Poche ore dopo che il presidente venezuelano Nicolás Maduro è stato catturato dalle forze speciali statunitensi, “l’attenzione e le congetture si sono concentrate su una donna”, ha scritto El País América.
A differenza di quanto sperava l’opposizione, però, non era la vincitrice del Nobel per la pace María Corina Machado, ma Delcy Rodríguez, l’influente vicepresidente, “che appare più che mai come un elemento centrale nella riconfigurazione del potere chavista”.
È stata lei a presiedere il consiglio di difesa che si è tenuto il 3 gennaio, alla presenza dell’alto comando militare e dei leader della rivoluzione bolivariana, chiedendo la liberazione di Maduro, definito da Rodríguez “l’unico presidente del Venezuela”.
“Difenderemo la dignità di un popolo che non si arrende”, ha dichiarato la vicepresidente, 56 anni, dando l’impressione di voler tenere testa agli Stati Uniti.
Il giorno dopo, però, il tono è cambiato. Dopo essere stata nominata presidente ad interim dalla corte suprema per almeno novanta giorni, come previsto dalla costituzione, e aver ottenuto il sostegno dell’esercito, Rodríguez ha teso la mano al suo principale avversario. “La nostra priorità è tessere relazioni internazionali equilibrate e rispettose tra gli Stati Uniti e il Venezuela”, ha scritto sul suo account Instagram, invitando “il governo statunitense a lavorare insieme a un programma di cooperazione”.
Rivoluzione e pragmatismo
Se oggi eredita questa responsabilità è perché Delcy Rodríguez, definita dal New York Times una “tecnocrata cosmopolita in un governo militarista dominato dagli uomini”, non è considerata intransigente come Maduro.
Secondo il sito venezuelano Efecto Cocuyo, “incarna il chavismo mantenendo però una linea di dialogo aperta con Washington”. Il presidente statunitense Donald Trump ha lasciato intendere che Rodríguez discuterà con la sua amministrazione le condizioni di una transizione, aggiungendo: “Credo che non abbia scelta”.
La fedeltà della vicepresidente al Partito socialista unito del Venezuela (Psuv) sembra tuttavia incrollabile. Delcy Rodríguez è figlia di un guerrigliero marxista degli anni settanta, torturato a morte in carcere dopo il sequestro di un imprenditore statunitense, e da allora celebrato come un martire dalla rivoluzione bolivariana. “La rivoluzione è una vendetta per la morte di nostro padre”, aveva dichiarato Rodríguez nel 2018, ricorda il sito venezuelano d’opposizione La Patilla.
“Per il suo linguaggio tagliente e militante le sono state imposte sanzioni individuali dagli Stati Uniti e dell’Unione europea”, ricorda il sito d’informazione indipendente cubano 14ymedio, che sottolinea anche il suo sostegno senza riserve al regime comunista di Miguel Díaz-Canel e alla repressione delle proteste del 2021 a Cuba.
Avvocata di formazione, vissuta a Parigi prima di tornare in patria per entrare nel governo di Hugo Chávez, la sua ascesa è avvenuta soprattutto da quando è al potere Nicolás Maduro. Ha ottenuto insieme alla vicepresidenza anche i ministeri strategici dell’economia e degli idrocarburi, in un paese che possiede le maggiori riserve mondiali di greggio. Ha guidato così la lieve ripresa economica del 2025, dopo un decennio di crisi, liberalizzando parzialmente l’economia e il settore petrolifero, devastati dalla corruzione e dalle sanzioni statunitensi.
Insieme al fratello Jorge Rodríguez – stretto collaboratore di Maduro, presidente dell’assemblea nazionale e capo dei negoziati falliti con Washington – Delcy Rodríguez rappresenta “la via civile, aperta alle trattative” all’interno del regime, contrapposta all’ala dura militarizzata incarnata da figure come Diosdado Cabello, capo della polizia e dei collettivi di civili armati (gruppi paramilitari chavisti), o come il ministro della difesa e comandante in capo dell’esercito Vladimir Padrino.
Nonostante questo, in pochi le riconoscono la capacità di guidare una transizione democratica. Secondo il quotidiano spagnolo El Mundo, le quattro personalità più importanti del regime – Delcy e Jorge Rodríguez, Cabello e Padrino – potrebbero formare una “giunta” che permetterebbe a Washington di “controllare il paese a distanza”, sotto la minaccia implicita di poter fare la stessa fine di Maduro. “Se non si comporta come deve, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di Maduro”, ha dichiarato Trump ai giornalisti dell’Atlantic.
“Rodríguez è utile perché controlla leve dello stato e garantisce una stabilità di breve periodo”, spiega El País. “Ma nulla, né sul piano etico né su quello democratico, giustifica questa scelta”. Una scelta che ha profondamente deluso l’opposizione guidata da Machado, convinta che il vero vincitore delle elezioni presidenziali del 2024 non era stato Maduro ma il candidato dell’opposizione Edmundo González Urrutia.
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