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he succede quando un movimento fondato sulla pace innesca una serie di eventi che lasciano una regione in grado di parlare solo il linguaggio della violenza? Questa domanda mi tormenta dal 2005, quando alla mia famiglia furono consegnati in un sacco i resti dello scheletro di mio padre, Ken Saro-Wiwa. Per riaverli c’erano voluti dieci anni. Prima di seppellirli, io, mio fratello e le mie sorelle ci siamo radunati intorno alla bara per rimettere insieme le ossa.
Eravamo a casa nostra, nel villaggio di Bane. Mia madre ha preferito sedersi a pregare fuori della stanza. Mio fratello maggiore, Ken Jr., ha tirato fuori il sacco con le ossa di nostro padre; intanto la mia gemella Zina strillava e la mia sorellastra Singto piangeva in silenzio. Io mi sono forzata a sollevare un osso lungo avvolto in un foglio di giornale. Lo zio Owens, fratello di mio padre e medico, ci ha aiutati a identificare e sistemare ogni femore, perone, metacarpo e costola; così, via via che ricomponevamo lo scheletro, le nostre menti si calmavano concentrandosi sul compito, e dopo un po’ eravamo tutti intenti a lavorare insieme. Era difficile concepire quei ruvidi pezzi scuri che tenevamo in mano come nostro padre, uomo un tempo energico, dalla pelle scura e il fisico robusto. Invano ho cercato il suo viso nel teschio adagiato a un’estremità della bara.
Una campagna pacifica
Mio padre era stato uno scrittore, poeta, opinionista e imprenditore. Da giovane aveva insegnato inglese all’università di Ibadan. All’inizio degli anni settanta era diventato commissario all’istruzione dello stato di Rivers; in quel periodo aveva aiutato migliaia di abitanti del delta del Niger a studiare, una questione che gli stava molto a cuore. Poi, alla fine degli anni ottanta, aveva lanciato una campagna pacifica per i diritti umani e ambientali.
L’Ogoniland, il territorio del nostro gruppo etnico, e più in generale tutta la regione del delta del Niger, nel sud della Nigeria, si trovano su alcuni dei più grandi giacimenti petroliferi dell’Africa. Da quando scoprì il greggio qui nel 1956, la Shell Oil ha estratto l’“oro nero” dalla nostra terra insieme ad altre multinazionali, causando regolarmente sversamenti di petrolio senza subire conseguenze. Il governo federale nigeriano incassava i profitti ma ne restituiva agli stati del delta una quota troppo piccola. I soldi finivano nelle mani di una serie di regimi militari che facevano molto poco per costringere la Shell a rispondere dei danni ambientali che provocava.
Tra il 1976 e il 1996 nel delta del Niger ci furono 4.647 perdite di petrolio, che riversarono 2,37 milioni di barili di greggio nelle fattorie, nei fiumi e nei luoghi sacri. Decenni di sversamenti e di gas flare (la combustione controllata del gas in eccesso) hanno inquinato e rovinato l’ambiente, mentre i governi nigeriani sono stati incapaci di sviluppare l’economia. Di conseguenza gruppi etnici come quello degli ogoni sono rimasti legati a uno stile di vita agricolo, pur riuscendo sempre meno a trarre frutti dalla loro terra avvelenata. Siamo stati schiacciati da un potenziale oblio: tecnicamente, un genocidio. Invece di arricchirsi con il petrolio, i popoli del delta del Niger hanno pagato un prezzo altissimo.
In risposta mio padre aveva fondato il Movimento per la sopravvivenza del popolo ogoni (Mosop), spingendo la comunità a reclamare una quota più grande della ricchezza petrolifera e a chiedere più rispetto per l’ambiente.
Il 4 gennaio 1993 mio padre tenne un discorso davanti a una folla nell’Ogoniland. Intorno a lui c’erano migliaia di persone: molte erano povere, con un’aspettativa di vita media di 54 anni e un livello d’istruzione relativamente basso – il profilo tipico del nigeriano medio a quei tempi – anche se vivevano in una terra tutt’altro che ordinaria.
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“Le Nazioni Unite riconoscono i diritti di tutte le popolazioni indigene del mondo. Le popolazioni indigene sono state ingannate con leggi come quelle oggi in vigore in Nigeria. Attraverso l’emarginazione politica queste leggi hanno spinto alcune persone alla morte. È successo in America e in Australia; ora si cerca di farlo in Nigeria, ma noi non vogliamo. Nel reclamare il denaro che ci è stato rubato, non voglio sia versato sangue né degli ogoni né degli stranieri che vivono tra noi. Esigeremo il rispetto dei nostri diritti in modo pacifico, senza violenza, e vinceremo”.
“Sì!”, rispose la folla all’unisono.
Mio padre, in piedi su un palco rialzato, teneva la pipa in una mano e alzava l’altro braccio per salutare; un sorriso determinato e ottimista gli illuminava il volto. Quell’immagine è stata immortalata in una foto che ha fatto il giro del mondo ed è appesa alle pareti di casa nostra.
In poco tempo il Mosop diventò una delle più riuscite campagne non violente contro una multinazionale. Rappresentava una minaccia esistenziale per il generale Sani Abacha, il capo della giunta militare; come tutti i precedenti governi nigeriani, anche questo faceva affidamento sul petrolio come principale fonte di valuta estera in un’economia che non era riuscita a diversificarsi.
Il regime cercò di eliminare mio padre sfruttando le divisioni emerse all’interno del Mosop nel 1993. Quando quattro dei suoi esponenti (capi ogoni, tra cui anche il cognato di mia madre) furono brutalmente uccisi da giovani in rivolta, le autorità arrestarono mio padre e otto suoi compagni. Per otto mesi non ricevettero un’incriminazione formale, ma alla fine il governo li accusò falsamente di tradimento e istigazione all’omicidio. Il 31 ottobre 1995, dopo un processo definito una farsa dagli osservatori internazionali, furono condannati a morte. Il 10 novembre i “nove ogoni” furono uccisi con l’impiccagione.
Il cadavere di mio padre fu gettato senza troppe cerimonie in una fossa comune insieme a quelli degli altri condannati. Per poter chiedere alle autorità di localizzare la fossa, le nostre famiglie dovettero attendere il 1999, l’anno del ritorno della democrazia in Nigeria. Le ossa di nostro padre furono trovate con l’aiuto di analisi forensi e nel 2005 ci furono restituite per poterle seppellire degnamente.
La morte di mio padre ebbe molte conseguenze. La sua esecuzione risvegliò altri gruppi etnici della regione, come gli ijaw, che si confrontavano con problemi ambientali simili e presero ispirazione per protestare in difesa dei loro diritti. Anche se la Nigeria era stata sospesa temporaneamente dal Common-wealth, l’industria petrolifera aveva continuato a operare e i governi nigeriani non avevano smesso di appropriarsi indebitamente dei profitti, sempre reprimendo con violenza le proteste.
Le ultime parole di mio padre furono: “Signore, prendi la mia anima, ma la lotta continua”. E aveva ragione. Tuttavia la sua morte segnò, per un certo periodo, la fine delle campagne pacifiche per i diritti ambientali e umani. Dopo aver assistito all’omicidio dei nove ogoni, altri gruppi del delta che avevano subìto la repressione delle forze governative arrivarono alla conclusione che le proteste pacifiche non davano risultati e che l’unico modo per costringere il governo ad ascoltarli era ricorrere alla violenza.
Per la legge delle conseguenze indesiderate, la lotta per i diritti umani, per l’ambiente e per l’inclusione s’inasprì, intrecciandosi con la politica, il denaro e il potere, e strada facendo provocò un’insurrezione violenta che ebbe effetti ancora più devastanti sull’ambiente.
Fiabe estive
Il delta del Niger. Non avrebbero potuto scegliere un posto più bello per creare una delle industrie più inquinanti. Il fiume Niger nasce nella Repubblica di Guinea. Inizialmente fa un arco verso nord, in Mali, poi piega a sud e attraversa prima il Niger e poi il nord della Nigeria. Alimentato dal suo grande affluente, il Benue, rallenta via via che raggiunge le pianure costiere del golfo di Guinea, e si allarga a ventaglio formando il delta più grande dell’Africa, più esteso perfino di quello del Nilo.
Il suo intrico di corsi d’acqua minori e il labirinto di insenature sono talmente verdi e ampi che la viaggiatrice britannica dell’ottocento Mary Kingsley osservò: “La grande regione paludosa del golfo del Biafra è la più vasta del mondo e, nella sua immensità e oscurità, è maestosa quanto l’Himalaya”.
Caldo, umido e rigoglioso, il delta ospita foreste d’acqua dolce, ecosistemi acquatici e giungle di pianura, in cui palme e alberi di iroko si riflettono in distese color smeraldo. Dalla collina su cui sorge Lumene, il villaggio di mia madre, si domina il fiume Imo, circondato dalle mangrovie. Sono solo una parte del terzo ecosistema di mangrovie più grande del mondo, che si espande su circa 36mila chilometri quadrati, riunendo il 5 per cento del totale di queste piante. Tra le loro radici, i pesci allevano i loro piccoli. Le paludi del delta pullulano di gamberi e granchi; i bambini si tuffano alla ricerca di lumache d’acqua, mentre le donne entrano con le reti a forma di cono per catturare gamberi di fiume e molluschi, che cuociamo nella zuppa prima di succhiarli dalle conchiglie.
Gli anziani del delta, come lo storico Joseph Alagoa, raccontano che negli anni cinquanta queste insenature erano popolate da grandi pitoni, potamoceri, tartarughe d’acqua salata, coccodrilli dal muso lungo e coccodrilli nani dell’Africa occidentale. Oggi ci sono ancora scimmie, tartarughe, scimpanzé e gorilla, ma meno di prima. L’ippopotamo pigmeo, che un tempo si pensava affiorasse periodicamente dagli acquitrini, è ormai considerato estinto.
Da bambina trascorrevo le vacanze estive nella nostra casa a Port Harcourt, e dopo il tramonto mio padre mi portava a fare un giro in giardino indicandomi i fiori della pianta detta “signora della notte”, che sbocciavano a pochi metri dall’albero di mango che aveva piantato lui stesso anni prima. Le lucciole ci danzavano intorno di notte, e grosse lucertole agama dalla testa rossa correvano sui muri.
Le nostre fiabe e la nostra cultura sono intessute di questa ecologia. Per dirla con le parole di mio padre, “per gli ogoni i fiumi e i torrenti non solo danno acqua per vivere, lavarsi, bere e così via; non solo danno pesce di cui nutrirsi: sono sacri e intimamente legati alla vita della comunità, dell’intera nazione ogoni”.
Nell’era precristiana quei posti avevano un significato religioso: tra gli alberi si annidavano i santuari dedicati agli dei e quelli che ospitavano gli spiriti degli antenati; gli animali erano totem. L’arrivo del cristianesimo aveva già distrutto parte di quei legami, ma la ferita più grave è arrivata con l’estrazione del petrolio e con gli incessanti sversamenti, che hanno devastato non solo l’habitat, ma anche la cultura che aveva ispirato.
Ci sono ancora aree naturali bellissime, ma sono ridotte a chiazze isolate. Passandoci vicino in auto se ne scorgono dei frammenti: ogni tanto c’è un albero di iroko che svetta sopra le fattorie, sempre più numerose; ci sono boschetti di bambù; mangrovie e stagni poco profondi che scintillano sulla sabbia dorata.
Qualche anno fa, ad Andoni, è stato avvistato un elefante: un evento così raro che ne hanno parlato i giornali. Per qualche miracolo questi animali continuano a esistere, anche se in numero notevolmente ridotto, e di tanto in tanto si materializzano come apparizioni.
Nel mio villaggio, Bane, non lontano dal memoriale dedicato a mio padre, mi sono imbattuta in un piccolo coccodrillo. Qualcuno lo aveva catturato nel torrente vicino e lo teneva in una vasca di metallo, presumibilmente per venderlo per la carne. Quell’immagine rappresentava uno sconfortante segno di degrado, ma era allo stesso tempo un segno di speranza per ciò che il delta del Niger può ancora diventare: un paradiso di biodiversità, paragonabile all’Amazzonia o alla Costarica, che nutre la sua popolazione e attira visitatori desiderosi di ammirare la natura in tutto il suo splendore.
Oggi, però, il paesaggio è l’ombra di ciò che era. Sversamenti di petrolio come quello del 2008 a Bodo, nell’Ogoniland (uno dei più gravi nella storia della Nigeria, che portò nei fiumi e nelle mangrovie una quantità di greggio stimata tra le 103mila e le 311mila tonnellate), hanno trasformato il paesaggio, un tempo verdeggiante, in un inferno monocromatico di piante morte e annerite, fiumi color inchiostro e alberi caduti, asfissiati. Le scene sono le stesse da settant’anni in tutta la regione.
Dove tutto ebbe inizio
Il delta copre circa il 12 per cento della superficie totale della Nigeria e ospita un quarto della popolazione. Lambisce nove stati federali: Abia, Akwa Ibom, Bayelsa, Cross River, Delta, Edo, Imo, Ondo e Rivers, da dove viene la mia famiglia. In questo territorio abita una decina di gruppi etnici che parlano cinquanta lingue, tra cui gli ogoni, gli ijaw (i più numerosi del delta), ma anche gli ilaje, gli ibibio, gli andoni, gli itsekiri e gli urhobo.
Il delta è un microcosmo dei problemi dell’umanità, con la sua popolazione in aumento, l’agricoltura in espansione, il degrado ambientale e il cambiamento climatico. Se non sono affrontati, questi problemi si ripercuoteranno su tutto il paese, con conseguenze di portata globale.
Tutto ebbe inizio nel 1956, quando nella Nigeria ancora sotto il dominio coloniale britannico fu scoperto il petrolio nella località di Oloibiri. L’ho visitata in anni recenti: è una piccola comunità di pescatori e agricoltori nello stato di Bayelsa, nella parte orientale del delta. Abbiamo parcheggiato l’auto sul ciglio della strada, di fronte alle mangrovie, dove un cartello arrugginito e malconcio diceva: “Pozzo di Oloibiri n. 1, perforato nel giugno 1956, profondità: 12.008 piedi”.
La Shell (che a quei tempi si chiamava Shell D’Arcy) aprì il primo giacimento petrolifero commerciale dell’Africa occidentale. Installò oleodotti in acciaio che arrivavano fino a una raffineria situata sull’isola di Bonny, vicino a Port Harcourt, la città dove sono nata. L’esportazione del greggio di Oloibiri cominciò nel 1958. Inizialmente il monopolio dei diritti di sfruttamento per il sud e l’ovest della Nigeria rimase alla Shell BP, società olandese-britannica, ma nel 1959 le autorità coloniali aprirono il settore alla concorrenza. Nel 1963 erano entrati in scena i colossi statunitensi Mobil Oil, Texaco, American Petroleum e Chevron, la francese Elf e l’italiana Agip.
Non era la prima volta che gli occidentali sbarcavano nel delta del Niger per estrarre risorse preziose a spese della popolazione locale. Nel quattrocento i portoghesi avevano raggiunto il delta e rapito persone per venderle come schiavi. Era stato l’inizio della tratta atlantica, un sistema in cui le navi europee trasportavano tessuti, armi e braccialetti di rame nella terra degli ijaw per scambiarli con persone da impiegare nelle piantagioni dei Caraibi e nel sud degli Stati Uniti, dopo averle portate dall’altra parte dell’A-tlantico. Le merci prodotte dagli schiavi – zucchero, tabacco, rum e melassa – erano poi rispedite in Europa, generando profitti per le banche britanniche e per i proprietari delle piantagioni di Georgia, Carolina, Virginia e Maryland.
Prima dell’avvio di questi scambi commerciali, il delta del Niger era formato da piccoli villaggi lungo i torrenti, governati da un amanyanabo (re) che veniva eletto. Tradizionalmente i villaggi ijaw scambiavano prodotti con gruppi dell’entroterra, come gli igbo e gli ibibio. Quei sistemi e quelle usanze furono stravolti dalla tratta degli schiavi: l’arrivo dei mercanti e dei prodotti europei trasformò villaggi costieri come Bonny, Okrika, Brass e Warri in importanti centri commerciali gestiti da intermediari ijaw. E poiché lì si preferiva commerciare con gli europei, gli scambi con l’entroterra cessarono.
Nell’ottocento il prodotto di esportazione più redditizio del delta del Niger non erano più gli schiavi, ma l’olio di palma, materia prima fondamentale per la rivoluzione industriale. Nel 1886, per conservare il monopolio delle esportazioni di vino e olio di palma dal delta e dall’entroterra, i britannici fondarono la Royal Niger Company, che diventò l’unico importatore di alcolici, tabacco, polvere da sparo e moschetti nel delta.
Per mantenere il suo vantaggio, la compagnia doveva tagliare fuori i potenti commercianti della costa nigeriana, che avevano fatto da intermediari tra i mercanti britannici e i produttori dell’entroterra. Ma questi resistettero alle pressioni, e così la corona britannica ricorse alla violenza spietata per proteggere i suoi interessi commerciali. Nana di Itsekiri era un commerciante che viveva sui fiumi Warri e Benin, nella parte occidentale del delta. Nel 1886, dopo che i britannici lo avevano imbrogliato sul prezzo dell’olio di palma, Nana li boicottò. Loro reagirono distruggendo la città, e nel 1894 lo catturarono e lo esiliarono nella Costa d’oro (l’attuale Ghana) per un decennio.
Dopo di che accamparono diritti su alcune regioni costiere e le dichiararono protettorati. L’Ogoniland diventò un protettorato nel 1914, dopo che la corona britannica soffocò l’opposizione del popolo ogoni.
Port Harcourt fu fondata nel 1913 e governata dai militari, dalla polizia e da tribunali che applicavano la legge coloniale per proteggere gli interessi commerciali britannici e i missionari. Alcune zone della città erano gestite da commissari indigeni, nominati dai britannici in base alla loro lealtà. Era un cambiamento radicale rispetto al sistema tradizionale, in cui i clan sceglievano gli anziani. Questo sistema, che favoriva determinati capi e assegnava progetti di sviluppo ad alcune comunità piuttosto che ad altre, presenta forti analogie con il meccanismo delle aziende petrolifere.
Un prodotto pregiato
Il greggio nigeriano è molto richiesto perché è leggero e “dolce”, grazie al ridotto contenuto di zolfo. Richiede una raffinazione minore e può essere spedito in 0ccidente più rapidamente di quello proveniente dal Golfo. Nel corso dei decenni la produzione ha raggiunto i due milioni di barili al giorno, facendo diventare la Nigeria il sesto produttore tra gli stati dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec). Per molti anni è stata tra i primi dieci al mondo, e nel 1980 era il secondo fornitore degli Stati Uniti.
Il petrolio rappresenta l’87 per cento delle entrate in valuta estera della Nigeria, la linfa vitale della sua economia. Negli anni settanta il prezzo ha raggiunto il massimo storico, e ha sostenuto l’espansione economica e il boom edilizio nel paese. Le esportazioni hanno finanziato la costruzione delle principali autostrade, della diga di Kainji, del teatro nazionale (ora Centro Wole Soyinka per la cultura e le arti creative) e dello stadio nazionale di Lagos, che era la capitale fino al 1991, quando è stata sostituita da Abuja, che prima era solo un insieme di villaggi. Nel 2024 la Nigeria era il quindicesimo produttore mondiale: il petrolio contribuiva al 5,5 per cento del suo pil e al 92 per cento delle sue esportazioni.
Queste statistiche infastidiscono la popolazione del delta del Niger, che si aspettava di beneficiare di più della ricchezza petrolifera. Questa fu inizialmente distribuita secondo il cosiddetto principio di derivazione, introdotto durante il dominio coloniale britannico. In base a questo sistema ogni stato nigeriano controllava le sue risorse e versava al governo federale circa il 50 per cento delle entrate.
Tutto cambiò nel 1969, con l’approvazione del Petroleum act. Stabiliva che le risorse petrolifere e le terre da cui erano estratte appartenevano al governo federale. In base alla nuova legge, gli abitanti dei villaggi potevano essere allontanati con la forza, e la loro terra suddivisa in blocchi e venduta alle aziende petrolifere. Le comunità ricevevano l’1,5 per cento delle entrate, una quota che secondo mio padre era troppo bassa.
Cinque anni dopo la sua uccisione, in risposta ai disordini politici, il governo aumentò la percentuale al 13 per cento per gli stati produttori di petrolio. Ma la gente non vuole solo più entrate: vuole il controllo sulla risorsa chiamata petrolio. E non c’è nessuna somma, per quanto cospicua, che possa compensare l’enorme prezzo pagato dai nigeriani per esportare il petrolio. Le migliaia di sversamenti che sono avvenuti nel corso dei decenni nel delta del Niger hanno costretto le comunità ad abbandonare le loro terre, l’agricoltura e la loro cultura. Come si legge nel rapporto finale del Niger delta environmental survey (uno studio indipendente cominciato negli anni novanta per valutare le conseguenze ambientali e sociali dell’estrazione di petrolio), “per gli agricoltori non avere più terreni coltivabili […] vuol dire non avere mezzi di sostentamento; agli sfollamenti si associano problemi psicologici e sociali come la perdita di abitazioni ancestrali, di un contesto paesaggistico familiare, di manufatti religiosi e di altri beni culturali”.
Quando ero bambina, negli anni ottanta, durante le vacanze estive andavamo in auto da Port Harcourt a Bane, il villaggio della mia famiglia. Lungo il percorso mio padre indicava con disgusto le grandi fiamme simili a torce olimpiche che si stagliavano all’orizzonte sopra gli ettari di palmeti attraversati dall’autostrada. Quelle enormi fiamme, alte fino a sette metri, si creano quando gli idrocarburi, che sono un sottoprodotto dell’estrazione petrolifera, vengono bruciati nell’atmosfera.
In teoria quel gas naturale si potrebbe esportare, o usare per il consumo interno, ma per farlo servirebbero infrastrutture costose, e quindi viene bruciato. Dopo quarant’anni quelle torce continuano a ruggire, soprattutto nello stato del Delta. Secondo il sito dell’Agenzia nazionale nigeriana per il rilevamento e la risposta agli sversamenti di petrolio (Nosdra), dalle torri di combustione nel delta nel 2023 sono state rilasciate nell’atmosfera 15 milioni di tonnellate di anidride carbonica, causando un inquinamento enorme e contribuendo al riscaldamento globale.
L’industria nigeriana del petrolio ha bruciato gas naturale per un valore di poco meno di un miliardo di dollari, o l’equivalente di più di mezzo miliardo di dollari in multe, molte delle quali non riscosse. Il gas bruciato equivale a circa 27.500 gigawattora di energia elettrica: come dire che si spreca l’elettricità consumata in un anno da 625 milioni di nigeriani (contro una popolazione effettiva di 237 milioni).
Incuranti dei pericoli
Tra gli abitanti del delta del Niger regna un misto d’ignoranza, indifferenza e rassegnazione nei confronti dei pericoli ambientali causati da questa industria, che passano in secondo piano rispetto alla lotta quotidiana per la sopravvivenza. Nel 2019 ho visitato numerose torri di combustionea Eruemukohwarien, vicino a Warri. A quel tempo le aziende petrolifere, consapevoli degli sguardi di disapprovazione del mondo, avevano posizionato le torri tra la vegetazione e orientato le fiamme in orizzontale per renderle meno visibili da lontano. Ma il rumore non si può nascondere: da vicino, la combustione produce un rombo incredibilmente forte, simile a quello del lancio di un razzo della Nasa. Gli abitanti di Eruemukohwarien ci sono abituati e usano le infrastrutture petrolifere con un ingenuo sprezzo per la salute e la sicurezza: stendono il bucato bagnato sulle condutture ed essiccano la tapioca davanti alle torce accese. Raggiungerle è facile perché non ci sono recinzioni intorno alle fiamme, ma solo un muro di sacchi di sabbia alto un metro e venti. Nelle vicinanze c’è un cartello che avverte di stare alla larga; è scritto in un inglese pieno di errori d’ortografia ed è tutto sbiadito per l’umidità dei tropici.
Alcuni abitanti del villaggio di Eruemukohwarien scavalcano i sacchi di sabbia per far essiccare la manioca, disposta su vassoi di bambù, a una vicinanza sconcertante dalla palla di fuoco di nove metri. Altri, soprattutto donne e bambini, siedono all’ombra degli alberi appena oltre il perimetro dei sacchi di sabbia e stendono altra manioca da essiccare. Sembrano abituati alla palla di fuoco da 1.000° C che gli ruggisce accanto. In piedi in mezzo ad altri sento la pelle che brucia e gli occhi che lacrimano dolorosamente. L’intensità del calore rende il mio telefono inutilizzabile per un’ora. Il governo non offre protezione agli abitanti del villaggio. Due giorni dopo aver visitato la torre di combustione ho ancora gli occhi che lacrimano e provo un leggero malessere.
La promessa mancata
La scoperta del petrolio nel delta del Niger, negli anni cinquanta, avrebbe dovuto inaugurare un’era di prosperità. Invece, decenni di regimi militari corrotti hanno favorito l’impunità delle compagnie petrolifere, che operavano senza curarsi degli standard di sicurezza e delle loro responsabilità, lasciandosi dietro un paesaggio avvelenato che ha dato poco alla popolazione locale.
Attivisti come Adaka Boro negli anni sessanta e Ken Saro-Wiwa negli anni novanta costrinsero il mondo a prendere coscienza dei controlli inesistenti sulle risorse della regione e sull’ingiustizia ambientale. Con rara efficacia, mio padre organizzò una protesta pacifica; lo stato rispose con la violenza. L’esercito, per proteggere l’economia petrolifera da cui la Nigeria era diventata dipendente, schiacciò il dissenso.
Il ritorno della democrazia nel 1999 non ha dato i frutti promessi. Il tenore di vita è rimasto lo stesso e la popolazione è stata esclusa dalla ricchezza petrolifera e da qualsiasi forma significativa di potere. La delusione e la sfiducia verso le autorità hanno fatto nascere gruppi armati che, per ottenere l’accesso alle risorse petrolifere, rapivano i lavoratori e danneggiavano gli impianti petroliferi.
I sabotaggi hanno aggravato la devastazione. Alle convinzioni ideologiche di alcuni militanti si è sommato, a volte, l’opportunismo finanziario, condiviso anche da alcuni politici e militari. Così la regione petrolifera è diventata uno spazio conteso, in cui le parti a tratti si combattevano, a tratti colludevano per approfittare del petrolio rubato.
Alle convinzioni ideologiche di alcuni militanti si è sommato, a volte, l’opportunismo finanziario di politici e militari
Per placare il delta, il governo federale ha comprato la pace: pagando per far ottenere amnistie ad alcuni ex comandanti di milizie, o appalti di servizi di sicurezza; esternalizzando la protezione degli oleodotti affidandola proprio a chi in passato li aveva attaccati. Ha militarizzato la soluzione emarginando le donne – da sempre mediatrici di pace, attive nella cura e custodia della terra –, la cui povertà a sua volta ha contribuito alla rabbia della generazione successiva di giovani. E così il cerchio si chiude.
Elargizioni di denaro e vigilanti sono bendaggi temporanei su una ferita cronica. Se le condizioni di fondo restano invariate, la ribellione rialzerà la testa. Per il momento, le armi tacciono. Le amnistie hanno dimostrato che il denaro riesce a riportare la quiete nelle città e ad attirare investimenti. Ultimamente, durante un soggiorno a Port Harcourt, mi sono seduta al caffè Marley and Blue a bere un cappuccino e a leggere notizie sulla maratona di Bonny Island, mentre un piano più sotto il traffico procedeva a passo d’uomo. La vita continua.
Ma questa è una normalità di tipo nuovo, con un orizzonte più basso. In alcune comunità è cresciuta una generazione di persone che non ricordano l’acqua o l’aria incontaminate, e che per mancanza d’istruzione hanno pochi motivi per rimpiangerle. Nel 2019, nel villaggio di Goi, abbandonato in seguito allo sversamento di petrolio del 2008 a Bodo, ho osservato un gruppo di adolescenti che sguazzavano in un lago, ignorando il cartello arrugginito con scritto: “Divieto! Area contaminata… Si prega di non avvicinarsi”. La superficie dell’acqua era coperta da una patina iridescente di petrolio. Era l’unico lago che quei ragazzi avessero mai visto.
Avrei voluto mostrargli il Finima nature park a Bonny Island, dove sono stati preservati mille ettari del vecchio, magnifico delta del Niger. Alberi altissimi svettano sopra una foresta piena di felci, che ospita il pappagallo grigio africano e altre specie di uccelli. Ho fatto un giro in barca nel laghetto dalla superficie scintillante tra le ninfee, dove uccelli colorati svolazzavano tra gli alberi. Al centro del parco naturale, a ricordare la ricchezza dell’oceano poco distante, è esposto lo scheletro di una balena che si è arenata sulla riva nel 2014. Qui la vita, quando le è concesso, pullula in tutta la sua gloriosa diversità.
Scampoli del passato
Sempre durante il mio viaggio del 2019 ho intravisto un altro scampolo del passato più a nord, sul fiume Imo. L’autista aveva sterzato deviando dalla strada e aveva imboccato un pendio dirigendosi verso la riva del fiume, dove un gruppo di donne e bambini stava lavando i panni. Per una tariffa concordata, un barcaiolo ci aveva accompagnato, a bordo di una canoa spinta con una pertica, lungo acque di un magnifico colore verdazzurro, circondate da vegetazione e alberi tra cui saltavano, frusciando, le scimmie colobo. Il nostro timoniere, che faceva anche il pescatore, ci aveva detto che catturava le carpe e a volte il tarpone, un pesce gigantesco che può superare i due metri e che quando è preso all’amo può trascinare una canoa. Poco dopo un jacana dal caratteristico piumaggio arancio bruciato e dalle ali con le punte blu è sceso in picchiata sull’acqua.
Un tempo le insenature del profondo sud della Nigeria erano così: serene, piene di pesci e risonanti del canto degli uccelli. Con la giusta guida è possibile riportarle a quello stato.
Rimane però un interrogativo: che succede quando un movimento fondato sulla pace innesca una catena di eventi che porta una regione a parlare solo il linguaggio della violenza? Nel delta del Niger la risposta non è uno slogan né un piano. Dipende da noi, a condizione che scegliamo giorno dopo giorno di lasciare che i fiumi parlino una lingua diversa: quella della vita che ritorna. ◆ ma
Noo Saro-Wiwa è una scrittrice nigeriana. In Italia ha pubblicato In cerca di Transwonderland (66thand2nd 2015). L’articolo di queste pagine è un estratto del libro The burning ground (Columbia Global Reports 2026).
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Questo articolo è uscito sul numero 1676 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati