**delle Comore, **

Nell’estate del 2018 sono andato a Domoni, un’antica e diroccata cittadina commerciale sull’isola vulcanica di Anjouan. Pochi giorni dopo il mio arrivo ho conosciuto Onzardine Attoumane, un insegnante d’inglese del posto, che si è offerto di accompagnarmi a visitare la medina. Mi ero già perso varie volte nelle decine di vicoletti apparentemente identici che serpeggiano tra le fatiscenti casette in pietra lavica della città vecchia. Invece Onzardine, che era cresciuto a Domoni, ne conosceva ogni dettaglio.

Il mio nuovo amico mi ha guidato lungo un percorso segnato da cumuli di pietrisco e fiancheggiato da felci e ciuffi d’erba che spuntavano dalle crepe nei muri. In pochi minuti ci siamo ritrovati su una roccia illuminata dal sole che si affacciava sulle colline color senape intorno alla città, punteggiate da palme, manghi e alberi del pane. Siamo scesi lungo un sentiero passando accanto a capre magrissime che brucavano tra mucchi di bottiglie di plastica, ciabattine rotte e lattine arrugginite, e abbiamo raggiunto un pianoro dove una decina di ragazzi fissava il mare con lo sguardo spento aspettando che i pescherecci tornassero a riva.

Onzardine mi ha fatto cenno di seguirlo su un ripido pendio di terra polverosa fino alle rovine delle mura cittadine, erette nel cinquecento. Anche noi abbiamo guardato l’oceano. A sudest il pallido profilo di un’altra isola, Mayotte, scintillava come un miraggio attraverso la foschia.

Anjouan è una delle tre isole principali che formano l’Unione delle Comore, una nazione con meno di un milione di abitanti al largo della costa del Mozambico. È tra i paesi meno visitati del mondo ed è noto soprattutto per il celacanto, un pesce antico che gli scienziati consideravano estinto da 65 milioni di anni, anche se i pescatori comoriani continuano a catturarlo da generazioni.

L’isola è quasi completamente tagliata fuori dall’economia globale e la maggioranza dei comoriani vive di agricoltura di sussistenza. La corruzione e il nepotismo sono endemici, i servizi pubblici inefficienti, le risorse naturali su cui può contare la popolazione prevalentemente rurale – acqua, terreni coltivabili, pesca – sono quasi esaurite e il reddito pro capite supera di poco i mille dollari all’anno. Dal 1975 nelle Comore ci sono stati più di venti tentativi di golpe.

Nella baraccopoli di Majicavo Koropa, Mayotte, Francia, luglio 2019 (Tommy Trenchard, Panos/Luz)

Mayotte, invece, appartiene a uno dei paesi più ricchi del mondo. Anche se eravamo a quasi settemila chilometri da Parigi, il barlume di terra che potevamo vedere oltre lo stretto era autentico territorio francese. Mayotte manda i suoi rappresentanti all’assemblea nazionale, rispetta le leggi francesi, usa l’euro e gode di tutti i benefici accordati ai paesi dell’Unione europea.

Un passato unitario

Attraversare quel tratto di mare (ci sono appena settanta chilometri da Anjouan a Mayotte) è da anni l’obiettivo principale di molti giovani comoriani. In migliaia sono annegati nel tentativo di raggiungere l’isola usando piccole e fragili barche in vetroresina chiamate kwassa-kwassa. Un rapporto presentato al senato francese nel 2012 calcola che dal 1995 nel tentativo di raggiungere Mayotte sono morti tra i settemila e i diecimila comoriani. Più recentemente funzionari comoriani hanno dichiarato che il vero bilancio potrebbe essere di 50mila morti, una stima che renderebbe questa crisi migratoria paragonabile a quella del Mediterraneo. Anche chi arriva sano e salvo a Mayotte conduce un’esistenza precaria, perché senza documenti non ha la possibilità di lavorare legalmente ed è costretto a nascondersi dalle autorità.

Più tempo trascorrevo nell’arcipelago più mi sembrava chiaro che rappresentasse una sorta di microcosmo di un pianeta vicino al punto di rottura. Era impossibile non vedere quella costellazione di problemi ormai troppo familiari – popolazione in rapida crescita, risorse sfruttate in modo insostenibile, cambiamenti climatici, disuguaglianze economiche ed emigrazione di massa verso i paesi ricchi – come l’anticipazione di crisi future.

Raggiungere Mayotte non è stato sempre difficile. Le quattro isole che formano l’arcipelago – Grande Comore, Mohéli, Anjouan e Mayotte – sono popolate da più di mille anni. I primi abitanti arrivarono dal continente africano e dal sudest asiatico, seguiti dai mercanti arabi e indiani e, infine, dai colonizzatori europei. Il potere rimase per secoli nelle mani di sultani e altri capi in competizione tra loro, anche se le diverse popolazioni professavano tutte l’islam sunnita e parlavano dialetti della stessa lingua, il comoriano (shikomor). Grazie a una posizione vantaggiosa tra il Madagascar e la costa africana, gli abitanti delle isole potevano commerciare in merci d’ogni genere, dal riso agli schiavi, prima con i mercanti arabi e poi con le compagnie francesi, britanniche e olandesi. Tuttavia con l’apertura del canale di Suez, nel 1869, scomparve gran parte del traffico marittimo da cui dipendevano le isole. In poco tempo l’arcipelago fu dimenticato. Nel 1886, dopo essere state coinvolte nella lotta tra le potenze europee, tutte e quattro le isole erano già diventate colonie o protettorati francesi.

Nel 1974, dopo decenni di agitazioni politiche, il governo francese permise ai comoriani di organizzare un referendum sull’indipendenza. Il 95 per cento degli elettori dell’arcipelago si espresse a favore, ma la maggioranza degli abitanti di Mayotte votò per rimanere con la Francia. I francesi decisero di tenere conto della volontà delle singole isole e non dell’arcipelago nel suo insieme, che si ritrovò diviso a metà. La scelta fu duramente criticata dalle Comore e dalle Nazioni Unite, che accusarono la Francia di violare il principio dell’integrità territoriale. La Francia, a sua volta, si appellò al diritto all’autodeterminazione dei cittadini di Mayotte. Due anni dopo l’isola riaffermò la sua volontà in un secondo referendum. Nel 2011 le fu riconosciuto lo status di dipartimento d’oltremare della Repubblica francese.

Ma a quell’epoca erano già dieci anni che i comoriani perdevano la vita in mare. Nel 1995 il primo ministro francese Édouard Balladur, cercando di fermare i flussi migratori dalle altre isole dell’arcipelago, rese obbligatorio il visto per i comoriani che volevano entrare a Mayotte. I “visti Balladur” erano e sono ancora oggi praticamente impossibili da ottenere senza raccomandazioni, perciò molti comoriani rischiano la vita viaggiando sulle kwassa-kwassa.

Tra le persone morte in mare c’è anche un cugino di Onzardine, Bacar. I due erano cresciuti come fratelli. Bacar faceva il pescatore, ma aveva deciso di cambiare attività quando si era reso conto che trasportando persone a Mayotte di nascosto guadagnava quanto in un mese di pesca. Nei periodi di maggiore attività Bacar faceva fino a tre traversate alla settimana. Ma un venerdì di tempesta del 2016, dopo aver fatto sbarcare i suoi passeggeri a Mayotte, si accorse che il motore della barca si era inceppato. “Ci telefonò per dirci che il motore si era rotto”, racconta la madre di Onzardine. “Disse che era in mare e che aveva bisogno di aiuto. Facemmo un po’ di telefonate, ma era troppo tardi”. I pescatori cercarono la barca di Bacar per dieci giorni, senza trovarne traccia.

Nella settimana che ho passato ad Anjouan insieme a Onzardine abbiamo incontrato decine di famiglie che piangevano figli, genitori e fratelli. Alcuni dei dispersi, come Bacar, erano pescatori diventati scafisti, ma per lo più erano semplicemente persone che volevano sostenere le loro famiglie in tempi di difficoltà economiche. Negli ultimi venticinque anni Anjouan ha perso l’80 per cento delle sue foreste, abbattute dai contadini che si spingono sempre più in alto sulle colline in cerca di terre fertili. Questo ha causato l’erosione del terreno che, insieme ai cambiamenti climatici, ha contribuito a far sparire tre quarti dei fiumi dell’isola.

I servizi pubblici comoriani sono a dir poco inefficienti: la raccolta dei rifiuti praticamente non esiste, le interruzioni di corrente elettrica sono frequenti, il sistema di assistenza sanitaria soffre della mancanza di attrezzature e di professionisti e le scuole sono così carenti che, secondo l’Unesco, circa il 40 per cento degli adulti non sa leggere né scrivere. Le malattie che richiedono cure continue, come il diabete, possono portare una famiglia alla rovina e un tumore equivale a una condanna a morte. Quando Onzardine mi ha portato a vedere l’ospedale di Domoni sembrava che ci fosse un solo paziente.

Sapendo cos’era successo a Bacar, immaginavo che Onzardine non avesse alcuna intenzione di lasciare Anjouan. A differenza di molti suoi coetanei, è laureato e aveva un lavoro. Perciò sono rimasto stupito quando mi ha confidato che anche lui sognava di raggiungere Mayotte. Onzardine mi ha spiegato che la scuola dove insegnava non aveva ancora cominciato a pagarlo. E poi, mi ha detto, per vivere bene servivano due o tre lavori. Per mettere insieme quello che un insegnante d’inglese guadagna in un mese a Mayotte, ci vorrebbero anni di lavoro alle Comore.

Saltoun Ali Abdullah, la matriarca, è arrivata a Mayotte prima del 1995. Suo marito è stato rimpatriato venti volte e ogni volta è tornato

Onzardine, inoltre, voleva sposarsi. Un tipico grand mariage – la sontuosa celebrazione che indica lo status sociale di un comoriano – costa migliaia di dollari e può durare anche due settimane. Onzardine e la sua fidanzata, Halima, stavano insieme da cinque anni, ma non avevano ancora i cinquemila o seimila euro che, secondo i loro calcoli, sarebbero serviti per una cerimonia sufficientemente sfarzosa. Prima di lasciare le Comore, ho chiesto a Onzardine se era nervoso. “È un grosso rischio”, ha ammesso. “Ma è meglio correre un rischio che non fare niente”.

Viaggiare come i migranti

Nel 2019, un anno dopo il mio primo incontro con Onzardine, sono tornato ad Anjouan. Volevo seguire la via dei migranti verso Mayotte salendo su una kwas­sa-kwassa, e mi sono messo in cerca di uno scafista. Non è stato difficile trovarlo: in ogni villaggio sulla costa ce n’è almeno uno, e tutti sanno chi è e dove vive. Io alloggiavo nel capoluogo, Mutsamudu, un porto decrepito dove l’unica attrazione è un grande forte del settecento.

Ad Anjouan la situazione era ancora più cupa dell’anno prima. Nell’estate del 2018 il presidente comoriano, Azali Assoumani, aveva represso duramente i partiti dell’opposizione e modificato la costituzione in modo da restare al potere fino al 2030. Qualche mese dopo erano scoppiati scontri tra i ribelli e le forze governative nella medina di Mutsamudu, che avevano causato alcune vittime. Quando sono arrivato la rivolta era stata repressa, ma di notte in città e nei villaggi vicini risuonavano ancora misteriose esplosioni.

Questa volta il mio interprete era un idraulico disoccupato che si chiamava Anzize Soilihi. Insieme abbiamo preso un taxi per Ouani, un villaggio a nord della capitale, dove speravo di trovare un passaggio per Mayotte. Lì ci siamo incamminati lungo il molo osservando le barchette dai colori vivaci che dondolavano al largo.

Ho chiesto a un anziano che riposava all’ombra di un albero dove potevo trovare qualcuno in grado di portarmi a Mayotte. “Devi parlare con il comandante”, mi ha risposto indicando un ragazzo con un berretto da baseball seduto su un’imbarcazione capovolta. Il “comandante” ha detto che la traversata costava 1.500 euro, una richiesta che, di fronte alla mia espressione incredula, si è ridimensionata rapidamente a 500 euro e una bottiglia di whisky. Mi ha garantito che il viaggio era sicuro. Avremmo viaggiato di notte e aspettato il via libera al largo di Mayotte dai suoi contatti a riva. Prima di ingaggiarlo ho pensato fosse meglio chiedere a qualcun altro.

Nel vicino villaggio di Mirontsi, Anzize ha preso contatti con un altro trafficante, che si è impegnato a portarmi a Mayotte per 400 euro. Nella sua barca, in partenza all’alba del giorno dopo, avrebbe trasportato al massimo dodici persone. Ci ha dato anche una garanzia: se le motovedette francesi avessero intercettato la sua imbarcazione prima dell’attracco, una volta tornati ad Anjouan ci sarebbe stato un secondo tentativo di traversata. Nel pomeriggio ho comprato un giubbotto di salvataggio, acqua e biscotti, che sarebbero potuti servire se il motore si fosse rotto. Poi sono rientrato in albergo, ho aperto una lattina di birra calda e ho aspettato.

La sveglia è suonata alle due e mezza di notte. Ho preso il giubbotto di salvataggio e le provviste, ho avvolto la mia borsa in diversi sacchetti di plastica e sono andato a Mirontsi. Anzize mi ha telefonato dicendo che stava arrivando anche lui, ma sembrava preoccupato. Quando sono arrivato, il molo era deserto. Ho chiamato Anzize varie volte, ma il suo telefono era staccato. Dopo una quarantina di minuti mi sono arreso. Tornato in albergo ho provato a chiamarlo di nuovo, con lo stesso risultato. Quando mi ha richiamato era quasi mezzogiorno. Era stato arrestato. La polizia cercava i responsabili di una serie di esplosioni avvenute il giorno prima, e solo dopo averlo perquisito e interrogato per lunghe ore aveva concluso che non era un ribelle.

Quella notte, ho scoperto in seguito, le forze dell’ordine avevano fatto un raid contro i trafficanti di tutta l’isola, confiscando le loro imbarcazioni e portandoli via per interrogarli. I pescatori che avevano assistito agli arresti mi hanno spiegato che la polizia li aveva accusati di trasportare mercenari e armi per rovesciare il governo di Grande Comore, l’isola principale. Per molti abitanti di Anjouan quel giro di vite era un ostacolo alle partenze, ma allo stesso tempo un motivo in più per andarsene il prima possibile.

Ho deciso di aspettare un’altra occasione, ma gli arresti continuavano e gli scafisti restavano nascosti. Circolavano storie di pestaggi violenti nei commissariati di polizia. Autisti e interpreti avevano troppa paura per lavorare con me. Un interprete mi ha detto di sospettare che lo staff e gli ospiti del mio albergo fossero delle spie, e che un suo amico, un insegnante cognato di un trafficante, era stato appena rilasciato dalla polizia con il corpo coperto di lividi e due dita rotte. Ho capito che era meglio andarsene prima che qualcuno avesse problemi per colpa mia.

La corrida durante un matrimonio a Domoni, isola di Anjouan, Comore, luglio 2019 (Tommy Trenchard, Panos/Luz)

Alla fine, un viaggio che mi sarebbe costato 400 euro e molte ore di paura e disagio è durato esattamente venti minuti, a meno della metà del prezzo. Guardando fuori dal finestrino di un aereo a doppia elica, ho sentito tutto il peso del privilegio garantito dal mio passaporto britannico. Cercavo le _kwassa-kwassa _nell’oceano piatto, ma non ne ho vista nessuna. Al banco dell’immigrazione di Mayotte, l’ufficiale di frontiera ha lanciato un’occhiata distratta ai miei documenti e mi ha dato il benvenuto in Francia.

A Mayotte, nei loro banchetti ai lati delle strade, le venditrici di carne alla griglia offrono cosce e petti di pollo sodi e profumati invece delle misere ali importate che si possono trovare ad Anjouan. Nel porto, invece delle kwassa-kwassa, ci sono barche a vela e motovedette della polizia. Gli scaffali delle boutique accanto al terminal dei traghetti sono pieni di oggetti e souvenir, e poco oltre si vedono negozi, hotel e palazzi di uffici che sembrano futuristici a un occhio abituato ai decrepiti paesaggi urbani delle Comore.

La lotta quotidiana

La zona intorno all’imbarco dei traghetti è il cuore del capoluogo dell’isola, Mamoudzou. È anche il teatro di una lotta quotidiana tra gli agenti di polizia e i venditori ambulanti stranieri. La popolazione straniera non smette di crescere e ormai rappresenta il 48 per cento degli abitanti di Mayotte. Negli ultimi anni sull’isola sono arrivate persone da regioni lontane come l’Africa centrale e il Medio Oriente, ma il 95 per cento degli stranieri è comoriano. Tra loro la metà non ha i documenti in regola.

Tutte le mattine gli immigrati si ritrovano davanti al terminal per vendere tessuti stampati, sacchi di cipolle e scarpe economiche ai passeggeri in arrivo o in partenza con i traghetti. La mercanzia è appoggiata su teli, in modo da poterla facilmente raccogliere e spostare, perché più o meno ogni ora le pattuglie della polizia fanno dei controlli. Se i venditori non sono abbastanza veloci vengono caricati sui furgoni e portati via a sirene spiegate. Se non hanno il permesso di residenza, finiscono nei centri di detenzione per essere rimpatriati. Sembra una zona di guerra, ma una guerra opportunisticamente ignorata dai regolari residenti dell’isola, che continuano a occuparsi dei loro affari come se nulla fosse.

**Una baraccopoli francese **

Gli unici posti dove gli immigrati irregolari possono contare su un minimo di sicurezza sono le baraccopoli, chiamate bangas, che si estendono sulle colline dietro i villaggi costieri. In quei sentieri troppo ripidi o stretti le auto della polizia non riescono a passare. A volte le pattuglie si avventurano a piedi tra le baracche, ma un sistema di sentinelle garantisce agli immigrati irregolari il tempo di scappare.

Mamoudzou, Mayotte (Tommy Trenchard, Panos/Luz)

A Kaweni, dove si trova quella che l’organizzazione umanitaria Médecins du monde ha definito la più grande baraccopoli in territorio francese, ho conosciuto una famiglia d’origine comoriana che vive a Mayotte da tre generazioni. Saltoun Ali Abdullah, la matriarca, è arrivata prima dell’introduzione dei visti Balladur. Suo marito è stato rimpatriato venti volte e ogni volta è tornato. Alcuni dei suoi tredici figli e delle decine di nipoti, quasi tutti nati a Mayotte, sono riusciti a ottenere la cittadinanza francese. Molti non frequentano la scuola, anche se la legge della Francia prevede che chiunque tra i sei e i sedici anni si trovi sul suolo francese debba ricevere un’istruzione, indipendentemente dallo status giuridico. Saltoun mi ha spiegato che il personale scolastico ha bisogno di un indirizzo di residenza per ogni studente, ma nelle _bangas _gli indirizzi non esistono. Davanti alle baracche, i bambini giocavano con macchinine costruite con scatolette di sardine e tappi di bottiglie, mentre vicino a noi Najma, la nipote di due anni di Saltoun, dormiva su un vecchio cuscino da divano poggiato tra la sporcizia. Aveva il viso coperto di mosche che le si infilavano nelle narici e intorno agli occhi. Sembrava malata. Najma è cittadina francese ma questo non basta a garantirle una vita dignitosa. Saltoun vende radici di manioca e banane coltivate dalla sua famiglia per guadagnare qualcosa di cui vivere, ma anche così spesso rimangono senza niente da mangiare. Per prendere l’acqua devono scendere fino a una fontanella sulla strada e poi inerpicarsi di nuovo su per la collina. Quando Najma o gli altri bambini si ammalano, Saltoun non può portarli all’ospedale perché corre il rischio di essere rimpatriata, perciò la famiglia si arrangia con i farmaci da banco.

Ho chiesto alla donna se ha mai pensato di tornare ad Anjouan, ma lei ha risposto che alle Comore non avrebbe prospettive. Vive a Mayotte da decenni e l’isola è diventata la sua casa, l’unica che molti dei suoi figli abbiano mai conosciuto. Anche se continua a fare domande di residenza da più di vent’anni, non ha mai ricevuto risposta. A complicare ulteriormente le cose c’è il fatto che è analfabeta e non parla francese, perciò non può compilare i moduli senza farsi aiutare da familiari o amici.

Dal 2014 la Francia ha adottato delle leggi che accordano ai migranti a Mayotte tutele minori rispetto a quelle garantite agli immigrati in altre parti del territorio nazionale. La procedura che consente ai bambini nati in territorio francese di ottenere la cittadinanza prevede requisiti più stringenti per i comoriani nati a Mayotte. Allo stesso modo chi emigra nella Francia continentale e ottiene una _carte de séjour _(permesso di soggiorno) è libero di viaggiare in tutto il paese, ma il permesso non concede gli stessi privilegi se viene rilasciato a Mayotte. Sull’isola gli stranieri non possono neanche chiedere un rinvio di 24 ore prima del rimpatrio, un diritto riconosciuto ai migranti nella Francia continentale. Di conseguenza la maggioranza delle persone rispedite ad Anjouan non riesce a vedere prima un avvocato e tantomeno un giudice. Le organizzazioni in difesa dei diritti umani sostengono che le poche tutele accordate ai migranti sono spesso ignorate perché la macchina dei rimpatri lavora a ritmi sostenuti e sui grandi numeri, con conseguenze spesso tragiche.

Per molti abitanti di Mayotte, però, il governo dovrebbe fare ancora di più. Hedja Ben, un corriere di 28 anni, mi ha detto che l’isola sta “soffocando” e che si sentiva “sommerso dall’ondata di stranieri”. Come quasi tutti i residenti legali con cui ho parlato, era pronto a fare il solito collegamento tra immigrazione irregolare e un presunto aumento della criminalità (in realtà il tasso è in calo da due anni).

Un giorno, passeggiando per Mamoudzou, ho visto una casa arancione a due piani su cui sventolava il tricolore francese vicino a un ritratto di Marine Le Pen. Anche se la popolazione di Mayotte è per la stragrande maggioranza nera e musulmana, la propaganda dell’estrema destra francese contro l’immigrazione ha colpito nel segno.

Il fermo di un uomo senza documenti, Mayotte, luglio 2019 (Tommy Trenchard, Panos/Luz)

Dominique Sorain è stato il préfet di Mayotte da marzo del 2018 a luglio del 2019. Quando l’ho incontrato l’anno scorso mi ha raccontato che al suo arrivo aveva trovato un’isola paralizzata dalle proteste. I cittadini avevano organizzato uno sciopero generale, bloccando le strade e scendendo in piazza per chiedere misure più efficaci contro l’immigrazione illegale. Alcuni si erano spinti oltre e avevano formato dei gruppi di vigilantes che fermavano i presunti migranti irregolari per consegnarli alla polizia. Ma secondo Sorain le cose potevano andare anche peggio. “Alcuni abitanti di Mayotte volevano cacciare i comoriani dalle loro case o impedire ai loro figli di andare a scuola”, mi ha raccontato. “Era inaccettabile. Non potevamo lasciar deteriorare la situazione e abbiamo dovuto insistere sulla lotta all’immigrazione illegale. Altrimenti si rischiavano scontri tra le comunità”. Per Sorain il problema sono i numeri. La popolazione dell’isola è esplosa, passando dai 50mila abitanti del 1975 ai 270mila del 2019, quasi la metà stranieri. Per di più, mi ha detto, le famiglie di Mayotte hanno in media tre figli, mentre quelle comoriane ne hanno sei o sette (in realtà la media è di 4,3 figli). I servizi pubblici non riescono a sostenere la situazione.

Nei primi sette mesi del 2019 le autorità di Mayotte hanno rimpatriato più di quindicimila persone, soprattutto comoriani. Il governo sperava di espellerne trentamila entro la fine dell’anno, una cifra enorme che equivale a più di un decimo della popolazione complessiva.

Dietro queste statistiche ci sono persone come il capitano Vincent Cordary, responsabile di un’unità di 72 agenti della Gendarmerie nationale mandata a Mayotte per un periodo di tre mesi. Cordary mi ha permesso di accompagnarlo in una ronda quotidiana per fermare gli immigrati sprovvisti di documenti in regola. Il giorno dopo aver parlato con il préfet, mi sono infilato nel sedile posteriore della sua auto in mezzo a due giovani gendarmes. Eravamo seguiti da una seconda auto piena di agenti.

Indossavano camicie nere, occhiali da sole avvolgenti, stivali neri e giubbotti antiproiettile con un assortimento di pistole, taser, manganelli e manette. Erano tutti bianchi tranne uno, e nessuno parlava shikomor. Per risolvere il problema, un poliziotto locale completava la squadra. Sosteneva di poter dire se una persona era di Mayotte o di Anjouan solo dall’aspetto fisico.

Un’agenzia di viaggi ad Anjouan, Comore, luglio 2019 (Tommy Trenchard, Panos/Luz)

La retata

Mentre attraversavamo Chirongui, una cittadina sonnacchiosa all’estremità meridionale dell’isola, il poliziotto locale ha individuato un passante e si è messo a gridare: “Camicia arancione! Camicia arancione!”. Ha frenato e i gendarmi sono balzati fuori bloccando la strada davanti all’uomo. Educatamente, ma con aria intimidatoria, hanno esaminato i suoi documenti, e dopo qualche minuto si sono convinti che in realtà era cittadino francese. Gli hanno restituito in fretta i documenti e sono ripartiti.

Il bersaglio successivo, un uomo con una maglietta da calcio che stava armeggiando con il motore di un’auto, non è stato altrettanto fortunato. È stato ammanettato e fatto salire sul sedile posteriore del secondo veicolo. I suoi oggetti personali sono stati confiscati, registrati e chiusi in un sacchetto: due sigarette, qualche gomma da masticare, un piccolo frutto e una manciata di euro. Gli sarebbero stati restituiti prima del rimpatrio, gli ha promesso l’agente. Nel giro di poche ore i gendarmi agli ordini di Cordary avevano fermato sei persone, tutte chiuse nel retro di un autocarro mentre le forze dell’ordine riempivano i moduli necessari. Era la stessa routine che gli agenti avevano seguito ogni giorno dal loro arrivo.

“Ho la sensazione che faremo questo lavoro molto a lungo”, mi ha detto Cordary quella sera mentre tornavamo a Mamoudzou e la radio dell’auto trasmetteva musica dance. Ha aggiunto che in tre mesi avevano già rimpatriato alcune persone due volte. I documenti di un uomo indicavano che era stato deportato 28 volte. “Questo è un paese ricco in un oceano di povertà”, ha concluso. “Non so se riusciremo mai a impedire alla gente di venire”.

Durante il mio secondo soggiorno ad Anjouan, quando cercavo un trafficante, avevo provato a mettermi in contatto con Onzardine, la mia guida dell’anno precedente. Avevo scoperto che tre mesi prima era riuscito a raggiungere Mayotte, e così abbiamo deciso di incontrarci. Ma allontanarsi dal suo quartiere era troppo pericoloso per Onzardine – non aveva i documenti e poteva essere rispedito a Domoni – perciò per trovarlo mi sono diretto verso la baraccopoli vicino alla cittadina di Majicavo Koropa. Un taxi mi ha lasciato sulla strada costiera e ho salito a piedi i gradini di cemento oltre i quali si estendono le bangas.

Onzardine vive in una casetta di cemento non imbiancata molto simile a quella che si è lasciato alle spalle a Domoni. I proprietari sono partiti per la Francia e gli hanno permesso di viverci fino al loro ritorno, insieme ad altri 22 componenti della sua famiglia allargata. Onzardine mi ha raccontato cos’era successo in quei mesi. La sua decisione di attraversare il mare era diventata ancora più urgente dopo che si era ammalato uno dei suoi cugini. Onzardine l’ha accompagnato a Mayotte. Hanno affittato una _kwassa-kwassa _riempiendola di persone per recuperare i costi. Il mare era calmo e il viaggio era stato tranquillo. Avevano impiegato tre ore per raggiungere le acque territoriali francesi e altre undici per arrivare sulla costa.

A differenza di molti suoi amici, Onzardine non ha intenzione di restare a Mayotte. Trova insopportabili le restrizioni della sua libertà

Gli spostamenti di Onzardine si limitano alle baraccopoli intorno a casa. Anche se non può avere un impiego regolare, svolge lavoretti temporanei che la zia e i cugini gli procurano. Un uomo l’ha pagato 50 euro per scaricare un container. Un altro gliene ha dati 150 per tre settimane di lavoro da muratore. Senza un contratto, i migranti irregolari hanno ben poco potere contrattuale. Onzardine mi ha raccontato cosa succede di solito quando un datore di lavoro di Mayotte si rifiuta di pagare: “Si mette insieme un gruppo di persone e si va ad aspettarlo da qualche parte finché non passa, e poi lo si picchia”.

Fino a quel momento lui non aveva avuto bisogno di ricorrere alla violenza e i pochi soldi che guadagnava erano più di quello a cui avrebbe potuto aspirare restando ad Anjouan. Era perfino riuscito a spedire 50 euro alla madre. Entro un mese progettava di aprire una piccola scuola d’inglese clandestina per chiunque volesse prendere lezioni.

Qualche giorno dopo Onzardine si è offerto di farmi vedere il quartiere, e abbiamo passato il pomeriggio a girovagare nei vicoli di terra battuta delle bangas, incontrando alcuni suoi vecchi amici di Anjouan. Le loro baracche sono addossate ai ripidi fianchi della collina in un mosaico di lamiere ondulate e teli cerati. Qualcuno ha scarabocchiato su un muro il motto nazionale della Francia, Liberté, égalité, fraternité, seguito da un punto interrogativo. Alcuni migranti con cui ho parlato erano appena arrivati, altri erano sull’isola da più di dieci anni. Tutti parlavano dell’ansia permanente di vivere una vita che avrebbe potuto essere sconvolta in ogni istante.

A differenza di molti suoi amici, Onzardine non ha intenzione di restare per sempre a Mayotte. Trova insopportabili le restrizioni della sua libertà, e si chiede se non starebbe meglio a casa senza guadagnare niente invece di essere bloccato lì. Gli ho chiesto dove gli piacerebbe essere tra dieci anni. Mi ha risposto che vuole aprire un negozietto nella medina di Anjouan accanto alla casa della madre. Con quel lavoro e la fidanzata Halima, sarà felice. Ma per realizzare quel sogno servono dei soldi, e non lascerà Mayotte prima di averne guadagnati abbastanza.

Quando abbiamo lasciato la baraccopoli si era fatto buio, e Onzardine ha usato il cellulare per illuminare il sentiero roccioso fino alla strada principale. A un certo punto abbiamo raggiunto il confine invisibile oltre il quale Onzardine avrebbe perso la protezione delle bangas, ed è tornato indietro.

Il mio volo di rientro partiva dall’isola di Grande Comore, e ho deciso di tornare nelle Comore via mare. Una flotta di traghetti trasporta avanti e indietro tra le isole i passeggeri paganti (per lo più di Mayotte, a parte pochi comoriani fortunati che sono riusciti a ottenere un visto). Il grosso del carico era formato dagli espulsi. Andando al terminal sono passato accanto ai venditori ambulanti comoriani e ho riconosciuto una volontaria di un gruppo per la difesa dei diritti umani che avevo incontrato qualche giorno prima. Solène Dia vive sull’isola da un anno e mezzo, e lavora per un’organizzazione che informa i migranti sui loro diritti, un impiego che le è costato lettere cariche di odio e minacce di morte. Un uomo era stato arrestato illegalmente in una proprietà privata, mi ha raccontato Solène, e lei stava cercando di impedirne il rimpatrio. Se non ci fosse riuscita, quell’uomo avrebbe viaggiato sul mio stesso traghetto.

Da sapere
Sviluppo autoritario

’Unione delle Comore è un paese di 830mila abitanti con un’età media inferiore ai vent’anni. L’arcipelago è tra i paesi più poveri del mondo e si trova al 156o posto su 189 nell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite. Dal 1975, l’anno dell’indipendenza, il paese ha vissuto una ventina di colpi di stato e solo di recente ha raggiunto una certa stabilità politica. Questa stabilità, però, non è una garanzia di democrazia: il presidente Azali Assoumani, ex colonnello golpista e già capo dello stato tra il 1999 e il 2006, è stato rieletto nel 2016. Dopo una riforma costituzionale nel 2018, Azali Assoumani si è ricandidato alla presidenziali anticipate del marzo del 2019 ed è stato dichiarato vincitore al primo turno. I suoi avversari non hanno riconosciuto i risultati e paragonano il suo regime a una dittatura. I candidati del partito del presidente hanno ottenuto anche la maggioranza dei seggi in parlamento alle legislative del 19 gennaio 2020, boicottate dall’opposizione.

◆Nel dicembre del 2019 Azali Assoumani è stato a Parigi per presentare un piano di sviluppo delle Comore che punta su turismo, agricoltura e pesca. Ha ottenuto promesse di finanziamenti per 4 miliardi di euro. Per quanto riguarda la questione di Mayotte, il suo governo continua a sostenere che l’isola è comoriana. Tuttavia, in cambio di aiuti, il paese collabora con la Francia per fermare i flussi migratori. Jeune Afrique, Radio France International


Disperazione e rabbia

Un’ora dopo mi sono imbarcato e dal ponte superiore ho osservato la colonna di una sessantina di comoriani espulsi che venivano scortati a bordo. Si sono seduti sul ponte inferiore su sedili di pelle sintetica azzurra. Una tv in fondo alla sala trasmetteva video musicali dall’audio distorto, ma nessuno li guardava. Alcuni avevano degli zaini, altri sembravano non avere niente. Ho telefonato a Dia per sapere se era riuscita a impedire il rimpatrio dell’uomo. No. Mi ha dato il suo numero, e sono sceso di sotto per conoscerlo.

Quest’uomo, che chiamerò Youssouf, era snello e ben vestito, con pantaloni bianchi e una camicia color granata. Viveva a Mayotte, dove aveva moglie e figli legalmente residenti, dal 2011, ed era lui a mantenere la famiglia. Prima di essere arrestato, lavorava per un’organizzazione che si dedicava all’istruzione dei bambini vulnerabili, per lo più figli di migranti rimpatriati che non frequentavano la scuola e vivevano per strada. Ora anche lui era stato separato dai familiari, ed era terrorizzato da quello che avrebbe potuto accadergli. Il suo viso esprimeva rabbia e disperazione nella stessa misura.

Mi ha detto che si sentiva esplodere. “Immagina di trovarti in un paese dove i bambini sono lasciati soli per strada e trattati come cani”, ha detto. “Immagina di avere legalmente una famiglia, una moglie in regola, dei figli in regola e qualcuno ti mette su una barca”. Era furioso per essere stato arrestato nella proprietà privata dell’organizzazione per cui lavorava, e voleva sapere se potevo aiutarlo a fermare il rimpatrio. In ogni caso, mi ha detto, sarebbe tornato a Mayotte il prima possibile.

Avevamo cominciato a parlare da poco quando un membro dell’equipaggio ha notato la mia presenza nella sezione delle persone da rimpatriare. “Lei è un giornalista?”, mi ha chiesto. Ho risposto di sì. “Questi passeggeri non sono come gli altri”, ha detto indicando gli uomini e le donne intorno a me. “Non può parlare con loro”. Youssouf ha protestato, ma l’uomo ha insistito e sono tornato controvoglia sul ponte superiore.

Navigavamo parallelamente alla costa, la scia della barca dietro di noi come un’autostrada nel deserto. Le cittadine sul litorale ci scorrevano accanto lentamente, ciascuna con le sue bangas che si inerpicavano sulle colline.

Oltre la scogliera corallina le onde erano molto alte e la nave ha cominciato a beccheggiare violentemente. Di sotto i comoriani vomitavano nei sacchetti di plastica gialli distribuiti dall’equipaggio. Youssouf era piegato in avanti con la testa tra le mani.

Ho scrutato l’orizzonte alla ricerca delle kwassa-kwassa, ma ho visto solo l’instancabile vorticare del mare. Poi Mayotte è svanita in lontananza, Anjouan è emersa dalla foschia e un marinaio ha srotolato una bandiera comoriana che si è messa a sventolare fiaccamente nella brezza. ◆ gc

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Questo articolo è uscito sul numero 1345 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati