La più vasta protesta civile nella storia irachena è cominciata il 1 ottobre e non dà segno di volersi fermare. Centinaia di migliaia di persone si sono riversate in strada in molte città, spesso rischiando la vita, per chiedere lo smantellamento dell’attuale sistema di governo. Con la loro portata e il loro entusiasmo straordinari queste proteste potrebbero annunciare una nuova primavera araba. Ma interpretarle solo come un movimento per una riforma politica, come hanno fatto i pochi resoconti dei mezzi d’informazione occidentali, significa non cogliere il punto. Il grido di battaglia dei manifestanti, “Vogliamo un paese”, è innanzitutto la richiesta dei giovani iracheni di un futuro sostenibile. La loro protesta è un’avanguardia dell’attivismo contro l’emergenza climatica globale. I giovani che partecipano alla mobilitazione rappresentano la maggioranza, in un paese di 40 milioni di abitanti in cui l’età media è di vent’anni. Mentre questi giovani imparavano a camminare, i soldati statunitensi già presidiavano le strade delle loro città, pronti a sparare ai passanti che non si fermavano a un incrocio. Gli spazi privati delle case erano continuamente oggetto di perquisizioni militari, senza preavviso, giorno e notte. Segnati da posti di blocco e muri di cemento contro le esplosioni, i luoghi pubblici (ristoranti, scuole, parchi, ospedali) sono stati testimoni del terrore per i rapimenti e le autobombe che dominavano negli anni successivi all’invasione. Questi giovani sono i figli delle guerre combattute sulla loro terra per estrarre il petrolio, un tributo imposto ai loro corpi in crescita. Oggi si stanno riprendendo i luoghi che gli sono stati negati. I manifestanti hanno occupato le città, ma hanno anche cominciato a cucinare, a pulire le strade e a riparare le infrastrutture urbane da tempo trascurate. Ovunque ci sono nuovi murales, che richiamano la lunga storia irachena e illustrano la resistenza. Una nuova pubblicazione, Tuk tuk (il titolo rimanda agli autisti dei risciò che hanno soccorso i feriti), racconta la rivoluzione, insieme agli striscioni srotolati dai tetti, ai video musicali montati in tempo reale e ai cortometraggi diffusi su internet. Questi sforzi continuano, nonostante la violenta repressione compiuta dalle forze di sicurezza con lacrimogeni e proiettili, che ha ucciso circa 550 persone. Ma lo sfruttamento dell’Iraq è stato così totale che la paura non fa più presa su una generazione senza nulla da perdere. Non c’è nessuna finzione di democrazia a cui credere; nessuna ripartizione della ricchezza che convinca a sopportare le cose; e quasi non resta più terra, aria o acqua per sopravvivere. Senza protezione Ampie distese, un tempo ricche di vegetazione e fauna selvatica, sono ormai spoglie. Le crepe sul terreno indurito dal sole corrono per centinaia di chilometri. Tempeste di sabbia sempre più forti e temperature sopra i 38 gradi consumano regolarmente i centri urbani. L’elettricità è scarsa; non ci sono ventilatori, filtri dell’aria o condizionatori che funzionino. L’acqua, quando c’è, è spesso contaminata, ma viene comunque bevuta nonostante i rischi. Lo stato di guerra non ha fine: forze regolari e irregolari colpiscono zone civili con proiettili, granate e munizioni ancora più pericolose; le milizie rapiscono e uccidono senza freni; non ci sono autorità affidabili a cui rivolgersi; essere cittadini iracheni non offre alcuna protezione. Milioni di persone soffrono mentre da quello che resta della terra si estraggono fortune; i pochi che si spartiscono questa ricchezza vivono al riparo dal caldo, dalla violenza e dalla maggioranza della popolazione all’interno di comprensori difesi da guardie private. Questa è la realtà dietro l’insurrezione. Nel suo quarto decennio di guerra, vicino all’equatore di un pianeta che si riscalda rapidamente, l’Iraq deve fare i conti con la desertificazione di quasi il 90 per cento del suo territorio. Corsi d’acqua un tempo lussureggianti, come il Tigri e l’Eufrate, hanno ridotto la loro portata almeno del 40 per cento, a causa della siccità e della costruzione indiscriminata di dighe a monte in Iran, Turchia e Siria. Questo, unito alla guerra e a una cattiva gestione delle risorse, ha portato un paese che era il granaio del mondo sull’orlo del collasso. I resti di centinaia di migliaia di tonnellate di bombe sganciate dagli Stati Uniti e dalle forze alleate sono penetrati nel suolo, nei corsi d’acqua e nei corpi dei sopravvissuti. Le sostanze inquinanti rilasciate dai pozzi petroliferi e dalle fabbriche incendiati dal gruppo Stato islamico (Is) rimarranno nei polmoni e nei terreni per un numero incalcolabile di generazioni. Nonostante questo bilancio, il commercio più redditizio al mondo, l’estrazione di petrolio, resta praticamente intatto. La produzione petrolifera in Iraq è quasi raddoppiata nell’ultimo decennio. Il paese è il secondo maggior produttore dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) dopo l’Arabia Saudita. L’estate scorsa l’Iraq ha raggiunto un nuovo record producendo circa cinque milioni di barili al giorno, in gran parte nei grandi giacimenti di Bassora, la sua città più a sud, collegata con il porto di Umm Qasr, il principale sbocco commerciale iracheno per il petrolio e le merci. Snodo di immense ricchezze e profitti petroliferi, Bassora si trova in una situazione disastrosa. Le sue paludi furono prosciugate da Saddam Hussein per rappresaglia contro l’insurrezione scoppiata durante la guerra del Golfo del 1991. Le sue foreste di palme, un tempo famose, furono sfinite dalle raffiche di artiglieria nei dieci anni di guerra tra Iran e Iraq. Anche se da allora sono stati investiti miliardi di dollari nell’industria petrolifera, per gli abitanti della città ci sono posti limitati nei giacimenti, gestiti da un gran numero di aziende straniere, tra cui Shell, ExxonMobil, Eni, Lukoil, PetroChina e Bp. Per trivellare alla ricerca di petrolio servono enormi riserve idriche e lo spreco e l’inquinamento delle acque sono incredibili. I canali di Bassora sono pieni di spazzatura e liquami. In città erano già scoppiate delle proteste nell’estate del 2018, dopo che circa 120mila persone erano finite in ospedale per aver bevuto acqua contaminata. Incoraggiati dalle manifestazioni a Baghdad, gli abitanti di Bassora e di altre città del sud hanno ripreso a protestare da ottobre, e hanno bloccato l’ingresso a Umm Qasr e le strade verso i principali pozzi petroliferi. La zona verde dei sogni Intanto a Baghdad il cuore simbolico della rivoluzione è piazza Tahrir. In modo spontaneo, collettivo e sempre più partecipato, gli iracheni usano la piazza per illustrare quello che offrono e quello che chiedono. I volontari distribuiscono gratuitamente da mangiare, acqua, coperte e rimedi contro i lacrimogeni, e perfino le nonne che lavano la biancheria rifiutano di essere pagate, in segno di solidarietà. Accettano solo detersivi. Ci sono un ospedale da campo, uno sportello legale, una stazione radio, una sala per le proiezioni e una biblioteca. Tutto questo è chiaramente in contrasto con il confessionalismo e il clientelismo che caratterizzano l’Iraq dal 2003. Ali Eyal, un artista iracheno che partecipa alla rivolta, ha descritto questo spazio come “un’altra zona verde. Una zona verde dei nostri sogni, delle nostre speranze”. La zona verde della realtà e della disperazione invece è l’immenso complesso che un tempo era il comando centrale del regime di Saddam Hussein, poi conquistato dalle forze di occupazione statunitensi. Un monumento al potere, all’esclusione e al privilegio, che oggi ospita i palazzi del governo e del parlamento iracheni, uffici e sedi aziendali, e le ambasciate straniere, tra cui la più grande ambasciata statunitense del mondo, costata 750 milioni di dollari. Le persone che abitano e lavorano all’interno dei confini fortificati della zona verde, accessibile solo attraverso un ponte ma ben visibile grazie alla posizione centrale lungo il Tigri, godono della sicurezza, dei profitti delle vendite di petrolio e dei contratti governativi, e hanno acqua pulita ed elettricità senza interruzioni. Oltre ad aver occupato piazza Tahrir, i manifestanti di Baghdad hanno anche preso il controllo di vari edifici e ponti strategici. A un’estremità del ponte Jumhuriyya c’è il “Ristorante turco”, un grattacielo abbandonato dal 2003, diventato un simbolo della rivolta. Quando sono scoppiate le proteste i cecchini miravano alla gente in piazza dai piani dell’edificio, ma dopo una tregua di una settimana (per il raduno religioso di Arbaeen) i manifestanti hanno approfittato della distrazione delle autorità per occupare il palazzo e impedire il ritorno dei cecchini. Dominando da un lato su piazza Tahrir e dall’altro sul ponte verso la zona verde, il Ristorante ospita i manifestanti giorno e notte. Le persone hanno ripristinato l’elettricità e gli ascensori, hanno pulito gli interni e l’hanno trasformato in una sorta di quartier generale, spazio sperimentale e base operativa. Il grattacielo, ricoperto di striscioni, è usato dai manifestanti anche per comunicare e per proteggere i loro amici radunati in piazza, controllati dalle forze armate schierate a difesa del ponte (il 2 febbraio i sostenitori del religioso sciita Moqtada al Sadr hanno sgomberato l’edificio). La posta in gioco Molte immagini e video mostrano i manifestanti colpiti da proiettili e lacrimogeni. I dipendenti pubblici, gli agenti di sicurezza e i soldati dall’altro lato del ponte assistono alla carneficina al sicuro della zona verde. Così come assiste una comunità internazionale che ha partecipato alle due guerre “ufficiali” contro l’Iraq e continua ancora a guardare, senza analizzare o capire la sua complicità in quella realtà che le proteste vogliono trasformare. L’incapacità dei mezzi d’informazione e delle istituzioni globali di inquadrare correttamente le proteste in Iraq è dannosa per i giovani iracheni, ma minaccia anche il movimento per clima. Le Nazioni Unite, considerate paladine dei diritti civili e della lotta contro il cambiamento climatico, hanno mostrato più sostegno alle esportazioni petrolifere che alle richieste dei cittadini. Mentre il bilancio delle vittime tra i manifestanti aumentava, Jeanine Hennis-Plasschaert, rappresentante speciale dell’Onu per l’Iraq, ha scritto su Twitter: “L’interruzione di infrastrutture critiche desta forte preoccupazione. Il blocco delle strade verso gli impianti petroliferi e dei porti causa perdite per miliardi. Fa male all’economia dell’Iraq e impedisce la realizzazione delle richieste legittime dei manifestanti”. Questa dichiarazione ha indignato i manifestanti. Un murale creato poco dopo raffigura un dito medio alzato a forma di trivella, con la frase “Ecco il tuo petrolio, mondo”. In occidente gli sforzi per combattere la crisi climatica si sono concentrati quasi esclusivamente sui singoli individui o sulle organizzazioni statunitensi ed europee. Le iniziative portate avanti, dagli scioperi studenteschi ispirati a Greta Thunberg fino al movimento Extinction rebellion, dovrebbero imparare dalle aree del mondo e dai movimenti più seriamente colpiti dalle forze che determinano il cambiamento climatico, e farli conoscere. I giornali hanno dato molto risalto agli scioperi e alle manifestazioni per il clima in occidente. I giovani che partecipano a queste mobilitazioni spesso rischiano al massimo una nota per aver saltato la scuola. Le loro azioni sono sicuramente lodevoli e legittime, ma bisogna confrontarle con quelle dei giovani iracheni, che sono rapiti, mutilati e uccisi. Nonostante la ferocia della risposta delle autorità, le proteste continuano in tutto l’Iraq. Il fatto che tanti giovani siano rimasti feriti in modo grave o abbiano perso la vita genera un senso collettivo di partecipazione, protezione, dolore e forse soprattutto un’ammirazione profonda tra i genitori e i più anziani, consapevoli che il mondo li ha abbandonati. Loro non devono essere convinti che gli scioperi sono necessari. Comprendono perfettamente qual è la posta in gioco, e il coraggio che i loro figli e nipoti stanno mostrando. Quello iracheno è il vero modello di movimento inclusivo e nazionale per il clima a cui aspirano le campagne in occidente. È fatto di scioperi in ogni settore e ha un ampio sostegno tra gli iracheni del paese e della diaspora, che negli anni dopo le due guerre del Golfo è cresciuta fino a contare milioni di persone. Se qualche progresso nella difesa del nostro pianeta è possibile, le lezioni sono tutte qui. Le forze militari e i governi di tutto il mondo sono pronti a combattere con ogni mezzo i movimenti progressisti che sono cresciuti e continueranno a crescere a causa del cambiamento climatico, dell’estrazione di risorse e della stratificazione economica e sociale. Tutti, in occidente e altrove, dovranno caricarsi di un coraggio e una perseveranza un tempo inimmaginabili per spingere i governi verso un mondo più giusto e più vivibile. u fdl

Il fiume Shatt al Arab nella cittadina di Siba, vicino al confine con l’Iran, il 5 dicembre 2018  (Mathias Depardon, Institute)
Da sapere
Mobilitazione permanente

1 ottobre 2019 Migliaia di iracheni scendono in piazza a Baghdad e in altre città. Chiedono la fine di un sistema politico basato su quote etniche e settarie, incapace di eliminare la corruzione e di garantire i servizi. Le forze di sicurezza rispondono con una repressione che provoca molti morti. Alle violenze partecipano le milizie sciite legate all’Iran. 25 ottobre Riprende la mobilitazione, dopo diciotto giorni di calma in occasione del pellegrinaggio sciita a Kerbala, per la festa religiosa di Arbaeen. Piazza Tahrir, a Baghdad, diventa l’epicentro delle proteste. 29 novembre Il premier Adel Abdul Mahdi si dimette, ma resta in carica ad interim. 3 gennaio 2020 In un attacco con un drone all’aeroporto di Baghdad, gli Stati Uniti uccidono il generale iraniano Qassem Soleimani, capo della forza d’élite Al Quds, e il militare iracheno Abu Mahdi al Muhandis, vicecomandante delle milizie note come Forze di mobilitazione popolare. 8 gennaio L’Iran lancia dei missili contro due basi che ospitano truppe statunitensi in Iraq: Erbil, nel nordest del paese, e Ain al Asad, a ovest di Baghdad. Non ci sono vittime. 20 gennaio Dopo una pausa dovuta alle tensioni regionali, riprendono le proteste. I manifestanti chiedono al governo di soddisfare le loro richieste: elezioni anticipate, una riforma della legge elettorale, un premier indipendente e la fine della corruzione e della ripartizione degli incarichi politici su base etnica e confessionale. 24 gennaio Il leader sciita Moqtada al Sadr, che guida il blocco più grande in parlamento, ritira il suo appoggio alle proteste. Ma una settimana dopo esorta i suoi sostenitori a restare in piazza. 1 febbraio Mohammad Allawi è nominato premier. Al Sadr accoglie con favore la sua nomina, respinta dalla maggior parte dei manifestanti. 2 febbraio I sostenitori di Al Sadr cacciano i manifestanti dal “Ristorante turco”, l’edificio simbolo della protesta a piazza Tahrir. 5 febbraio Almeno otto persone muoiono a Najaf, nel sud del paese, negli scontri scoppiati dopo un attacco dei sostenitori di Al Sadr a un accampamento di manifestanti. 13 febbraio Centinaia di donne manifestano a Baghdad contro il tentativo di Al Sadr di dividere i manifestanti in base al genere sessuale. Da ottobre, le vittime della repressione delle forze di sicurezza sono circa cinquecento. Al Jazeera


Da sapere
La piazza divisa

◆ “Le relazioni tra i manifestanti pacifici e i sostenitori di Moqtada al Sadr sono sempre più tese da quando il leader sciita ha deciso di appoggiare il governo di Mohammad Allawi”, scrive il quotidiano iracheno Azzaman. Su Al Jazeera Hiwa Osman nota che Al Sadr ha sempre fatto il doppio gioco nella politica del paese, ma ora la sua strategia ambivalente nei confronti delle proteste “crea tensioni tra i manifestanti, che si sono divisi in due fronti”. Secondo Osman “questa potrebbe essere la prima volta in cui Al Sadr entra in collisione con la sua base. I più ardenti sostenitori gli resteranno fedeli, ma la sua influenza nelle strade sta calando. E la sua posizione alle prossime elezioni potrebbe essere più debole”.


Rijin Sahakian è una scrittrice e organizzatrice di eventi artistici nata a Baghdad, in Iraq.

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Questo articolo è uscito sul numero 1346 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati