Nel golfo Persico il calcio si è diffuso negli anni settanta e ha contribuito a formare l’identità della regione. Nel decennio precedente si era affermato il panarabismo, che promuoveva l’unità dei popoli di lingua e civiltà araba: negli ambienti commerciali e tra i lavoratori egiziani, palestinesi e yemeniti nei paesi del Golfo si erano diffuse posizioni ostili al Regno Unito e alle case reali protette da Londra. In un periodo in cui i colpi di stato in Medio Oriente erano frequenti, le case reali dovevano trovare un modo per consolidare il potere, visto anche che la potenza che li proteggeva cominciava a ritirarsi dalla regione. Per affrontare l’opposizione e allontanare le idee panarabe, le monarchie, con l’aiuto dei britannici, decisero di creare dei riferimenti identitari per le loro eterogenee società.
A partire dal 1967 Khalid bin Faysal al Saud, all’epoca direttore del dipartimento per la tutela della gioventù al ministero saudita del lavoro e degli affari sociali, aveva avviato delle discussioni con il presidente della Federazione internazionale di calcio (Fifa), il britannico Stanley Rous. Il suo obiettivo era rafforzare l’identità della regione creando un torneo in grado di coinvolgere i giovani che riunisse tutti i principati arabi del Golfo. Dal 1968 era entrato a far parte del progetto anche Mohamed bin Khalifa al Khalifa, inviato dell’emiro del Bahrein a Riyadh. L’anno successivo i rappresentanti delle famiglie reali dell’Arabia Saudita, del Bahrein, del Kuwait e del Qatar trovarono un accordo per partecipare alla prima Coppa del golfo Persico a Manama.
Fuori l’Iraq dentro lo Yemen
Così lo stadio diventò lo spazio dove si formavano le identità legate alle varie famiglie regnanti e la diffusione della tv rese le partite sempre più popolari. Con l’arrivo al potere del sultano Qabus in Oman nel 1970 e con la formazione degli Emirati Arabi Uniti nel 1971, la notorietà del torneo aumentò ulteriormente. Nel 1976 partecipò al campionato anche l’Iraq, con l’obiettivo di affermare la sua influenza nella regione.
Ma presto emersero i dissensi, prima sul campo da gioco, poi in politica. Al centro della prima discordia ci fu il nazionalismo. Nell’edizione del 1976 il Qatar incluse nella sua squadra alcuni giocatori egiziani e libanesi, irritando gli altri paesi, che minacciarono di ritirarsi dal torneo.
Il secondo contrasto nacque in occasione della Coppa del Golfo organizzata dal Kuwait nel 1990, quando ormai l’identità nazionale aveva preso il sopravvento sull’unità regionale. L’Arabia Saudita decise di ritirarsi prima dell’inizio della competizione per protesta contro il simbolo della manifestazione: due purosangue arabi della battaglia di Al Jahra, che nel 1920 aveva contrapposto il Kuwait sostenuto dal Regno Unito ai combattenti vicini a Riyadh. Dopo la fine della guerra tra l’Iran e l’Iraq, anche Saddam Hussein si era mostrato sempre più aggressivo verso il Kuwait, e la nazionale irachena disputò il torneo in un contesto molto teso. La situazione degenerò dopo una partita con gli Emirati Arabi Uniti: il presidente iracheno gridò al complotto, sostenendo che dietro un rigore concesso alla squadra avversaria ci fosse la mano del Kuwait, e ritirò la nazionale.
Nel 2004, dopo la parziale apertura degli stati del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) nei confronti dello Yemen, la nazionale yemenita fu ammessa al torneo. Grazie alla sua storia, lo Yemen è considerato un paese che contribuisce all’identità araba del Golfo. Gli Al Nahyan, la famiglia regnante di Abu Dhabi, fanno spesso riferimento al passato yemenita della tribù da cui discendono, i banu yas. Questa vicinanza si spiega anche con la presenza di una forte diaspora yemenita negli Emirati.
Ma nel 2010, mentre lo Yemen stava organizzando la sua prima Coppa del Golfo, nei governi della regione si risvegliarono i timori legati alla sicurezza. In un contesto di pesanti minacce terroristiche, diversi paesi esitavano a inviare le loro squadre nel sud dello Yemen. Di conseguenza aumentarono le tensioni tra l’allora presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, che voleva rinnovare l’immagine del paese, e i suoi vicini. Dopo mesi di negoziati, le nazioni del Golfo decisero di partecipare al torneo. Ma l’episodio mostrava la fragilità dell’apertura nei confronti dello Yemen.
Nonostante le divergenze e l’esclusione dell’Iraq dal torneo tra il 1990 e il 2004, il calcio ha continuato a essere uno strumento per creare un senso di unità tra i paesi del Golfo. A partire dagli anni novanta le canzoni e i video hanno contribuito a diffondere questa identità, come ricorda il ritornello della canzone “Terra felice”: “I popoli del Golfo hanno una sola patria”. Dall’inizio del torneo le tensioni maggiori sono state causate dall’Iraq, uno stato ai margini dell’integrazione politica della regione.
Ma la crisi scoppiata nel giugno del 2017 tra i paesi del Golfo ha cambiato radicalmente la situazione. Gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e il Bahrein hanno accusato il Qatar di sostenere il terrorismo, hanno rotto le relazioni diplomatiche e hanno imposto un embargo al paese. Quali saranno le ripercussioni sul calcio regionale?
Terreno neutrale
Il Qatar avrebbe dovuto ospitare la 23a Coppa del Golfo alla fine di dicembre del 2017, ma le misure politiche prese nei suoi confronti dagli altri paesi ne hanno ostacolato l’organizzazione. A novembre il presidente della federazione di calcio del Qatar, lo sceicco Hamad bin Khalifa al Thani, ha cercato di trovare una soluzione. Ma all’inizio di dicembre le federazioni calcistiche degli Emirati Arabi Uniti, dell’Arabia Saudita e del Bahrein hanno annunciato che, se la competizione si fosse svolta in Qatar, avrebbero ritirato le loro squadre. Di fronte a questa pressione Hamad bin Khalifa al Thani ha spostato il torneo sul terreno neutrale del Kuwait, mediatore nella crisi politica.
Sul campo, nelle tribune e sui social network questa edizione ha assunto un carattere politico, con due momenti particolarmente tesi. Il primo è stato quando il Qatar e il Bahrein hanno disputato la qualificazione per le semifinali. I giocatori del Qatar si sono lamentati per la designazione dell’arbitro saudita Sultan al Harbi, temendo che avrebbe favorito gli avversari. E diversi episodi durante la partita hanno confermato i loro timori. Dopo l’eliminazione del Qatar sui social network si sono scatenate le polemiche. Mentre Doha gridava allo scandalo, molti tweet dagli Emirati, dal Bahrein e dall’Arabia Saudita prendevano in giro una federazione del Qatar che investe nello sport senza ottenere risultati significativi.
◆ Il 5 giugno 2017 l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e l’Egitto hanno rotto i rapporti diplomatici con il Qatar, accusando il paese di sostenere i gruppi islamisti radicali e di essere troppo vicino all’Iran, la potenza regionale sciita rivale di Riyadh. L’isolamento del Qatar prevede sanzioni economiche e limitazioni allo spostamento delle persone.
◆Trascorso un anno, i protagonisti della crisi “hanno raggiunto una sorta di compromesso”, scrive su Al Jazeera Rory Miller, professore di scienze politiche alla Georgetown university del Qatar. “Dopo aver superato lo shock psicologico e finanziario iniziale, il Qatar ha rafforzato le relazioni con gli Stati Uniti e la Turchia nel settore della sicurezza e ha esteso i legami diplomatici a partner vecchi e nuovi in tutto il mondo”. Secondo Miller, “la crisi nel Golfo mette in evidenza la crescente influenza degli ambiziosi principi ereditari di Riyadh e Abu Dhabi, Mohammed bin Salman e Mohammed bin Zayed al Nahyan, che non si sentono più legati alla politica estera prudente e conservatrice dei loro predecessori”. Imad K. Harb, direttore del dipartimento ricerca e analisi dell’Arab center a Washington, scrive su Al Araby al Jadid che la crisi è degenerata in uno stallo, rischiando di destabilizzare l’intera regione: “Il profondo scisma all’interno del Consiglio di cooperazione del Golfo non solo lo indebolisce, ma minaccia la sua stessa esistenza”.
Dopo aver battuto l’Arabia Saudita e il Bahrein, la nazionale dell’Oman ha giocato la finale contro gli Emirati Arabi Uniti. Il Qatar ha tifato apertamente per l’Oman, che alla fine ha vinto la partita. Molti giornalisti e dirigenti sportivi del Qatar hanno ringraziato sui social network il sultanato. Da Mascat al villaggio di Bidayah, la vittoria è stata festeggiata da file di macchine di tifosi dell’Oman, mentre la sconfitta degli Emirati è stata celebrata con esultanza sul lungomare di Doha. L’emiro del Qatar si è congratulato con il sultano Qabus.
Dopo questo episodio anche l’Asian football confederation (Afc), che organizza la coppa dei campioni asiatica, si è preoccupata che potessero nascere tensioni durante gli incontri tra le squadre degli Emirati o dell’Arabia Saudita e quelle del Qatar. Già in difficoltà per la rivalità tra l’Iran e l’Arabia Saudita, l’Afc ha chiesto di sospendere l’embargo del Qatar nei giorni delle partite. Ma nonostante le tregue, il clima resta teso. La squadra del quartiere Al Gharrafa di Doha, che doveva andare a giocare ad Abu Dhabi, ha impiegato otto ore per arrivarci, facendo scalo a Mascat, perché le autorità aeroportuali degli Emirati non autorizzavano l’atterraggio. Il motivo dichiarato erano le cattive condizioni meteorologiche, anche se nel frattempo i voli provenienti da Abu Dhabi atterravano tranquillamente.
Ogni volta che una squadra del Qatar ne batteva una degli Emirati o dell’Arabia Saudita, la stampa del paese usava toni bellicosi. La squadra dell’emirato di Abu Dhabi, Al Ain, ha rifiutato di mostrare il simbolo e il nome della squadra qatariota Al Rayyan nel filmato di presentazione della partita. Infine a Doha mentre l’Al Rayyan era in vantaggio sull’Al Hilal, la squadra principale di Riyadh, i tifosi hanno intonato l’inno del Qatar, una cosa piuttosto insolita. Questi fatti possono sembrare di poco conto, ma facendo leva sulle emozioni contribuiscono a sviluppare i sentimenti nazionalisti.
Su scala internazionale la crisi politica ha ripercussioni sull’organizzazione dei Mondiali di calcio del 2022. Doha investe nello sport per ottenere maggiore visibilità nel mondo, e l’organizzazione di grandi eventi come i Mondiali e le Olimpiadi è uno degli obiettivi più importanti della sua strategia. L’emirato usa lo sport anche per conquistare la simpatia delle star internazionali del settore, che potrebbe sfruttare per promuovere la sua causa. Gli investimenti nello sport sono considerati anche un possibile strumento per ampliare la sua politica di diversificazione economica. A quanto pare questi grandi progetti irritano diversi vicini, in particolare i due principali emirati che compongono gli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi e Dubai, impegnati in politiche economiche simili e nell’organizzazione di eventi globali come l’Expo del 2020.
Lotta per l’influenza
L’embargo del Qatar s’inserisce in queste rivalità e mira a far aumentare i costi in vista dei Mondiali del 2022. Il paese deve cercare nuove fonti di approvvigionamento per i materiali da usare nella costruzione degli stadi, ed è cominciata una guerra dell’informazione. Negli Emirati e in Arabia Saudita molte voci sostengono che le difficoltà sono dovute alla cattiva organizzazione dell’evento da parte del Qatar, e che se Doha si ritirasse i problemi si risolverebbero. Diverse società di consulenza insistono sul fatto che, se la situazione non migliorerà, sarà difficile realizzare il torneo.
Attraverso il Supreme committee for delivery and legacy, l’istituzione incaricata di organizzare l’evento, Doha continua a mostrare che i lavori per costruire gli stadi vanno avanti. Nel frattempo alcuni giocatori spagnoli di primo piano – come Xavier Hernández, Gerard Piqué, Sergio Busquets, Jordi Alba e Iker Casillas – hanno dato pubblicamente il loro sostegno all’emirato.
In questa crisi regionale, tutti lottano per far sentire il proprio peso nella Fifa. A febbraio la situazione si è aggravata quando il giornale sportivo spagnolo As ha riferito che la federazione ha aperto delle inchieste sulle pressioni di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti ai danni del Qatar. Se i sospetti fossero confermati, i due paesi potrebbero essere sanzionati e la nazionale saudita potrebbe essere squalificata dal prossimo Mondiale. Sarebbe un duro colpo per un regime in pieno periodo di riforme. E potrebbe deludere i suoi giovani appassionati di calcio. ◆ adr
**Raphaël Le Magoariec **è un politologo specializzato in diplomazia sportiva nei paesi del golfo Persico.
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Questo articolo è uscito sul numero 1259 di Internazionale, a pagina 68. Compra questo numero | Abbonati