È la primavera del 2016 e sono a una quindicina di chilometri a sud di Damascus, in Virginia, dove si è appena conclusa la festa annuale del sentiero degli Appalachi, chiamata Trail days. Ieri notte la temperatura è scesa sotto zero. Stamattina gli escursionisti che hanno dormito sulle amache e hanno rinunciato troppo presto alle coperte pesanti gemevano bevendo il loro caffè. Qualche piccolo falò spara fumo verso il sole mentre centinaia di tende vengono smontate. Nelle prossime ventiquattr’ore molti dei presenti prepareranno di nuovo gli zaini e partiranno per la tratta di 890 chilometri verso nord che attraversa la Virginia.

Ho approfittato della pausa dei Trail days per affidare la maggior parte delle mie cose agli amici e per completare una piccola parte del sentiero che mi mancava, lungo il confine tra Tennessee e Virginia. Mentre procedo, un escursionista che viaggia nella direzione opposta mi ferma per fare due chiacchiere. È affabile e curioso. Mi fa la domanda che molti mi hanno già fatto: “Da dove vieni?”. “Da Miami”, rispondo.

Si mette a ridere. “No, sul serio. Intendo da dove vieni veramente”. Accenna ai tratti del mio viso, al naso sottile, e poi divaga. Gli dico che la mia famiglia viene dall’Eritrea, un paese del Corno d’Africa, vicino all’Etiopia. Sembra sollevato.

“Lo sapevo”, dice. “Non sei nera”.

Certo che lo sono. “Nessuno è più nero di me”, dico sforzandomi di scherzare.

È solo quando sto per lasciare la cittadina che la vedo: una saponetta che fa diventare nera la faccia di un bianco. Un regalo ironico

“No”, dice lui. “Sei africana, non nera-nera. I neri non camminano nei boschi”.

Sono stanca di parlare con quest’uomo. Mi augura buona fortuna e riparte. So che era in buona fede, non parlava con malizia. Per lui non c’è niente di strano nella nostra conversazione. Mi ha incasellato e il mondo è tornato ad avere un senso. Non sono nera-nera. Percorro i chilometri che mi rimangono per tornare alla mia tenda e ci rimango per ore.

Se un escursionista procedesse verso nord dal monte Springer, in Georgia, dovrebbe camminare per più di mille chilometri per raggiungere la prima contea che alle presidenziali del 2016 non ha votato per Donald Trump. Volete sapere la percentuale media dei voti presi da Trump – uno xenofobo sostenuto da David Duke, ex gran maestro del Ku klux klan – tra le persone che vivono lungo quel percorso? Il 76 per cento.

Circa cinquanta chilometri più avanti si arriva a un alberghetto sul quale sventola orgogliosamente la bandiera dell’esercito confederato durante la guerra civile. Poi si raggiunge il campo di Lewis mountain, nello Shenandoah national park, creato in Virginia nel 1935, quando erano in vigore le leggi sulla segregazione razziale, e lì si possono leggere i cartelli che raccontano di quando quel posto si chiamava Lewis mountain negro area. Quando l’ho attraversato, il campo brulicava di camper con la bandiera confederata, e l’ho vista spuntare fino al monte Katahdin, la tappa finale del sentiero, nel nord del Maine, sentendo le radici dell’odio che la lega alla terra su cui camminavo.

Un pomeriggio arrivo a Gatlinburg, nel Tennessee, un po’ più tardi rispetto alla tabella di marcia. Sono una delle tante persone sulla trentina appena uscite da un rapporto di coppia che hanno lasciato il lavoro, affidato i loro animali domestici agli amici e preso un volo per la Georgia. A questo punto ho già percorso trecento chilometri del mio faticoso viaggio sul sentiero inzuppato di pioggia. Mi fa male tutto. Nei campi sono spuntati i fiordalisi e mi sono presa una pausa in città per fare rifornimento prima della tratta più impegnativa, le Great smoky mountains o Smokies.

Cento anni di fuga

È solo quando sto per lasciare la cittadina che la vedo: una saponetta che fa diventare nera la faccia di un bianco, sempre se riesci a convincerlo a usarla. Un regalo ironico. Sono in un negozio di fronte al Nantahala outdoor center, un parco per le attività all’aperto. La saponetta è in un cesto di prodotti in offerta vicino alla cassa. Ero entrata per comprare una bottiglia di latte e cacao e invece mi è tornata in mente una frase di Citizen, il libro di Claudia Rankine: “Il passato è una condanna a morte, un’arma spuntata che mira al domani”.

Tra un quarto d’ora devo prendere la navetta per tornare al Newfound gap, un valico lungo il sentiero. Armeggio per scattare una foto della donna bianca disegnata sulla confezione. Sta in piedi davanti al lavandino del bagno e non riesce a crederci. Com’è possibile? Ha il viso e le mani nere. Continua a sfregarli senza ottenere nessun risultato.

Damascus, Virginia (James Adam Taylor)

Esco. Sento il suono dei clacson. Sono a un incrocio e sto cercando di tornare al mondo reale. La navetta arriva e ci riporta all’inizio del sentiero. Sale su per la montagna. È una giornata limpida. La gente ride, sembra ringiovanita. “Ti sei divertita in città?”, mi chiede un amico conosciuto in viaggio. “Questo cielo limpido è irreale”, dice un altro con il naso schiacciato sul finestrino. Pensa di aver visto un orso. Il sole ha messo tutti di buonumore. Scendo dalla navetta, ma non vedo quasi nulla.

Due giorni dopo ricevo dei messaggi sul telefono. È morto Prince. Mi si appanna la vista, mi siedo sul primo masso che trovo e non mi muovo per un po’. Quelli che mi passano accanto mi chiedono se sto male. “Mi dispiace dovervelo comunicare”, rispondo senza rendermi conto di quello che dico. “Prince è morto”. Nessuno sa di cosa sto parlando. Vedrò varie versioni dello stesso sguardo vuoto per il resto della giornata. “Il principe di Galles?”, mi chiede uno.

Sta facendo buio. Devo arrivare al prossimo rifugio. Quel pomeriggio è stato istruttivo: il sentiero non è un posto dove un nero può condividere il suo dolore. Quando esce Lemonade di Beyoncé, un album che è un messaggio potente alle donne nere, decido che non posso ascoltarlo qui. Sono già abbastanza sola così. Lo tengo per me, e proseguo verso nord. Racconto la verità solo agli alberi: certi giorni ho la sensazione che sto per crollare.

Il monte Roan, in Tennessee (David Muench, Muench Photography Inc.)

Il National park service ha festeggiato il suo centenario nel 2016. In una brochure si vede un uomo bianco coraggiosamente, e precariamente, in piedi su una roccia delle Rocky mountains che guarda una grande faccia di pietra. Ha uno zaino sulle spalle. È pronto ad affrontare un’impresa impossibile. Un poster proclama: “Cento anni di fuga da tutto”. Sottinteso: per qualcuno.

Nel 2000 la rivista Backpacker ha pubblicato un’intervista a Robert Taylor, un’escursionista afroamericano. A un certo punto il giornalista gli chiede quali siano state le situazioni più difficili che ha dovuto affrontare sul sentiero degli Appalachi. “Ho avuto problemi soprattutto con le persone”, risponde Taylor. “La gente mi lanciava insulti razzisti e minacce nelle città di quasi tutti gli stati che ho attraversato. Mi dicevano ‘non ci piaci’ e ‘sei un negro’. Una volta, quando mi sono fermato all’ufficio postale per vedere se c’era qualcosa per me, l’impiegato mi ha detto: ‘Fuori di qui, ragazzo. Non abbiamo posta per te’”.

Il battito

Sarebbero passati mesi prima che mi rendessi conto che nel 2016 quasi tutti quelli che percorrevano il sentiero non erano consapevoli del fatto che c’è una netta differenza tra l’esperienza che un nero vive lungo il cammino (positiva) e quella che vive nei centri abitati (negativa). Mentre i compagni di viaggio e gli angeli del sentiero (le persone che aiutano gli escursionisti lungo il percorso) sono tra le persone più gentili e generose che abbia mai conosciuto, gli abitanti delle cittadine che attraverso non sanno cosa pensare delle persone come me. Dicono che non se ne vedono molte dalle loro parti e lasciano in sospeso la conclusione della frase.

Lungo il sentiero la regola è che non si parla di politica. Ma il fatto è che in mezzo alla natura non puoi parlare di diversità senza parlare di politica, perché la politica è il motivo per cui la natura è come ci appare. Da quando negli Stati Uniti è stato creato il sistema dei parchi, l’accesso è stato condizionato dal colore della pelle, per via delle leggi Jim Crow sulla segregazione razziale e delle campagne attuate per allontanare i nativi americani dalle loro terre. Dalle montagne alle spiagge, i luoghi ricreativi erano spesso riservati ai bianchi. E le conseguenze per chi disobbediva potevano essere gravi.

Il parco nazionale di Shenandoah, in Virginia (David Muench, Muench Photography Inc.)

“Per me la paura è come il battito del cuore, è sempre presente, ma al tempo stesso impercettibile e difficile da definire”, scrive Evelyn C. White nel saggio del 1999 Black women and the wilderness. White spiega perché era terrorizzata all’idea di fare un’escursione a piedi nell’Oregon con degli amici. Per lei la natura non è un simbolo di libertà, ma una porta sul passato che scatena la paura. Non riesce a sopportare tutta quella storia di sofferenza. Quella paura scatena una paralisi simile in tutto il paese. È come se dicesse a chi appartiene a una minoranza: se sei qui, qualcuno potrebbe cogliere l’occasione per ucciderti. White non è spaventata dalla natura in sé. Le zampe degli orsi hanno ferito meno neri delle mani degli uomini. Non vuole essere l’unica ad avere il suo aspetto in un posto con una storia così.

La prospettiva è tutto

Nell’ostello Kinkora hiking di Bob Peoples a Hampton, nel Tennessee, ci sono undici gatti. Quando chiedo a Bob come fa a controllarli tutti, risponde: “Sono loro a controllare me”. Parliamo dei posti dove è stato a fare escursioni e delle persone che ha conosciuto. “I tedeschi sono i migliori escursionisti”, dice. “Se ci fosse un sentiero per l’inferno, ci incontreresti i tedeschi”. Nei prossimi giorni c’è il 100 per cento di possibilità di precipitazioni. Quando pioviggina, la pioggia mi fa suonare come uno strumento, produce note diverse sul cappello, la giacca e lo zaino. Tra i tanti motivi che ci sono per fare una pausa, questo è il mio preferito. L’odore e i suoni della foresta bagnata sono un regalo per i sensi, un momento per riflettere.

Il primo adesivo che vedo su un paraurti a Hot Springs, in North Carolina, afferma che aprile è il “mese della storia della confederazione”. Una settimana dopo mi fermo in un ostello nei pressi del monte Roan, in Tennessee, vicino a una casa sulla quale sventola la bandiera dei confederati. I miei compagni che hanno chiesto un passaggio per andare in città mi dicono che tutti gli automobilisti che si sono fermati erano bianchi ubriachi. Sta attenta, mi avver­tono.

Damascus, Virginia (James Adam Taylor)

Avevo pensato di andare anch’io in città, ma poi ho cambiato idea. Fa freddissimo. Due giorni fa mi sono svegliata sul monte Roan tra alberi di mele selvatiche congelate. Oggi porto lo scaldacollo come una bandana sotto il cappello di lana. La mattina dopo, mentre percorro da sola il mezzo chilometro che mi separa dall’inizio del sentiero, guardo la bandiera del vicino e mi chiedo se qualcuno penserà che sono musulmana, se mi sto mettendo in pericolo. Tiro giù la bandana sul collo e penso che sto diventando paranoica. Sei mesi dopo il San Francisco Chronicle avrebbe pubblicato un articolo su una donna nera che stava camminando a Fremont, in California, con uno scaldacollo in testa, e che una volta tornata alla macchina aveva trovato il lunotto posteriore rotto e un biglietto che diceva: “Puttana con l’hijab, questo è il nostro paese, vaffanculo”. Non era musulmana, ma non è questo il punto. Il punto è la facilità con cui nei boschi una persona diventa “l’altro”.

Due settimane dopo, ai Trail days, c’è una parata per celebrare i viaggiatori di ieri e di oggi. Mentre passa, un nero che si fa chiamare Exterminator punta una pistola ad acqua contro una folla di bianchi. Spara ai loro bambini bianchi. Quelli ridono e rispondono con le loro pistole ad acqua. La storia va avanti così per una trentina di metri. Mi fermo per arginare l’ansia che sta montando. Non gli succederà niente, mi dico. Questa è una delle poche occasioni in America dove non temo per la vita di un nero che mostra una pistola giocattolo in pubblico.

A dicembre del 2016, appena un mese dopo le elezioni, il Southern poverty law center ha registrato più di mille crimini d’odio e incidenti causati da pregiudizi razziali. Il 16 novembre 2016 l’Appalachian trail conservancy (Atc) ha postato sulla sua pagina Facebook la notizia di scritte razziste lungo il sentiero. Erano sulla tratta che attraversa la Pennsylvania. L’Atc invitava chiunque vedesse “scritte offensive o atti di vandalismo” lungo il sentiero a denunciarle via email.

A partire dal 1936, dopo le violenze scatenate dalle leggi Jim Crow, uscì una pubblicazione chiamata The negro motorist green book, una guida pensata per aiutare gli automobilisti neri ad andare da un posto all’altro senza correre rischi. Diceva in quali stazioni potevano fare il pieno, in quali ristoranti mangiare e dove potevano passare la notte senza avere paura. La guida è stata stampata per trent’anni. Solo cinquant’anni fa le famiglie nere avevano ancora bisogno di una guida per attraversare l’America senza rischiare la vita.

Non c’è nulla che somigli al Green book per chi viaggia nei boschi del paese. Come potrebbe esistere? Basta uscire di casa e sperare che tutto vada bene. Una delle prime domande che vengono rivolte a molte donne che percorrono da sole il sentiero degli Appalachi è se hanno una pistola. Alcune la trovano assurda. Ma un nero con cui ho parlato portava sempre con sé un machete. “Non si può mai sapere”, mi ha detto.

Essendo nera e queer, sono l’ultima persona che la gente si aspetta di vedere su un sentiero di montagna. Ma ho sempre avuto un rapporto di simbiosi con la natura. Dalla mia casa nella Florida meridionale si vedeva la palude, le isole Keys e le terre bonificate in mezzo. Con mio padre le ho esplorate tutte, salutando con la mano gli aironi e le gallinelle d’acqua e pagaiando tra le radici contorte delle mangrovie. Questo succedeva prima che i pitoni birmani invadessero le paludi della Florida, quando il fruscio della tettoia di foglie della nostra canoa faceva ancora scappare i mammiferi. Quando ero piccola andavo sempre a passeggio con mia nonna a Miami, dove lei mi parlava del tuum nifas. Era un vento delizioso, un vento che nutriva. Queste esperienze hanno influito sul modo in cui ho sempre visto il mondo naturale. E lo vedo ancora così. Gli elementi, penso, potrebbero sfamarmi. Da allora non è cambiato molto. Oggi le rocce mi graffiano i polpacci. Cado a terra con la bocca piena di polvere. Mi alzo e riparto.

Ogni giorno mangio le montagne, e le montagne mangiano me. “Meno peso da portare”, dico agli altri: questa pelle, l’America, il peso del passato. I miei compagni di viaggio sono preoccupati e poco convinti. Hai ancora un peso, mi dicono. Non si sbagliano. Da giorni cammino a fatica. Ci sono cose che all’inizio di questo viaggio sopportavo bene e che ora mi distruggono. Stiamo tutti attraversando luoghi sconosciuti, doloranti, nervosi, lottando con il freddo e la pioggia, cercando di non crollare. Ma alcuni di noi si guardano anche intorno. Una volta arrivata nel Maryland ho l’impressione di aver fatto un viaggio di 3.500 chilometri attraverso la terra di Trump. A luglio leggo i nomi di altri neri uccisi dalla polizia: Philando Castile, Alton Sterling. Non avrei mai immaginato che una costante del mio viaggio sarebbero stati i tanti messaggi dei miei amici che mi chiedevano, anzi mi imploravano, di non tornare a casa.

Da piccola andavo a passeggio con mia nonna a Miami. Mi parlava del tuum nifas. Era un vento delizioso, un vento che nutriva

Pubblicità per bianchi

Questo succedeva allora. Ora che sono tornata a Oakland, in California, mi fanno male le ginocchia. Fatico a salire le scale. Mi chiedo se non ho preso la malattia di Lyme a causa del morso di una zecca. Il peso che avevo perso è tornato. Le mie braccia, diventate nerissime nelle settimane passate sotto il sole estivo, sono tornate a essere marrone scuro. I lividi sulla clavicola lasciati dallo zaino sono scomparsi. Le mie gambe non sanguinano più. Non sento più pulsare i piedi. Sono tornata di nuovo morbida e senza cicatrici e combatto con la mia ansia ogni giorno per avere qualche ora di pace. Non potevo scegliere un momento peggiore. Le notizie non mi danno tregua. I fatti non significano nulla. La verità è che di questi tempi non so come muovermi nel mondo. Mi sembra che tutto debba essere salvato. E faccio fatica a tenere il passo.

Di chi è la natura? Dipende dalla persona a cui lo chiedete. Nel 2013 è stata fondata l’organizzazione religiosa Trail life Usa, in risposta alla decisione dei Boy scouts of America di permettere l’iscrizione di ragazzi e ragazze apertamente omosessuali. Trail life Usa ha spiegato le sue regole con un comunicato ufficiale: il gruppo “non ammetterà giovani che dichiarano apertamente la propria omosessualità, e non ammetterà ragazzi che non siano ‘biologicamente maschi’ o che vogliano vestirsi e comportarsi come ragazze”.

Circa due anni dopo i giornali hanno cominciato a parlare dei Radical monarchs, un’organizzazione per le bambine nere tra gli 8 e i 12 anni. Gli articoli avevano titoli come “I radicali di colore gridano ‘le vite dei neri contano’ e si rifiutano di vendere i biscotti delle scout”, ed erano la prova dell’aspetto provocatorio che può assumere l’attivismo giovanile. Organizzazioni come Trail life Usa e Radical monarchs dimostrano due approcci estremi alla vita all’aria aperta. I conservatori maschi cristiani usano la religione come strumento per escludere altre persone. Per i neri, invece, la natura selvaggia è ovunque. Non hanno bisogno di montagne. La natura selvaggia ce l’hanno davanti alla porta di casa e sapersi orientare significa saper aggirare l’ansia dei bianchi nei loro confronti. Scalano le montagne per portare il cambiamento. E non è detto che i loro sforzi siano sufficienti.

Per i neri la capacità di muoversi all’aperto è sempre stata una questione di sopravvivenza, finché non è diventata una forma di esclusione

“Le persone che percorrono il sentiero in genere sono brava gente, ma le pubblicità non si rivolgono a noi”, dice Bryan Winckler, un nero che sul sentiero si faceva chiamare Boomer. “Nelle pubblicità dei prodotti legati alle attività all’aria aperta gli attori sono sempre bianchi. Forse le persone s’interessano di più se vedono qualcuno simile a loro. Noi non ci siamo mai, perciò un nero pensa: ‘La montagna non è per me’”.

La forza dei capelli

Brittany Leavitt, una guida di Outdoor afro di Washington, un’associazione che promuove le attività nella natura tra i neri, la pensa allo stesso modo. “I mezzi d’informazione non ne parlano mai”, mi ha detto di recente. “E non è pubblicizzata neanche nei negozi specializzati. Quando guido un gruppo, racconto sempre quello che è successo in una zona. La natura ha sempre fatto parte della storia dei neri”.

Ha ragione. Per i neri la capacità di muoversi all’aperto è sempre stata una questione di sopravvivenza, fino a quando non è diventata una forma di esclusione. Non si dice quasi mai che l’attivista nera Harriet Tubman fu una delle più importanti naturaliste della storia americana, anche se attraversò chilometri di montagne come ho fatto io quest’anno.

“Come possiamo usare la vita all’aria aperta per aiutare le persone a sentirsi a proprio agio nel mondo?”, chiede Krystal Williams, una nera che ha percorso il sentiero nel 2011. I cambiamenti stanno avvenendo lentamente, soprattutto grazie a personaggi noti che attirano l’attenzione sul problema. Barack Obama ha riconosciuto più parchi nazionali di qualsiasi altro presidente prima di lui. Oprah Winfrey ha battezzato il 2017 l’anno dell’avventura. “Le cose che amo di più al mondo sono gli alberi”, ha detto Winfrey al ranger Shelton Johnson, un paladino nella difesa dei parchi nazionali, quando l’ha incontrato a Yosemite nel 2010. Una foto recente la mostra al Grand canyon con un grosso zaino sulle spalle. “Camminare non richiede nessuna abilità particolare, solo due piedi e un paio di scarpe robuste”, ha detto. “Il passo lo decidi tu. Il sentiero puoi sceglierlo. Il tuo ritmo entra in sintonia con la strada, e quel ritmo diventa il tuo canto”.

A metà della discesa verso Daleville, in Virginia, sono rimasta stesa a terra a guardare gli alberi che formavano un arco sulla mia testa. Avevo fatto un capitombolo ed ero un po’ stordita. La caviglia destra mi faceva molto male, anche se i bastoncini da trekking mi avevano salvato da una slogatura vera e propria. Non era un tratto di sentiero particolarmente difficile, un po’ di sterrato, qualche sasso e molti tornanti. Mi sentivo tradita e mi vergognavo. La mia fiducia in me stessa stava scomparendo: se non riuscivo a camminare su un terreno come quello, come avrei fatto ad affrontare le faticose salite tra le rocce che mi aspettavano a nord? Lì una caduta poteva essere fatale. Mi ero sentita in imbarazzo, ma era la prima volta che avevo avuto bisogno di perdonarmi per una cosa che non ero in grado di controllare.

A quel punto ogni centimetro di me era condizionato da una scelta precisa. Prima di arrivare al monte Katahdin – che ho raggiunto il 1 ottobre dopo sei mesi di cammino – avevo tagliato piangendo i miei lunghi capelli, tanto politicizzati in America che mia nonna mi aveva sempre detto di conservarli come un tesoro. I miei capelli afro non c’erano più. La mia pelle era diventata grigiastra e avevo le labbra spaccate. Indossavo la mia bandana con il disegno del traliccio come una preghiera elettrica. Il sentiero degli Appalachi era la conversazione più lunga che avessi mai avuto con il mio corpo, sia sul mio rapporto con lui sia sul suo rapporto con il mondo.

Uno dei libri più famosi che avevo letto per prepararmi al viaggio invitava i lettori a stilare una breve lista dei motivi per cui volevano percorrere il sentiero. L’autore consigliava di cercare di capire bene quei motivi prima di cominciare, di trovare qualcosa di più profondo di un semplice “amo la natura”. Quando ero sul sentiero e avevo la sensazione di non farcela, quando l’enormità dell’impresa minacciava di inghiottirmi, tiravo fuori spesso quel foglio. A ripensarci oggi, è una lista di speranze non realizzate. Una delle frasi che avevo scritto era: “In un gruppo ho sempre rappresentato la presenza di una minoranza. Non ho mai scelto di esserne alla guida”. Un’altra era: “Sarà la prima volta che scoprirò non se posso farcela ma chi sto diventando”. L’ultima riga era una dichiarazione: “Voglio essere un modello per le donne nere che amano la natura, compresa me stessa”.

C’erano giorni in cui l’unica cosa che mi faceva andare avanti era sapere che ogni passo era un progresso, un calcio sulla faccia di granito della supremazia bianca. Questo posto è anche mio, dicevo al sentiero. E mi ha ricompensato in un modo che durerà nel tempo. Il peso che portavo come donna nera non era nulla in confronto alla gioia che provavo ogni giorno tra i miei simili nella natura. Ha trasformato il mio cuore in quello che sarà per il resto della mia vita.

Uno dei sentimenti più comuni tra chi ha percorso il sentiero è che restituisce la fiducia nell’umanità. Non esagero se dico che le amicizie che ho fatto – e le esperienze vissute con perfetti sconosciuti che, a volte, mi avrebbero regalato anche la camicia – mi hanno salvato la vita. Devo molto alla comunità degli escursionisti, che mi ha accolto a braccia aperte, mi ha dimostrato quello che potevo essere e mi ha aiutato nei momenti di insicurezza. Mi ha insegnato che non c’è niente di impossibile: ci sono solo buone idee di straordinaria grandezza. ◆ bt

Rahawa Haile

è una scrittrice statunitense di origine eritrea. Vive a Oakland.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1267 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero | Abbonati