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Il primo paese coloniale del ventunesimo secolo

Caracas, Venezuela, 25 gennaio 2026 (Ariana Cubillos, Ap/LaPresse)

Quando il presidente venezuelano Nicolás Maduro è stato catturato da una forza d’élite degli Stati Uniti, il 3 gennaio, la prima impressione è stata che non era chiaro se in Venezuela stesse cominciando una transizione democratica. Più di tre mesi dopo il rischio è un altro: il consolidamento di un autoritarismo che si adatta alle circostanze e ha conseguenze globali, una sorta di colonialismo del ventunesimo secolo, un prodotto – collaterale o meno – del corollario di Donald Trump alla dottrina Monroe.

Questo modello punta all’efficienza economica, a una parziale tolleranza di un certo dissenso, alla riduzione – non all’eliminazione – della burocrazia repressiva e alla creazione di un’opposizione “ideale”: riconoscibile come parte della tradizione democratica, ma senza una capacità reale di contendere il potere al governo nel prossimo futuro.

È una tela su cui costruire una dittatura perfetta, come ha spiegato per esempio il politologo Steven Levitsky, anche se con delle innovazioni: il regime ha il sostegno esplicito o tacito di una potenza che ancora non definisce chiaramente la sua tabella di marcia per una transizione democratica. Come dice il proverbio, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

Tra il 2021 e il 2022, quando alla presidenza degli Stati Uniti c’era Joe Biden, la dittatura di Maduro aprì dei canali di dialogo con Washington. Oggi quei collegamenti si sono normalizzati. In tre mesi sono state riallacciate le relazioni diplomatiche tra i due paesi, sono state allentate le sanzioni e si sono moltiplicate le visite di funzionari statunitensi a Caracas.

Se ai tempi dell’ex presidente venezuelano Hugo Chávez c’era un turismo ideologico – attivisti di sinistra affascinati dalla rivoluzione bolivariana – nel 2026 i “tour” sono per i possibili investitori che percorrono le zone industriali e a volte si fermano per un bagno al mare nelle località esclusive dell’arcipelago di Los Roques.

A questo si aggiunge l’entusiasmo di Donald Trump, che non perde occasione per elogiare i “pregi” del Venezuela, celebrare il suo buon rapporto con la presidente ad interim Delcy Rodríguez e fare battute crudeli, come quella secondo cui il paese potrebbe diventare il cinquantunesimo stato degli Stati Uniti o che lui stesso potrebbe candidarsi alla presidenza, visto quanto è popolare tra i venezuelani.

Nel frattempo il regime di Caracas ha fatto poco e ha guadagnato molto. Ha scarcerato circa cinquecento prigionieri politici, ha approvato una legge di amnistia, ha cambiato il procuratore generale e il difensore civico, ha approvato una legge per ridurre il controllo pubblico nel settore degli idrocarburi, sta modificando una norma sulle miniere per semplificare l’estrazione di oro, minerali rari e altre risorse, e ha riorganizzato il governo per consolidare una nuova nomenklatura.

Clima surreale a Caracas tra speranza e paura
In Venezuela le persone hanno ricominciato a manifestare, l’opposizione parla del futuro ma il governo della presidente Delcy Rodríguez prende tempo e non accenna alle elezioni
 

Questa trasformazione risponde al progetto ambizioso dei fratelli Delcy e Jorge Rodríguez, percepiti, a differenza di Chávez o Maduro, come intellettuali della sinistra radical-chic. Dal mio punto di vista rappresentano un autoritarismo fancy: Dior con le tenaglie.

Qualcuno ha chiamato questo duo el Rodrigato. Le loro misure per allentare la pressione sociale e fare spazio ai capitali stranieri sono state adottate sotto la direzione degli Stati Uniti e, secondo voci della vecchia guardia, con un atteggiamento di “pazienza strategica”, come ha scritto il militare in congedo Francisco Ameliach, uno dei quadri tradizionali di Hugo Chávez, sopravvissuto all’epurazione del nuovo ordine politico.

L’enfasi sull’economia, invece di una rapida democratizzazione, può rafforzare il regime. Come ha avvertito a marzo Laura Dib, del Washington office on Latin America, “lo scenario peggiore per il Venezuela è la stabilizzazione di un autoritarismo riconfigurato: la conservazione del controllo assoluto del potere sotto altri volti, senza una trasformazione democratica”.

Oggi questa prospettiva appare ancora più concreta.

Una sola condizione

I Rodríguez usano la minaccia della forza esterna per disciplinare le dissidenze interne, introducono cambiamenti in settori chiave per l’economia, compresa la diplomazia, ma mantengono intatto l’apparato repressivo. La sostituzione del ministro della difesa Vladimir Padrino con il generale Gustavo González López – ex capo della polizia politica Sebin e considerato uno degli architetti della macchina della tortura – è un segnale inequivocabile. Tuttavia il 15 gennaio, due settimane dopo la cattura di Maduro, lo stesso generale ha accolto sorridendo John Ratcliffe, direttore della Cia (l’agenzia d’intelligence statunitense).

L’unica condizione che, a quanto pare, i Rodríguez hanno posto per “comportarsi bene” è che la leader dell’opposizione María Corina Machado non rientri in Venezuela. Questo è un punto d’onore che placa le furie interne. Per le fazioni del chavismo è preferibile avere a che fare con il loro nemico storico, gli Stati Uniti, invece che con Machado.

Il paradosso è evidente: il regime che si è adattato alle circostanze beneficia di due estrazioni. Quella di Maduro, a colpi di arma da fuoco, e quella di Machado, che da tre mesi vive un esilio non voluto e neanche conveniente, in un equilibrio che qualcuno ha paragonato a quello di un funambolo.

Noi venezuelani diciamo spesso che veniamo dal futuro. E questa volta non è diverso. Il paese è già diventato un caso di studio su “come muoiono le democrazie”. A differenza delle dittature del ventesimo secolo, quelle del ventunesimo si instaurano con le elezioni. Oltre al Venezuela, altri esempi recenti sono il Nicaragua e il Salvador.

Tuttavia in questa nuova fase si è fatto un passo ulteriore. Alla sperimentazione di un modello autoritario nato da un atto di forza esterno, che combina efficienza economica con libertà politiche minime, com’è tipico dei regimi ibridi, si aggiunge un altro elemento: il Venezuela si delinea come la prima colonia per azioni del ventunesimo secolo. Può sembrare esagerato, ma è un dato di fatto che abbia perso la propria sovranità. Recuperarla non sarà semplice, anche in caso di elezioni e di un cambio di regime.

Per usare una vecchia contrapposizione, le forze del capitale stanno approfittando della vulnerabilità di un paese che voleva essere l’avanguardia del socialismo del duemila e che oggi rischia di essere un esempio del colonialismo del nuovo secolo.

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