Giusto perché sappiate con chi avete a che fare: ho una personalità di tipo “sostenitore”, “tranquillo e mistico ma molto stimolante e incorreggibile idealista”. Sono avventuroso al 63 per cento, modesto al 12 per cento e ho un 3 per cento di carisma. Sono uno che “prende la vita per le corna” e, secondo il test di Pierley-Redford, basato sulla “mappatura dei collegamenti neurali nel cervello dei rettili”, ho una “sensibilità poetica e la capacità di vedere oltre l’immediato”. Sono un po’ come Napoleone, Madre Teresa e un bassotto. Il nome giusto per me sarebbe Aaron. Questo è il frutto degli ultimi giorni passati a compilare test della personalità online, clic dopo clic.
A giudicare dalla sua presenza su internet, il test della personalità non è mai stato così bene: migliaia di questionari digitali aspettano solo di essere compilati. Il narcisismo della generazione selfie ha incontrato i test online ed è stato amore a prima vista: la gente non vedeva l’ora di far sapere su Facebook a quale personaggio dei muppet, a quale carta dei tarocchi e a quale gusto di gelato corrispondesse. Per inciso, io sono Gonzo, l‘Eremita e la menta con scaglie di cioccolato.
Anche escludendo quelli inventati ogni settimana dalle riviste femminili, ci sono migliaia di test che hanno pretese di serietà. Ed è piuttosto bizzarro se si pensa che in fondo tutti puntano a misurare esattamente la stessa cosa. È come se usassimo migliaia di metri per determinare la statura di una persona.
La personalità, però, non è una grandezza fisica, ma l’impressione che intuitivamente ci fa l’essenza di una persona. Su questa definizione c’è ampio consenso: la personalità consiste in un assortimento di tendenze e predisposizioni permanenti a determinati comportamenti. Ma il problema nasce proprio qui: queste tendenze non sono percepibili semplicemente guardando una persona. L’avarizia non si coglie finché l’avaro non evita di tirar fuori il portafogli. La personalità, insomma, non è immediatamente accessibile, ma dev’essere dedotta dal comportamento, come se si provasse a ricostruire la forma di un oggetto dalla sua ombra. Il risultato varierà a seconda dell’angolazione da cui proviene la luce.
Per molto tempo i ricercatori impegnati nel tentativo di definire scientificamente la personalità non hanno trovato niente di meglio che sottoporci a lunghi questionari. Dobbiamo essere noi stessi a dire chi siamo. Ma queste interviste in forma scritta hanno un limite: è difficile capire se quello che diciamo è vero. Chi non ha una bilancia deve crederti sulla parola quando gli dici quanto pesi.
Questa incertezza però potrebbe ormai appartenere al passato e, come ormai quasi sempre, la colpa sarebbe di internet e degli smartphone, che sembrerebbero capaci di penetrare la nostra interiorità senza servirsi di ottusi questionari. Dal flusso di dati che produciamo dovrebbe emergere, proprio come la nebbia emerge da un lago, il nostro vero io – stratificato, oggettivo, incorrotto. Ma il sogno degli psicologi rischia di diventare l’incubo della società. Conoscere esattamente l’essenza di un individuo lo rende vulnerabile? Alcune personalità sono più influenzabili di altre? Quali implicazioni ha tutto ciò per le campagne elettorali nelle democrazie? E soprattutto, cosa ci rivela un test della personalità? E da dove viene questa accanita ricerca di un metodo di rilevamento?
Il soldato ideale
Per comprendere il futuro dei test della personalità bisogna conoscerne il passato. La prima domanda del capostipite di questi test era: “Di solito si sente bene e pieno di energie?”. Il questionario era stato sviluppato nel 1917 dallo psicologo Robert S. Woodworth su incarico dell’esercito statunitense, alle prese con moltissimi soldati che tornavano dai campi di battaglia della prima guerra mondiale traumatizzati e non più in grado di combattere. I militari cercavano un test con cui individuare quei soldati “emotivamente instabili” inadatti ad andare in guerra.
Woodworth aveva raccolto tutti i sintomi che allora si riteneva indicassero instabilità emotiva e aveva formulato le domande corrispondenti: “Da ragazzo la consideravano un cattivo soggetto?”, “Ha mai avuto la sensazione che qualcuno l’abbia ipnotizzata e le abbia ordinato di fare cose che non voleva fare?”, “Si è mai ferito mentre si masturbava?”.
Le domande erano state poi sottoposte a un gruppo di uomini che Woodworth sapeva essere più solidi. Quando le loro risposte a una particolare domanda erano per lo più positive, Woodworth escludeva la domanda in questione. Quelle rimaste sarebbero servite a individuare gli uomini inadatti a combattere.
Quando il test fu pronto la guerra era ormai finita, così Woodworth si chiese come usarlo in tempo di pace. Nel 1924 pubblicò il Woodworth personal data sheet, che conteneva 75 domande per rilevare la capacità di adattamento: la madre di tutti i test della personalità. Come ci si può aspettare da un sistema pensato per verificare la predisposizione alle nevrosi belliche, si concentrava sulle caratteristiche negative. Gli imprenditori cominciarono a servirsene per escludere i lavoratori indesiderabili e instabili. Secondo Elton Mayo, professore di economia a Harvard, la mancanza di spirito di adattamento e la sofferenza psichica erano le cause della scarsa etica del lavoro e del rafforzamento dei sindacati. Identificare i disadattati con test della personalità avrebbe aumentato la produttività ed eliminato le rivendicazioni. Il test della personalità non nacque quindi da un interesse scientifico per l’essenza umana, ma piuttosto da un interesse economico a individuare lavoratori che non si ribellassero.
Per molto tempo il fatto che il campo fosse ristretto alla stabilità emotiva avrebbe impedito di affrontare altre sfaccettature della personalità. Nello stesso periodo anche Sigmund Freud e Carl Gustav Jung stavano lavorando a teorie generali della personalità, che non erano scientificamente provate. Bisognava fidarsi di questi grandi uomini. Partendo dalla teoria dei tipi psicologici di Jung, negli anni cinquanta l’insegnante Katharine Cook Briggs e sua figlia Isabel Briggs Myers svilupparono l’indicatore Myers-Briggs (Mbti), un test che suddivide le persone in sedici tipi. Grazie alla trovata geniale di attribuire a ciascun tipo una predisposizione professionale, l’Mbti ha ancor oggi un ruolo fondamentale nel mondo del lavoro.
Negli ultimi settant’anni l’indicatore è diventato un grandissimo affare per la Myers-Briggs-Company: ogni anno due milioni di persone si fanno collocare in una di queste sedici categorie, e molte di loro appartengono alle più importanti aziende del mondo. L’enorme popolarità dell‘indicatore contrasta con la sua reputazione in ambito scientifico. La maggior parte degli esperti lo ritiene inaffidabile – le sue due autrici non avevano studiato psicologia – e ne sconsiglia l’utilizzo. Secondo lo psicologo statunitense David J. Pittenger il successo di questo test sarebbe dovuto anche al cosiddetto effetto Barnum: “Generalmente i tipi sono descritti in modo vago e lusinghiero e questo fa sì che la maggior parte della gente finisca per riconoscersi nei profili”. L’effetto Barnum si chiama così per via del motto “ce n’è per tutti i gusti” usato da Phineas Taylor Barnum, direttore dell’omonimo circo. Ecco la conclusione lapidaria recentemente raggiunta da due psicologi sull’Mbti: “Purtroppo le concezioni psicologiche più diffuse hanno poco fondamento scientifico”.
Le parole contano
Ma per individuare scientificamente la personalità c’è un metodo migliore che seguire le intuizioni di qualche grande intelletto o interrogare i soldati sulle loro paure e i loro affetti? Sì, c’è. Benché sia tanto geniale quanto semplice, ci è voluto molto tempo perché a qualcuno venisse in mente, e poi altri cent’anni prima che riuscisse a imporsi. La soluzione sta nel dizionario.
Fu l’interesse per l’ereditarietà a spingere l’erudito Francis Galton a occuparsi delle differenze tra le persone. Per riconoscere gli schemi della trasmissione ereditaria bisognava cogliere gli elementi comuni tra gli individui e le relative deviazioni. All’esposizione universale di Londra del 1894, Galton fece misurare a proprie spese la vista, la capacità polmonare, i tempi di reazione e altre funzioni corporee dei visitatori. La sua ossessione per le misurazioni non si fermò neppure davanti alla personalità. Nel 1884 scriveva che “il carattere, da cui deriva il nostro comportamento, è un qualcosa di univoco e persistente, e dunque cercare di misurarlo è perfettamente ragionevole”. Ma neanche lui sapeva come affrontare in maniera scientificamente esatta una questione così “vaga e ampia”.
Per farsi un’idea dei vari aspetti del carattere, Galton prese il dizionario Roget’s Thesaurus e contò tutti gli aggettivi che si potevano usare per descrivere la personalità umana: erano circa un migliaio. Ciascuno di loro esprimeva una determinata caratteristica con una sfumatura diversa, ma condivideva parte del proprio significato con altri aggettivi. La grande intuizione, che Galton però non sapeva bene come sviluppare, era questa: nella storia dell’umanità il sapere attorno alla personalità è sempre stato importante e di conseguenza si è sedimentato nella lingua in una serie di aggettivi. Cinquant’anni dopo Galton, fu lo psicologo Louis Leon Thurstone ad analizzare questi aggettivi per trovare gli elementi costitutivi della personalità.
Thurstone era un ingegnere meccanico che prima di dedicarsi alla psicologia aveva lavorato per un breve periodo nel laboratorio di Thomas Edison. S’intendeva di numeri e di statistica, cosa che poi si rivelò decisiva per la sua scoperta. Anche lui si servì del vocabolario: scelse le sessanta parole più usate per descrivere la personalità e le sottopose a 1.300 persone, chiedendogli di scegliere uno qualsiasi dei loro conoscenti e di sottolineare tutti i termini che gli si addicevano. A questo seguì il passo decisivo: Thurstone raggruppò gli aggettivi che tendenzialmente venivano sottolineati insieme e quelli generalmente non associati ad altri. “Parsimonioso” e “avaro”, per esempio, sono due attribuzioni che spesso compaiono insieme: è probabile che un “parsimonioso” sia anche “avaro” e viceversa. “Timido” e “parsimonioso” invece sono caratteristiche indipendenti: la tua timidezza non dice molto del modo in cui gestisci il denaro.
Dai calcoli di Galton emerse che gli aggettivi per definire la personalità si possono suddividere in cinque categorie indipendenti
In statistica questa procedura si chiama analisi fattoriale. Per la meraviglia dello stesso Thurstone, dai suoi calcoli emerse che gli aggettivi si possono suddividere in sole cinque categorie indipendenti. Dietro i sessanta aggettivi si nascondeva una struttura composta da cinque ambiti autonomi. “Questo fa supporre che la descrizione scientifica non sia poi così tremendamente complessa come a volte appare”, scriveva Thurstone commentando i suoi risultati. Per la prima volta la personalità si svelava, mostrando qualcosa della propria struttura segreta. Invece di accontentarsi di questo risultato, Thurstone procedette a una seconda analisi dei questionari, stavolta seguendo un sistema più vecchio e abbandonando i cinque fattori che aveva individuato. Successivamente lo psicologo Lewis R. Goldberg avrebbe scritto che questi primi tentativi gli ricordavano il navigatore islandese Leif Erikson, “che nel corso delle sue esplorazioni scoprì un nuovo continente, ma non vi fece mai più ritorno”.
Nel 1946 Raymond Cattell usò un computer per applicare il metodo Thurstone a 4.500 aggettivi, scoprendo sedici fattori indipendenti che nel 1961, a una successiva analisi, si ridussero nuovamente a cinque. Ma neppure stavolta il modello a cinque fattori riuscì a imporsi: da un lato perché i ricercatori pubblicarono la loro scoperta rivoluzionaria su un’oscura rivista specializzata dell’aeronautica militare, dall’altro perché andava contro lo spirito dei tempi. La corrente allora dominante in psicologia era infatti il comportamentismo, che ammetteva come oggetto di ricerca scientifica solo i comportamenti direttamente osservabili, nei quali di certo non rientrava la personalità.
Ma l’ascesa dei big five, com’erano stati chiamati, non poteva essere frenata a lungo. Perfino quei ricercatori che inizialmente non avevano voluto credere che la gran quantità di parole che usiamo per descrivere la vita interiore delle persone potesse ridursi a cinque tipologie essenziali, nelle loro analisi si imbattevano sempre nelle stesse tipologie:
• apertura mentale (curioso, avventuroso);
• coscienziosità (disciplinato, affidabile, produttivo);
• estroversione (socievole, ottimista, entusiasta);
• empatia (altruista, accondiscendente, compassionevole),
I sensori dei nostri cellulari sanno dove siamo, dove andiamo, quello che diciamo, con chi parliamo, quando dormiamo
• nevroticismo (instabile, ansioso, triste).
Quasi tutti i test scientifici della personalità puntano a collocare le persone in queste cinque macro categorie, di solito utilizzando una scala di valori da 1 a 10. Quel “qualcosa” di vago ma persistente che Galton voleva misurare oggi è un codice di cinque numeri.
La strada che dalle cinque caratteristiche della personalità conduce a un test valido, però, è ancora lunga. Gli esperti organizzano conferenze esclusivamente dedicate alla “costruzione dei questionari”. In poche parole, funziona così: si formulano domande o affermazioni per ciascuno dei cinque tratti della personalità e delle loro molte sottocategorie. Dopodiché i questionari vengono compilati e ricompilati da centinaia se non migliaia di persone. A quel punto, con l’aiuto di calcoli statistici incredibilmente complessi, i ricercatori analizzano le risposte per capire quali domande misurino effettivamente l’appartenenza alla personalità che mirano a riconoscere e quali invece vadano eliminate perché non centrano l’obiettivo.
Alla fine si ottiene un test che soddisfa due delle tre condizioni necessarie alla ricerca empirica: misura davvero quello che punta a misurare (validità) e se ripetuto conduce agli stessi risultati (attendibilità). Ma per quanto riguarda la terza condizione il test è un fallimento totale: non è affatto oggettivo. I test della personalità si basano infatti sull’autovalutazione del soggetto, ma non essendoci risposte corrette alle domande (al contrario di quanto avviene nei test dell’intelligenza) è impossibile individuare le risposte sbagliate. Nessuno potrebbe impedire a Donald Trump di dichiarare che ha un ricco vocabolario e che non gli piace essere al centro dell’attenzione.
Test di questo tipo presuppongono onestà e una visione realistica di sé, qualità non sempre riscontrabili nell’essere umano. Ma i ricercatori non sono tanto ingenui da credere alla sincerità dei soggetti, per cui hanno sviluppato una serie di procedure attraverso le quali smascherare le bugie. Per esempio, ogni caratteristica è indagata da più di una domanda, in modo da individuare eventuali incongruenze nelle risposte. Un’altra possibilità è escludere dall’analisi dei risultati i test compilati da persone che danno un’immagine di sé esclusivamente positiva.
Dal punto di vista pratico questi accorgimenti si sono rivelati utili: quando si tratta di fare una stima del rendimento sul lavoro, per esempio, le diverse versioni dei questionari big five funzionano. La caratteristica che si è rivelata più importante, però, non è lo spirito di adattamento su cui si puntava negli anni venti, ma la coscienziosità.
Tuttavia la tendenza a barare sembra ben più diffusa di quanto non piaccia ammettere alle aziende che producono test della personalità. In uno studio del 2014 lo stesso test è stato sottoposto due volte alle stesse persone: la prima quando si candidavano a una certa posizione lavorativa, la seconda dopo l’assunzione. Circa la metà di loro la prima volta ha dato un’immagine di sé più positiva rispetto alla seconda volta. In un altro studio il 47 per cento dei partecipanti ha ammesso di aver esagerato le proprie caratteristiche positive, mentre il 62 per cento ha dichiarato di aver nascosto i propri difetti. Farlo è facilissimo: non bisogna essere dei geni per capire quali sono le risposte che aumentano o diminuiscono la probabilità di assunzione. Chi ammette di abbandonarsi spesso a pensieri caotici con tutta probabilità non otterrà un lavoro nel centro di controllo di una centrale atomica.
Tracce digitali
Ma anche se tutti rispondessero onestamente rimarrebbe un problema: capita che la gente abbia un’immagine distorta di sé o ricordi imprecisi. “Se ci chiedessero quante conversazioni abbiamo avuto nell’ultima settimana, probabilmente non saremmo in grado di citarle tutte”, afferma lo psicologo Samuel Gosling dell’università del Texas ad Austin. “La nostra stima probabilmente non si avvicinerebbe neanche lontanamente al numero reale.”
Gosling è un luminare degli studi sulla personalità. Il grande pubblico lo ha conosciuto grazie alla sua ricerca più originale: un esperimento che ha dimostrato come basta osservare la stanza di uno studente per formulare un’ipotesi sorprendentemente azzeccata sulla sua personalità. La domanda alla base di una ricerca come questa è: per inquadrare la personalità di un individuo esistono modi migliori che sottoporgli trecento domande a risposta multipla? Sì, basta ingaggiare qualcuno che lo osservi in varie situazioni. Di tanto in tanto in ambito scientifico si fanno studi come questo, ma sono troppo lunghi e costosi. La diffusione degli smartphone però ha cambiato profondamente la situazione: i sensori dei nostri cellulari sanno dove siamo, dove andiamo, quello che diciamo, con chi parliamo, quando dormiamo. Le nostre attività in rete invece rivelano chi ci piace, di cosa abbiamo paura, se abbiamo molti amici e se preferiamo i gatti ai cani. Gosling fa parte di un crescente gruppo di studiosi convinti che le tracce che lasciamo nel mondo virtuale aiuteranno a comprendere meglio la personalità, e che potrebbero rendere superflui i test tradizionali. Se i popoli hanno lasciato tracce delle strutture della personalità umana nel linguaggio sotto forma di aggettivi, ciascuno di noi con il suo smartphone lascia un’impronta del proprio carattere nel nirvana digitale. Gosling e colleghi cercano di interpretare quest’impronta.
Finora hanno esaminato preferenze o comportamenti singoli. Già nel 2003 Gosling studiò il rapporto tra i gusti musicali e la personalità, scoprendo che le persone estroverse tendenzialmente amano l’hip-hop e che è impossibile collegare la stabilità emotiva a un particolare genere musicale.
Tal Yarkoni, collega di Gosling all’università del Texas a Austin, ha invece indagato il legame tra uso del linguaggio e personalità. L’idea non era nuova, ma gli studi condotti fino a quel momento avevano usato insiemi di dati più ridotti. Chi poteva sedersi a un tavolo e mettere per iscritto un elaborato di più di centomila parole? Yarkoni ha trovato la risposta: i blogger. Ne ha reclutati 694, elaborando la lista dei termini più usati da ciascuno e facendogli compilare un test della personalità. Poi si è messo a cercare quelle parole tra 80 milioni di vocaboli che si possono abbinare a una delle cinque tipologie di personalità. Per ciascuna di esse ha trovato dei termini caratteristici: i blogger estroversi usavano spesso le parole “bar”, “drink” e “ballare”, quelli coscienziosi invece “dato di fatto”, “scemo” o “noioso”.
Ma questa ricerca risale a nove anni fa. Oggi, grazie agli smartphone, gli psicologi della personalità possono avvicinarsi ancora di più al nostro vero io. Gosling ne è entusiasta: “Pensi a tutti i sensori di uno smartphone! La navigazione satellitare, l’accelerometro, il microfono, la videocamera! Tutto questo ci consente di sapere cosa fai, dove e in che contesto lo fai”. Lo smartphone che porti sempre con te è una specie di questionario oggettivo che si compila da solo. Secondo Gosling, “in teoria lo smartphone è una grandissima benedizione”. In pratica però si tratta di un compito gigantesco, innanzitutto perché nessuno psicologo è preparato per svolgerlo. Già solo raccogliere e rielaborare i dati è talmente complicato che è nato un ambito specifico: la psicoinformatica.
Ultimamente Gosling ha cercato di ricavare una misura della “socievolezza” dai dati del cellulare. Ha usato il microfono per individuare le voci e ha analizzato i messaggi in entrata e in uscita. “In un primo momento sembra la soluzione oggettiva per misurare il comportamento”, dice Gosling, “ma approfondendo le cose si complicano subito”. Uno magari usa WhatsApp sul cellulare e al computer di casa passa a un altro canale di chat. O magari prima parla con qualcuno e poi guarda un film. “Come si fa a distinguere?”.
La ricerca della personalità attraverso le nostre tracce digitali al momento sembra ancora il caotico cantiere di una torre di Babele digitale: c’è chi indaga la socievolezza attraverso il microfono e le chat e chi invece esamina la tendenza alla depressione usando gli indicatori di movimento (si sa che i depressi si muovono meno e hanno ritmi sonno-veglia diversi). Ma il sogno dei ricercatori è collegare tutti questi dati in un unico quadro complessivo. Come i loro predecessori, che evincevano la struttura del carattere umano dal dizionario, vorrebbero ricostruire l’architettura nascosta della nostra personalità partendo dal caos delle preferenze musicali, delle chat, dei sensori di movimento, degli acquisti, dei like su Facebook e del linguaggio di Twitter.
Tallone d’Achille
Se dovessero riuscirci, troverà risposta anche la domanda più grande: i tratti della personalità ricavati da questo mare di dati combaceranno con i big five? E se non dovessero combaciare, quali conclusioni dovremmo trarne? Che fine farebbero i big five, sui quali oggi si basa gran parte della psicologia della personalità?
Forse dovremmo rinunciare al concetto stesso di personalità, visto che l’intelligenza artificiale potrebbe semplicemente suddividere in gruppi quelle tracce comportamentali che coincidono spesso e trarne previsioni sui comportamenti futuri. In questo modo descrivere la personalità con termini come estroversione o empatia diverrebbe superfluo, perché un algoritmo potrebbe semplicemente dedurre il comportamento futuro dal quello passato. Gosling è convinto che questo sviluppo avrà conseguenze anche sul piano pratico: invece di far compilare a un candidato un test della personalità, il datore di lavoro potrebbe pretendere che scarichi sul telefono un’app capace di rilevare in tempo reale tutti i dati necessari. “Oggi carichiamo il curriculum su LinkedIn, domani magari allegheremo un link alla nostra personality-app”, dice Gosling, “spiegando che ‘qui si può verificare quanto io sia coscienzioso e responsabile’”.
Questa prospettiva non fa rabbrividire solo i difensori della privacy: nel 2016 è emerso che l’azienda britannica Cambridge Analytica aveva copiosamente attinto ai profili degli utenti Facebook per poi vendere i dati ai partiti politici. L’azienda prometteva ai suoi clienti che da quelle informazioni si poteva dedurre quali messaggi rivolgere a particolari gruppi di elettori per ottenere il massimo risultato. Quanto tutto ciò abbia pesato nell’elezione di Donald Trump e nel referendum sulla Brexit, in cui Cambridge Analytica era coinvolta, è oggetto di dibattito. L’azienda ha fatto bancarotta e non ha rivelato nulla sui dati di cui era in possesso.
Questo dimostra che un test della personalità è ben più di un semplice questionario da compilare quando ci si candida a un lavoro o di un passatempo su internet. Di recente Gosling ha pubblicato un’analisi dell’elezione di Trump e del referendum sulla Brexit, mostrando il ruolo particolarmente rilevante di una delle tipologie di personalità dei big five: il nevroticismo, che si accompagna ad ansia, rabbia e paura. Dove questa caratteristica era più forte, i messaggi populisti di Donald Trump e dei sostenitori della Brexit hanno trovato terreno fertile.
Se i test della personalità trovassero davvero la chiave d’accesso segreta a ciascuno di noi, sarebbe un pericolo per la democrazia? Ovviamente anche in passato le dichiarazioni politiche venivano adattate a target specifici, ma con i social network ogni individuo può essere colpito nel suo tallone di Achille da un messaggio confezionato apposta per lui.
Come ogni novità, però, anche questa medaglia ha due facce. Secondo Gosling sarebbe sbagliato rinunciare alle nuove conoscenze. “Spesso si dimentica il prezzo che si paga se non si fa ricerca in questo campo”. I nuovi metodi potrebbero aprire la strada a procedure di assunzione più eque, che non privilegino gli estroversi che sanno vendersi bene. ◆sk
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Questo articolo è uscito sul numero 1344 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati