Immaginate di essere i genitori di due ragazze, una in seconda media e l’altra in terza. Nel giro di un anno venite a sapere che entrambe sono incinte e che la gravidanza è a uno stato avanzato e non si può intervenire in nessun modo. Cosa vi passa per la mente?
O ancora: l’insegnante di vostro figlio di dodici anni vi chiama prima della gita di classe per dirvi che è venuta a conoscenza dei messaggi osceni che si è scambiato con i compagni, dedicati ai preservativi e alle ragazze con cui avrebbero fatto sesso. Come parlarne con vostro figlio?
La scuola può dare informazioni corrette e aiutare a fare scelte consapevoli
E mettetevi anche nei panni di un insegnante che si accorge che nella sua classe, una terza media, c’è una ragazza incinta. Ne parlate in aula o fate finta di nulla?
Sono alcuni esempi di casi realmente accaduti nelle scuole romene. Partendo da episodi come questi, negli ultimi anni attivisti, politici e genitori si sono battuti per l’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole. Nel 2015 più di sessanta ong hanno rivolto un appello al ministero della pubblica istruzione, chiedendo di rendere obbligatoria la materia. La richiesta non è stata accolta per l’opposizione di diverse associazioni conservatrici e religiose, appoggiate dalla chiesa ortodossa romena.
Nelle scuole romene si studiano alcune nozioni di educazione sessuale. Nel programma di biologia c’è una parte dedicata alla riproduzione: oltre alle informazioni scientifiche, agli studenti s’insegna come avere una vita sessuale responsabile. Ma la decisione se affrontare o meno l’argomento dipende dai singoli docenti.
Nella scuola primaria sono previste lezioni della disciplina conosciuta come “sviluppo personale”, e alle medie alcune ore sono dedicate all’assistenza e all’orientamento dei ragazzi. Le lezioni sono spesso incentrate sull’“autoconoscenza”, una pratica che potrebbe essere usata per preparare i ragazzi alle future fasi della crescita. Esiste anche un insegnamento opzionale, l’educazione alla salute, che comprende un capitolo, sugli otto totali del corso, dedicato alla salute riproduttiva e alla pianificazione familiare. Ma è facoltativo e raggiunge solo il 6 per cento degli studenti romeni.
I ragazzi si faranno sempre domande sul proprio corpo e sulla sessualità
Ho parlato dell’argomento con diversi insegnanti, tutor e professori di biologia per sapere come affrontano in classe il tema della sessualità. E ho scoperto che ognuno ha un metodo diverso: senza una formazione specifica in materia, molti hanno difficoltà a trattare l’argomento con gli studenti. Quelli che ci riescono, non si basano tanto su un percorso didattico definito, ma puntano soprattutto a creare un rapporto più stretto con i ragazzi e le ragazze.
Le prime domande
Quando andava alle medie, Mioara Lupu ha affrontato da sola la lezione sulla riproduzione. Ricorda che il professore di biologia è entrato in classe, si è seduto alla cattedra, ha aperto il manuale e si è limitato a indicare le pagine che i ragazzi dovevano riassumere. Mioara Lupu è diventata insegnante di biologia nel 2002. Oggi lavora in una scuola media della cittadina di Târgu Ocna. Oltre alle lezioni di biologia, durante le quali risponde a tutte le curiosità degli alunni e non si limita a fargli fare dei riassunti, ha scelto di tenere anche il corso di educazione alla salute.
La situazione che osserva dalla cattedra è completamente diversa da quella che aveva vissuto come studente. Grazie a internet i ragazzi hanno accesso a ogni tipo d’informazione, in qualsiasi momento. Una volta uno studente le ha chiesto cos’era “lo scolo”. Lei non si è scomposta, ha risposto che si tratta di una malattia a trasmissione sessuale e ha suggerito alcuni accorgimenti per non contagiarsi.
“Se davanti ai ragazzi ti mostri imbarazzata o affronti la questione con troppa emotività, se si accorgono che il tema ti mette a disagio, allora trasmetti lo stesso disagio anche a loro”, dice Lupu. “Ai ragazzi dico sempre che, come abbiamo occhi e orecchie, abbiamo anche organi sessuali”.
Di solito i genitori evitano l’argomento perché pensano – spiega Lupu – che parlarne con i figli li spinga ad avere una vita sessuale precoce e, per le ragazze, gravidanze premature e non desiderate. In realtà è l’esatto contrario. I ragazzi e le ragazze vogliono conoscere la sessualità. La scuola gli può offrire informazioni corrette, per aiutarli a fare scelte consapevoli.
Lupu ci racconta il caso di una sua alunna rimasta incinta a tredici anni. Era stata abbandonata dalla madre e viveva con il padre. Dopo l’inizio della gravidanza, la ragazza ha continuato a frequentare la scuola, perciò l’insegnate ha deciso di aiutarla. Le ha chiesto se a casa aveva tutto il sostegno necessario e se voleva parlare con qualcuno, e ai suoi compagni di classe ha spiegato che non dovevano offenderla o prenderla in giro. “La ragazza si è presa la responsabilità della gravidanza ed è rimasta insieme al padre del bambino. Ma diventare madri a quell’età è troppo presto”, dice Lupu. Quella gravidanza poteva essere evitata se in classe si fosse parlato di educazione sessuale. “Un ragazzo e una ragazza informati sanno come comportarsi”, aggiunge l’insegnante.
Sei su cento
L’educazione alla salute fa parte delle materie che le scuole possono decidere autonomamente se inserire o meno nel programma. Non ci sono dati precisi sugli istituti che hanno scelto di farlo, ma il numero degli studenti che frequentano i corsi è noto: nell’anno scolastico 2019-2020 erano circa 150mila, vale a dire il 6 per cento di tutti gli alunni della scuola primaria e secondaria.
Tutto è cominciato nel 2001, quando il ministero della pubblica istruzione e quello della sanità hanno lanciato insieme il programma nazionale per l’educazione alla salute nella scuola romena. Sostenuto dall’allora primo ministro Adrian Năstase, il progetto è stato avviato nel periodo in cui il paese era ancora candidato all’ingresso nella Nato e nell’Unione europea. Educare la popolazione alla salute era importante, anche dal punto di vista politico.
Così, nel 2004, l’insegnamento è stato introdotto nelle scuole. Tra i temi in programma c’era anche la sessualità. A quel punto il problema era scegliere i docenti più adatti e formarli, e capire quale metodo didattico usare. Nei primi due anni 400 formatori hanno preparato 8.700 insegnanti. Inizialmente sono stati coinvolti soprattutto quelli di materie scientifiche, ma in seguito anche gli altri. Gli insegnanti non dovevano limitarsi a trasmettere le informazioni, ma dovevano aiutare gli alunni a imparare insieme, attraverso attività e giochi in classe.
Laura Felea è una delle persone che hanno seguito il programma di formazione. Oggi insegna storia in un istituto tecnico di Tulcea ed è la direttrice del locale Palatul copiilor (Palazzo dei bambini), una struttura educativa e ricreativa pubblica presente in tutte le regioni del paese. Felea ha sempre trattato il tema della sessualità nelle sue ore di lezione, anche prima dell’introduzione del corso di educazione alla salute: sapeva che era utile per i ragazzi, e nella sua scuola c’erano già stati casi di adolescenti rimaste incinte. In seguito è diventata formatrice, e ha preparato sia insegnanti che volevano semplicemente imparare nuovi sistemi d’insegnamento, sia docenti che dovevano parlare di salute riproduttiva e non sapevano da dove cominciare. Ha lavorato molto con l’apprendimento non formale, usando giochi di ruolo e simulazioni di situazioni reali. Per esempio sulle infezioni di hiv. Gli insegnanti che seguivano i suoi corsi dovevano immaginare di far parte di una famiglia in cui una persona aveva contratto il virus. Come reagire? Come dare la notizia? Cosa dire?
La prima reazione era sempre la stessa: “Come hai preso l’aids?”. Solo in un secondo momento si pensava alla ricerca di soluzioni. Felea voleva soprattutto far comprendere il peso dello stigma che accompagna la malattia.
Tra il 2004 e il 2012 la formazione ha funzionato a dovere, ma il progetto ha mostrato tutte le sue vulnerabilità: i docenti formati spesso lasciavano l’insegnamento o cambiavano scuola frequentemente, e dopo l’ingresso nell’Unione europea, nel 2007, le amministrazioni locali hanno smesso di sostenere il programma e sono venuti meno anche i finanziamenti delle agenzie internazionali che erano arrivate nel paese negli anni novanta.
Gli studenti che seguivano i corsi di educazione alla salute sono passati dal 10 per cento dei primi anni del 2004-2005 al 6 per cento del 2014-2015. Tra questi solo una parte aveva accesso all’educazione sessuale, che rappresenta appena una sezione del corso sulla salute e il cui insegnamento è a discrezione dei singoli docenti.
Nei primi due anni di scuola in Romania sono previste solo due lezioni in materia di salute riproduttiva e familiare: “Io e la mia famiglia. I ruoli familiari” e “Le differenze tra ragazza e ragazzo”. In terza e quarta elementare si parla invece dei cambiamenti fisici durante la pubertà e di “come siamo venuti al mondo”. Alle medie ci sono ore dedicate allo sviluppo dell’organismo e ai concetti di base della riproduzione, ma anche all’amicizia e all’amore. Il tema della sessualità non compare fino alla seconda media, quando nel corso di biologia si studia l’apparato riproduttivo.
L’insegnamento opzionale integra queste nozioni con informazioni sui comportamenti sessuali responsabili, i miti legati alla sessualità, la pianificazione familiare, il concetto di violenza nell’ambito della sfera sessuale e gli abusi sessuali. Per consentire ai ragazzi di assimilare tutti questi concetti, l’insegnamento opzionale dovrebbe estendersi per tutti i dodici anni dell’istruzione preuniversitaria. Cosa che però non succede quasi mai. Perché ogni quattro anni i bambini cambiano gli insegnanti, e perché questi usano l’educazione alla salute solo per completare le diciotto ore di docenza settimanale.
Un passo indietro
Nel 2014 diverse organizzazioni attive nel campo dei diritti umani, della protezione del bambino, dell’uguaglianza di genere e della violenza domestica, oltre ad associazioni di studenti e genitori, hanno cominciato a chiedere con forza l’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole romene come materia obbligatoria. Un deputato socialdemocratico, il medico Tudor Ciuhodaru, ha presentato un progetto di legge, che però è stato subito respinto. Nella risposta formale data a Ciuhodaru dalle commissioni parlamentari per l’istruzione, la scienza, la gioventù e lo sport, sia della camera sia del senato, si affermava che il programma scolastico era già troppo impegnativo e che per introdurre una nuova materia sarebbe stato necessario formare migliaia di insegnanti, uno sforzo finanziario troppo gravoso.
La realtà è che il ministero dell’istruzione aveva avuto paura di inserire l’educazione sessuale nei programmi scolastici per le pressioni delle associazioni religiose di stampo conservatore.
Quasi cinque anni dopo, lo scorso aprile, è stata finalmente approvata e promulgata una legge, presentata dal partito Unione salvate la Romania, che introduceva nei programmi scolastici alcune lezioni obbligatorie di educazione alla vita e alla salute, educazione sessuale compresa, da svolgersi una volta a semestre. L’obiettivo era prevenire le malattie a trasmissione sessuale e le gravidanze tra le minorenni. I vertici della chiesa ortodossa romena hanno definito l’iniziativa un “attentato all’innocenza dei bambini”.
Neanche due mesi più tardi, alla fine di maggio, quattro deputati socialdemocratici e liberali hanno presentato delle modifiche sostanziali al provvedimento: l’espressione “educazione sessuale” è stata sostituita con “educazione sanitaria” e si è stabilito che per seguire le lezioni serve il consenso dei genitori. Le modifiche sono state approvate dal parlamento. Il presidente della repubblica, Klaus Iohannis, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del nuovo testo, ma la corte costituzionale ha respinto l’obiezione. Il risultato è che oggi la Romania è uno dei sei paesi dell’Unione europea in cui l’educazione sessuale a scuola non è obbligatoria. Gli altri sono Bulgaria, Cipro, Croazia, Polonia e Italia.
È un dato di fatto che nei paesi dove sono previste lezioni di educazione sessuale le gravidanze tra le adolescenti e le infezioni a trasmissione sessuale sono più rare. Inoltre, gli adolescenti sono più informati, più sicuri di sé e più capaci di instaurare e vivere relazioni sane. In questi paesi, i programmi scolastici sono integrati da attività organizzate insieme ad associazioni private e ong, in particolare sui temi delle differenze di genere, dell’orientamento e del piacere sessuale.
Esperienza personale
Tra il 6 per cento di studenti romeni che frequentano l’ora di educazione alla salute ci sono i ragazzi e le ragazze del liceo Mihai Viteazu di Băilești, una cittadina del distretto di Dolj. La docente che si occupa della materia si chiama Ştefania Văduva e insegna biologia. Anche lei ha scelto l’insegnamento opzionale per completare la docenza settimanale.
La maggioranza dei suoi alunni arriva dai villaggi intorno alla cittadina. Alcuni vivono in situazioni precarie, spesso con un solo genitore. Văduva sa che per loro è una guida, un punto di riferimento. Spesso parla ai ragazzi di come organizzare il tempo. E spiega loro perché è pericoloso avere rapporti sessuali senza usare contraccettivi.
Văduva racconta che inizialmente aveva difficoltà a parlare di riproduzione in classe. Era imbarazzata, soprattutto davanti agli adolescenti dell’ultimo anno di liceo. Ricorda che nel 2000 un’allieva di diciassette anni le ha fatto l’elenco di tutte le pillole contraccettive in commercio: lei non ne conosceva nemmeno una. E racconta di essere rimasta stupita nello scoprire quante cose sanno gli adolescenti sul sesso.
Con il tempo, però, ha anche capito che, con i ragazzi esposti a un flusso ininterrotto di informazioni, la scuola può diventare un filtro fondamentale. E oggi è convinta che, per essere veramente efficaci, i corsi di educazione alla salute dovrebbero partire dalla scuola materna, cominciando con nozioni sull’alimentazione e l’igiene.
Intanto, però, tutti i docenti che insegnano educazione alla salute lo fanno come meglio possono, improvvisando. Non ci sono linee guida metodologiche, che invece esistono per le altre materie, né indicazioni su come strutturare le lezioni o su quali materiali didattici usare. E non ci sono neanche manuali approvati dal ministero della pubblica istruzione. Alcuni docenti si concentrano sull’alimentazione, altri sulla sessualità altri ancora sul consumo di droga e alcol. Ognuno fa da sé.
Văduva sa bene che molti pensano che parlare di sessualità a scuola porti i ragazzi ad anticipare l’inizio della vita sessuale. Ma aggiunge che simili opinioni sono tipiche di “chi non ha esperienze dirette con i ragazzi”. Al contrario, l’educazione alla salute – e quindi l’educazione sessuale – può servire proprio a responsabilizzare i giovani, afferma: “Il nostro ruolo è fargli capire ciò che è bene e ciò che è male, anche raccontandogli le esperienze che abbiamo vissuto. Se parlo di cose che conosco in prima persona, sono più convincente. E loro sanno che non sto mentendo”.
Nella testa dei bambini
“Se l’argomento non fosse tabù, non ci sarebbero più tante adolescenti incinte, tanti aborti, tanti abusi”, dice Mioara Lupu, l’insegnante di Târgu Ocna. Come Ştefania Văduva, anche lei all’inizio ha scelto l’insegnamento opzionale per completare le ore di docenza. Ma con l’esperienza è diventata convinta sostenitrice di misure più coraggiose per tutelare la salute dei ragazzi e di provvedimenti più efficaci contro il bullismo. Nella sua scuola spesso gli alunni scelgono di seguire i corsi facoltativi sulla salute perché sono già pieni di compiti e non considerano le lezioni extra come vere e proprie ore di biologia.
Oltre ad attivare l’educazione alla salute, la scuola dove Lupu insegna ha anche una persona incaricata di aiutare i ragazzi e le ragazze vittime di bullismo, un argomento che viene affrontato dagli insegnati anche nelle normali ore di lezione. “È importante sacrificare quindici minuti del proprio corso per parlare di bullismo e salute. Nella nostra scuola lo facciamo tutti”, racconta Lupu.
Costruire comportamenti corretti tra i ragazzi e strategie scolastiche efficaci non è facile. Ma il problema è che nella scuola romena c’è la tendenza a non affrontare gli argomenti più complicati, come l’educazione sessuale. In questo modo, però, si ostacola la formazione di adulti informati e responsabili. I bambini e i ragazzi si sono sempre fatti domande sul proprio corpo e sulla sessualità, e sempre se le faranno. Non smetteranno certo perché gli adulti si rifiutano di parlargli di pubertà e contraccezione. O perché gli insegnanti preferiscono saltare il capitolo sulla riproduzione nei manuali di biologia. ◆ mt
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Questo articolo è uscito sul numero 1386 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati