Larry McMurtry

Lonesome dove

Mi è piaciuto tutto quello che ho letto questo mese, ma Lonesome dove ha demolito ogni ostacolo sul suo cammino, comprese ben due vacanze con la famiglia

Olivia Laing

Glenn Frankel

High noon: the Hollywood blacklist and the making of an american classic

Allora, da dove cominciamo? Dal bellissimo libro di Olivia Laing su scrittori e sbronze, The trip to echo spring? Oppure dall’erudito e spaventoso High noon _di Glenn Frankel, sulla controversa realizzazione di _Mezzogiorno di fuoco in un periodo particolarmente difficile della storia culturale e politica degli Stati Uniti? Da Satan is real, la sorprendente storia della vita di Charlie Louvin nel mondo della musica country? O da Lone­some dove, il romanzo di 937 pagine di Larry McMurtry su bestiame, cowboy, indiani, prostitute, pistole, vita, morte, west e svariati altri frammenti di Stati Uniti, oltre più o meno a tutto quello che vi può passare per la mente, tranne la Brexit e l’iPhone?

Non c’è gara, davvero. Mi è piaciuto tutto quello che ho letto questo mese, ma l’immensità di _Lonesome dove _ha demolito ogni ostacolo sul suo cammino, comprese, nel mio caso, non una ma ben due vacanze con la famiglia. Speriamo sempre che un romanzo ci trasporti da qualche altra parte. Anche se il mondo descritto è in fondo alla strada dove abitiamo, rimane comunque un mondo popolato dall’immaginazione del romanziere, con una geografia definita da chi ha un punto di osservazione diverso dal nostro. Ovviamente non so come uno statunitense potrebbe percepire l’affascinante epopea di McMurtry: forse se vivi a New York, a Los Angeles o in un sobborgo di Cleveland, circondato da Starbucks e cemento, probabilmente quel mondo non ti sembra molto diverso. Io sono un inglese che ha cominciato il viaggio in Texas di questo romanzo sdraiato ai bordi di una piscina in Francia, e quando il libro è arrivato in Montana ero seduto in riva a un laghetto nel Dorset (in realtà era un’altra piscina, per quanto progettata per somigliare a un laghetto, ma per svariate ragioni non mi andava di ripetere la parola piscina). E l’unica cosa che posso dire è che sono stato trasportato da qualche altra parte in maniera così coinvolgente che se avessi dovuto sparare a un paio di bambini per avere il mio pranzo lo avrei fatto, senza pensarci un attimo. Ora dopo ora, senza soluzione di continuità, sono stato condotto in luoghi ai quali non avevo mai davvero pensato, se non forse da bambino, e mi ci sono perso.

guido scarabottolo

Lonesome dove _è la storia di una transumanza, e se siete già pronti a esclamare: “No! Non ho nessuna voglia di leggere di una transumanza. Voglio leggere di sesso e tradimenti nei campus negli anni settanta”, vi raccomando di rivedere la vostra posizione, perché la prima cosa da dire su _Lonesome dove è che è un continuo succedersi di eventi narrativi incredibili. Gente che viene uccisa dai serpenti. Tempeste di sabbia. Cattivi che sparano alle persone poi le impiccano e poi le bruciano, quasi sempre per il gusto di farlo. È un bello shock al sistema nervoso, se la vostra dieta letteraria abituale è fatta di quel genere di romanzi in cui il narratore impiega trent’anni a pensare a qualcosa di enigmatico che gli è successo nell’adolescenza. Anch’io leggo libri simili, e mentre mi godevo Lonesome dove ho trascorso metà del tempo domandandomi se nella fiction sia lecito scrivere di serpenti e smembramenti. Non è troppo facile descrivere un paesaggio e un tempo in cui non solo accadono cose tremende, ma accadono in continuazione? Il vero mestiere di noi romanzieri contemporanei non consiste forse nella capacità di continuare a parlare per cinquanta pagine di interni, non solo nel senso di carta da parati e mobilio, ma anche di psiche e stati d’animo?

Il prezzo da pagare per questo imbroglio dovrebbe essere, sicuramente, la perdita di quegli elementi propri della buona narrativa letteraria di genere riflessivo: caratterizzazione, abili cambiamenti di tono, profondità, cuore, umorismo, empatia, dolore. Invece, inspiegabilmente, ci sono tutti. Mi spiace informarvi che i protagonisti sono indimenticabili, che _Lonesome dove _è divertente quanto basta, e che fermerà e spezzerà il vostro cuore. D’accordo, McMurtry non è Henry James. Ma le frasi di James sarebbero state utili lungo il viaggio quanto una macchina per fare il gelato, e in ogni caso le frasi di McMurtry sono costruite bene. E alcuni dei personaggi minori sono dickensiani, un aggettivo inevitabile quando si descrive un romanzo ricco, brulicante di vita e ambizioso come questo. Deets e July Johnson, Lori ed Elmira, Frog Lip e Blue Duck, Jake Spoon e Dish Boggett… Ci sono decine di personaggi in questo libro, tutti tratteggiati con cura, la maggior parte complicati, tutti con esistenze difficili, traumatizzati dalle vite che hanno dovuto vivere. La narrazione non procede in linea retta, anche se una linea retta andrebbe bene per tracciare la direzione che prende la maggior parte dei protagonisti. Ci sono trame secondarie, personaggi rimossi e sistemati altrove lungo il tragitto, sconvolti e brutalizzati dalle proprie esperienze nel corso del viaggio. E ci sono molte morti, naturalmente, tutte violente, alcune in modo sorprendente. Non sono casuali, nel senso che seguono un ritmo, e quella più triste è riservata per il finale (se avete intenzione di leggere il libro, non commettete il mio errore, non cercate online una mappa del tragitto. La prima cosa che ho visto è stato il luogo della tomba di… Be’, non importa di chi era la tomba. Ma sapere che quel personaggio era morto è stato devastante per molte ragioni: ero sopraffatto dal dolore, perché lo adoravo, ed ero estremamente turbato all’idea di dover tifare per lui per centinaia di pagine con la consapevolezza che il mio sostegno si sarebbe dimostrato vano).

_Lonesome dove _è un grande romanzo americano, eppure si fatica a venderlo, specie alle donne inglesi. Ci sono personaggi femminili in questo libro, ritratti con amore ed empatia, ma queste donne sono quasi tutte prostitute o mogli, spesso entrambe le cose, con la prima vocazione che precede la seconda. Una di loro viene stuprata ripetutamente dopo essere stata rapita, e l’esperienza la rende quasi muta. McMurtry racconta del suo recupero lento e doloroso con sobrietà ed equilibrio. Semplicemente non approfondisce mai molto. Se questo può in qualche modo consolarvi, la descrizione dei personaggi maschili è altrettanto scarna.

Parte della resistenza che incontro con questo romanzo dipende dal fatto che Lonesome dove _è un libro di cowboy: John Wayne, Roy Rogers, Bonanza, i b-movie e le serie degli anni trenta – tutti in competizione, per dire, con Louis Armstrong o Buster Keaton come autorevoli pilastri della cultura pop statunitense degli inizi – non aiutano la mia causa. I bambini non fanno più finta di essere dei cowboy, non dalle mie parti. Ma McMurtry esordisce con una citazione da _Study out the land di T. K. Whipple: “Tutta l’America si trova in fondo a una strada selvaggia, e il nostro passato non è morto ma vive ancora in noi. I nostri avi avevano la civiltà dentro; fuori, la natura selvaggia. Noi viviamo nella civiltà che loro hanno creato, ma in cuor nostro quel mondo selvaggio esiste ancora. Viviamo ciò che loro sognarono, e ciò che loro vissero noi lo sogniamo”. Quale momento migliore per leggere questo libro magnifico, se non oggi, mentre l’America si ritrova ancora una volta a decidere cosa vuole sognare e cosa vuole vivere?

In uno di quei momenti di lettura magici che capita di vivere, ho viaggiato con Augustus McCrae e W.F. Call dal Texas al Montana, ho chiuso Lonesome dove _con il cuore pieno e pesante, ho aperto _High noon, e ho letto la prima frase del primo capitolo: “Nel 1914, quando Frank Cooper aveva tredici anni, suo padre lo portò al campidoglio di Helena, capitale del Montana, a vedere un nuovo fantastico murale realizzato da Charles M. Russell, uno dei grandi artisti-creatori di miti del vecchio west”. Quante probabilità ci sono di passare da un libro che ha in copertina un uomo con un cappello da cowboy a un altro che ha in copertina un uomo con un cappello da cowboy? Decisamente poche, suppongo. Ma è andata così! Inquietante, no? _High noon: the Holly­wood black­list and the making of an american classic _sembra al tempo stesso attuale e pittoresco: pittoresco perché quali che siano le nostre preoccupazioni al momento, il comunismo non ci tiene più svegli la notte; attuale perché allora, come oggi, il clima politico era incattivito, paranoico e profondamente divisivo.

I tre personaggi principali nel saggio di Frankel sono Frank (in seguito Gary) Cooper, che si cambiò il nome con quello della città dell’Indiana dov’era nata la sua agente; Carl Foreman, lo sceneggiatore del film; e Stanley Kramer, il produttore. Dei tre, quello che soffrì di più a causa della lista nera fu Foreman, costretto a trasferirsi a lavorare nel Regno Unito mentre Mezzogiorno di fuoco _era ancora in fase di produzione e di fatto non rientrò mai da quell’esilio forzato. È suggestivo il fatto che dopo avere scritto una delle pietre miliari della cinematografia statunitense, Foreman abbia contribuito anche alla realizzazione di alcuni film iconici di quella britannica. Fu sceneggiatore, senza essere accreditato, del _Ponte sul fiume Kwai, l’amatissimo racconto epico di David Lean, ma alla fine il suo nome venne inserito nei titoli e vinse un Oscar, postumo (originariamente l’Oscar venne assegnato all’autore del libro da cui è tratto il film, il francese Pierre Boulle, che oltre a non avere scritto la sceneggiatura, non parlava neanche inglese) (ah! L’altro grande romanzo di Boulle era – rullo di tamburi – Il pianeta delle scimmie) (mi spiace per tutte queste parentesi, ma quando si parla di libri come questo, pieno di curiosità deliziose ma tematicamente scollegate, finiscono per essere inevitabili). Sembra normale che Mezzogiorno di fuoco _sia pieno di eroi e cattivi. John Wayne, l’uomo che si rifiutò di combattere i nazisti, fu decisivo nella cacciata di Foreman da Hollywood; Stanley Kramer, amico e socio d’affari di Foreman, non gli parlò più dopo che per evitare di fare nomi si era appellato al quinto emendamento davanti alla commissione per le attività antiamericane. Gary Cooper, repubblicano convinto e marito alquanto imperfetto ma persona gentile, fu abbastanza umano e tentò di aiutare Foreman a uscire da quella situazione, ma Wayne e il suo bullismo spensero presto quel tentativo. _Mezzogiorno di fuoco, spiegò lo sceneggiatore nel corso della sua testimonianza, era “la storia di una città che moriva perché le mancava la stoffa morale per resistere a un’aggressione”. Forse il tratto di attualità di questo libro è più rilevante di quello pittoresco.

Non ho mai letto niente di paragonabile alla scrittura di Olivia Laing. _The trip to echo spring _è un lavoro di critica letteraria, suppongo, ma anche un libro di viaggio, e contiene frammenti di memoria e biografie brevi, ma anche della sofferenza, una tristezza profonda che in parte viene dall’amore e dalla frustrazione impotente dell’autrice verso gli scrittori che studia e in parte semplicemente dal fatto che il libro parla di successi e fallimenti, vita e morte, genitori e figli, relazioni e tradimenti. Sì, gli stessi argomenti degli scrittori ubriachi di cui lei ci racconta – John Berryman, Raymond Carver, Tennessee Williams, John Cheever, Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald – ma il tono commovente del libro di Laing non arriva per interposta persona, se capite cosa intendo. Le vite traumatizzate diventano il tessuto dei propositi dell’autrice, e di conseguenza _The trip to echo spring _diventa, empaticamente, un’opera d’arte, con una voce e uno stato d’animo tutti suoi. S’imparano cose, ovviamente. Non solo su libri, commedie, poesie e sulle condizioni a volte difficili nelle quali furono realizzati, ma anche sull’alcol e gli effetti che ha sulle persone. Laing cita una frase sul paradosso incredibile dell’alcolismo – “Questa iperattività nel cervello produce un bisogno intenso di calmarsi e di consumare più alcol” – prima di osservare, senza troppa convinzione: “Che casino. Che maledetto casino”. Un momento delizioso e particolare di un bel libro.

I fratelli Louvin, o comunque uno di loro, potrebbero figurare in qualsiasi libro che tratti dei funesti effetti del bere. Ira Louvin era il problema, stando al libro scritto da suo fratello Charlie sulla loro avventura nella musica country. L’eccesso di alcol costò a Ira la carriera, il rapporto con il fratello, e diverse mogli, ma malgrado il caos che generò, qui l’intera vicenda viene affrontata ponendo l’accento su alcuni fatti realmente accaduti: ci sono racconti di scazzottate e bevute che fanno strabuzzare gli occhi (il povero vecchio Charlie fu addirittura colpito alla testa con una padella, come un Homer Simpson della musica country). Naturalmente Charlie si rammarica della strada rovinosa imboccata dal fratello, ma questo libro parla soprattutto di com’era stato crescere squattrinati, talentuosi e ambiziosi. E anche se si potrebbe pensare che le storie di questo genere non riservino sorprese, gli allegri racconti di Louvin sono freschi e, talvolta, tristi e divertenti al tempo stesso. Come fare per ascoltare musica a notte fonda quando è probabile che vostro padre vi darà una bella ripassata se si accorge che state usando il giradischi? Charlie Louvin aveva la risposta: scendete quatti quatti le scale, prendete un paio di fili di paglia dalla scopa, ve li infilate tra i denti e li usate come puntina, così la musica finirà diretta nel vostro cranio. Per quanto poco promettenti possano essere le circostanze, il bisogno disperato di arte dell’artista troverà sempre una via.

Quattro libri, tutti su quanto di meglio hanno da offrire gli Stati Uniti: cinema, musica popolare, scrittori che hanno significato e continuano a significare qualcosa in tutto il mondo, un paesaggio implacabile e una storia straordinaria. Ho pensato che potrei leggere con piacere libri e biografie su Stati Uniti e statunitensi per il resto della mia vita, vista l’importanza che hanno avuto per me sia come professionista sia come consumatore di cultura, ma forse è arrivato il momento di rivolgere l’attenzione alla mia arretrata e solitaria isola. L’estate è finita, gli Stati Uniti sono comunque impazziti, e io spero che uno dei miei connazionali possa spiegarmi, in qualche forma scritta, che diavolo sta succedendo. È sorprendente rendersi conto che se mai dovessi intraprendere una transumanza di bestiame lunga tremila chilometri partendo da Londra – e non mi sento di escluderlo – finirei da qualche parte vicino a Marrakech, se mi dirigessi a sud, o vicino a Mosca, se mi dirigessi a est. Ci sarebbero parecchie scartoffie da sistemare, soprattutto ora che abbiamo stracciato tutti gli accordi sul bestiame con i paesi dell’Unione europea. Negli Stati Uniti hanno lo spazio per sognare, noi no, per questo abbiamo bisogno che loro sognino per noi. Spero che non smettano mai. ◆ svs

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Questo articolo è uscito sul numero 1244 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati