A settembre del 2020 il comune di Kigali, in Ruanda, ha presentato un nuovo piano urbanistico che guiderà lo sviluppo della città nei prossimi trent’anni. Si chiama Kigali yacu, “la nostra Kigali” in lingua kinyarwanda. Nonostante il nome in lingua locale, il piano per la capitale è stato prodotto da un ente straniero: la Surbana Jurong, un’azienda globale di proprietà del governo di Singapore che si è affermata nella pianificazione urbanistica in tutta l’Africa.
Negli ultimi cinque anni la Surbana ha firmato contratti in dieci paesi. Oltre che a Kigali, pianificherà lo sviluppo urbano a Kinshasa (capitale della Repubblica Democratica del Congo), Brazzaville (capitale della Repubblica del Congo), Libreville (capitale del Gabon), Bujumbura (capitale del Burundi), Conakry (capitale della Guinea), Luanda (capitale dell’Angola) e Lagos, l’enorme polo commerciale della Nigeria. Il Ghana ha inoltre affidato alla Surbana il compito di pianificare lo sviluppo di una superficie pari a metà del territorio nazionale, mentre Tanzania e Ruanda hanno chiesto all’azienda di lavorare su molte città più piccole.
Ad Abidjan un leader locale forte ha resistito alle pressioni del governo per riqualificare la zona con edifici in stile occidentale
Nessuno di questi paesi ha spiegato le ragioni della sua scelta, ma possiamo individuare almeno una caratteristica di quest’azienda che la rende particolarmente attraente: prima di diventare un’azienda autonoma, 17 anni fa, era il dipartimento per l’edilizia e lo sviluppo di Singapore, e il suo legame profondo con la struttura politica della città-stato dura ancora oggi. Il governo di Singapore è riuscito a costruire una solida infrastruttura e residenze dignitose in tutta la città, e questo ha forse reso la Surbana interessante agli occhi di molti amministratori che vogliono smentire la cattiva reputazione dell’Africa, considerata un continente di governi corrotti e politiche territoriali avventate e poco accurate.
Controllo e libertà
Surbana non rende noti i dettagli del suo lavoro in nessuna di queste città – un portavoce dell’azienda ha detto che i documenti sono “di proprietà dei clienti” – e lo stesso vale per le amministrazioni coinvolte. Le parole di Louis Tay, a capo delle operazioni della Surbana in Africa, forniscono perciò alcuni indizi sulle sue modalità di lavoro: “La pianificazione urbana è semplice”, dichiarava qualche anno fa. “Atterri, decolli e porti a termine il lavoro”. È proprio questo atteggiamento a preoccupare gli architetti in tutta l’Africa, mentre i loro governi continuano ad affidarsi a stranieri per pianificare il futuro.
“In realtà è un disastro”, dice Issa Diabaté, partner del Koffi & Diabaté Group di Abidjan, la capitale della Costa d’Avorio, dove l’amministrazione locale ha affidato al Giappone il compito di delineare un piano di sviluppo urbanistico. “La maggior parte dei governi non ha fatto alcuna riflessione sulle proprie strategie urbanistiche. In questo modo trascurano quasi completamente la creatività che li circonda”.
“Da molto tempo le città africane non sono controllate dall’Africa e nemmeno costruite da africani”, dice l’architetto keniano Kabage Karanja, fondatore dello studio di architettura Cave bureau a Nairobi. Le città del continente, afferma, discendono direttamente dalla storia del colonialismo e “i progetti urbanistici sono stati tendenzialmente strumenti per controllarle e non per liberarle”.
Secondo Omar Degan, architetto somalo cresciuto in Italia, titolare dello studio Do architecture a Mogadiscio, la maggior parte degli urbanisti stranieri non vede la forza e l’importanza delle tradizioni africane. “Vivo in una città costiera e abbiamo nuovi edifici in stile occidentale con mura di cinta e aria condizionata. Non è sostenibile e ci sta creando grossi problemi per il futuro”.
A quanto pare perfino gli africani che hanno avuto successo dopo essere emigrati tendono a trascurare le tradizioni locali quando si rituffano nei loro paesi d’origine. Prendiamo il caso della star della musica senegalese Akon e del suo progetto di costruire sulla costa, a un’ora di macchina da Dakar, una nuova enorme città ispirata a Wakanda (un regno africano immaginario dei fumetti Marvel). Akon City, come l’ha chiamata, potrebbe essere la prima metropoli al mondo a essere controllata da strumenti legali usati più comunemente da esperti di tecnologia che da urbanisti: quando abbiamo contattato la Ke International, la società immobiliare statunitense a cui è stato affidato il compito di realizzare il progetto, un portavoce ha risposto che ci sarebbe voluto del tempo per rispondere “in virtù di un accordo di riservatezza”.
I rendering del progetto prodotti dall’architetto Hussein Bakri, che lavora da Dubai, mostrano una serie di palazzi svettanti, vistosi e ondeggianti, collocati su un lungomare in stile Miami, uno stile che potrebbe essere definito alla Morris Lapidus (l’architetto modernista di Miami) sotto acidi. Altrettanto approssimativi sono i dettagli finanziari: l’entourage di Akon ha addirittura rifiutato di rivelare quanto è stato versato al Senegal per i diritti di edificazione. Un articolo uscito di recente su Le Monde suggerisce però che, anche se i senegalesi non sanno di preciso cosa stia architettando la megastar, sono disposti ad accettare il progetto se potranno trarne dei benefici. Un abitante di Mbodiène, uno dei villaggi che sarà interessato dal progetto di Akon, ha dichiarato al quotidiano che il padre ha ricevuto 5.400 dollari per il suo terreno. Questa somma, che probabilmente sembrerà una fortuna in un paese in cui il salario minimo è fermo dal 1996 (e oggi è di 0,37 dollari all’ora), non sembra affatto generoso se valutato in base al costo della nuova città: sei miliardi di dollari.
Risorse locali
Christian Benimana è il direttore generale dello studio Mass design group di Kigali, famoso perché impiega conoscenze, materiali e forza lavoro locali nella costruzione di scuole, abitazioni e strutture sanitarie progettate in collaborazione con le comunità che le useranno. Secondo lui il nuovo progetto della Surbana per la città è un enorme passo avanti rispetto al primo progetto proposto dall’azienda sette anni fa. “Il piano del 2013 era zeppo di gergo urbanistico e concetti che non si potevano in alcun modo applicare al Ruanda”, spiega. Per esempio, non consentiva la ristrutturazione di edifici storici né la realizzazione di strutture destinate a un uso misto. Si dice soddisfatto dell’aggiornamento proposto dalla Surbana che, aggiunge, offre “diverse possibili definizioni del modo in cui la città dovrebbe svilupparsi”.
Eppure, come i suoi colleghi architetti in tutto il continente, Benimana si chiede perché Kigali abbia scelto di rivolgersi a urbanisti stranieri: “Non si tratta di sminuire Surbana, ma non credo che abbia fatto cose che altri qui non sarebbero stati in grado di fare”.
Kunlé Adeyemi è un architetto nigeriano il cui studio, Nlé, ha sede ad Amsterdam. La sua creazione più famosa in Nigeria è stata la scuola galleggiante di Makoko, vincitrice di molti premi: una struttura a forma di A collocata su decine di fusti di plastica legati insieme, eretta in una laguna vicino a una baraccopoli di Lagos nel 2013 e distrutta da una tempesta tre anni dopo. Adeyemi insiste nel dire che, anche se l’edificio non ha retto, lo stesso non si può dire del progetto, a suo avviso un esperimento, un concetto per il futuro, un’idea su cui lavorare e da migliorare. Accusa i governi africani di cercare continuamente l’approvazione dall’estero: “Se non è il modello Singapore è il modello Dubai. Non c’è niente di male nell’avvalersi di competenze internazionali, ma se non si combinano con i saperi locali sono destinate al fallimento. Credo fermamente nella collaborazione e nella cooperazione sia con persone che sanno molto sia con persone che non sanno nulla”.
E quindi come dovrebbe essere nel ventunesimo secolo una città davvero africana secondo questi architetti?
Concentrarsi sui giovani
La maggior parte delle città africane è dominata dai giovani. Ad Abidjan, una delle dieci città più grandi del continente, il 70 per cento della popolazione ha meno di trent’anni, e l’architetto Diabaté suggerisce agli urbanisti di pensare al fatto che pochi di questi giovani residenti probabilmente compreranno un’automobile, perché preferiscono spostarsi all’interno della città in mototaxi. Molti, inoltre, non hanno alcuna familiarità con il concetto di pendolarismo quotidiano verso il centro per lavoro. Gli urbanisti dovrebbero concentrarsi meno sulle strade che portano in centro e più sulla necessità di sostenere gli snodi commerciali di ciascuna comunità. “Le persone migrano dai villaggi alla città per cercare opportunità lavorative”, spiega Degan. “Perciò la questione più importante è capire in che modo fornire i migliori standard urbani a persone con disponibilità economiche ridotte”.
Karanja, di Nairobi, è dello stesso avviso. Vede la città suddivisa in tre zone: origine, vuoto e creato. Origine è il posto da cui veniamo, inteso in senso mistico, come evoluzione, o più concreto, come il villaggio in cui siamo cresciuti. Vuoto è lo spazio della vita non pianificato e caotico. Creato è ciò che esiste, il sistema economico del mondo, l’infrastruttura coloniale, la rete stradale, gli edifici. “Un numero immenso di persone si sposta da origine a creato”, spiega Karanja. “Arrivano qui e sopravvivono in insediamenti informali (che, in quanto pianificati e realizzati in proprio, sono parte di vuoto). Mantenendo il vuoto così com’è si controlla l’elettorato. Se vogliamo lasciare il segno, dobbiamo attaccare questo sistema”.
Nel minuscolo quartiere di Abobo Baoule, ad Abidjan, un leader locale forte ha resistito alle pressioni del governo per riqualificare la zona con edifici in stile occidentale. Ha invece usato la sua popolarità e il suo potere per sostenere un’idea di risanamento più in sintonia con la comunità. Oggi il quartiere, che si trova in una delle aree più caotiche della città, continua a essere una sorta di oasi, con edifici bassi, viali alberati e sistemi fognari e di raccolta dei rifiuti autonomi.
Benimana, del Mass design group, ha proposto nuovi metodi di costruzione con materiali prodotti nel paese. A suo avviso i piani urbanistici dovrebbero basarsi sempre su questo principio. Karanja aggiunge un ulteriore aspetto, quello della finanza locale. Le cosiddette sacco (savings and credits cooperative, cooperative per la gestione del risparmio e del credito) sono cresciute a dismisura negli ultimi dieci anni in Kenya, ridefinendo il sistema finanziario del paese. Oggi si stima che siano dieci milioni i keniani che hanno investito in una di queste cooperative. I soldi accantonati, 6 miliardi in tutto, sono il 6 per cento del prodotto interno lordo del paese. “Il futuro”, insiste Karanja, “è in questi gruppi”.
Nel continente africano ci sono 48 città con più di un milione di abitanti e i governi devono fare una scelta: vogliono che le loro città somiglino a qualsiasi altra città del mondo? O sono disposti a sperimentare e ridefinire il significato di “urbano”? ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1382 di Internazionale, a pagina 66. Compra questo numero | Abbonati