Se mi chiedeste cosa ho imparato a scuola sul genocidio dei rom e dei sinti durante la shoah, mentirei se rispondessi “niente”. Ricordo distintamente che nel libro di storia in uso nel mio liceo in Texas c’era un asterisco con una nota a piè di pagina che includeva tra le vittime anche i rom e i sinti, definendoli gypsies, zingari. Nessun’altra spiegazione. Sarebbe stato facile non accorgersi di quell’appunto, omesso dalla narrazione principale.

Sono rom, e quella era la prima volta che vedevo citare il genocidio in un testo non rom. Ben presto avrei imparato che quei piccoli momenti d’inclusione sono molto rari. Avrei capito che quello era l’atteggiamento normale nei confronti dell’insabbiamento della memoria sull’oppressione dei rom e dei sinti: “Accontentatevi, potevano non citarvi affatto”.

Sappiamo che in alcuni paesi, come l’ex Cecoslovacchia, durante la shoah fu assassinato il 90 per cento della popolazione rom e sinti, cancellando intere tradizioni culturali e dialetti

Molte persone, quando pensano alla shoah, pensano soprattutto al genocidio degli ebrei. Tutt’al più hanno una vaga consapevolezza dell’oppressione subita da altre categorie di persone, per esempio i disabili. L’Encyclopædia Britannica si preoccupa di contestualizzare l’assassinio sistematico di sei milioni di persone: aggiunge che furono uccise anche “milioni di altre persone”, ma la sua definizione del razzismo nazista si limita all’antisemitismo. In realtà l’ideologia razzista dei nazisti si estendeva anche ai rom e ai sinti, in tedesco Zigeuner, oltre che alla popolazione nera in Europa. Il numero dei rom e dei sinti uccisi nella shoah resta incerto, ma studiosi e attivisti sostengono che oscilla tra i 200mila (stima decisamente conservativa e largamente smentita, del resto basta pensare al gran numero di paesi occupati dai nazisti) e i due milioni.

Ma qualche cifra la conosciamo. Per esempio, sappiamo che in alcuni paesi, come l’ex Cecoslovacchia, durante la shoah fu assassinato il 90 per cento della popolazione rom e sinti, cancellando intere tradizioni culturali e dialetti. Gli attivisti per i diritti dei romaní e i sopravvissuti rom e sinti hanno chiesto a gran voce una storia più completa di quegli eventi e hanno preteso indennizzi, ma per lo più i lead­er politici e i consigli d’amministrazione dei musei della shoah li hanno semplicemente ignorati. Sembra quasi che qualcuno abbia voluto farli dimenticare, anche se per i popoli romaní è impossibile.

È quest’abitudine di omettere la storia dei romaní dai resoconti della shoah a rendere tanto significativa la mostra Forgotten victims: the nazi genocide of the roma and sinti alla Wiener holocaust library di Londra (fino all’11 marzo). Mentre tante narrazioni romaní sono trattate come separate rispetto al genocidio degli ebrei, o ridotte a una nota a piè di pagina, la Wiener le mette al centro della sua mostra, che per raccontare la storia dell’olocausto dei rom e dei sinti mescola resoconti di testimoni oculari, fotografie, documenti e libri. Alcuni di questi materiali, come le foto e i nomi di chi ci perse la vita e di chi riuscì a sopravvivere, ci fanno toccare con mano quella devastazione.

Forgotten victims presenta anche documenti che smentiscono la dichiarazione del 1951 del ministero dell’interno del land tedesco del Württemberg, secondo cui i rom e i sinti furono perseguitati perché “asociali” o “criminali”, e non per l’appartenenza razziale. Per esempio c’è una lettera, datata 10 marzo 1944 e firmata da un alto esponente del partito nazista, Heinrich Himmler, che esprime in un linguaggio brutalmente burocratico l’intento genocida nei confronti dei romaní e degli ebrei, e afferma che contro quei gruppi non c’era più bisogno di emanate altre direttive, visto che ormai era stata “completata l’evacuazione e l’isolamento” degli ebrei e degli zingari.

Si può leggere la testimonianza resa nel 1945 da un superstite ebreo, Hermann Langbein, che descrive in modo particolareggiato il cosiddetto Familienzigeunerlager (campo per famiglie zingare) di Auschwitz: “Le condizioni erano peggiori che in altri campi. Nell’aprile del 1943 mi trovavo fuori e vidi quanto segue. Nel passaggio tra le baracche si sprofondava fino alle caviglie nel fango e nella terra. Gli zingari portavano ancora i vestiti che avevano ricevuto all’arrivo. Di calzature non ce n’erano. Le latrine erano costruite in modo da essere praticamente inutilizzabili dai bambini. L’infermeria era uno spettacolo patetico”.

Per la rappresentazione romaní in generale, gli archivi storici europei sono luoghi crudeli. La studiosa Saidiya Hartman, in riferimento al commercio di schiavi tra le sponde dell’Atlantico, afferma che “in questo caso gli archivi sono una condanna a morte, una tomba, un’esposizione del corpo violato, un inventario di beni, una nota a piè di pagina nella grandiosa narrazione storica”.

Un’eccezione a questa regola è proprio il grande archivio della Wiener holocaust library di Londra, fondato da Alfred Wiener, un ebreo tedesco fuggito insieme alla famiglia nel 1933 per sottrarsi all’ondata di antisemitismo in Germania. Durante un viaggio a Londra ho visitato la biblioteca e ho intervistato la curatrice di Forgotten victims, Barbara Warnock. “La Wiener voleva documentare, registrare e studiare in modo specifico l’antisemitismo in Germania e in tutta Europa”, mi ha spiegato Warnock. “Nel corso dell’allestimento della mostra la nostra organizzazione ha cominciato a occuparsi anche della persecuzione contro i rom e ha riunito questi materiali”.

gabriella giandelli

Uno dei documenti in mostra è un articolo del 1950 di C.C. Aronsfeld, direttore del Wiener Library bulletin, intitolato “How the gipsies were persecuted”. È una risposta alle tesi avanzate in Germania secondo cui i romaní furono imprigionati in quanto “delinquenti”. Per confutarla Aronsfeld cita Dora Yates della Gipsy Lore society, un’associazione internazionale di studi sui romaní, e ribadisce che durante la shoah i rom furono perseguitati per la loro appartenenza etnica. Negli anni sessanta la Wiener holocaust library avrebbe finanziato un vasto programma di ricerca per raccogliere documenti sul genocidio dei rom e dei sinti, con testimonianze di sopravvissuti, ma anche di sopravvissuti ebrei che assisterono alle persecuzioni.

La mostra è stata organizzata dalla Wiener holocaust library e alimentata dal suo grande archivio, ma l’istituto ha anche collaborato con il Roma support group per ottenere fotografie dei sopravvissuti e delle vittime. Una di queste mostra Margarete Kraus, una rom ceca, scattata dopo la seconda guerra mondiale. Secondo un reportage del 1966 del giornalista Reimer Gilsenbach, Kraus fu deportata ad Auschwitz insieme ai genitori nel 1943. I genitori morirono nel campo, mentre lei, pur essendo stata sottoposta a esperimenti medici, sopravvisse.

Ci sono anche testimonianze delle violenze sessuali nei confronti delle donne. Nel 1958 una rom austriaca, Hermine Horvath, descrive in modo esplicito e dettagliato gli abusi sessuali commessi dagli ufficiali delle Ss, compreso lo stupro e l’assassinio di due bambine rom ad Auschwitz. Horvath sopravvisse ai campi di concentramento ma morì a soli 33 anni, forse proprio per gli strascichi delle violenze subite quando era prigioniera nel campo, dove lavorava come schiava ed era sottoposta a esperimenti medici.

La definizione di “olocausto dimenticato” è stata coniata dalla storica Eve Rosenhaft per attirare l’attenzione sulla scarsa rappresentazione delle persecuzioni e della strage dei rom e dei sinti. Ma il termine “dimenticato”, fa sorgere una domanda: dimenticato da chi? Da molto tempo i sopravvissuti e gli attivisti romaní cercano di farsi sentire in un silenzio assordante. L’espressione “olocausto dimenticato” è discutibile, perché solleva dalle loro responsabilità chi ha dimenticato, ignorando il fatto che rom e sinti chiedono da tempo a politici, storici e grandi organizzazioni di ricordare.

Tutto questo è ancora più grave se si pensa che oggi in buona parte d’Europa c’è ancora un diffuso razzismo nei confronti di rom e sinti. Alle rappresentazioni distorte dei mezzi d’informazione si accompagnano le dichiarazioni e le leggi discriminatorie dei politici. Nelle ultime elezioni nel Regno Unito i conservatori si sino impegnati a introdurre nuove misure per sequestrare “i beni e i veicoli degli intrusi che erigono accampamenti non autorizzati”. La proposta è chiaramente mirata contro i travellers, le comunità gitane e i rom. È solo un esempio del fatto che il razzismo anti-romaní contemporaneo si è insidiosamente radicato nel dibattito pubblico in diverse parti del mondo. A volte si presenta sotto forma di segregazione scolastica; altre volte di profilazioni etniche da parte della polizia e del governo; altrove esistono leggi e pratiche contro gli immigrati, sterilizzazioni forzate, violenze, tratta a fini sessuali e tassi di carcerazione sproporzionati. Tutto ciò rispecchia e alimenta il pregiudizio che sta alla base degli omicidi etnicamente motivati commessi in tutta Europa ai danni di persone rom.

Ma c’è dell’altro. Alcuni paesi hanno ammesso di aver partecipato allo sterminio dei rom e dei sinti: nel 1982 la Germania ha riconosciuto il genocidio su base razziale ai danni dei popoli romaní e nel 2016 la Francia ha presentato le sue scuse per aver collaborato con i nazisti alla persecuzione dei rom. Ma molti continuano a tacere. Nel gennaio 2019 nella Repubblica Ceca il parlamentare Jaroslav Foldyna, vicepresidente del Partito socialdemocratico ceco, ha pubblicamente insultato le vittime rom e sinti dell’olocausto.

Il pericolo di dimenticare il genocidio è che potrebbe ripetersi. In un’intervista concessa al settimanale Time, Daniela Abraham, fondatrice del Sinti Roma Holocaust memorial trust e nipote di Sándor Kurucz, un rom sopravvissuto allo sterminio, ha dichiarato: “Non voglio che la nostra gente che ha sofferto per mano dei nazisti sia dimenticata”. E ha aggiunto: “Se l’olocausto dei rom non viene raccontato, le generazioni future rischiano di ripeterlo”. Oggi, in Europa, con la crescente popolarità dei regimi etnonazionalisti e con l’aumento delle aggressioni contro i romaní, è particolarmente urgente ricordare lo sterminio e la distruzione perpetrate durante la shoah. Come ha dichiarato una sopravvissuta all’olocausto rom, Ceija Stojka: “Temo che l’Europa stia dimenticando il suo passato e che Auschwitz stia semplicemente dormendo”.

Il popolo romaní ha una storia di resistenza e resilienza che vengono ricordate nella giornata della resistenza romaní, il nostro giorno internazionale della memoria, in cui commemoriamo la rivolta dei rom e dei sinti rinchiusi nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, il 16 maggio 1944.

La mostra della Wiener holocaust library contiene anche documenti che testimoniano la resistenza delle vittime dello sterminio. Vinzenz Rose (1908-1996) era un sinti che nel 1937 fu costretto dalle persecuzioni ad abbandonare la sua attività professionale nel cinema e che visse sotto falsa identità in Germania e in Cecoslovacchia tra il 1940 e il 1943, anno in cui fu arrestato dalla Gestapo. Deportato ad Auschwitz, diventò uno schiavo e fu sottoposto a esperimenti medici. Nell’aprile del 1944 fu trasferito a Neckarelz, un lager satellite di quello di Natzweiler. Fuggito dal campo, insieme al fratello Oskar ingaggiò un investigatore privato per mettersi sulle tracce dello scienziato nazista Robert Ritter. La ricerca, ahimè, non diede frutti.

Questa resistenza ha dato impulso all’attivismo rom e ha contribuito ad alimentare una lotta globale per la parità dei diritti e della rappresentanza. Studiosi e attivisti rom hanno anche costituito un archivio, il RomArchive, che privilegia narrazioni e materiali culturali spesso ignorati. Nel 2016 l’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha nominato Ethel Brooks, studiosa e attivista rom, nel comitato direttivo dello U.S. Holocaust memorial museum, che ha sede a Washington.

Insieme a Daniela Abraham, tra gli oratori che hanno preso la parola all’inaugurazione di _Forgotten victims _c’era il rabbino Jonathan Wittenberg. Il rabbino ha ricordato che popolo romaní e popolo ebraico hanno in comune una storia di oppressione e ha invitato questi due gruppi di minoranza alla solidarietà, affermando: “Insieme condividiamo la responsabilità d’informarci su questa memoria. Riguarda quanti furono allora e quanti sono oggi”. Questa solidarietà, insieme a istituzioni come la Wiener holocaust library, è un trampolino verso un futuro in cui i popoli romaní possano prosperare. A dispetto dei continui episodi di violenza, questa lotta per la liberazione passa per un profondo amore per la nostra cultura. Cosa sono resistenza e resilienza, se non gli strumenti per preservare la nostra tradizione, la nostra storia e il nostro popolo?

Nel suo libro Europe is ours: a manifesto, la studiosa Ethel Brooks immagina per il popolo romaní un futuro migliore quando dice: “Noi rivendichiamo lo status di nazione senza per questo aspirare alla gerarchia dello stato nazione; e non aspiriamo alla tirannia dei confini o all’imperativo dell’impero che fanno parte della cultura europea incarnata nel sistema degli stati nazionali di oggi. Rivendichiamo la libertà di varcare confini e la possibilità di stabilirci senza dover temere espulsioni e deportazioni. Rivendichiamo la sicurezza dalla violenza razzista, esigiamo la protezione dagli omicidi degli ultranazionalisti. Chiediamo che siano riconosciuti e risarciti gli omicidi commessi dai nazisti e dai loro alleati. Rivendichiamo la libertà”.

Anche se oggi si continua a perpetuare la narrazione dell’“olocausto dimenticato”, i romaní non hanno dimenticato. Siamo un popolo che esiste ancora. Ricorderemo sempre. Continueremo sempre a batterci per la memoria. Ce l’abbiamo nel sangue. ◆ ma

**Sydnee Wagner **

studia letteratura e cultura inglese antiche alla City university of New York. Questo articolo è uscito su Prospect con il titolo

Forgotten by whom?

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Questo articolo è uscito sul numero 1347 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati