Il 7 ottobre 2023 mi sono svegliato con le notizie dell’ultima ora. La tv della nostra cella mostrava i filmati degli attacchi di Hamas e dei combattimenti intorno a Gaza. Siamo stati a guardare per un’ora prima che il cavo fosse tagliato e lo schermo diventasse blu. Quelle sono state le prime e ultime immagini che ho visto della guerra.

Subito dopo le guardie hanno fatto irruzione nella nostra sezione armate fino ai denti, una cosa mai successa prima: pistole e fucili dovevano restare fuori della prigione. Ci hanno legato con violenza mani e piedi e spinti verso il cortile. Quando siamo tornati alle celle, erano così vuote che le nostre voci riecheggiavano. Tutte le nostre cose erano sparite: vestiti, biancheria da letto, utensili da cucina, prodotti per le pulizie, specchi e rasoi da barba. I nostri spazzolini erano stati sostituiti con altri più piccoli, lunghi circa cinque centimetri. I rivestimenti delle finestre erano stati rimossi, così da lasciarci esposti al freddo, e poi alla pioggia. A ognuno di noi restavano solo due camicie, una coperta e un set di posate di plastica. Perfino le sedie a rotelle erano state confiscate; da allora in poi i prigionieri con disabilità hanno dovuto essere portati a braccia ovunque.

“Siamo in stato di guerra”. L’annuncio ci è stato dato dalle autorità carcerarie israeliane il 7 ottobre. A un certo punto, durante quella prima settimana, l’ufficiale responsabile della nostra sezione è andato di cella in cella a leggere le nuove regole del tempo di guerra. C’erano nuovi divieti: ai prigionieri era proibito parlare ad alta voce dentro le celle, conversare con i detenuti delle celle vicine, pregare in modo udibile o collettivamente e avvicinarsi a meno di un metro e mezzo dall’ingresso della propria cella. I privilegi concessi ai detenuti erano drasticamente ridimensionati: il tempo in cortile era ridotto da sei ore a dieci minuti al giorno; l’acqua calda era limitata a 45 minuti al giorno; le visite dei familiari erano sospese a tempo indeterminato; era vietato andare in infermeria e in biblioteca. La misura più pesante forse è stata la riduzione della fornitura elettrica a sei ore al giorno, con un calendario a rotazione. In alcuni giorni era disponibile da mezzogiorno alle sei del pomeriggio, in altri dalle sei a mezzanotte, alla fine si è stabilizzata tra le due del pomeriggio e le otto di sera.

Per 31 anni avevo sopportato una routine opprimente, ma sempre uguale, in varie carceri israeliane. Indipendentemente da dove mi trovassi, ogni giorno sembrava una ripetizione di quello precedente. In quel momento invece tutto è cambiato radicalmente e non è stato più possibile prevedere cosa sarebbe potuto succedere. Ogni ora portava mille possibili scenari, tutti negativi.

Abbassare la testa

Il nuovo regime può essere stato imposto da Itamar Ben Gvir, il ministro della sicurezza nazionale. Ma le autorità penitenziarie hanno agito anche di propria iniziativa. La loro trasformazione è stata più sconvolgente, e forse significativa.

Prima della guerra, guardie e prigionieri convivevano, magari non amichevolmente ma almeno in modo non violento. Questo equilibrio era il risultato di decenni di organizzazione. A fronte di ripetute proteste e scioperi della fame, il servizio penitenziario israeliano aveva accordato ai detenuti alcune concessioni, se non altro per facilitare il proprio lavoro: visite dei familiari, sport al mattino, istruzione da remoto, una caffetteria. Si potrebbe descrivere il nostro accordo come “calma in cambio di calma”. Io stesso avevo rapporti cordiali con alcune guardie.

La misura più pesante è stata la riduzione dell’elettricità a sei ore al giorno

Tutta questa storia è stata dimenticata da un giorno all’altro. Qualsiasi familiarità tra noi è scomparsa. I nostri carcerieri hanno smesso di parlarci, se non per sbraitare ordini. Ogni espressione umana è scomparsa dai loro volti, diventati freddi e di pietra. Era come se avessero indossato nuove facce. Quando ho chiesto a una guardia, un uomo druso, perché i suoi colleghi si comportassero in modo strano, mi ha risposto: “Fai come ti diciamo! D’ora in poi non chiederemo scusa! Non avremo più pietà!”.

Un tempo le guardie si limitavano a sorvegliare i prigionieri e a riferire le informazioni all’ufficiale della sezione. Da quel momento invece hanno preso la situazione in mano. Una sera, per punirci perché avevamo pregato ad alta voce, una guardia ha semplicemente staccato la luce alla nostra cella. Era proibito guardare negli occhi l’ufficiale della sezione, quando parlavamo con lui dovevamo abbassare la testa. Il direttore del carcere era diventato un dio, ovunque e in nessun luogo.

Se l’indifferenza era angosciante, la violenza era terrificante. A tre mesi dall’inizio della guerra, il distintivo con la parola “guardia” è stato scucito dalla parte anteriore delle divise e sostituito dalla scritta “guerriero” a grandi lettere. Questa nuova immagine ha avuto un effetto immediato: i guerrieri si comportavano come se gli fosse stata assegnata una missione mortale in prima linea.

Attaccavano i prigionieri per la minima infrazione, reale o immaginaria. Ci colpivano ovunque – alla testa, alle gambe, nel petto, sul viso – e con qualsiasi cosa: bastoni, manganelli, lacrimogeni, scosse elettriche, proiettili di gomma e munizioni vere. A volte entravano improvvisamente nelle celle, picchiavano i prigionieri, li incatenavano e poi li trascinavano nel cortile per un altro pestaggio. Spesso erano accompagnati da un enorme cane che attaccava i prigionieri ammanettati, lasciandoli sanguinanti (come mi è successo più volte). Una volta una guardia ha aperto l’inferriata della cella e mi ha chiesto di consegnargli la mia radio nascosta. Gli ho detto la verità: non ce l’avevo. Quando ha ripetuto l’ordine, io ho ripetuto la mia risposta, forse a voce un po’ più alta. Lui mi ha detto di andare davanti all’inferriata e mi ha spruzzato in faccia dello spray al peperoncino. Non c’era nessuna logica connessione tra errore e punizione. Anche il più intelligente di noi non riusciva più a interpretare le nuove pratiche. Qualsiasi richiesta di spiegazioni provocava solo una dose ancora maggiore di violenza.

Rahat, nel sud di Israele, 1994 (Fouad Elkoury)

Spezzando i nostri corpi, le autorità carcerarie hanno spezzato anche i nostri animi. Con il nuovo regime di violenze continue e punizioni arbitrarie hanno instillato in noi una paura travolgente e sbalorditiva. Costretti a concentrarci ognuno sulla propria sopravvivenza, ci siamo isolati gli uni dagli altri, diventando un gruppo frammentato di individui, vivi solo in senso biologico. Ci hanno anche tagliati fuori dal mondo esterno: niente tv né giornali. Era come se vivessimo su un’isola remota. Il tempo non andava avanti, ma si accumulava, si affastellava, fino a trasformarsi in un’enorme massa che schiacciava i nostri corpi sotto il suo peso.

Anche se a intermittenza riuscivamo a seguire le notizie su alcune radioline nascoste, non potevamo cogliere la portata e l’orrore del genocidio. Abbiamo cominciato a capire una mattina, sei mesi dopo l’inizio della guerra, quando in ogni sezione gli ufficiali penitenziari hanno appeso uno striscione lungo forse cinque metri e mezzo con una foto della Striscia, demolita e carbonizzata. Sopra era scritto “La nuova Gaza”.

Senza cure

Il carcere di Ofer sorge sul sito di un’ex base militare, a circa mezz’ora di auto da Ramallah. All’inizio della guerra le sue quindici sezioni contenevano circa settecento detenuti. Oggi solo dio sa quanti ce ne sono. Gli arresti di massa sono cominciati quasi subito e non si sono mai interrotti. Prima eravamo in sette per cella, poi siamo arrivati a essere in quattordici. Facevamo a turno per dormire sul pavimento.

Uno dei nuovi detenuti era un mio cugino, Mohammad Raafat Abu Srour. Mentre partecipava a una manifestazione contro la guerra a Betlemme, un soldato israeliano gli aveva sparato al ginocchio. Quella sera i suoi amici lo avevano portato in ospedale, dove era stato operato. Tre giorni dopo era stato dimesso ed era tornato a casa. La polizia l’aveva arrestato quella sera stessa e l’aveva spedito a Ofer, dove era finito nella mia sezione. Anche se non riusciva a stare in piedi, non gli hanno dato le stampelle. Per settimane ha saltellato ovunque su un piede solo, avvolto nelle bende. Impotente, lo guardavo attraversare il corridoio in quello stato.

Striscia di Gaza, 1995 (Fouad Elkoury)

Mohammad non ha praticamente ricevuto cure, neppure per cambiare le fasciature. Lo sentivamo gridare per chiedere aiuto: “Per favore fate qualcosa”, “Il dolore è terribile, è insopportabile”. Una volta un infermiere è andato alla sua cella e gli ha detto: “Stai zitto. Puoi morire. Perché non muori e basta?”. Altri prigionieri feriti o malati soffrivano in modo simile. Le autorità hanno cancellato tutte le operazioni che erano state programmate prima della guerra, anche per chi aveva bisogno di interventi chirurgici urgenti. Si rifiutavano inoltre di dare farmaci a chi si ammalava (fortunatamente io ho continuato a ricevere le pillole per il colesterolo).

Un prigioniero era così grave da non riuscire più ad alzarsi dal letto. Quando le guardie hanno ordinato che uscisse per l’ora d’aria, i suoi compagni di cella l’hanno portato fuori avvolto in una coperta e l’hanno adagiato a terra. Una guardia particolarmente crudele ha preteso che camminasse, nonostante le suppliche degli altri prigionieri. L’uomo in qualche modo è riuscito a mettersi in piedi, ha barcollato per un minuto o due, poi è crollato. Una settimana dopo è morto.

Anche i prigionieri in buona salute hanno cominciato ad ammalarsi a causa del cibo. Prima della guerra avevamo una dieta che poteva quasi considerarsi bilanciata. Ci davano tre pasti al giorno con proteine (pesce o carne), carboidrati (riso o pane) e frutta. Non era sufficiente, ma compensavamo la scarsità cucinando autonomamente con le piastre elettriche. Ogni mese le famiglie potevano mandarci fino a 1.200 shekel (circa 360 euro), che spendevamo in uno spaccio dove si vendevano prodotti alimentari di base, cioccolata e bibite. Poi lo spaccio è stato chiuso e i pasti sono stati ridotti a un livello che a malapena ci impediva di morire di fame. Il nuovo menù giornaliero era misero e sempre uguale: piccole quantità di pane e marmellata a colazione, riso e labneh (una sorta di yogurt greco) a pranzo e a cena. Niente pesce, carne o frutta. Da bere tè senza zucchero, un anatema per gli arabi.

In ogni cella si sceglieva un volontario per dividere in quattordici porzioni la razione di marmellata, un compito estremamente stressante. Tredici paia di occhi erano fissi sulla persona prescelta, per controllare che non commettesse un’ingiustizia nei confronti di qualcuno. Il riso arrivava in porzioni individuali, ma minuscole, appena sufficienti a riempire una tazza da tè. Spesso era disgustoso. Ho visto prigionieri rimuovere escrementi di uccelli prima di mangiare il resto.

La fame era diventata una parte di me. Non c’era un istante in cui non fossi affamato. Sono arrivato a pesare 52 chili. Sarebbe bastato un pugno per rompermi le ossa. La salute mentale mi preoccupava tanto quanto quella fisica. Prima della guerra avevo una vita culturale piena. Ogni prigioniero poteva ricevere due libri al mese dall’esterno. In questo modo avevamo accumulato una piccola biblioteca. Io leggevo sempre: romanzi, storia, filosofia, in arabo e in inglese. Ho conseguito una laurea triennale in letteratura e una specialistica in scienze politiche. Ho perfino scritto un libro intero in carcere, registrandomi su un telefonino introdotto di nascosto. Quando è stato pubblicato, nel 2022, le autorità carcerarie si sono irritate, ma non mi hanno punito.

Deir al Balah, Striscia di Gaza, 1994 (Fouad Elkoury)

Da un giorno all’altro tutto questo ci è stato portato via. Niente libri da leggere, niente carta e penna per scrivere. Senza nient’altro da fare, ho cominciato a camminare su e giù nello spazio tra i letti della cella. Facevo questi “giri” per otto ore al giorno, a volte anche dieci o dodici. Avevo in mente una versione della battuta di quel film di Hollywood: “Cammina, Nasser, cammina!”. Alla fine i miei compagni di cella hanno capito l’utilità di questa pratica e l’hanno adottata anche loro. Facevamo i turni per camminare.

Nella nostra sezione condividevamo alcune radioline, preziosa merce di contrabbando. Nei giorni in cui ne avevamo una in cella, la sintonizzavo sul programma delle 15.30 di Radio Monte Carlo Doualiya, una stazione in arabo che trasmette dalla Francia e a quell’ora mandava spesso in onda l’angelica cantante libanese Abeer Nehme. Ascoltandola anche solo per tre o quattro minuti, riuscivo a entrare in contatto con l’essere umano scomparso dentro di me. Erano gli unici momenti in cui mi sentivo una persona.

A due anni dall’inizio della guerra, e a 33 anni dall’inizio del mio ergastolo, sono stato improvvisamente liberato nello scambio di prigionieri dell’ottobre 2025. Avrei dovuto essere euforico, invece mi sentivo tramortito. Nei miei primi giorni di libertà ho cominciato a scoprire quello che era stato fatto a Gaza. Ho visto le foto, comprese quelle dei bambini morti. Ho sentito le voci di chi era rimasto sotto le macerie delle case, delle persone senza riparo nel freddo pungente. La portata della distruzione e del massacro sembrava inconcepibile, eppure era la realtà. Seduto nella camera di un lussuoso albergo al Cairo, circondato da nuovi aggeggi che non sapevo come far funzionare, ero incapace di darmi spiegazioni sulla situazione del mondo intorno a me e su tutto quello che era successo durante la guerra. Superava le scene barbare nelle carceri e toglieva ogni senso alla mia libertà. Come può una persona essere libera ma in esilio, fuori dei confini della sua patria? Cosa può significare la liberazione nel mezzo di un genocidio? Dopo quello che Israele ha fatto a Gaza cosa è più difficile: morire o sopravvivere? A questi interrogativi se ne aggiungevano altri. Dovevo recuperare il mio uso del linguaggio per poter avere qualche possibilità di darmi delle risposte.

Materiale e spirituale

Dopo essere stato arrestato nel 1993, le mie condizioni di vita non sono cambiate molto. Il campo profughi in cui ero cresciuto era povero, sovraffollato e violento.

Quando sono nato, nel 1969, ho ereditato da mio padre un patrimonio sia materiale sia spirituale. Il primo consisteva in una minuscola casa in un angusto angolo di mondo, il campo di Aida, istituito nel 1950 tra Gerusalemme e Betlemme. Il secondo era la storia della Nakba e di quando i suoi familiari furono espulsi dal villaggio di Bayt Nattif e camminarono a piedi scalzi fino al campo dove da allora avrebbero vissuto. Questi due fardelli hanno plasmato la mia coscienza e affinato il mio carattere, spingendomi nell’attività politica. Come molti ragazzi del campo, da adolescente mi ero unito al Movimento di liberazione nazionale palestinese (Al Fatah). Già allora ero abituato a vedere i soldati di occupazione israeliani pattugliare le strade e compiere le loro attività preferite: arrestare e uccidere palestinesi, e distruggere le nostre case.

I campi profughi erano molto più esposti alla violenza dell’occupazione rispetto ad altri luoghi in Cisgiordania e Gaza. Le politiche coloniali israeliane ci avevano resi orfani due volte: sia della nostra terra, sia dei “palestinesi della linea verde” che erano rimasti nelle città israeliane. Eravamo pronti a partecipare all’“intifada delle pietre”, scoppiata nel 1987. Per noi giovani dei campi profughi, cresciuti conoscendo solo la sconfitta politica, fu un momento elettrizzante che segnò il nostro arrivo sulla scena politica. Lanciavamo pietre ai soldati e partecipavamo alle marce nonviolente. Israele rispose chiudendo le università, compiendo arresti di massa, demolendo ancora più case, e uccidendo più palestinesi. Molti miei amici sono morti durante l’intifada. Nel 1993 sono stato arrestato e riconosciuto colpevole dell’uccisione di un agente dello Shin bet, i servizi segreti interni israeliani. Gli agenti mi strapparono una confessione con la forza.

Gli uni contro gli altri

La mia detenzione cominciò nel carcere di Khalil, noto come “il mattatoio” per i metodi di tortura praticati dagli ufficiali dell’intelligence, che ho sperimentato in prima persona. Nei circa due mesi trascorsi nell’unità per gli interrogatori ho subìto vari tipi di violenze: sono stato pestato brutalmente, appeso al muro, incatenato per ore seduto su un piccolo sgabello, esposto al freddo estremo fino a perdere conoscenza e minacciato di stupro. In seguito mi trasferirono da un carcere all’altro, spesso tenendomi in isolamento.

Se all’epoca del mio arresto le carceri erano relativamente vivibili, era solo grazie alla lunga storia di attivismo dei prigionieri palestinesi, che risaliva al 1967. La prigione era un ambiente estremamente politicizzato, forse anche più dei territori occupati all’esterno. Quando arrivai, c’erano detenuti appartenenti a più di dieci partiti – nazionalisti, comunisti e islamisti – con una netta maggioranza di esponenti di Al Fatah. I prigionieri di varie affiliazioni convivevano nelle stesse sezioni, ma in stanze separate. Nonostante le loro divergenze ideologiche, collaboravano per affrontare le autorità carcerarie. Come molti detenuti, consideravo la prigionia una fase della lotta. Ho partecipato a cinque grandi scioperi della fame, a cominciare dal 1995, quando più di mille di noi digiunarono per diciotto giorni per contestare gli accordi di Oslo, che non comprendevano una soluzione adeguata alla questione dei prigionieri. Lo sciopero più grande, nel 2017, durò quarantuno giorni. Io ero uno degli organizzatori nel carcere di Hadarim. Chiedevamo alla Croce rossa di annullare la sua decisione di tagliare i finanziamenti per le visite dei familiari, ridotte da due a una al mese, ma invano.

Come molti detenuti, consideravo la prigionia una fase della lotta

Anche se non riuscimmo a ottenere quello che chiedevamo, raggiungemmo uno stato di dignità e di coesione. La solidarietà era la nostra risorsa più grande. Per questo le autorità l’hanno presa di mira quando è cominciata la guerra. Ogni dimostrazione di azione collettiva è stata affrontata con un’ondata travolgente di violenza. Se un prigioniero era picchiato e i suoi compagni di cella cercavano di intervenire, erano sottoposti allo stesso trattamento (i compagni di cella si stringevano intorno al mio corpo esile quando le guardie ci picchiavano, finché la punizione non è diventata troppo dura). Poiché anche il minimo suono o gesto poteva essere interpretato come una protesta, presto abbiamo cominciato a restare in silenzio quando commettevano atrocità a portata d’orecchio o sotto i nostri occhi. La sopravvivenza è diventata la nostra unica parola d’ordine. Ogni prigioniero doveva costantemente proteggere se stesso, in ogni modo possibile. Costretti a salvare noi stessi in quanto individui, abbiamo smarrito i nostri legami collettivi. Peggio ancora, ci siamo rivoltati gli uni contro gli altri. Una notte sono stato svegliato dal rumore di un mio compagno che si aggirava per la cella. Ha recuperato i due pezzi di pane che avevo nascosto sotto il letto e li ha mangiati. Non potevo fare niente. Alto e robusto com’era, avrebbe potuto facilmente sopraffarmi.

Stavo leggendo Cecità quando c’è stato il 7 ottobre. Il romanzo di José Saramago è ambientato in un manicomio sudicio e affollato, durante un’epidemia in cui tutti perdono misteriosamente la vista. Descrive come le gerarchie sociali e la sete di potere s’impongono a un livello perverso quando le persone sono ammassate in totale isolamento. Nei mesi successivi ho sperimentato quella situazione sulla mia pelle. Ho visto come le persone sono state trasformate da forme estreme di oppressione e paura, al punto da comportarsi in modi che le rendevano irriconoscibili. Il regime di guerra aveva reso meccaniche tutte le nostre azioni e reazioni. Quando le guardie entravano nella sezione rimanevamo in silenzio e immobili, agivamo collettivamente ma senza un coordinamento. Appena sentivamo aprirsi la porta della cella cercavamo tutti un posto in cui nasconderci. Quelli abbastanza fortunati da stare sul letto si riparavano con le coperte; quelli che dormivano sul pavimento balzavano in piedi verso un angolo, alcuni addirittura cercavano di infilarsi sotto i letti. Mangiavamo sempre di fretta nel caso in cui ci fosse un’incursione improvvisa e il nostro cibo finisse nella spazzatura. Dormivamo indossando tutti i nostri indumenti, per paura che potessero confiscarceli in un’ispezione a sorpresa.

Le risse erano diventate regolari. Scoppiavano per disaccordi di poco conto: una porzione di marmellata divisa in modo inappropriato, una doccia durata più di quattro minuti (che avrebbe impedito agli altri prigionieri di avere il loro turno), una preghiera ad alta voce che avrebbe potuto attirare l’ira della guardia. Inizialmente io provavo a disinnescare le liti, perché inevitabilmente avevano come conseguenza una punizione collettiva. Essendo uno dei prigionieri più anziani e rispettati, i miei compagni di cella tendevano ad ascoltarmi.

Finché un giorno ho cercato di separare due uomini che si stavano picchiando con una furia sfrenata e ho preso un pugno in faccia, talmente forte che ho perso i sensi. Quando sono rinvenuto mi sono accorto che le mie ciabatte erano rotte: un disastro. In carcere le ciabatte sono preziosissime: se non le hai non puoi camminare sui pavimenti luridi dei bagni. Ho dovuto aspettare mesi per riuscire a trovarne un altro paio, da un prigioniero che stava per essere scarcerato.

Il cortile era un luogo di frequenti conflitti. A terra era stata tracciata una linea gialla parallela alle quattro mura, che riduceva di un quarto lo spazio totale. Se qualcuno superava la linea erano puniti tutti: ci rispedivano in cella, oppure ci costringevano a stare stesi con il naso schiacciato sul pavimento. Se giravi la faccia anche di poco, nel tentativo di appoggiare la guancia a terra per alleviare la pressione, arrivava il pestaggio.

Per questo bisognava affrontare il cortile in modo responsabile. Ma c’era un prigioniero – lo chiamavamo “il piantagrane” – che rifiutava di farlo. Per tre volte ha deliberatamente attraversato la linea gialla. La prima la guardia non l’ha visto e gli abbiamo detto di non rifarlo. La seconda è stato scoperto e ci hanno costretti a stare stesi a terra per due ore. Allora i compagni di cella gli hanno dato un avvertimento più duro: “Non farlo! Saremo puniti tutti!”. Quando è stato beccato per la terza volta, prima ancora che le guardie intervenissero un gruppo di detenuti l’ha afferrato e ha cominciato a picchiarlo. A causa di questo errore, ci hanno riempiti di gas lacrimogeni e rispediti in cella. Quella notte i suoi compagni l’hanno picchiato senza pietà fino a farlo sanguinare.

Non si poteva fare lo stesso con le decine di detenuti con disturbi mentali, che erano semplicemente incapaci di comprendere la nuova situazione. Gli interminabili pestaggi e punizioni li turbavano a tal punto che alcuni piangevano e gridavano tutto il giorno, procurando ulteriori guai ai loro compagni di cella.

Le guardie erano tutto ciò che vedevamo e sentivamo; la loro presenza minacciosa era l’unico segno del nostro esistere nel tempo e nello spazio. Se si allontanavano per un po’, perdevamo i nostri punti di riferimento. Era come se scomparissimo quando non eravamo sotto il loro sguardo, come se evaporassimo quando non ci picchiavano.

Le autorità carcerarie ci avevano privati della nostra umanità, ci trattavano come animali in un esperimento scientifico. Non eravamo altro che entità biologiche, non più autorizzate a prendere parte alla cultura umana, che avrebbe potuto rafforzare la nostra determinazione. Ci facevano patire la fame, ci privavano del sonno con le ispezioni, esponevano i nostri corpi al freddo. Controllavano le nostre emozioni assicurandosi che non avessimo nulla di cui essere felici. Gestivano il nostro recupero fisico tenendoci le ferite aperte e sanguinanti. Confondevano la notte con il giorno, alterando i nostri ritmi circadiani. Decidevano chi sarebbe sopravvissuto e chi sarebbe morto, e uccidevano ogni desiderio di vita.

“Fatti forza”, dicevo a me stesso. “Accetta il fatto che non andrai da nessuna parte”

Le loro ambizioni erano totalizzanti. Puntavano a controllarci e punirci sempre e ovunque. Perfino i luoghi teoricamente riservati alla giustizia erano trasformati in camere di tortura. Prima dei processi – che non si svolgevano più nei tribunali ma in locali adiacenti al carcere – i guerrieri dividevano i detenuti in gruppi da venti, li incatenavano mani e piedi, gli coprivano la faccia con sacchi neri o bende e li legavano insieme a una manichetta antincendio bianca. Poi gli uomini dovevano marciare nell’edificio, tra insulti e maltrattamenti, percosse e colpi, a volte costretti a riprodurre versi di animali, come l’abbaiare dei cani o il ragliare degli asini. Alla fine dell’udienza erano rinchiusi in sale d’attesa progettate per quattro persone, e lasciati lì, incatenati e ammanettati, fino a quando l’ultimo di loro era stato processato.

Una volta al mese mi portavano a incontrare la mia avvocata, Nadia, che stava preparando un appello contro il mio ergastolo. Il tragitto dalla cella alla stanza dei colloqui era di circa 150 metri. Mi ammanettavano i polsi e le caviglie così strettamente da farmi sanguinare (il mio corpo ne porta ancora i segni). Lungo il tragitto mi colpivano continuamente. Una volta si sono dimenticati di smettere prima di entrare nella stanza. Nadia era sconvolta. “Perché lo state picchiando?”, ha gridato. “Lascia stare”, le ho sussurrato appena mi sono seduto. “Non dire una parola. Ora ci sei tu, quindi non mi faranno niente. Ma appena te ne andrai, non mi risparmieranno”.

Nell’aprile 2024 mi hanno trasferito al carcere di Ganot, una struttura più grande nel deserto del Negev, dove era scoppiato un focolaio di scabbia. C’era almeno un malato in ogni cella. Cinque dei miei quattordici compagni erano infetti. Ho visto la malattia consumargli la carne fino a lasciar intravedere le ossa. Se non ho contratto la scabbia forse è solo perché, in segno di rispetto per la mia età, mi hanno lasciato stare nel letto più in alto senza cambiare periodicamente di posto. Le autorità carcerarie hanno ignorato l’epidemia per più di un anno, facendola diffondere, fino a quando alcuni guerrieri sono stati contagiati.

Questo genere di incuria ha provocato la morte di circa cento prigionieri palestinesi in Israele dal 7 ottobre (questo numero non comprende gli abitanti di Gaza rastrellati durante la guerra e uccisi in strutture di detenzione temporanee, come il campo di Sde Teiman). Decine di prigionieri, uomini e donne, sono stati violentati o hanno subìto abusi sessuali, ma la grande maggioranza dei crimini non è stata denunciata, perché le vittime temevano di essere macchiate dal disonore.

Uno scherzo crudele

Ancora oggi nelle carceri israeliane si vive in queste condizioni. Io sono uno dei primi prigionieri che ha potuto scriverne. Il motivo del mio rilascio resta un mistero per me. Verso la fine del 2025, quando abbiamo cominciato a sentire dagli avvocati che “stava succedendo qualcosa”, che la libertà poteva essere all’orizzonte, il mio primo istinto è stato negare la realtà per proteggermi. Ripetevo a me stesso e a chiunque ascoltasse che non mi avrebbero mai liberato. Non l’avevano fatto nel 2005, quando circa 500 prigionieri erano stati rilasciati nell’ambito di un accordo tra Ariel Sharon e Mahmoud Abbas. E neppure nel 2011, quando Hamas aveva ottenuto la scarcerazione di mille prigionieri in cambio della liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit. Ai loro occhi il mio presunto crimine era troppo grave: Israele non può tollerare la morte di un ufficiale dello Shin bet. “Fatti forza”, mi dicevo. “Accetta il fatto che non andrai da nessuna parte”. Più aspettative mi sarei fatto, più grande sarebbe stata la delusione.

Ero totalmente impreparato quando una guardia si è presentata nella mia cella con la notizia. “Abu Srour, stai per essere scarcerato”, ha detto. “Preparati. Hai due minuti per raccogliere le tue cose”. La mia reazione è stata piatta e meccanica. Guardando indietro provo invidia per i prigionieri che si sono entusiasmati alla notizia della loro liberazione. Mentre raccoglievo i miei pochi averi in silenzio, i miei compagni di cella saltavano di gioia, lodavano Allah, mi baciavano sulle guance. Poi sono cominciate le suppliche: Nasser, posso prendere le tue ciabatte? Per favore mi serve un asciugamano. Sono quasi arrivati a picchiarsi per le mie camicie. Era sempre così quando un prigioniero veniva rilasciato: un altro segnale di quanto l’istinto di sopravvivenza ci avesse trasformati. Io ancora non riuscivo a scrollarmi di dosso la sensazione che fosse tutto uno scherzo crudele. Il mio sospetto è stato rafforzato dall’ultimo pestaggio, ricevuto mentre ci facevano marciare verso l’autobus della prigione, che ci ha portato al carcere di Ktzi’ot, e da lì al valico di Rafah. Io ero seduto vicino al finestrino e ho scostato la tendina, facendo immediatamente inchiodare il veicolo. Un soldato ha minacciato di spararmi se ci provavo di nuovo. Ci hanno lasciato guardare fuori solo quando siamo arrivati in Egitto.

“Mio dio, c’è un cielo!”, questa è stata la prima frase che mi è uscita di bocca quando siamo arrivati dall’altro lato. La terra, gli alberi, gli uccelli, le auto, le case, erano tutti talmente grandi che mi riempivano di stupore, come se non le avessi mai viste prima. Guardando nel grande specchietto che l’autista usa per controllare i passeggeri, ho visto la mia faccia per la prima volta in diciotto mesi.

Ho dovuto attivare tutti i cinque sensi per cogliere l’abbondanza di dettagli intorno a me. Nei trent’anni in prigione avevo abbandonato i sensi, che erano come catene che mi impedivano di dare nuovi e diversi significati alla mia esistenza circoscritta. L’immaginazione era diventata il mio sesto senso, il più importante, che mi faceva sopportare il dolore della carcerazione e rendeva possibile l’atto della scrittura. I dettagli sensoriali che mi hanno riportato al vasto mondo hanno interrotto il mio recupero del linguaggio, in un modo nuovo. Ero di nuovo incapace di attribuire un significato alla mia esistenza, al tempo e allo spazio.

In una perversa rievocazione della nostra vita carceraria, siamo stati trasferiti da un albergo all’altro, per motivi arbitrari. Siamo stati cacciati dal primo, un hotel a cinque stelle al Cairo, quando un giornale britannico ha pubblicato un articolo che avvertiva del rischio di ospitare criminali palestinesi insieme ai turisti stranieri. Nel secondo, un resort nel deserto, siamo rimasti solo due settimane, prima di essere trasferiti con la scusa che presto si sarebbe svolto un torneo sportivo internazionale lì vicino. Entrambe le volte ho sentito l’impulso di vomitare, come mi capitava sempre quando mi trasferivano da un carcere all’altro. Forse questo era il modo con cui il mio corpo protestava contro la mancanza di autonomia.

Ho deciso di scrivere perché le cose non acquistano esistenza al di fuori dei confini del linguaggio, neppure il genocidio. Devo scrivere del massacro di Gaza; dei suoi uomini, donne e bambini ridotti alla fame; del suo mare annegato e della sua capacità di risollevarsi; dell’indifferenza del mondo verso quello che è accaduto e sta ancora accadendo lì; di come le grandi potenze a stento hanno riconosciuto questo crimine. Devo scrivere dei prigionieri palestinesi, perché contro di loro è ancora in atto una guerra; le autorità carcerarie israeliane non hanno ancora dichiarato un “cessate il fuoco”.

Devo scrivere per confessare il mio desiderio di smettere di chiedere scusa a Gaza e ai prigionieri palestinesi per ogni respiro che faccio, per ogni raggio di luce che mi tocca il volto, e per tutto lo spazio che mi si è aperto davanti. Non faccio altro da sette mesi. Non ho mai smesso di chiedere perdono a Gaza e ai prigionieri palestinesi per essere sopravvissuto. ◆ fdl

Nasser Abu Srour è stato detenuto nelle carceri di Israele dal 1993 al 2025, dove ha scritto l’autobiografia, Il racconto di un muro (Feltrinelli 2024). Liberato in uno scambio di prigionieri, vive in esilio in Egitto.

Fouad Elkoury è un fotografo libanese che negli anni novanta ha lavorato a lungo a Gaza e in Cisgiordania.

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Questo articolo è uscito sul numero 1667 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati