“Non c’è mio libro che non parli dell’uscita dai dualismi, dal rapporto sentimento-ragione, dalla contrapposizione tra senso comune e cultura alta”, ha detto una volta Lea Melandri, insegnante, attivista, saggista, figura di spicco del femminismo italiano. L’impossibilità di fare teoria senza l’esperienza è stata la caratteristica distintiva di un’intellettuale in più di cinquant’anni di riflessione, scrittura e impegno politico.
Il percorso dell’autrice di Amore e violenza: il fattore molesto della civiltà e Come nasce il sogno d’amore non comincia nei circoli intellettuali, ma in una famiglia di mezzadri romagnoli, e attraversa l’esperienza dell’insegnamento e del femminismo degli anni settanta. Tutta la sua opera è stata una ricerca ostinata dei legami tra storia e biografia, tra corpo e parola.
Melandri ha dedicato la sua vita alla riflessione critica sulla condizione delle donne, sulla scuola anti-autoritaria e sulla trasformazione sociale. Ma a 85 anni non ha un reddito che le consenta di vivere e di curarsi, e per questo è stata lanciata la campagna “Dire grazie a Lea” per assegnarle un vitalizio sulla base della legge Bacchelli.
La campagna è sostenuta da migliaia di firme che sottolineano i meriti dell’autrice. “Lea Melandri ha attraversato e segnato in profondità la storia culturale e politica italiana: con la sua scrittura, il suo attivismo, il suo insegnamento, la sua riflessione sul corpo, sulla sessualità, sulla famiglia e l’infanzia, sulla violenza e sui rapporti tra i generi, ha contribuito a trasformare il modo in cui pensiamo oggi la libertà, il desiderio, la pedagogia e la relazione tra esperienza personale e dimensione pubblica”, è scritto nel comunicato che lancia la proposta.
La legge Bacchelli fu approvata nel 1985durante il governo di Bettino Craxi e prende il nome dallo scrittore Riccardo Bacchelli, che morì prima di poter ricevere il vitalizio. Istituisce un fondo di sostegno per “cittadini illustri” del paese e stabilisce tre requisiti per beneficiarne: lo stato di particolare necessità economica, l’assenza di condanne penali e il merito per le attività svolte in ambito scientifico, culturale, sportivo o sociale.
Il requisito del merito è verificato da una commissione composta da personalità della cultura. In passato hanno beneficiato della legge la poeta Alda Merini, la scrittrice Anna Maria Ortese, il poeta Dario Bellezza, lo scrittore Daniele Del Giudice, il poeta Aldo Nove, gli attori Franco Citti e Alida Valli. Alcuni come il ciclista Gino Bartali e l’attrice Laura Antonelli hanno rifiutato il vitalizio.
Chi è Lea Melandri
Nata nel 1941 a Fusignano, in provincia di Ravenna, Melandri cresce in una famiglia di mezzadri. La sua infanzia si svolge in condizioni di grande povertà, in una casa condivisa con nonni, zii e cugini, secondo il modello della famiglia allargata tipico del mondo rurale. Fin da giovanissima dimostra però delle qualità che le consentono di fare un percorso di studi eccezionale per una ragazza proveniente dal suo contesto sociale.
Frequenta il liceo classico di Lugo, dove si diploma con il massimo dei voti e vince il concorso per l’ammissione alla Scuola normale superiore di Pisa, una delle istituzioni accademiche più prestigiose d’Italia. Dopo il biennio decide tuttavia di lasciare la Normale. L’ambiente classista e lo “studio ottusamente specialistico” le provocavano mal di testa, frustrazioni e pianto, racconterà in un’intervista.
Nel 1965 si laurea in lettere e filosofia all’università di Bologna. Due anni più tardi ottiene una cattedra al liceo scientifico di Lugo, ma la sua vita prende una svolta decisiva quando si trasferisce a Milano per sottrarsi a un matrimonio forzato che verrà annullato solo molti anni dopo. È una scelta di libertà che anticipa molti dei temi che caratterizzeranno il suo impegno politico e culturale successivo.
A Milano vive in prima persona il clima di fermento sociale e politico del sessantotto. Insegna nella scuola media di Melegnano e partecipa attivamente al movimento degli insegnanti non autoritari. In questo contesto incontra lo psicoanalista Elvio Fachinelli, figura fondamentale nel suo percorso umano e intellettuale. Insieme fondano la rivista L’erba voglio, che tra il 1971 e il 1977 rappresenta uno dei laboratori più innovativi della cultura critica italiana.
Negli stessi anni Melandri entra nei gruppi femministi milanesi. Dall’intreccio tra l’esperienza nel movimento delle donne e quella nella scuola nascono molti degli scritti che confluiranno nel volume L’infamia originaria, considerato uno dei testi più importanti del femminismo italiano e tradotto anche in francese e spagnolo. L’opera affronta temi come il rapporto tra educazione, sessualità, potere e identità femminile, offrendo una prospettiva originale che continua ancora oggi a essere oggetto di studio.
“Le mie domande già allora erano: le cose che abbiamo scoperto come l’importanza dei racconti intorno al corpo e alla sessualità, delle violenze che si nascondono nel nostro quotidiano, dove andranno a finire nel momento in cui entreranno nel mondo istituzionale? Quando saranno nel mondo dei saperi scientifici, dell’università, che cosa succederà? Il mio timore era che si perdesse la pratica dell’ascolto, dell’autocoscienza, il lato più radicale inventato dal femminismo”, dirà in un’intervista.
Tra il 1976 e il 1986 insegna nei corsi delle “150 ore”, istituiti per favorire l’istruzione dei lavoratori e delle lavoratrici che non avevano potuto completare il proprio percorso scolastico. In particolare, l’esperienza maturata con gruppi di donne e casalinghe nella periferia milanese si trasforma in un importante laboratorio di formazione e di autocoscienza femminile. Da queste attività nasceranno numerose iniziative educative e culturali, culminate nel 1987 nella fondazione dell’associazione per una Libera università delle donne di Milano.
Parallelamente, Melandri sviluppa un intenso lavoro di ricerca sul rapporto tra inconscio, sessualità e scrittura. Promuove gruppi di pratica dell’inconscio e approfondisce la riflessione sulla soggettività femminile, contribuendo a introdurre nel dibattito femminista italiano temi legati alla psicoanalisi e all’esperienza personale. “Ho provato a lavorare sulla memoria del corpo, sull’infanzia e sui linguaggi sociali. È quello che faccio anche nei miei laboratori di ‘scrittura di esperienza’, in cui ci si concentra non solo su tematiche personali da indagare, ma anche sullo scoprire una lingua segreta”, racconterà.
Negli anni ottanta amplia ulteriormente i suoi interessi, dedicandosi alla rilettura della figura della scrittrice Sibilla Aleramo e collaborando con diverse testate giornalistiche. Per tre anni risponde alle lettere di ragazze e adolescenti nella rubrica “Inquietudini” sulla rivista Ragazza In.
“Ricevevo tantissime lettere – una media di ottanta a settimana – nonostante la mia scrittura che io stessa consideravo enigmatica”, dirà. “Avevo su di me una coperta di lettere: trascorrevo così i sabati e le domeniche. Leggevo, trascrivevo frammenti, le raggruppavo per tema: facevo quello che facevo con i libri, non ho fatto distinzioni. Credo sia stata questa la mia scoperta di quegli anni: avvicinare il senso comune e la cultura alta”.
Da quell’esperienza nasce la raccolta La mappa del cuore. Lettere di adolescenti a una femminista a cui si ispira lo spettacolo teatrale della compagnia bolognese Ateliersi nel 2020.
“Venivo da dieci anni di femminismo, avevo l’attitudine all’ascolto delle vite, ma la tematica dell’amore nel femminismo non c’era stata ed era mancata l’attenzione a quell’età particolare che è l’adolescenza, età di passaggio dalla famiglia alla società, in cui sei anche un corpo che deve prendere forma in modelli imposti per secoli. […] Forse, se ho avuto un’empatia tanto profonda, nonostante avessi più di trent’anni, è perché conservavo qualcosa della mia adolescenza, eredità dei miei anni faticosi nella casa contadina. Ho continuato a ritornare alle macerie della mia adolescenza, resto la figlia di quei genitori poveri che mi hanno dato il privilegio dello studio, un’adolescente a vita che non ha mai smesso di guardare film d’amore”, racconterà Melandri.
Nel 1986 lascia definitivamente l’insegnamento per dedicarsi alla scrittura e all’attività culturale. Una scelta che comporta difficoltà economiche, ma che le consente di intensificare il suo impegno nel movimento femminista. L’anno successivo fonda la rivista Lapis. Percorsi della riflessione femminile, che dirige per un decennio e che diventa uno dei principali luoghi di elaborazione teorica del femminismo italiano.
L’esperienza della cura della madre anziana segna profondamente la sua riflessione. Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1999, Melandri affronta da sola il peso dell’assistenza familiare, vivendo tra Milano e la Romagna. Anche da questa esperienza nasce la curatela del libro La perdita (2008) scritto con Rossana Rossanda e la psicanalista femminista Manuela Fraire, una testimonianza intensa e dolorosa sul lavoro di cura, sulla fragilità e sui legami affettivi.
Molto importante è l’incontro e il sodalizio tra Melandri e Rossana Rossanda, ex dirigente del Partito comunista italiano e fondatrice del manifesto. Rossanda riconosce nel femminismo degli anni settanta la scoperta di quella “materia segreta” della vita personale che la politica aveva a lungo ignorato, mentre Melandri vede in Rossanda un’interlocutrice capace di mettersi in discussione. Dopo la morte di Rossanda, Melandri racconterà che le differenze teoriche tra loro non avevano indebolito il loro legame, ma lo avevano invece rafforzato.
Lea Melandri continua a essere un punto di riferimento imprescindibile per le nuove generazioni, intervenendo con generosità e capacità di ascolto su riviste e giornali e con i suoi laboratori di scrittura, una presenza preziosa capace di costruire ponti e ancora smascherare i meccanismi profondi di violenza, sopraffazione e potere.
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