Sono passati più di quattro anni dal fallito colpo di stato in Turchia del 15 luglio 2016. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan sostiene che ad aver organizzato il golpe sia stato il predicatore Fethullah Gülen, in esilio negli Stati Uniti dal 1999, e ha avviato da allora una repressione durissima. Sono stati presi di mira anche molti semplici cittadini – soprattutto intellettuali, maestri e insegnanti universitari laici – che non erano in alcun modo seguaci di Gülen. Nell’agosto dello stesso anno, la Bulgaria ha fatto rimpatriare in Turchia l’uomo d’affari Abdullah Büyük e, due mesi dopo, altri sette cittadini turchi ricercati per “gülenismo”.
Poi, la scorsa estate, in occasione dell’anniversario del golpe, il giornalista bulgaro Dimitar Ganev ha pubblicato sul sito Klub Z un’inchiesta sui rimpatri dei cittadini turchi. Ganev è riuscito ad avere accesso a documenti segreti delle autorità turche che confermano il ruolo del primo ministro bulgaro Bojko Borisov e dell’allora procuratore capo Sotir Tsatsarov nell’autorizzare le espulsioni di Büyük e degli altri gülenisti. In seguito a questi discutibili rimpatri, in Bulgaria sono successe diverse cose che destano sospetti: per i migranti, per esempio, è diventato quasi impossibile entrare nel paese dalla Turchia. E da quando è cominciata la pandemia Sofia riceve doni e aiuti dai turchi: kit per test sierologici, guanti, mascherine, indumenti per il personale medico, tutti articoli molto preziosi, specialmente nella prima fase dell’emergenza sanitaria. Guarda caso, i primi aiuti turchi sono arrivati in Bulgaria il giorno dopo che Erdoğan aveva annunciato che la Turchia non avrebbe più trattenuto i profughi diretti in Europa e gli avrebbe aperto le frontiere con la Grecia. Nello stesso periodo, al confine con la Bulgaria non si sono visti migranti.
Poco dopo le rivelazioni di Ganev, all’inizio di ottobre la giornalista Genka Šikerova ha intervistato per il sito Svobodna Evropa uno dei sette cittadini turchi consegnati a Erdoğan da Borisov. Protetto dall’anonimato, l’uomo ha raccontato di essere stato costretto, una volta arrivato in Bulgaria, a firmare un documento in cui dichiarava di non volere né un avvocato né un traduttore né lo status di rifugiato. Poco tempo dopo è stato rimpatriato. Il motivo? Non aveva fatto richiesta di asilo. Lo stesso è successo alle persone con cui era fuggito. Tornato in Turchia, l’uomo è stato arrestato e torturato. Secondo Aleksandăr Kašămov, l’avvocato dei sette rimpatriati, “ci sono chiari elementi che provano l’illegalità dell’arresto e del trasferimento di questi cittadini alle autorità turche”. Per esempio, non sono state rispettate le scadenze previste dalla legge per presentare ricorso.
Il caso Büyük
Il caso di Abdullah Büyük fa storia a sé. Büyük è un imprenditore turco, proprietario di una società di servizi internet che dà lavoro a cinquanta persone. Nel 2015, quando le persecuzioni contro i seguaci di Gülen si facevano sempre più intense, Büyük decise di trasferirsi in Bulgaria, cercando allo stesso tempo di continuare a occuparsi della sua attività. La Turchia ne chiese l’estradizione, ma la domanda fu respinta per due volte dalla giustizia bulgara, consapevole della sua natura politica. Così Büyük si rivolse alla presidenza della repubblica per ottenere asilo politico in Bulgaria. Ben presto fu contattato da funzionari dell’intelligence bulgara che affermavano di agire “a nome del presidente” e gli consigliarono di fare domanda all’Agenzia nazionale per i rifugiati.
Qui va aperta una piccola parentesi. In Bulgaria la presidenza della repubblica (più precisamente il vicepresidente) può concedere asilo ai perseguitati per motivi politici. In pratica, però, non lo fa mai. A concedere la protezione internazionale è invece l’Agenzia nazionale per i rifugiati (Dab), che fa capo al governo. A seconda che si faccia domanda alla presidenza o alla Dab, le procedure sono diverse.
Tornando alla vicenda di Büyük, i due funzionari non si limitarono a consigliarlo. Gli offrirono aiuto, ma in cambio gli chiesero di infiltrarsi tra i gülenisti che vivevano in Bulgaria e di fare da informatore. Lui rifiutò. Poco dopo venne rispedito in Turchia. Era l’11 agosto del 2016.
La versione ufficiale, sostenuta dall’allora ministra degli esteri Rumjana Băčvarova, e ripetuta fino a oggi dalle autorità bulgare, è che Büyük fu rimpatriato per un semplice intoppo burocratico i suoi documenti erano scaduti. Questa motivazione non può però essere valida per due ragioni. Prima di tutto perché ci sono due sentenze che non accolgono la richiesta di estradizione. E poi perché il cittadino turco sta ancora aspettando il risultato del ricorso presentato al Dab. E se un cittadino è in attesa dell’esito del ricorso, che abbia i documenti o no, non può essere rimpatriato. D’altronde la maggior parte dei richiedenti asilo non ha i documenti: non si può pensare che lo stato da cui scappi ti rinnovi il passaporto.
Il caso di Abdullah Büyük e dei presunti gülenisti estradati è stato anche oggetto di un articolo del settimanale tedesco Der Spiegel, intitolato “Come il premier bulgaro Borisov è diventato il servo di Erdoğan”. Uno degli autori è proprio quel Dimităr Ganev che si è occupato della questione per il sito Klub Z. L’articolo di Der Spiegel conferma che Borisov e Tsatsarov hanno collaborato con il regime di Erdoğan per favorire i rimpatri e che l’estradizione di Büyük è stata effettuata in modo illegale.
La questione dei cittadini turchi rimpatriati nel 2016 è passata sotto silenzio. Quattro anni fa solo le arroganti dichiarazioni di Ankara sul successo delle operazioni per l’estradizione dei gülenisti dalla Bulgaria hanno provocato qualche timida reazione delle autorità di Sofia.
Le istituzioni bulgare hanno lo stesso atteggiamento prudente anche oggi: davanti alle inchieste di Ganev e Šikerova sono rimaste in silenzio. L’articolo di Der Spiegel, però, ha fatto scalpore. Non solo in Bulgaria. Finora il premier Borisov non ha reagito, forse perché troppo occupato a fuggire dai manifestanti che da mesi chiedono le sue dimissioni, ma l’ex procuratore capo Tsatsarov ha parlato. E ha affermato di aver detto direttamente all’ambasciatore turco che una seconda richiesta di estradizione per Büyük sarebbe stata inammissibile. Poi, ripetendo la versione della ministra Băčvarova, ha tirato in ballo la storia dei documenti scaduti, spiegando che il rimpatrio non era stata un’estradizione.
È chiaro che in questa storia qualcosa non torna. Forse le incongruenze si possono spiegare con un errore della direzione generale per l’immigrazione del ministero degli esteri? O c’è di mezzo un intervento personale del premier Borisov?
Gli eufemismi e la realtà
Con l’opinione pubblica bulgara indignata per scandalo delle espulsioni del 2016, nel paese è venuto fuori un nuovo caso, sollevato dallo storico Georgi Zelengora, che con un post su Facebook ha denunciato il rimpatrio forzato di Selahattin Ürün, un cittadino turco di 39 anni. Rimpatrio avvenuto, di nuovo, prima dell’esito del ricorso presentato dopo il respingimento della prima domanda di protezione. Ürün è un attivista del Partito democratico dei popoli (Hdp), di sinistra e filocurdo. “Un altro scandalo politico, un’altra tragedia umana”, ha commentato l’eurodeputato bulgaro Ivo Hristov, che sulla sua pagina Facebook ha riportato il contenuto del post di Zelengora: “Oggi il dittatore Borisov, con un atto di servilismo completamente fuorilegge, ha consegnato nelle mani del dittatore Erdoğan un altro esule politico. Selahattin Ürün, militante del Partito democratico dei popoli ed ex candidato a sindaco della città di Uludere, oggi doveva essere liberato dal carcere di Kazičene. Il 29 settembre si sarebbe dovuto presentare in tribunale per conoscere l’esito della sua domanda di asilo. Invece è stato caricato su un blindato e trasportato alla frontiera con la Turchia dove, alle 16, è stato consegnato alle autorità turche. Quando gli ho fatto visita in prigione, Selahattin era sicuro che le possibilità di essere rimpatriato fossero pari a zero. Dopo il colloquio telefonico tra i due dittatori evidentemente le cose sono cambiate”.
La scelta di consegnare questi cittadini “scomodi” al regime turco, in rotta con mezza Europa, è valsa alla Bulgaria pace e tranquillità
Al quotidiano bulgaro Sega l’avvocata di Ürün, Valerija Ilareva, ha confermato che il rimpatrio del suo cliente è avvenuto prima della decisione del tribunale amministrativo di Sofia. Appena saputo che il suo cliente era in mano ai funzionari della direzione generale per l’immigrazione del ministero degli esteri, Ilareva ha chiesto alla Corte europea dei diritti umani di bloccare il suo eventuale rimpatrio. Ürün è stato portato in Turchia quello stesso giorno.
È scoppiato così un nuovo scandalo, ma questa volta il ministero degli esteri ha reagito subito. In un comunicato stampa ha definito manipolatorie e false le notizie pubblicate da alcuni giornali online che mettono in dubbio la legalità dei rimpatri di diversi cittadini turchi. Secondo il ministero non si tratterebbe di espulsioni o rimpatri, ma di “restituzioni al paese di origine” motivate da una semplice ragione: il rispetto dell’accordo di riammissione tra l’Unione europea e la Turchia. Il ministero ha poi aggiunto che a Ürün era stato negato lo status di rifugiato, dimostrando di non essere evidentemente al corrente del ricorso.
Insomma, parlando di “restituzione al paese di origine”, ovviamente non volontaria, e non di espulsione o rimpatrio forzato, il ministero degli esteri bulgaro usa semplicemente un eufemismo. La realtà, però, non cambia.
“Questo è un caso totalmente illegale di pirateria internazionale. Le autorità bulgare si comportano come banditi”, ha commentato Hişyar Özsoy, deputato dell’Hdp al parlamento turco e membro dell’assemblea del Consiglio d’Europa.
Secondo Özsoy, il comunicato stampa del ministero degli esteri bulgaro dimostra che “questo paese e il suo governo sono allo sfascio. Che il ministero degli esteri non sia al corrente di un fatto in cui è coinvolto il ministero della giustizia è assurdo”. Stando a Özsoy, Ürün è già in prigione, nella città di Edirne.
Lo stato bulgaro ha una certa esperienza nell’uso di eufemismi per indicare le misure costrittive applicate agli stranieri. I centri di detenzione per i migranti, per esempio, si chiamano “case speciali per il soggiorno temporaneo degli stranieri”. Chi non conosce queste strutture potrebbe pensare che siano luoghi di accoglienza e non spazi in cui sono rinchiuse persone private della libertà.
Gli eufemismi e i formalismi servono a nascondere il fatto che queste violazioni del diritto sono basate su precisi rapporti di forza politici.
◆ Dopo il fallito golpe del 2016 in Turchia, il regime del presidente Recep Tayyip Erdoğan ha attuato una stretta contro ogni tipo di dissenso, colpendo in particolare i seguaci, o presunti tali, del predicatore Fethullah Gülen. Più di 150mila persone sono state licenziate, soprattutto insegnanti, professori universitari e dipendenti pubblici, e circa 80mila sono finite in prigione. Il governo turco è riuscito ad arrestare anche molti oppositori che si erano rifugiati all’estero, attraverso estradizioni, rapimenti o pressioni sui governi affinché consegnassero le persone ricercate. La strategia ha funzionato in particolare con paesi compiacenti e su cui la Turchia ha una certa influenza, come Kosovo, Albania, Moldova, Bulgaria e Kazakistan. Di recente ha fatto scalpore il caso di due cittadini turchi che avevano cercato protezione in Albania: Harun Çelik, che è stato consegnato alle autorità di Ankara a gennaio, e Selami Şimşek, la cui domanda di asilo è stata respinta dall’Albania a settembre. La vicenda è stata portata all’attenzione dell’opinione pubblica da una lettera aperta indirizzata a marzo al governo albanese da cinque funzionari delle Nazioni Unite specializzati nella difesa dei diritti umani. Nel documento si denunciano i rischi di tortura e trattamenti inumani a cui sono esposti in Turchia i due uomini. Balkan Insight, Svobodna Evropa
A conti fatti, la scelta di restituire questi cittadini “scomodi” al regime di Erdoğan, in rotta con gran parte d’Europa, è valsa alla Bulgaria pace e tranquillità. Se Sofia negasse i rimpatri e concedesse ai turchi scappati in Bulgaria lo status di rifugiati, riconoscerebbe implicitamente che il governo turco non è democratico. E la cosa avrebbe avuto delle conseguenze.
Rapporti di dipendenza
Il servilismo della Bulgaria non riguarda solo la Turchia, ma anche la Russia. Nei casi dei cittadini russi, però, il problema non sono i rimpatri, ma i frequenti rifiuti delle richieste d’asilo. A Evgenij Čupov, per esempio, all’inizio di settembre era stato negato l’asilo, e solo con una seconda sentenza, un mese dopo, l’Agenzia nazionale per i rifugiati ha revocato la decisione. Il pronunciamento definitivo sulla sua richiesta non è ancora arrivato.
Perseguitato in Russia per il suo impegno politico a livello locale e per i contatti con il blogger e oppositore russo Aleksej Navalnyj, Čupov era arrivato in Bulgaria per una vacanza alla fine di maggio del 2019 e pochi giorni dopo aveva deciso di chiedere asilo. Il primo rifiuto è arrivato mentre Navalnyj era ricoverato nell’ospedale della Charité, a Berlino, dopo essere stato avvelenato con l’agente nervino novičok. A proposito di strani tentativi di omicidio: le autorità bulgare continuano a non voler aprire un’inchiesta sul caso del mercante d’armi bulgaro Emilian Gebrev, sopravvissuto a un avvelenamento con lo stesso agente chimico a Sofia nel 2015.
Il caso di Čupov non è il primo. L’artista e attivista russo Oleg Mavromati è arrivato in Bulgaria nel 2000, poco prima che la Russia lo dichiarasse ricercato su tutto il territorio nazionale. In una performance che compare nel suo film Oil on canvas, Mavromati si era fatto crocifiggere, senza finzioni. La cosa aveva fatto infuriare i fondamentalisti ortodossi, che lo avevano denunciato, in base all’articolo 282 del codice penale russo: oltraggio ai sentimenti religiosi e provocazione di conflitti interreligiosi e interetnici.
Anche se in quegli anni il regime di Putin su questi temi era più liberale rispetto a oggi, Mavromati è stato costretto a rifugiarsi in Bulgaria, dove ha vissuto per dodici anni. Oggi si divide tra Sofia e gli Stati Uniti. In quei dodici anni, nel paese si sono succeduti due presidenti e quattro governi. Ma tutte le richieste d’asilo e di protezione di Mavromati sono state respinte, dalla presidenza della repubblica come dall’Agenzia per i rifugiati. La vicenda si è conclusa con la prescrizione del suo presunto reato.
A quanto pare la riluttanza a concedere protezione ai cittadini di determinati paesi non è una caratteristica esclusiva del governo di Borisov.
L’Agenzia nazionale per i rifugiati tende a non accogliere le richieste di asilo di cittadini di paesi dove non è in corso una guerra, anche se, in caso di persecuzione per motivi politici, bisognerebbe valutare caso per caso. Ma questa tendenza non è solo bulgara. È molto difficile che un paese dell’Unione europea accetti la richiesta di asilo di un cittadino di un altro paese membro o di uno stato riconosciuto come democratico da Bruxelles.
Il problema è che, a causa di rapporti di dipendenza politica ed economica, sono riconosciuti come democratici anche regimi che sottopongono gli oppositori a persecuzioni, torture e incarcerazioni. Quanto più forte è questa dipendenza, e quanto più deboli sono le reazioni della società civile, tanto più un determinato paese potrà chiudere gli occhi di fronte agli abusi e agire senza scrupoli. Proprio come fa oggi la Bulgaria con gli oppositori turchi. ◆ ab
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Questo articolo è uscito sul numero 1385 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati