presidente, fosse destinato a favorire la sinistra. Ricordo di essere andato a contare gli stati in cui il candidato democratico alla presidenza aveva vinto almeno cinque volte a partire dal 1992. Sommando i grandi elettori di quegli stati si arrivava a 257, tredici in meno di quelli che servono a eleggere il presidente. Il vantaggio sembrava inconfutabile. Come avrebbe mai potuto un democratico perdere in stati come il Wisconsin, dove i repubblicani non vincevano dai tempi di Ronald Reagan?
Poi sono arrivate le elezioni del 2016, in cui Hillary Clinton ha perso nel Wisconsin. E anche in Pennsylvania e in Michigan, altri due stati che i democratici avevano sempre conquistato nei 25 anni precedenti. Inoltre in alcuni stati che sembravano sul punto di diventare stabilmente progressisti ha vinto facilmente il candidato repubblicano Donald Trump: in Iowa, dove i democratici avevano vinto in ogni elezione presidenziale tranne che nel 2004; e in Ohio, che aveva votato a sinistra quattro volte su sei tra il 1992 e il 2012
Oggi nessuno parla più del vantaggio dei democratici. Anzi, molti commentatori di sinistra chiedono di eliminare il sistema dei grandi elettori, perché, sostengono, è sbilanciato a favore degli stati piccoli, che tendono a essere conservatori. Dopo le elezioni del 2016 il Washington Post ha spiegato che, siccome ogni stato ha diritto ad almeno tre grandi elettori a prescindere dalla sua popolazione, i voti dei cittadini dei dieci stati meno popolosi hanno un peso due volte e mezzo superiore a quello dei cittadini dei dieci stati più popolosi. I repubblicani difendono il sistema, perché per loro ha funzionato piuttosto bene, soprattutto nel 2000 e nel 2016, quando sono riusciti a portare i loro candidati alla Casa Bianca anche se avevano preso complessivamente meno voti del candidato democratico.
Le sconfitte in stati che sembravano solidamente democratici sono state causate dagli errori di Hillary Clinton? Forse la candidata non aveva parlato abbastanza di economia? Si era concentrata su temi impopolari? Aveva pagato per lo scandalo delle sue email? Queste sono le spiegazioni che tendono a dare i politici e i commentatori di sinistra. Indubbiamente Clinton aveva i suoi punti deboli, alcuni che dipendevano da lei e altri inventati dalla propaganda di una destra che ne ha fatto il suo bersaglio per un quarto di secolo. Ma, guardando i candidati alle primarie democratiche in vista delle presidenziali di novembre del 2020, non posso fare a meno di sospettare che sia stato un altro fattore a causare il crollo del cosiddetto blue firewall, il perimetro di sicurezza dei democratici. Forse il punto è che tenere unita la coalizione Obama – che secondo Ruy Teixeira del Center for american progress mette insieme i neri, gli ispanici, i giovani, le donne single laureate e gli abitanti delle grandi città con il 40 per cento dei bianchi non laureati negli stati in bilico – era stato veramente molto difficile. C’era voluto un candidato che aveva la capacità, piuttosto rara in politica, di convincere elettori molto diversi tra loro (oltre a una buona dose di fortuna, se si considera il tempismo della crisi economica del 2008). Forse, semplicemente, gli ultimi due presidenti democratici, Obama e Bill Clinton, erano politici particolarmente abili e carismatici che grazie a campagne elettorali molto disciplinate erano riusciti a superare la tendenza del sistema elettorale a favorire i repubblicani e il fatto che negli Stati Uniti il numero di persone che si definiscono conservatrici è molto più alto di quelle che si considerano progressiste.
Stili diversi
Può anche darsi che a novembre gli statunitensi ne avranno abbastanza del comportamento corrotto e immorale di Trump e voteranno per chiunque sarà il suo avversario. Ma, presumendo che il presidente porterà avanti una campagna elettorale aggressiva investendo miliardi di dollari – con il sostegno del canale televisivo di destra Fox News, del dipartimento di giustizia e del governo russo, che dipinge il candidato democratico come estremista e corrotto (con l’aiuto di Facebook, che ha già detto che non verificherà la fondatezza delle affermazioni politiche pubblicate) – il problema delle elezioni sarà: esiste un democratico in grado di ricompattare la coalizione Obama e infonderle energia? Gli attuali candidati hanno tutti pregi e punti di forza, ma a tutti manca qualche elemento cruciale.
Finora una delle principali novità delle primarie democratiche è stata Elizabeth Warren. Nel 2012, quando la convinsero a presentarsi al senato – vinse diventando la prima donna eletta nel Massachusetts – era una candidata timida e insicura, ma da allora è cambiata. È intelligente, concreta e sprizza energia da tutti i pori. È estremamente efficiente. Il suo miglior momento è stato durante il dibattito tra i candidati a luglio, quando l’ex parlamentare moderato John Delaney l’ha attaccata dicendo: “Noi democratici vinciamo quando proponiamo soluzioni reali e realizzabili, non quando facciamo promesse impossibili ”. E lei ha risposto prontamente: “Non capisco perché qualcuno dovrebbe prendersi la briga di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti solo per parlare di quello che non possiamo fare e per cui non dovremmo combattere”.
Le sue tante proposte per regolamentare il settore finanziario, per scardinare i monopoli tecnologici e per affrontare altre questioni hanno attirato spesso l’attenzione dei mezzi d’informazione, e piacciono alla base del partito. Ma credo che Warren piaccia a molte persone perché è totalmente priva della cautela tipica degli esponenti del suo partito. Da più di 35 anni i democratici sono attenti a non essere né troppo questo né troppo quello: troppo progressisti, troppo aggressivi, troppo arrabbiati per le “malefatte di grande ricchezza”, per usare la famosa espressione di Teddy Roosevelt, presidente all’inizio del novecento. Warren è decisamente incauta nel descrivere e denunciare la perversa forma di capitalismo in cui gli statunitensi vivono da quarant’anni. Naturalmente anche Bernie Sanders, che si è ricandidato dopo essere stato sconfitto da Hillary Clinton nel 2016, fa questo tipo di denuncia, ma mentre lui sembra che stia predicando, Warren dà l’impressione che si stia divertendo.
I democratici hanno bisogno di tutti: bianchi moderati e minoranze
Warren gli ha sottratto una parte dei consensi, ma Sanders è ancora in vantaggio su di lei. Dopo che ha avuto un attacco di cuore, a ottobre, i suoi sostenitori gli hanno fatto quadrato intorno. Poche settimane dopo l’intervento in cui i medici gli hanno inserito due stent in un’arteria polmonare, è tornato a fare campagna elettorale e ha sostenuto il suo miglior dibattito finora. In seguito ha tenuto un comizio a New York in cui la deputata Alexandria Ocasio-Cortez gli ha dato il suo sostegno davanti a 26mila persone.
Tuttavia, la campagna elettorale di Sanders sembra risentire del fatto che stavolta chi vuole un candidato contro l’establishment ha più scelte rispetto al 2016. La maggior parte dei commentatori fa notare le somiglianze tra Sanders e Warren, ma ancora più importanti, secondo me, sono le differenze: lui è un socialista indipendente che, anche se si presenta con i democratici, non si definisce un democratico (una cosa che sicuramente non piace a molti funzionari locali del partito). Lei è una democratica e si definisce una “capitalista fino all’osso”. Cerca di entusiasmare la sinistra del partito, ma anche di assecondare la classe dirigente democratica, mentre Sanders cerca in tutti i modi di metterla in discussione.
Se c’è una regola sulle campagne presidenziali che è sempre stata condivisa da tutti i partiti è che le campagne elettorali finiscono quando finiscono i soldi. Sanders, che finora è il candidato che ha raccolto più soldi (la maggior parte da piccole donazioni), avrà abbastanza fondi per andare avanti. E anche se non dovesse vincere, arriverebbe alla convention del partito di luglio con abbastanza delegati per condizionare la scelta del candidato.
Anziani per Biden
Poi c’è Joe Biden, che è stato vicepresidente durante il mandato di Obama. Sulla carta è forse ancora il candidato con più probabilità di essere eletto presidente, quello che ha maggiori possibilità di far tornare verso il Partito democratico gli elettori di Obama che nel 2016 hanno votato per Trump, soprattutto negli stati decisivi del midwest, come Wisconsin e Michigan. Biden è il preferito tra gli elettori senza una laurea, che costituiscono due terzi dell’elettorato democratico. Warren, nonostante le sue posizioni populiste, è molto più apprezzata dai laureati (18 per cento, secondo il Pew research center) e soprattutto da quelli che hanno un master (15 per cento). Biden è anche il preferito degli elettori neri, la cui affluenza alle urne sarà essenziale per il candidato democratico. Non piace per niente ai giovani, e questo è un grosso problema per lui, ma ha dalla sua parte molti degli elettori più anziani, quelli di cui i giornali si occupano meno ma che generalmente vanno a votare più dei giovani.
Il vero problema per Biden, però, è che non sembra avere le qualità per affrontare l’enorme lavoro richiesto da una campagna presidenziale e per fare il presidente. Le sue performance durante i dibattiti in certi momenti sono state allarmanti. Non è stato sempre così. Quando nel 2008 affrontò il dibattito con Sarah Palin e nel 2012 con Paul Ryan, era tranquillo, sicuro di sé, parlava con scioltezza, niente a che vedere con l’uomo visto negli ultimi mesi, la cui espressione a volte tradisce la difficoltà a trovare le parole giuste e che si ferma a metà di una frase per poi partire all’improvviso in un’altra direzione. Eppure il consenso nei suoi confronti non è diminuito come ci si poteva aspettare.
La sanità decisiva
Con l’avvicinarsi delle primarie, molti democratici – è difficile dire quanti e se sono la maggioranza – sono preoccupati per le debolezze dei candidati principali. Nel caso di Biden per i motivi che ho citato. I suoi grandi finanziatori, si dice, cominciano a innervosirsi e si stanno guardando intorno per trovare un’alternativa che non sia né Sanders né Warren. Per quanto riguarda Warren alcuni sono preoccupati perché la considerano troppo di sinistra per vincere le presidenziali.
Il tema centrale delle primarie riguarda la sanità. Sia Warren sia Sanders vorrebbero introdurre negli Stati Uniti un modello di assistenza sanitaria universale simile a quello presente in molti paesi europei. In concreto propongono di estendere il Medicare – il programma di assistenza medica gestito dal governo per le persone sopra i 65 anni – a tutta la popolazione. A novembre la senatrice ha reso noto il suo tanto atteso piano per la sanità, nel quale ha descritto in modo dettagliato come andrebbe finanziato il suo programma senza aumentare le tasse alle famiglie della classe media. Questo le dà un vantaggio su Sanders, che ha ammesso che con il suo piano le tasse della classe media aumenteranno, anche se continua a sostenere che la “stragrande maggioranza” dei ceti bassi e medi pagheranno meno tasse di quanto pagano oggi in premi assicurativi.
◆ Il 3 febbraio 2020 cominciano in Iowa le primarie del Partito democratico statunitense per scegliere il candidato che sfiderà Donald Trump alle elezioni presidenziali del 3 novembre. Nell’arco di circa cinque mesi voteranno tutti i cinquanta stati più i territori dipendenti (tra cui Puerto Rico e le Samoe Americane). Le primarie si concluderanno con la convention che si terrà tra il 13 e il 16 luglio a Milwaukee, in Wisconsin. **
◆ Le regole del partito stabiliscono che ogni stato mette in palio un certo numero di delegati, assegnati ai candidati in base ai voti ottenuti alle urne. Vince il candidato che ottiene la metà più uno dei delegati, cioè 1.990. Al momento i candidati con più probabilità di vincere sono il senatore **Bernie Sanders (sconfitto alle primarie del 2016 da Hillary Clinton), l’ex vicepresidente Joe Biden, la senatrice Elizabeth Warren e Pete Buttigieg, ex sindaco di South Bend, in Indiana. Martedì 3 marzo, quando 14 stati voteranno nello stesso giorno, entrerà nella corsa Michael Bloomberg, ex sindaco di New York e nono uomo più ricco del mondo.**
◆ Nella maggior parte degli stati gli elettori si esprimono attraverso elezioni tradizionali, ma in alcuni stati lo fanno attraverso i **caucus. Si tratta di riunioni in cui gli elettori esprimono pubblicamente il loro sostegno a un candidato alle primarie. I candidati che ai caucus non superano una certa soglia di voti vengono eliminati, e a quel punto cominciano dibattiti e trattative in cui gli elettori cercano di convincersi a vicenda a sostenere il loro candidato. Il caucus si svolge in un giorno lavorativo e può durare diverse ore, quindi sono favoriti i candidati che hanno una base di sostenitori e attivisti più radicata sul territorio.
Secondo la proposta di Warren, la maggior parte dei costi sarebbe sostenuta dalle aziende, grazie a un aumento delle tasse sui profitti all’estero; dall’1 per cento più ricco della popolazione, che pagherebbero di più sugli utili da capitale e sul loro patrimonio; da Wall street, attraverso una tassa sulle transazioni finanziarie; e dai datori di lavoro, che verserebbero allo stato per ogni dipendente una cifra più o meno equivalente a quella che oggi pagano alle compagnie assicurative per contribuire alle spese sanitarie dei loro dipendenti.
Alcune delle previsioni del piano sono troppo ottimistiche: per esempio si parla di più di settemila miliardi di riduzione della spesa nei prossimi dieci anni, una cifra che si basa sull’ipotesi di risparmiare su tutto, dalla lotta all’evasione alla riforma delle leggi sull’immigrazione, che creerebbe più cittadini, quindi più contribuenti e più entrate per lo stato (il congresso non approva misure simili dai tempi di Ronald Reagan).
Warren ha chiaramente deciso di mettere la sanità al centro della sua campagna elettorale, e se dovesse vincere le primarie non potrebbe tirarsi indietro. Cercherebbe di farsi passare per paladina del popolo che sfida i giganti dell’economia statunitense. Dirà agli elettori: non pagherete più un soldo per l’assistenza sanitaria di qualsiasi tipo e le grandi compagnie assicurative smetteranno di fare miliardi di profitti. Chissà, potrebbe anche funzionare. La sinistra radicale pensa che questo sia il momento che l’America aspettava, c’era solo bisogno di qualcuno – e sia Warren sia Sanders potrebbero essere quel qualcuno – che portasse avanti questa battaglia facendo appello alla moralità e senza doversi scusare, e il paese risponderà positivamente.
I democratici più moderati la considerano una scelta rischiosa. Quando Warren ha reso noto il suo piano, Harold Pollack, docente all’università di Chicago ed esperto di sanità molto stimato nel mondo progressista, ha twittato: “Insistere sull’assistenza sanitaria per tutti è un enorme errore da parte dei democratici. Una proposta come quella di Warren o di Sanders non otterrebbe neanche venti voti in senato. È un grosso rischio elettorale se vogliamo sconfiggere Trump. E ci sono tante altre cose più popolari e fattibili che possiamo fare per aiutare la gente”.
Il Medicare per tutti nella sua forma più radicale, che prevede l’eliminazione del sistema assicurativo privato, è diventata la cartina di tornasole di questa campagna elettorale. Biden è contrario, come anche gli altri contendenti principali. Ma dai primi anni novanta è sempre più popolare nella base democratica. Ci sono altre questioni che mi sembrano altrettanto importanti e meno controverse. Aumentare gli stipendi della classe media è molto più urgente e sicuramente popolare. Ma non c’è nessuna base di attivisti a sostegno di questa proposta. Quindi, nel bene o nel male, tutto gira intorno all’assistenza sanitaria.
Presidenti impopolari
Nel frattempo, la surreale sceneggiata dell’impeachment di Trump procede. Al senato è cominciato il processo per la destituzione del presidente, accusato di aver abusato del suo potere facendo pressioni sul governo ucraino perché aprisse un’indagine su Biden e di aver cercato di ostacolare l’indagine del congresso. Anche se dovesse concludersi con un’assoluzione, durante il processo emergeranno nuovi elementi contro Trump. Una certa percentuale di statunitensi rimarrà dalla sua parte qualsiasi cosa succeda. Ma se ci saranno sufficienti prove della sua inadeguatezza una parte dei suoi sostenitori potrebbe abbandonarlo. I presidenti in carica con meno del 50 per cento di popolarità possono vincere. Durante la prima metà del 2012 Obama era intorno al 45 per cento. Ma vincere con una popolarità del 35 per cento sembra impossibile. Oggi Trump è al 42 per cento.
Quindi alla fine tutta questa preoccupazione per i democratici potrebbe essere inutile. D’altra parte, se il voto del 2016 gli ha insegnato qualcosa, è che non dovrebbero essere sicuri di vincere. Devono rimettere insieme la coalizione Obama. E non devono scegliere tra gli elettori bianchi della classe lavoratrice che sono passati dalla parte di Trump e quelli più giovani e appartenenti alle minoranze: hanno bisogno di entrambi. È nella natura dell’elettorato democratico, che è molto più diversificato – dal punto di vista sia etnico sia ideologico – di quello repubblicano. In questo momento i principali candidati stanno parlando solo a una parte di questo elettorato. Uscirà vincitore dalle primarie chi sarà in grado di rassicurare anche l’altra parte. ◆ bt
Michael Tomasky è un giornalista e commentatore statunitense. Scrive sulla New York Review of Books, The Nation e Harper’s.
l’autore Michael Tomasky è un giornalista e commentatore statunitense. Scrive sulla New York Review of Books, The Nation e Harper’s.
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Questo articolo è uscito sul numero 1343 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati