C’è un fatto di cui non si parla mai apertamente: per molte donne nel mondo la fame non è uno stato temporaneo, è una condizione cognitiva. Scorre sotto ogni cosa: riunioni, conversazioni, flussi di pensiero interrotti da qualcosa di più impellente. Per molte di noi, la fame è presente dall’età in cui capiamo che i nostri corpi sono sotto esame.
Avevo undici anni.
Era l’estate prima dell’inizio delle medie. Ero seduta sul bordo di una piscina e cercavo di seguire una conversazione che continuava a sfuggirmi. Convinta, come lo sono a volte i bambini, di conoscere le regole del mondo in cui stavo entrando, avevo deciso di mangiare il meno possibile prima dell’inizio della scuola. Il piano prevedeva una confezione di biscotti SnackWell al giorno: senza grassi, progettati per avere il sapore del cartone, concepiti appositamente per donne e ragazzine a cui era stato detto che il grasso è il nemico e che il desiderio è qualcosa da gestire più che da esaudire. I biscotti SnackWell erano un prodotto culturale, studiato per aiutare le donne a eseguire istruzioni che avevano già interiorizzato. Non placavano la fame, perché la fame non è una scelta, è quello che la biologia fa quando un corpo non è nutrito: invia segnali che mettono il resto da parte.
Durante il giorno nuotavamo, ci sdraiavamo sul cemento e parlavamo dell’anno che stava per cominciare. Continuavo a perdere il filo della conversazione. Un pensiero affiorava per poi dissolversi in un circolo senza fine: quanto manca alla cena, quanto riuscirò a controllarmi, qualcuno avrà notato cosa sta facendo il mio corpo senza il mio permesso? Ricordo di aver ascoltato una compagna di squadra raccontare una lunga storia, per poi rendermi conto di non aver sentito quasi nulla. Qualcosa di più forte aveva occupato lo spazio richiesto dalla storia.
Alla fine della settimana, il costume mi pendeva sulle spalle. Il primo giorno di scuola la madre di un’amica, vedendomi, si fermò, mi squadrò come per valutare un intervento riuscito bene, poi disse che avevo “una nuova linea”. Lo disse con trasporto, come fanno gli adulti nel dare un regalo a un bambino. Una donna adulta aveva visto il mio corpo di ragazzina affamata e mi aveva dato la sua approvazione.
L’accettai, assimilando le regole del gioco prima ancora di poterle elencare: mi avevano sottratto qualcosa per darmi qualcos’altro in cambio. Le conversazioni sentite a metà erano lo sforzo richiesto per tenere il mio corpo in riga.
Tutto questo non riguarda una sola infanzia o un solo decennio. Un politico cambia cravatta ed è a posto, pronto per le telecamere. Una sua collega deve fare i conti con i tre parametri usati dai mezzi d’informazione per valutarla prima di sentire le sue posizioni politiche (ammesso che le valutino): il peso, l’acconciatura e il modo di vestirsi. Analizzando più di 750mila articoli, alcuni ricercatori hanno rivelato che in politica l’aspetto delle donne è più commentato di quello degli uomini. Non solo: i commenti sull’aspetto di una donna, anche positivi, riducono la percezione che gli elettori hanno della sua competenza. In uno stesso ciclo di notizie, una donna può essere elogiata perché ha il physique du rôle e criticata per lo stesso motivo. Proprio come prevede il sistema.
L’anno seguente la lezione di scienza era subito dopo la pausa pranzo. Seduta al banco, sentivo il mio stomaco emettere suoni che, ne ero certa, risuonavano in tutta l’aula, vivendo un’ora di segreta umiliazione. A ogni brontolio mi sentivo smascherata: il mio corpo rivelava quello che mi sforzavo di nascondere, non ero abbastanza disciplinata da sopprimere i suoi segnali.
Quello che vivevo come un fallimento personale era qualcosa di più specifico, era la reazione di un corpo quando è sottonutrito: invia segnali urgenti messi a punto dall’evoluzione per aggirare uno scontro tra bisogni concorrenti. La fame non interrompeva il mio pensiero perché ero debole, lo interrompeva perché è esattamente questo lo scopo della fame. Senza che nessuno chiamasse la cosa con il suo nome, stavo imparando a portarmi dietro un conflitto irrisolto con il mio corpo in tutte le stanze in cui sarei entrata per il resto della mia vita. Con il tempo diventò un brusio di sottofondo, come quando smetti di sentire il frigorifero nella stanza accanto o il neon sopra la testa, non perché il rumore sia cessato ma perché è diventato parte dell’ambiente, quindi invisibile, e tu stessa finisci per considerarti tale.
In un’intervista del 2009 la fotomodella Kate Moss, quando le avevano chiesto se avesse dei mantra, aveva risposto: “Non c’è niente di più buono che sentirsi magre”. Anni dopo ha detto che era una battuta. In realtà aveva finalmente detto ad alta voce un messaggio culturale diffuso da decenni, senza però formulare l’unica domanda davvero importante: cosa avrebbe potuto avere un sapore più buono, se la fame non fosse stata il prezzo da pagare?
Molto tempo prima che Kate Moss trasformasse quel tacito imperativo in una frase da citare, il fisiologo Ancel Keys ne aveva studiato i costi nascosti. Nel 1944, all’università del Minnesota, reclutò 36 uomini in buona salute e per sei mesi li sottopose a un regime di quasi digiuno, riducendo il loro consumo calorico quotidiano da circa 3.470 a 1.570 calorie. I ricercatori documentarono non tanto il crollo della capacità di pensiero, ma qualcosa di più sottile e rivelatore: lentamente la fame conquistava il pensiero. La capacità cognitiva rimaneva tecnicamente intatta, ma diminuiva la volontà di usarla. L’attenzione dei volontari si spostava verso il cibo nel mezzo di una conversazione, di un compito, di una frase che stavano pronunciando. Accumulavano libri di ricette, si soffermavano sui menù dei ristoranti: il rumore della fame occupava così tanto spazio cognitivo da lasciarne poco per tutto il resto. I ricercatori pubblicarono i loro risultati, definirono il loro esperimento una svolta e passarono ad altro.
Da allora la ricerca ha dato un nome preciso a questo meccanismo. Come i volontari di Keys, le donne che si sottopongono a restrizione alimentare mostrano un calo misurabile della memoria di lavoro, dell’attenzione sostenuta e della flessibilità cognitiva: non dell’intelligenza grezza, quindi, ma della qualità del pensiero in circostanze normali. Nello svolgere compiti cognitivi impegnativi, le donne che limitano attivamente il loro consumo calorico hanno risultati peggiori delle donne che in quel momento mangiano senza porsi limiti. In altre parole, per controllare e limitare ciò che mangiamo, attingiamo alle stesse risorse cognitive necessarie al pensiero.
Un politico cambia cravatta ed è a posto. Una sua collega deve fare i conti con i tre parametri usati dai mezzi d’informazione per valutarla: il peso, l’acconciatura e il modo di vestirsi
Il rumore della fame è un aspetto sottovalutato ogni volta che si parla di quello che le donne riescono o non riescono a realizzare. In uno studio condotto in 23 paesi, quasi ovunque le donne hanno dichiarato molto più spesso degli uomini di essere a dieta o di limitare l’assunzione di cibo. L’essere a dieta, quindi, è una parte importante del divario di genere nei comportamenti alimentari sani. È una lezione che attraversa latitudini e lingue. Il vocabolario usato per trasmetterla cambia. Il contenuto no.
Quando ho cominciato a studiare medicina, non davo più molta importanza alla fame. Mangiavo quando era opportuno, quando non interferiva con il giro visite o con l’aspettativa professionale che il mio corpo non dovesse farsi notare. Il rumore era meno forte di quello di quell’estate in piscina, l’avevo talmente integrato nella mia quotidianità cognitiva da non farci più caso. All’epoca mi era sembrata una prova della mia disciplina. Ora so che era la prova di come un adattamento appreso possa fondersi con la personalità.
Al terzo anno, nel primo giorno del tirocinio in chirurgia, un assistente corpulento, con la pancia che gli copriva la cintura, mi squadrò da capo a piedi prima ancora che avessimo scambiato mezza parola sulla medicina o sui pazienti. Poi mi fece i complimenti per essere “rimasta in forma”, a differenza di altre ragazze dello stesso corso. Voleva dire che ero una persona seria, aggiunse.
Mi sentii apprezzata. Aveva riassunto in una frase il patto che portavo avanti dal giorno in cui la madre della mia amica mi aveva guardata in piscina. Il mio corpo era arrivato prima della mia mente e aveva trasmesso un messaggio per conto mio. Senza che me ne accorgessi, gli anni trascorsi a subire, a gestire e ad adattarmi al rumore della fame si erano accumulati fino a costruire le mie credenziali. Nella brutale aritmetica della formazione medica, dove ogni vantaggio sembrava prezioso e gli svantaggi erano strutturali e iniqui, provavo qualcosa che ancora oggi fatico a nominare: orgoglio. Avevo fatto il mio lavoro. Avevo reso il mio percorso leggermente meno difficile diventando una donna con un corpo che diceva la cosa giusta prima ancora che aprissi bocca. Il fatto che quel lavoro consistesse nella gestione della graduale scomparsa di me stessa non era qualcosa su cui soffermarsi. Lo avevo archiviato accanto al resto ed ero andata avanti.
Anni più tardi, dopo la nascita del mio secondogenito, ci prendemmo tutti la gastroenterite. Mi stese per due giorni. Vomito, diarrea, il fegato talmente sotto sforzo che gli occhi diventarono gialli: era ittero, perché il mio corpo aveva smesso di fingere di star bene molto prima di me. Continuai comunque ad andare al lavoro, non perché non mi rendessi conto di quanto stavo male, ma perché per anni avevo trattato lo sfinimento come una condizione gestibile. Non lo consideravo una ragione per fermarmi. Quando un collega mi vide dimagrita e spossata, mi disse addirittura: “Wow, sei proprio tornata in forma dopo il parto. Sei quella di prima”. Il mio corpo stremato e i miei occhi giallo ittero erano considerati un traguardo.
Poi feci qualcosa a cui penso spesso. Nelle settimane seguenti ricominciai deliberatamente a limitare il consumo di calorie, inseguendo la forma che la malattia mi aveva restituito. E questo nonostante mi sentissi di nuovo annebbiata, nonostante la mia pazienza si stesse esaurendo e i pensieri perdessero nitidezza. La malattia mi aveva rimessa a zero e io la prendevo come un’opportunità per rilanciare il controllo del peso.
Non mi sono mai sentita un impostore quando limitavo la mia alimentazione. Quella sensazione è arrivata più tardi, perché dopo il secondo parto, quando il mio corpo ha smesso di reagire come un tempo, mi sono assestata su un peso che non avevo mai raggiunto se non in gravidanza. Lo sentivo in ogni stanza in cui entravo per motivi professionali. Ero una donna più grossa che parlava della salute di altre donne. Ero una medica che aveva perso l’autorevolezza rivendicata un tempo dal suo corpo più esile. Lavoravo con più impegno per essere presa sul serio. Parlavo citando più prove, con maggiore precisione, con diligente autorevolezza. E non mi chiedevo mai perché la precisione non sembrasse sufficiente, a differenza della magrezza. Non mettevo in discussione l’asimmetria della cosa. Non avevo ancora le parole per farlo.
Oggi ne vedo l’impatto sulle donne sedute nel mio studio. Mi descrivono la stanchezza, la pazienza che non c’è, la difficoltà di portare avanti un pensiero fino alla fine. Lo scambio si sposta prevedibilmente verso un numero: quella misura regolarmente premiata in ogni campo della loro vita, quella che suscita sguardi e commenti di approvazione perché “sei tornata quella di prima”. Quando porto il discorso su ciò di cui hanno bisogno le loro ossa, il loro cuore, il loro cervello, sul loro viso appare un’espressione che riconosco, per esserci passata. La presa di distanza. L’educata tolleranza verso un valore che non è mai stato apprezzato quanto l’altro. Sanno, astrattamente, che la densità ossea è importante. Sanno che la salute cognitiva esiste. Ma sanno anche, perché il mondo intero glielo ripete da sempre, che nessuna di queste cose ti fa ricevere complimenti nei corridoi. Una donna che ha mantenuto la stessa taglia dei vestiti si sentirà dire che sta una favola. Una donna che ha mantenuto la stessa densità ossea non si sentirà dire nulla. Queste donne non sono confuse, la loro è una risposta razionale a un sistema d’incentivazione molto coerente. Ho interiorizzato la stessa risposta nel corso di decenni di addestramento, e poi sono passata dall’altro lato. Ma non così fuori dal sistema quanto il mio camice bianco potrebbe far credere.
Quello che chiamiamo un problema legato alla bellezza, alla disciplina, un problema personale, è anche un problema cognitivo. Gestire un corpo in una cultura che considera la magrezza femminile una prova di serietà richiede uno sforzo mentale che sottende ogni cosa: la riunione, il manoscritto, l’idea svanita prima di concludersi, la pazienza finita un’ora prima del necessario. Una mente in parte impegnata a controllarsi non può allo stesso tempo dare la massima attenzione ad altro. Il mio non è un giudizio, è la descrizione di come funziona l’attenzione. L’attenzione è limitata, la fame ne prende un po’. Quello che la fame sottrae non può essere usato allo stesso tempo per altro.
I farmaci agonisti del recettore del Glp-1, come l’Ozempic, nati per il diabete e poi diventati di uso comune anche per l’obesità, agiscono sui recettori del cervello e dell’intestino che regolano l’appetito e la sazietà: sopprimono il segnale della fame alla sua radice neurochimica, anziché chiedere alla mente di aggirarlo. Per molte persone hanno attenuato il rumore. Oltre ai cambiamenti fisici, alcune mie pazienti descrivono una sensazione di ampiezza inattesa, che faticano a spiegare. Portano a termine i loro pensieri. Seguono le conversazioni fino alla fine. Raccontano di essere più presenti, di sentirsi lì dove sono in modo più completo. All’inizio nessuna di loro collega questo alla fame. Parlano di un senso diffuso di liberazione, come se qualcosa intorno a loro fosse stato rimosso. Quello che descrivono è il modo in cui l’attenzione cognitiva reagisce quando non è più parzialmente occupata da un segnale che le è stato chiesto di gestire per decenni.
Ma i farmaci non sono una soluzione per quello di cui parlo. Sono la sua più recente iterazione, una nuova tecnologia per controllare il segnale, fondata su un costrutto culturale radicato secondo cui il problema è nel segnale.
Perché il corpo ricorda con esattezza lo sforzo che gli è stato chiesto di sostenere. Un’analisi di 48 diversi studi, pubblicata nel 2026 su The Lancet, ha rivelato che chi smette di usare i farmaci come l’Ozempic riprende il 60 per cento del peso perso nel giro del primo anno. Inoltre tra il 40 e il 60 per cento del peso perso riguarda la massa muscolare magra, non il grasso. La perdita muscolare aumenta i problemi metabolici che questi farmaci dovrebbero trattare. La fame torna. La gestione cognitiva ricomincia. Il rumore riprende il suo posto. I farmaci offrono silenzio, non un rapporto diverso con il segnale, un rapporto in cui tenere conto del suo richiamo.
La dimensione più crudele è quella temporale, che si coglie pienamente solo dopo qualche anno di osservazione. La premenopausa arriva con la mezza età come una verifica non programmata. I cambiamenti ormonali alterano il metabolismo, ridistribuiscono il peso, disturbano il sonno e interagiscono con le strategie di controllo che le donne hanno perfezionato per decenni in modi spesso impietosi. La restrizione che funzionava a trent’anni smette di funzionare a quarantasette, spesso di colpo e senza spiegazione. Il corpo comincia a prendere decisioni per conto suo e la nostra cultura non offre una chiave di lettura che non sia quella del fallimento. Nel descrivere questo cambiamento, le mie pazienti esprimono un tipo di rabbia preciso: quella di chi ha rispettato un accordo e scopre che l’altra parte non ha mai avuto intenzione di firmarlo. Il problema non è mai stato il corpo, ma quello che la cultura gli ha richiesto, con un impatto su fronti che abbiamo trascurato. Gli studi sulla densità ossea di donne con un passato di restrizione alimentare cronica hanno rivelato che la perdita dovuta a una sottoalimentazione a lungo termine è uno dei pochi effetti irreversibili. La struttura ossea sviluppata durante l’adolescenza e la prima età adulta è la base su cui si costruisce tutto il resto, e anni di sottoalimentazione la compromettono in modo irreparabile.
Le origini delle fratture del femore che aumentano la mortalità nelle donne ottantenni spesso risalgono a decenni prima. Sono come interessi accumulati su un debito che quelle donne hanno contratto a undici, ventidue o trentacinque anni, quando hanno imparato che un corpo esile vale più di un corpo forte. Il debito cognitivo si accumula allo stesso modo, ma è più difficile da misurare perché esiste nello spazio negativo di cose che non sono accadute. La ricerca ha documentato prestazioni compromesse nelle donne che si sottopongono a restrizione alimentare, ma non può documentare le idee incompiute, la pazienza che si è esaurita prima del necessario, i pensieri interrotti che non si sono presentati più. Queste perdite sono reali, ma non possono essere rivelate da un’ecografia.
Mia figlia ha undici anni, esattamente l’età che avevo quel giorno in piscina. Quando la guardo non riesco a non vedere anche la bambina che registrò l’approvazione della mamma della sua amica e capì quanto le sarebbe costato provare a guadagnare la stessa approvazione per altri trent’anni. Ci siamo lasciati alle spalle i biscotti SnackWell, ma non l’ingiunzione che racchiudevano. Un’ingiunzione che esiste da sempre. Vive nel linguaggio che usiamo per parlare del corpo delle donne, nelle misure premiate e in quelle ignorate, nei giudizi disinvolti, mascherati da complimenti, dati da adulti senza cattive intenzioni ma che fanno comunque del male. Mia figlia li sta ricevendo sotto forme che riesco a cogliere e sotto altre che mi sfuggono. E li riceverà in ogni campo in cui si muoverà, perché nonostante i nostri sforzi le cose sono cambiate poco.
Sono diventata una medica per dare un nome chiaro alle cose, perché è questo che rende possibile la cura. Non è possibile affrontare ciò che non è stato descritto, e non è possibile descrivere ciò che tutti hanno accettato di non dire ad alta voce. E allora diciamolo, forte e chiaro: la fame che le donne imparano a ignorare non è una questione personale. Non è un fatto di disciplina, non è una scelta legata alla salute, non è una dimostrazione di carattere. È una tassa cognitiva, imposta in modo sistematico al pensiero di metà della popolazione, fin dall’infanzia e poi per decenni, in modo così discreto e da così tanto tempo che la maggior parte delle donne ha finito per considerarla semplicemente il costo di essere se stesse. A cosa avrebbero potuto pensare le donne in assenza di quel rumore? Quali ragionamenti avrebbero concluso, quali idee avrebbero seguito fino alla fine, quanta pazienza avrebbero avuto abbastanza a lungo? Non abbiamo una risposta. Sappiamo solo che queste domande non sono mai state poste seriamente.
È più difficile ignorare le parole di una donna che mangia a sufficienza. È più difficile sfinirla. È più difficile convincerla che i suoi pensieri non meritano di essere seguiti fino in fondo.
La mia non è una speranza. È una constatazione clinica, basata su anni di osservazione di cosa accade quando una donna smette di controllare il segnale: il pensiero si conclude, e questo provoca una soddisfazione che è in sé una ricompensa, anche se nessuno ha mai pensato di proporla come alternativa. La pazienza torna. La presenza riempie una stanza invece di contrarsi pur di trovare un posto.
Il rumore non è mai stato un segnale di fallimento. È il rumore di un corpo che ribadisce di cosa ha bisogno e di una cultura che ribadisce, con più forza, che quel bisogno non conta nulla.
Lo abbiamo sempre saputo. Ed è proprio per questo che non lo abbiamo mai detto ad alta voce. ◆ fs
Sarah Berg è ginecologa e ostetrica, e ha fondato la piattaforma educativa sulla menopausa Selfority. Vive in Arkansas, negli Stati Uniti. Questo articolo è uscito su Aeon con il titolo “The fog of hunger”.
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Questo articolo è uscito sul numero 1684 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati