Il rapimento di Nicolás Maduro è solo il primo passo verso un controllo statunitense più esteso del Venezuela. È quello che emerge dalla conferenza stampa tenuta da Trump a Palm Beach in Florida, sabato 3 gennaio, poche ore dopo l’incursione delle forze speciali statunitensi a Caracas.
“Guideremo il paese finché non potremo realizzare una transizione sicura, adeguata e responsabile”, ha detto il presidente statunitense. Se il pretesto dell’intervento è la lotta al narcoterrorismo, Trump non ha nascosto che l’obiettivo principale è l’accesso alle risorse petrolifere del Venezuela, le più grandi del mondo.
L’incursione è stata il punto di arrivo di mesi di tensione crescente, con attacchi aerei contro imbarcazioni venezuelane accusate di trasportare droga verso gli Stati Uniti.
Per sostenere queste operazioni le forze armate statunitensi erano state schierate nel mar dei Caraibi. Non è chiaro se per realizzare il progetto trumpiano di “gestire il Venezuela” saranno impiegate truppe dell’esercito sul terreno, il che costituirebbe di fatto un’invasione e una dichiarazione di guerra. O se la Casa Bianca intende controllare il paese dall’esterno, usando come arma principale la minaccia di un secondo intervento. È un punto cruciale su cui il presidente repubblicano è rimasto ambiguo.
“Ora siamo qui e ci resteremo finché questa transizione sicura potrà svolgersi”, ha spiegato Donald Trump, anche se la presenza di soldati statunitensi in Venezuela per il momento non sembra confermata e i militari coinvolti nell’incursione hanno lasciato il territorio. “Non abbiamo paura di schierare truppe sul terreno”, ha continuato Trump. Allo stesso tempo ha lasciato intendere di escludere una nuova operazione nel prossimo futuro: “Il primo attacco è stato un tale successo che probabilmente non avremo bisogno di lanciarne un secondo, ma siamo pronti a farlo se necessario”.
Buona parte della conferenza stampa è stata dedicata a celebrare il raid delle forze speciali, culminato nel rapimento di un capo di stato nel cuore della sua capitale, senza perdite tra i soldati americani. Una dimostrazione di forza del primo esercito del mondo, destinata a inviare un messaggio non solo a Caracas, ma anche al resto del pianeta. “Nessuna nazione al mondo può fare quello che abbiamo fatto noi”, si è vantato Donald Trump, screditando le operazioni militari condotte dai presidenti statunitensi del passato, in particolare quelli del Partito democratico.
Il generale Dan Caine, capo di stato maggiore statunitense, ha illustrato nei dettagli la missione, chiamata Absolute resolve (Determinazione assoluta), lodando la collaborazione di tutte le forze armate e delle agenzie di intelligence.
Avviata venerdì 2 gennaio quando a Washington erano le 22.46 (le 4.46 di sabato a Roma), ha richiesto la mobilitazione di 150 velivoli, decollati da una ventina di basi terrestri e marittime, per aprire un corridoio agli elicotteri che trasportavano le forze incaricate del rapimento di Nicolás Maduro e di sua moglia Cilia Flores.
I soldati sono entrati nella “fortezza” presidenziale e hanno arrestato Maduro. Dopo uno scontro a fuoco con le forze locali, le truppe statunitensi sono riuscite a ripartire con i loro prigionieri. Alle 3.29 del mattino (le 9.29 a Roma), Maduro e la moglie sono sbarcati sull’Uss Iwo Jima, una nave da guerra statunitense, per essere poi trasferiti a New York, dove li attende un’incriminazione davanti alla giustizia federale.
Pochi minuti prima della conferenza stampa, Donald Trump ha condiviso sui social media una foto umiliante del dirigente venezuelano: lo si vede a bordo della nave, immobilizzato, in tuta grigia, con le cuffie alle orecchie e una maschera sugli occhi.
A vantaggio dei dittatori
La ricostruzione del generale Dan Caine, per quanto impressionante sul piano delle capacità militari statunitensi, non cancella però tutti i dubbi. La facilità con cui le truppe statunitensi sono entrate nel complesso presidenziale e la precisione delle informazioni di cui disponevano suggeriscono che la resistenza venezuelana non è stata significativa o che le capacità militari di Caracas sono state sopravvalutate.
Secondo il New York Times, la Cia aveva infiltrato un gruppo di agenti sul posto da agosto, per raccogliere informazioni sulle abitudini di Nicolás Maduro. Gli Stati Uniti hanno avuto dei complici nella cerchia del leader venezuelano? E in quale stato si trova realmente l’apparato chavista al potere dal 1999? Lo si capirà meglio nei prossimi giorni.
I responsabili dell’amministrazione statunitense hanno invece insistito più volte su un elemento centrale: tra gli uomini presenti sul campo c’erano degli ufficiali giudiziari. La Casa Bianca sostiene che si tratta dell’arresto di un criminale all’estero e non dell’invasione di un paese sovrano.
Nicolás Maduro e la moglie sono stati incriminati davanti a un tribunale federale di New York per cospirazione narcoterroristica, finalizzata a riversare enormi quantità di droga negli Stati Uniti, secondo l’atto d’accusa di 25 pagine reso pubblico. Si tratta di giustificare la legalità dell’intervento non tanto dal punto di vista del diritto internazionale, di cui Donald Trump sembra tener poco conto, quanto piuttosto davanti alla costituzione statunitense.
La vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez è per ora la presidente ad interim del paese. La corte suprema venezuelana ha stabilito che è compito di Rodríguez guidare il paese per novanta giorni. La decisione della corte è stata riconosciuta anche dal ministro della difesa Vladimir Padrino López, generale dell’esercito. Secondo il New York Times i vertici degli Stati Uniti erano d’accordo già da settimane per lasciare che fosse la vicepresidente a guidare la transizione dopo il rovesciamento del regime di Nicolas Maduro.
Delcy Rodríguez, 56 anni, è figlia di un guerrigliero marxista e sorella di Jorge Rodríguez, stretto collaboratore di Maduro. Ha studiato per un periodo in Francia, dove si è specializzata in diritto del lavoro. Ha avuto i primi incarichi a Caracas già quando era al potere Hugo Chávez. Al governo con Maduro, scrive ancora il New York Times, è riuscita a stabilizzare relativamente l’economia venezuelana e a far migliorare la produzione di petrolio, nonostante le sanzioni statunitensi.
Negli Stati Uniti è il congresso ad avere il potere di dichiarare una guerra, mentre l’autorità del presidente si limita normalmente a decidere operazioni militari mirate, rapide e urgenti, in particolare per la sicurezza degli statunitensi. Nel caso di una decisione presa alla Casa Bianca, il congresso deve essere informato entro quarantotto ore e, se l’operazione dura più di sessanta giorni, deve essere approvata con una votazione.
“Il congresso tende a far trapelare le informazioni”, ha detto Trump per giustificare il fatto che i parlamentari non fossero stati avvertiti. D’altronde è dall’inizio del suo secondo mandato che cerca di togliere potere al parlamento.
Nelle ore successive all’annuncio dell’incursione sul social media Truth, di proprietà di Trump, i parlamentari repubblicani e democratici hanno per lo più mantenuto un silenzio prudente. Soprattutto perché la figura di Nicolás Maduro, leader autoritario che è rimasto al potere con la forza dopo aver perso le elezioni e che ha portato il Venezuela a una crisi profonda, è fortemente impopolare negli Stati Uniti, dove vive una numerosa comunità di rifugiati venezuelani antichavisti.
Solo Mark Warner, senatore democratico e vicepresidente della commissione intelligence del senato, ha diffuso un comunicato ricordando le regole che gli organi dello stato devono seguire per gli interventi all’estero e facendo la domanda che attraversa ormai tutte le diplomazie del mondo, in particolare in Europa: “Se gli Stati Uniti si sentono in diritto di usare la forza militare per invadere e catturare leader stranieri accusati di comportamenti criminali, che cosa impedisce alla Cina di rivendicare la stessa autorità sui leader di Taiwan? Che cosa impedirebbe a Vladimir Putin di invocare una giustificazione simile per rapire il presidente ucraino? Una volta superato questo limite, le regole che frenano il caos mondiale cominciano a crollare, e i regimi autoritari saranno i primi a trarne profitto”.
L’ordine mondiale del profitto
Appena cominciato, il 2026 promette di ridisegnare ancora più profondamente l’ordine mondiale, già seriamente sconvolto dal ritorno al potere di Donald Trump nel gennaio 2025. E a dettare la direzione della geopolitica sarà la prospettiva di profitti giganteschi. Per Donald Trump, il rovesciamento del regime chavista consente di dare alle imprese statunitensi libero accesso alle riserve di idrocarburi del Venezuela.
La parola petrolio è stata pronunciata non meno di venti volte durante la conferenza stampa di Trump. “Chiederemo alle nostre grandissime compagnie petrolifere statunitensi, le più importanti al mondo, di intervenire, investire miliardi di dollari, riparare infrastrutture gravemente danneggiate, condividere le infrastrutture petrolifere e cominciare a far guadagnare il paese”, ha spiegato. Trump ripete instancabilmente che gli Stati Uniti sono stati derubati all’epoca della nazionalizzazione delle riserve petrolifere voluta da Hugo Chávez, il predecessore di Nicolás Maduro.
Ma una volta passata la celebrazione del successo militare, gli Stati Uniti rischiano di ritrovarsi con una situazione difficile da gestire, in un paese dove ci sono interessi russi e cinesi. “Gli venderemo il petrolio”, ha liquidato Donald Trump, rivelando sia che considera ormai acquisite le riserve di idrocarburi venezuelane sia che la prospettiva degli affari è l’unica che conta, ai suoi occhi, nelle relazioni internazionali.
Trump intende mostrare anche di voler riprendere a modo suo la dottrina Monroe. Elaborata nel 1823 dal presidente James Monroe per mettere fine al colonialismo europeo nel continente americano in cambio di una non ingerenza statunitense in Europa, questa politica si è evoluta in una giustificazione degli interventi militari degli Stati Uniti in America Latina, con una sfera di influenza che si estende all’intero continente.
Gli Stati Uniti hanno tuttavia un pesante passato in America Latina, con molti tentativi falliti di cambiare a loro piacimento i regimi in carica. Finché era al potere a Caracas, Nicolás Maduro era un leader autoritario e corrotto. In prigione a New York, simboleggia anche l’imperialismo statunitense detestato nel resto del continente.
Ma Trump, che già si considera padrone dei Caraibi, sembra preoccuparsene poco. Nel corso della conferenza stampa ha lanciato una minaccia appena velata al regime castrista a Cuba, che potrebbe essere il prossimo paese della lista. “Penso che finiremo per parlare di Cuba, perché Cuba è oggi una nazione in declino, una nazione in gravissima difficoltà”, ha spiegato, prima di passare la parola al suo segretario di stato, Marco Rubio, nato in Florida in una famiglia di esuli cubani oppositori del comunismo.
“Se vivessi all’Avana e fossi al governo, sarei almeno un po’ preoccupato”, ha sussurrato Rubio. Lo stesso avvertimento che l’amministrazione Trump ha lanciato per mesi a Nicolás Maduro.
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