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l 31 maggio 1886 cominciò come ogni altro giorno per Sophia Hinerangi. Si svegliò presto nella whare (casa, in maori) dal tetto spiovente dove viveva e radunò il suo gruppo di escursionisti dai loro alloggi. Poi, con una breve passeggiata, li condusse dal villaggio di Te Wairoa fino alla riva del lago Tarawera, in Nuova Zelanda, dove avrebbero navigato su una coppia di baleniere a remi. Per alcuni di quei viaggiatori, questa era l’ultima tappa di una spedizione durata mesi. Avevano affrontato lunghi tragitti su transatlantici, piroscafi e diligenze lasciando case disseminate in ogni parte del mondo per raggiungere una delle frontiere più remote dell’impero britannico. Erano probabilmente i primi ecoturisti della storia, arrivati fin lì per ammirare una meraviglia geotermica senza eguali considerata l’ottava meraviglia del mondo.

Il Tarawera era circondato da colline lussureggianti e vertiginose. Il suo ampio vulcano color ruggine digradava verso un lago gemello, il Rotomahana, largo meno di due chilometri. Dalle fumarole sibilava idrogeno solforato, riempiendo l’aria di un fetore putrido di uova marce. Fare esperienza di quella regione, scrisse un visitatore, significava “immaginarsi tra i tubi di scarico delle caldaie di una decina di invisibili macchine a vapore”.

Ai due lati del lago Rotomahana si trovavano due tra gli spettacoli più straordinari della terra: una coppia di immense cascate di depositi silicei, create nel corso dei secoli dal deflusso di sorgenti termali che da una collina precipitavano verso il lago. I maori chiamavano la più piccola delle due Ō-tū-kapua-rangi, fontana del cielo nuvoloso, e la più grande Te Tarata, roccia tatuata. Per gli occidentali erano le terrazze bianche e rosa.

Le terrazze sorgevano sulla terra ancestrale di due iwi, o tribù, i tūhourangi e gli ngāti rangitihi, che le veneravano come un taonga, un tesoro. In effetti, il turismo generava una ricchezza senza precedenti per entrambi i gruppi. E nessun luogo lo mostrava meglio del marae rosso fiamma di Te Wairoa, la tradizionale casa delle assemblee. Chiamata Hinemihi o te ao tawhito, era tempestata di sovrane d’oro e decorata con squisiti intagli maori nel legno di tōtara. La sera prima di imbarcarsi per attraversare i laghi, gli abitanti del posto offrivano ai visitatori esibizioni di haka, la danza maori.

Ma la vera stella delle terrazze era Sophia: di origini maori e scozzesi, aveva avuto diciassette figli e si era sposata due volte. Le altre guide pensavano che possedesse il matakite, la chiaroveggenza; un cronista del Daily Telegraph osservò che aveva il “portamento di una duchessa”. Il secondo marito di Sophia, Hōri Taiāwhio, un tūhourangi, era uno dei rematori delle sue baleniere. I circa 250 abitanti di Te Wairoa sapevano che la whare della coppia era una delle più solide dei dintorni.

Le terrazze erano “più belle di quanto possa dire”, raccontò Sophia a uno storico nel 1904. Ma come gli altri maori sapeva di dover temere quella terra, perché oltre alla fortuna aveva portato anche disgrazie. Tūhourangi e ngāti rangitihi combatterono una serie di battaglie sanguinose per l’accesso alle attrazioni termali dei laghi, e bande di razziatori cacciavano spesso gli allevatori dalle loro case. Il popolo dei tūhourangi (tangata) cominciò a soccombere ai vizi occidentali. Le donne eseguivano danze licenziose per denaro; gli uomini sperperavano i loro guadagni in birra. “Gli indigeni hanno smesso di macinare o coltivare il grano dorato, preferiscono coltivare la conoscenza dei pākehā (straniero o neozelandese di origine europea) e vedere quanto oro riescono a spillargli”, scrisse un fotografo in visita.

Dentro il Tarawera era imprigionato uno spirito feroce e cannibale

Ancora peggiore era il precario rapporto degli iwi con gli acquirenti coloniali di terre. Né i tūhourangi né gli ngāti rangitihi avevano firmato il trattato di Waitangi/ Te tiriti o Waitangi. Questo documento del 1840, redatto in inglese e tradotto in te reo māori, la lingua maori, era già diventato il nodo centrale delle forti tensioni razziali della giovane colonia. Nel primo articolo del trattato, il più controverso, i maori cedevano alla regina Vittoria la kawanatanga, una traslitterazione dell’inglese “governance”, amministrazione. Ma la versione inglese garantiva ai britannici la “sovranità”, termine che non aveva un equivalente maori. Intenzionale o meno, questo divario semantico avrebbe segnato i rapporti dei maori con i pākehā – e, si potrebbe dire, l’intero paese – per parecchi decenni a venire.

Poi, nel 1852, una legge costituzionale voluta dal parlamento britannico introdusse di fatto un sistema di apartheid legale in cui il governatore della Nuova Zelanda, nominato da Londra, gestiva gli affari maori, mentre i rappresentanti eletti governavano sui coloni. Nel 1858 gli iwi che in precedenza si erano combattuti nominarono il loro primo monarca, o kīngi, nel tentativo di unirsi sotto un organismo di governo autonomo e di riappropriarsi di usanze e valori, tikanga, calpestati dai colonizzatori.

Con il rafforzarsi del controllo britannico sul territorio, i piani coloniali per costruire strade e un hotel di lusso sul Tarawera si intensificarono. Alcuni amministratori mettevano in dubbio che gli indigeni neozelandesi avessero davvero diritti legali, e progettavano non solo di comprare, ma di prendere le loro terre con la forza.

Mentre gli iwi riflettevano su queste nuove minacce sociali, un pericolo ben più grave e più antico ribolliva sotto i loro piedi.

Nuovi segni di vita

Nelle settimane precedenti il 31 maggio i tūhourangi erano stati colpiti, a quanto pare, da una violenta epidemia, forse di tifo, che aveva stroncato la vita di molti ragazzi e ragazze. I giornalisti ipotizzavano che la colpa fosse dell’alcol. I tohunga, i sacerdoti maori, temevano che i vizi del loro popolo avessero attirato una minaccia ancora più letale. Il Tarawera faceva parte di una colossale zona vulcanica che si estendeva per più di trecento chilometri da nord a sud ed era responsabile di alcune delle più grandi eruzioni del pianeta; appena un anno prima il cratere della vicina Whakaari, isola Bianca, era scomparso in un’eruzione. Nove mesi dopo l’acqua del lago Rotoehu, ventidue chilometri a nord del Tarawera, si era abbassata di più di un metro e, per la prima volta in oltre un secolo, dalla vetta più alta della regione, il Ruapehu, aveva cominciato a levarsi il vapore. Perfino i terremoti erano diventati più frequenti. Da generazioni i maori ammonivano che dentro il Tarawera era imprigionato uno spirito feroce e cannibale. Ora sembrava che quello spirito fosse sul punto di scatenarsi. La stessa Sophia si era accorta che geyser e sorgenti termali rimasti a lungo inattivi avevano ricominciato a dare segni di vita. Più tardi raccontò alla storica Ellen Massy di aver temuto che stesse per succedere qualcosa di terribile.

Fu in questa atmosfera febbrile che Sophia e il suo gruppo di viaggiatori raggiunsero la riva del lago Tarawera, una mattina di quel maggio – solo per scoprire che era asciutto e che le baleniere erano bloccate nel fango. Dopo un momento, scrisse lei, l’acqua tornò “con un suono lamentoso, quasi di pianto”. Le barche ripresero a galleggiare, ma poi ricaddero giù quando l’acqua si ritirò di nuovo. Infine l’acqua tornò ancora, più alta di prima. Erano tutti spaventati, ma si erano spinti troppo lontano per tornare indietro. Dopo qualche discussione, il gruppo si inoltrò nel lago.

Era una giornata invernale insolitamente bella. Dalla superficie del lago si alzava la nebbia, e attraverso la foschia il gruppo scorse il cavallo di un capo iwi, solo, su una collina vicina, con il monte Tarawera che si stagliava alle sue spalle. I rematori interpretarono quell’apparizione come un altro presagio. Poi apparve una seconda canoa, scivolando in lontananza da dietro un albero. A Sophia parve di vedere un pescatore. Ma era una canoa da guerra, e l’uomo indossava la tenuta da battaglia. A poco a poco la canoa diventò più grande, e gli uomini a bordo si moltiplicarono. Ora c’erano cinque guerrieri ai remi, poi sette, poi nove, poi tredici. A Sophia sembrava che ciascuno di loro avesse la testa di un cane. Quando la baleniera accelerava, la canoa da guerra faceva altrettanto, muovendosi in parallelo, come se le due imbarcazioni fossero immagini allo specchio. Quando loro si fermavano, si fermava anche quella. Alcuni turisti cominciarono a schizzare la scena nei loro taccuini da disegno. “La canoa era così vicina che potevamo vedere il sole brillare sui remi”, scrisse uno di loro. “Salutammo la barca, ma non ci fu nessuna risposta”. I rematori maori smisero di vogare. La canoa si rimpicciolì, poi scomparve nell’acqua. I rematori di Sophia abbassarono il capo per la paura. Sapevano quello che i turisti ignoravano: era una waka wairua, una canoa fantasma, o degli spiriti.

Sophia Hinerangi in un ritratto di Arthur James Iles, 1900  (TKH history/Alamy)

Il gruppo continuò l’escursione. Ma mentre i turisti sbarcavano per visitare le terrazze, Sophia incontrò un capo locale, Rangiheuea, e gli raccontò cos’era successo.

“È tika (vero)?”, ricordò che lui le aveva chiesto.

“Sì”, rispose lei. “L’hanno vista tutti quelli che erano sulla barca, compresi i nove visitatori”.

Il capo si rabbuiò e gemette. “Ci sarà una grande guerra”, disse, “e molti capi e molte persone saranno uccisi”.

Sophia rimase scossa dalla profezia, e quella sgradevole sensazione non voleva lasciarla. Il 9 giugno chiese al suo cliente più importante, uno degli albergatori del lago, se poteva smettere di accompagnare i gruppi di turisti, ma lui rifiutò. Presto sarebbe arrivato un altro gruppo, e lei doveva continuare a lavorare.

Stelle luminose

Il giorno seguente faceva freddo, e Sophia trascorse il pomeriggio a letto, cucendo. Poi, intorno alle 23.30, si svegliò bruscamente. Il terreno ondeggiava, e fuori c’era luce come in pieno giorno. Tutto intorno sentiva dei boati. Afferrò due dei suoi figli e si rifugiò nella whare. A mezzanotte e mezza, erano già stati raggiunti da più di una decina di persone.

Circa un’ora dopo, il monte Tarawera eruttò, spaccandosi lungo una frattura di diciassette chilometri e scagliando in aria la sua sommità, insieme a circa due chilometri cubi di cenere e detriti, fino a diecimila metri d’altezza. Anche due cime vicine si squarciarono, crepitando come fuochi d’artificio. Un grosso blocco della montagna scomparve completamente, mentre crateri e bocche eruttive lanciavano in aria massi di venti chili, oscurando il cielo con una grandinata di palle di cannone incandescenti. “Centinaia di stelle luminose si davano la caccia”, scrisse un testimone.

L’aria diventò gelida e una raffica furiosa spazzò la zona, facendo saltare finestre e camini. Il rumore era così assordante che persone in piedi fianco a fianco non riuscivano a sentirsi. Gli abitanti dei villaggi più vicini alla montagna – come Rangiheuea, che si trovava alle terme su una delle isole del Rotomahana – furono sepolti quasi all’istante sotto una colonna di fango e cenere alta quasi quindici metri. Quelli abbastanza lontani da poter fuggire lo fecero nel “buio più nero che abbia mai visto”, scrisse Sophia. Decine di persone furono inghiottite dalla terra in convulsione, travolte dalla scoria vulcanica, sepolte dalla cenere, abbattute dal vento, schiacciate dalla muratura che crollava o vaporizzate dal fuoco.

Alle sei del mattino, quando gli spasmi più violenti della montagna finalmente cessarono, erano morte circa 120 persone; tutte, tranne sette, erano maori. Alberghi e villaggi erano scomparsi o erano stati rasi al suolo. Anche gran parte di Te Wairoa non esisteva più. Ma il tetto della whare di Sophia, in qualche modo, aveva resistito all’orrore, salvando la vita a una sessantina di persone che si trovavano all’interno. Sophia credeva che Rangiheuea avesse reso la sua casa tapu, consacrata. Non ricordava perché avesse portato dentro casa la vanga e il forcone da giardino, attrezzi che normalmente lasciava fuori. Ma erano lì, e chi si trovava dentro poté scavarsi una via verso la salvezza.

Quando uscirono, insieme al centinaio circa di persone che durante l’eruzione avevano trovato riparo a Hinemihi, la casa delle assemblee, si trovarono davanti una scena apocalittica. Il paesaggio era nero come un disegno a carboncino. La cima del Tarawera era scomparsa, sepolta sotto quella che agli osservatori sembrava un’immensa distesa di litorale. I laghi scintillanti erano poco più che pozzanghere marroni. Gli animali vagavano tra le rovine; furono trovati fagiani selvatici con tanto di quel fango sulle piume da non riuscire più a volare. La cenere era caduta sulle navi che si trovavano più di cento chilometri al largo della costa.

Il vulcano, scrisse un giornalista due giorni dopo, era stato sostituito da “un enorme cratere che vomitava pioggia di fango e pietre da innumerevoli bocche spalancate”. Alcuni maori credevano che l’eruzione fosse un castigo per essersi allontanati dal tikanga, dalle consuetudini indigene. Problema ancora più grave, erano rimasti senza casa. Sophia e decine di altri si trasferirono qualche chilometro più a nord, nel villaggio di Whakarewarewa, dove lei continuò ad accompagnare i turisti tra le sorgenti termali. La terra si assestò. Il Rotomahana si riempì di nuovo, diventando cinque volte più grande di prima. Le piante avvolsero le sue rive e gli animali tornarono. Però le terrazze bianche e rosa erano scomparse.

Le terrazze avevano un posto centrale nella memoria collettiva

Una spedizione inviata dal giornale Auckland Star il giorno dopo l’eruzione non riuscì ad accertare che fine avessero fatto, e non ci riuscirono neppure alcune missioni geologiche successive. Un perito, Harry Lundius, ipotizzò che fossero esplose in mille pezzi. Sophia disse alla storica Massy che l’ottava meraviglia del mondo era andata perduta “per sempre” insieme alla principale fonte di reddito turistico della regione. Le terrazze avevano un posto centrale nella memoria collettiva della Nuova Zelanda, ma il loro significato, come quello del trattato, dipendeva dalla cultura dei diversi gruppi. Per i pākehā era una perdita estetica, se non economica. Per i maori le terrazze diventarono un simbolo della propria perdita di autonomia dovuta alla colonizzazione. Il Tarawera aveva devastato la terra e sepolto nel fango molte persone della loro comunità. I pākehā saccheggiarono tutto ciò che era rimasto in piedi, compresa Hinemihi, acquistata per cinquanta sterline dal governatore della Nuova Zelanda, un aristocratico britannico, che la fece smontare, spedire e ricostruire sul prato della sua residenza di campagna nel Surrey. Il te reo māori, la lingua maori, fu proibito. E nel 1907 il parlamento della Nuova Zelanda approvò una legge che vietava le attività dei tohunga, i guaritori tradizionali maori.

La predazione delle terre indigene continuò a pieno ritmo: solo nel 1922 il governo neozelandese riconobbe legalmente almeno una parte di questi abusi, concedendo agli iwi diritti di pesca e di sepoltura nella cosiddetta regione dei Laghi caldi, anche se mantenne il controllo dei fondali lacustri. Il numero dei maori diminuì, mentre la popolazione della Nuova Zelanda aumentò.

L’esplorazione

Nella seconda metà del ventesimo secolo gli orientamenti della siccità cambiarono lentamente tornando a riconoscere i diritti e la cultura indigena. Nel 1975 il governo neozelandese istituì il tribunale di Waitangi per indagare su possibili violazioni del documento fondativo della nazione, e nel 1987 il te reo māori fu riconosciuto come lingua ufficiale, ottenendo il diritto di essere usato in “determinati procedimenti legali”. Il diritto fondiario si è allineato sempre più alle interpretazioni maori del trattato e, nel 2011, lo stato ha rinunciato alla proprietà legale dei mari e delle coste del paese. Sembrava, almeno in apparenza, che si stessero compiendo progressi nel rafforzamento dei diritti delle popolazioni indigene. Poi, in una giornata ventosa di quell’anno, un gruppo di scienziati guidato da un carismatico ex calciatore ha scoperto che, con ogni probabilità, almeno una delle terrazze non era andata completamente distrutta.

Cornel de Ronde è cresciuto negli anni sessanta a circa duecento chilometri dal Tarawera, ad Auckland, la città più grande della Nuova Zelanda. Ma prima che arrivassero a sconvolgergli la vita, aveva a malapena sentito parlare delle terrazze bianche e rosa. Da giovane de Ronde sognava di diventare astronauta, o forse mezzofondista. Ma nel 1978, a diciott’anni, fu invitato a sostenere un provino per la britannica Nottingham Forest, all’epoca una delle migliori squadre di calcio del mondo. Non era destino. Fermato da un infortunio al ginocchio, de Ronde puntò tutto su un quarto sogno. Prese una laurea in geologia e geofisica ad Auckland e un dottorato a Toronto, poi si trasferì a Barberton, in Sudafrica, dove si trovano alcune delle rocce più antiche e meglio conservate del pianeta. La loro età – in alcuni casi superiore ai 3,5 miliardi di anni – lo affascinava, e l’entusiasmo dei suoi colleghi era contagioso. “Per i geologi il tempo è molto diverso da quello della maggior parte della gente”, mi ha detto. “Su un orologio di ventiquattro ore, gli esseri umani arrivano circa tre secondi prima della mezzanotte”.

Eppure gli esseri umani erano difficili da evitare, soprattutto a Barberton, una città della corsa all’oro che aveva fatto parte dell’ex repubblica boera, dove gruppi paramilitari afrikaner organizzavano manifestazioni a favore dell’apartheid. De Ronde assistette a uno di questi raduni (è bianco, ma dice di esserne rimasto comunque terrorizzato) e poco dopo partì per il Giappone, dove la sua ricerca si concentrò non più sulla terraferma ma sulla mappatura dei fondali oceanici, e in particolare delle bocche idrotermali ricche dei minerali che sono alla base della vita. “Mi sembrava una cosa assolutamente straordinaria”, dice. “Chi non vorrebbe fare questo lavoro?”.

De Ronde è tornato in Nuova Zelanda e nel 1997 è diventato ricercatore principale presso il Gns science, un istituto di ricerca della Corona che ha sede non lontano da Wellington (nel luglio 2025 il Gns science si è fuso con il Niwa, il National institute of water and atmospheric research, dando vita a Earth sciences New Zealand). Trascorreva le sue giornate su navi e sommergibili da ricerca a caccia di bocche idrotermali; era particolarmente entusiasta di studiare il Brothers, un enorme vulcano sottomarino quattrocento chilometri a nord dell’isola di Whakaari. “I pennacchi, strepitosi!”, esclama, aggiungendo: “È il vulcano sottomarino più attivo e meglio studiato del mondo”.

Gli obiettivi principali del Gns erano analizzare i rischi geologici e le opportunità per la Nuova Zelanda. Ma un compito ancora più urgente era mappare l’attività vulcanica nella regione dei Laghi caldi. Le ricerche suggerivano che il calore continuava a entrare nella miriade di caldere che compongono la regione, ma che solo una parte ne usciva. Il governo neozelandese voleva sapere quali fossero le probabilità di una nuova supereruzione. “Se il calore che esce è molto inferiore al calore che entra, siamo in una situazione simile a quella di Yellowstone”, spiega de Ronde alludendo al colossale sistema di caldere ancora attivo sotto il primo parco nazionale degli Stati Uniti.

Nel 2011 la squadra di de Ronde ha cominciato a mappare i laghi. Lui sapeva pochissimo del Tarawera o delle terrazze bianche e rosa, ma un suo ex professore, Ron Keam, aveva un’autentica fissazione per il 1886: aveva scritto un libro sull’argomento e usato vecchie fotografie per creare rudimentali modelli tridimensionali del lago Rotomahana dopo l’eruzione. Individuando la posizione di una guglia rocciosa vicino alla terrazza bianca, Keam ipotizzava che le terrazze non fossero state distrutte, ma piuttosto sepolte in profondità sotto la superficie dell’acqua. Per indagare, de Ronde contattò colleghi della Woods hole oceanographic institution, negli Stati Uniti, con cui stava studiando i sistemi geotermici sul fondale del lago. Ottennero l’uso di un veicolo subacqueo autonomo e colsero l’occasione per controllare anche le possibili tracce delle terrazze.

Le terrazze bianche e rosa, Rotorua, Nuova Zelanda, 1880 (NZ/BT/Alamy)

Il gruppo scoprì fratture nel letto del lago Rotomahana e una serie di sorgenti gorgoglianti: informazioni fondamentali per comprenderne l’attività attuale. Ma a sessanta metri sotto la superficie – circa la metà della profondità totale del lago – c’era un blocco di roccia diverso da tutti gli altri. De Ronde inviò una videocamera. La formazione rocciosa scendeva a gradoni come una ziggurat capovolta, nera per via degli strati di sedimenti che la ricoprivano ma – elemento cruciale – bianca in alcuni punti. De Ronde, che osservava da uno schermo sfocato sulla superficie del lago, non ne era certo, ma sembrava che la sua squadra potesse aver riscoperto frammenti della terrazza rosa.

Riferirono i loro risultati, ma de Ronde non aveva finito. Nel 2014 inviò di nuovo il sommergibile nelle profondità del Rotomahana. Per calcolare le coordinate aveva usato vecchie fotografie vittoriane, quindi era preparato a ottenere risultati imprecisi. Ma quando guardò di nuovo lo schermo, eccola lì: una formazione scoscesa e serpeggiante che poteva proprio essere la terrazza rosa.

La sua “riscoperta” dell’ottava meraviglia del mondo fece notizia, in Nuova Zelanda e ben oltre. Solo che il vero dramma stava appena cominciando.

Nel 2010 Sascha Nolden, un dottorando dell’università di Auckland, aveva rintracciato i taccuini di Ferdinand von Hochstetter, un esploratore austro-tedesco che aveva compiuto un rilevamento geologico del paese a metà ottocento. Nel 2016 Nolden condivise i taccuini con Alfred Rex Bunn, un appassionato autodidatta neozelandese. Bunn lavorò sulle coordinate registrate da Hochstetter nel 1859 per ricostruire la posizione del lago Rotomahana. Secondo i suoi dati, le terrazze non erano sommerse, come aveva calcolato de Ronde, ma sepolte sotto la riva del lago.

Alla fine del 2017 Bunn formò una squadra per esplorare il nuovo sito usando apparecchiature radar a penetrazione del suolo. Con sua grande disdetta, non trovò nulla. Sembrava che von Hochstetter si fosse sbagliato; oppure le sonde usate dalla squadra di Bunn non erano penetrate abbastanza in profondità. Qualunque fosse la ragione del fallimento, “è stata la più grande delusione della mia vita”, ha scritto poi Bunn.

Altri ricercatori hanno contestato le sue interpretazioni. “Ha modificato alcune delle misurazioni originarie presenti nel diario di Hochstetter per far funzionare la sua teoria”, mi ha detto Andrew Lorrey, ricercatore principale al Niwa, che aveva accompagnato Bunn durante la spedizione. “Non ha mai verificato le misurazioni così come erano riportate nel diario” (Bunn sostiene ancora oggi che fossero le informazioni del diario a essere sbagliate).

Tradizione e innovazione

Sotto la cenere stava covando uno scontro. E presto sarebbe esploso. De Ronde e Bunn, furiosi l’uno con l’altro, si sono affrontati con una serie di interventi e controinterventi pubblici – e con alcune email decisamente poco diplomatiche. “Rex Bunn”, mi ha detto de Ronde, scandendo il cognome come il detective di un noir. “Sono convinto che Bunn sia completamente fuori strada”. Bunn ha inviato molte email, ma si è rifiutato di parlare ufficialmente per questo articolo, scrivendo di essere “abituato al trattamento sfavorevole della maggior parte dei mezzi d’informazione non specializzati”.

Nolden, che di recente ha lasciato il suo incarico di ricercatore alla biblioteca nazionale della Nuova Zelanda per andare in pensione, si è ritirato dal conflitto. “Mi consideri un ex assistente di ricerca di Rex”, mi ha scritto via email. “Mi piaceva il lavoro di scavo nelle fonti d’archivio, che rientrava appieno nelle mie competenze professionali e si intrecciava con i miei interessi personali e accademici nella cartografia storica. I risultati oggi sono pubblici e accessibili a tutti, grazie agli instancabili sforzi di Rex Bunn”. De Ronde e il Gns science hanno continuato a stroncare il lavoro di Bunn. Ma Bunn non ha mollato, ed è addirittura arrivato a prendere in considerazione l’idea di acquistare il fondale del lago Rotomahana per prosciugarlo e far venire alla luce le terrazze.

Il cratere del Rotomahana dopo l’eruzione, 10 giugno 1886 (NZ/BT/Alamy)

De Ronde, nel frattempo, ha cercato di consolidare la sua “riscoperta” presentandosi ai leader degli ngāti rangitihi e dei tūhourangi con la proposta di girare un documentario sulle terrazze insieme a una troupe tedesca. Alle tribù locali la battaglia tra gli scienziati ricordava le lotte dei pākehā per l’accesso alle terre indigene, una delle vicende più antiche nella storia della Nuova Zelanda. E quando la ministra dell’ambiente del paese, Eugenie Sage, è andata sul lago Rotomahana per annunciare che avrebbe protetto l’area “per tutti i neozelandesi”, quella sola frase ha fatto scattare l’allarme nei numerosi marae della regione, dove gli abitanti si riunivano per discutere le notizie.

“Eravamo qui prima della Nuova Zelanda”, mi ha detto Tipene Marr, un portavoce degli ngāti rangitihi. Si ritiene che i maori siano arrivati su queste isole intorno alla fine del tredicesimo secolo, più di trecento anni prima che i cartografi olandesi le chiamassero Nieuw Zeeland, dal nome di una provincia dei Paesi Bassi. Sage, ha detto, “in realtà era interessata solo a mantenere quest’area aperta a tutti i neozelandesi”. Alcuni politici hanno addirittura ipotizzato una passerella subacquea da cui i neozelandesi avrebbero potuto vedere uno dei loro più grandi tesori naturali. Suonava molto simile ai piani proposti dai leader coloniali negli anni ottanta dell’ottocento, come se nei decenni trascorsi non fosse cambiato granché sul piano giuridico e culturale.

Gli iwi hanno interrotto i contatti con Bunn, che ha continuato a pubblicare online lunghe tirate contro il Gns science e le terrazze. Hanno anche bloccato i piani di de Ronde per continuare a studiare il lago. Non aveva il loro permesso, hanno detto; de Ronde non ha commentato direttamente queste accuse, ma ha insistito che a ostacolarlo era stato il Te Arawa lakes trust, e non gli iwi (il Te Arawa lakes trust è un’organizzazione che aiuta gli iwi a negoziare con lo stato in modo unitario).

Inoltre, cosa ancora più grave, secondo gli iwi il lavoro di de Ronde poteva violare i concetti indigeni di proprietà intellettuale – una questione sempre più controversa per i maori in tutto il paese.

Il diritto occidentale in materia di proprietà intellettuale privilegia l’innovazione rispetto al sapere tradizionale, concedendo diritti di brevetto a chi “inventa qualcosa basandosi su quel sapere”, spiega Lynell Tuffery Huria, esperta del settore con base a Wellington. Gli indigeni, tuttavia, sono guidati dal tikanga,il sapereche si è formato “osservando il mondo circostante per secoli”. È un concetto più cumulativo e comunitario che frustrava de Ronde mentre cercava di completare la sua ricerca e il suo documentario. Ricorda che una donna gli ha detto: “Abbiamo aspettato 125 anni (che le terrazze ricomparissero), possiamo aspettarne altri 125”.

Il lago Tikitapu dopo l’eruzione, 10 giugno 1886 (NZ/BT/Alamy)

“Per i popoli indigeni il sapere ancestrale è prezioso”, continua Tuffery Huria. “È un sapere che può essere perfezionato, ma ciò non significa ottenere il merito esclusivo, un brevetto, per un piccolo passo in più. Se qualcun altro usa quella conoscenza, deve riconoscerne la fonte; deve condividerne i benefici”. Pākehā che litigavano per l’accesso al Rotomahana, politici che progettavano interventi senza l’approvazione dei maori: il passato si ripeteva. Certo, in quegli anni molte cose erano cambiate, e per lo più in meglio. Ma non bastava. Per statunitensi, canadesi e australiani, la Nuova Zelanda – chiamata Aotearoa, “la lunga nuvola bianca” in maori – è un modello di tutela dei diritti indigeni. La verità è più complessa. I maori hanno un peso politico considerevole soprattutto perché rappresentano circa il 18 per cento della popolazione del paese, a differenza dei nativi americani negli Stati Uniti (circa il 3 per cento). Ma i bambini maori hanno il doppio delle probabilità di vivere in povertà rispetto ai coetanei pākehā. I maori hanno il doppio delle probabilità di fare uso di metanfetamina, la droga più diffusa nel paese, e costituiscono più della metà della popolazione carceraria: risultati che difficilmente si possono definire esemplari.

I primi decenni della Nuova Zelanda dopo il trattato di Waitangi furono segnati dall’accaparramento di terre e dalla cancellazione della cultura e della lingua maori. Ispirati dai movimenti americani per i diritti civili e contro la guerra, gli anni settanta videro l’inizio di un “rinascimento maori” che non si limitava a contestare la discriminazione, ma cercava di far rivivere l’identità indigena. Il tribunale di Waitangi tentò di porre rimedio alle violazioni del trattato, mentre i neozelandesi indigeni cominciarono a riappropriarsi del linguaggio visivo della loro cultura – nella danza, nell’abbigliamento o nei tā moko, i tatuaggi che dichiarano il proprio whakapapa, cioè la propria discendenza genealogica.

Nel 2000 sull’Aoraki (monte Cook), la montagna più alta della Nuova Zelanda, è stato installato il primo segnale stradale bilingue. E nel 2004, dopo un dibattito sulla proprietà delle coste e dei fondali marini del paese, la ministra Tariana Turia si dimise dal Partito laburista, di centrosinistra, per cofondare Te pāti māori, il Partito maori, che si batte per i diritti indigeni in tutto il paese.

I conservatori hanno eliminato termini maori dai libri per l’infanzia

Le rivendicazioni culturali maori hanno ricevuto ulteriore impulso durante il governo di Jacinda Ardern, carismatica leader laburista e prima ministra dal 2017 al 2023. Ma le sue campagne non hanno avuto l’impatto sperato sui problemi socioeconomici di fondo delle comunità indigene. E dal 2023, quando è arrivata al governo una coalizione tra il partito di centrodestra National party, il populista New Zealand first e il libertario Act party, i maori devono affrontare una serie di sfide legali e culturali. I responsabili dell’istruzione hanno eliminato termini maori dai libri per l’infanzia, alcuni politici hanno proposto di chiudere o ridurre drasticamente il bilancio del ministero per i popoli del Pacifico, e diversi ministri hanno espresso il desiderio di mettere fine alle moratorie sulle esplorazioni minerarie terrestri e offshore.

A guidare gran parte di questa politica è il leader dell’Act party e vice primo ministro David Seymour, che prima di tornare ad Aotearoa nel 2011 aveva lavorato in Canada per un centro studi conservatore e liberista. Seymour ha promosso il suo primo rilevante disegno di legge – sul diritto all’eutanasia – nel 2017. Ma è soprattutto il suo disegno di legge sui princìpi del trattato, presentato per la prima volta in parlamento nel novembre 2024, ad aver provocato una reazione senza precedenti. Il disegno mira a correggere quello che Seymour – lui stesso di ascendenza maori – considera uno squilibrio a favore dei maori, soprattutto in materia di terra e proprietà. “Parte della sfida della Nuova Zelanda è che qui esistono due culture”, mi ha detto quando ci siamo parlati a Wellington. “Una aveva un’idea molto formalizzata e piuttosto sofisticata di cosa sia un titolo di proprietà, e l’altra aveva… be’, non aveva una cultura scritta”. La Nuova Zelanda ha già una carta dei diritti che tutela il denaro, la libertà di parola e la sicurezza di una persona, ha aggiunto Seymour. Perché non la terra?

Il suo disegno di legge ha provocato reazioni durissime. Mentre lui sosteneva di battersi per l’uguaglianza, cioè per assicurare a tutti l’accesso alle stesse risorse, la maggior parte dei suoi oppositori insisteva sull’equità: dare alle persone accesso a risorse diverse in base ai loro bisogni. Il primo ministro Christopher Luxon si è ripetutamente rifiutato di sostenere il disegno di legge sui princìpi del trattato. Ma le divisioni messe in luce da quella proposta rimangono evidenti. Il 9 ottobre 2025 i lavori del parlamento sono stati brevemente sospesi dopo un discorso della deputata del partito maori Oriini Kaipara che aveva dato il via a una haka di protesta contro l’emarginazione degli indigeni. Nel novembre 2024 più di quarantamila persone erano arrivate nella capitale dopo una hīkoi, una marcia di protesta contro il disegno di legge.

Oggi non è raro vedere sulle case cartelli con la scritta “Insieme per il Te Tiriti”, accanto all’immagine di due figure, una rossa e una nera, che rappresentano maori e pākehā mentre si abbracciano nel tradizionale saluto hongi: premendo i nasi l’uno contro l’altro. Seymour non li approva. Considera quei manifesti divisivi. “Immaginate di cambiare la lingua in afrikaans”, dice. “Che effetto farebbe?”.

Guerra culturale

Gran parte della retorica politica in Nuova Zelanda si è caricata di un linguaggio da guerra culturale che ci si aspetterebbe più facilmente negli Stati Uniti. Le ambizioni politiche di Seymour, però, vanno oltre la provocazione. Il disegno di legge sui princìpi del trattato è stato bocciato nell’aprile 2025. Ma appena un mese dopo la coalizione di governo ne ha presentato uno sugli standard normativi, una proposta per promuovere i “parametri per scrivere buone leggi” che proteggano “la libertà personale, la sicurezza individuale, la libertà di scelta o di azione, e i diritti di possedere, usare e disporre della proprietà”. A novembre il disegno di legge ha superato la seconda lettura, con il sostegno di tutti e tre i partiti della coalizione di governo, ed è diventato legge. I gruppi che difendono i diritti indigeni sostengono che è stato portato avanti senza una consultazione significativa con i maori. I suoi detrattori dicono che è il cavallo di Troia del disegno di legge sui princìpi del trattato, e che ha il potenziale per distruggere il tradizionale ruolo dei maori come custodi dell’ambiente e di meraviglie naturali come le terrazze bianche e rosa.

“Con il governo di Jacinda Ardern c’erano stati tentativi concreti di avviare una collaborazione”, mi ha detto Rangitihi Pene, fiduciario della Tūhourangi tribal authority. “Stavamo facendo progressi, e ora loro vogliono smantellare tutto”.

“È l’ultimo tentativo di una certa fascia demografica, di un certa generazione, di imporre una visione del futuro molto miope”, dice Kirikowhai Mikaere, una specialista maori di dati e informazioni a Rotorua. Le terrazze, dice, sono diventate il simbolo di molte delle correnti che attraversano la politica neozelandese, e i due disegni di legge hanno completamente trasformato i rapporti dei maori della regione dei laghi con il governo. “Penso che spesso si tenda a ridurre il trattato a una serie di rivendicazioni, ma in realtà, se si guarda alle intenzioni, al wairua, allo spirito del Te Tiriti, l’obiettivo era di creare armonia ed equilibrio. Penso che probabilmente proprio su questo si basino i malintesi nel corso delle generazioni: sul principio maori del manaaki, cioè come ci prendiamo cura delle persone e delle risorse”. Più di recente, i tūhourangi hanno anche valutato l’idea di sfruttare l’attività geotermica del letto del Rotomahana, sulla base di una tecnologia sviluppata in Germania. “La superficie non verrebbe toccata”, ha detto Pene. “Avremo comunque le nostre piscine termali e il nostro bellissimo lago, perché non farlo?”.

Il destino delle terrazze è legato a quello della Nuova Zelanda, e di Aotearoa. Ogni anno gli ngāti rangitihi e i tūhourangi tengono un hui, un’assemblea, per commemorare chi morì nel 1886. La gente canta e racconta storie sulle rive del lago Rotorua. “Non saranno mai dimenticati”, dice Mikaere. Non ultima Sophia Hinerangi. Nel 1901 il primo ministro Richard Seddon la definì “la neozelandese più famosa del nostro tempo”. Quello stesso anno morì suo marito Hōri, e Sophia visse gli ultimi anni con una modesta pensione, seduta sulla veranda della sua casa di Whakarewarewa a raccontare storie ai passanti, e si trasferì per un breve periodo a Sydney per interpretare sé stessa in una rappresentazione teatrale sull’eruzione. Ma, scrisse, il suo cuore sarebbe sempre rimasto sul Tarawera. “Che dorma o sia sveglia, vedo sempre la mia casetta di Te Wairoa, sotto l’ombra della collina. Vedo il ruscello con la sua acqua azzurra, e mio marito, con tanti parenti e amici che ora non ci sono più”.

Wairoa dopo l’eruzione, 10 giugno 1886 (NZ/BT/Alamy)

Sophia morì nel 1911. La sua whare, il posto che aveva salvato così tante vite nel 1886, successivamente fu smantellata dai cacciatori di souvenir. Ma la sua leggenda continua a vivere, ed è tornata in primo piano in modo surreale nel 2019, quando gli U2 hanno proiettato una sua immagine gigantesca durante una data del loro tour a Auckland. Quattro anni dopo la coalizione conservatrice è arrivata al governo. L’Act ha presentato il disegno di legge sui princìpi del trattato, e la vita maori si è sentita minacciata come mai prima d’ora.

Malgrado i recenti sviluppi, i leader maori continuano ad aver fiducia nella propria resilienza. Quando ci siamo parlati, Mikaere ha detto che tūhourangi e ngāti rangitihi non hanno mai smesso di ricordare il loro passato. “Ricordiamo, in definitiva, che siamo sopravvissuti”, ha detto. “Se possiamo sopravvivere a un’eruzione, possiamo sopravvivere a un governo di coalizione per tre anni. Questi sono solo un piccolo intoppo. Se l’eruzione non ci ha cancellato, non sarà questa cosa a farlo”. ◆ gc

Sean Williams è un giornalista britannico che vive in Nuova Zelanda. Scrive di guerre e diritti umani, ma anche di sport, cultura e tecnologia. Collabora con vari giornali internazionali.

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Questo articolo è uscito sul numero 1676 di Internazionale, a pagina 112. Compra questo numero | Abbonati