“Benvenuti in Kurdistan”, borbotta un soldato calvo e muscoloso, senza sorridere. All’interno di una base delle Forze democratiche siriane (Fds) ad Al Hasaka i volti sono tesi. Qui l’esperienza di autonomia curda in Siria è ancora in piedi, anche se comincia a sgretolarsi. Le pareti sono ricoperte da ritratti di combattenti delle Unità di protezione delle donne (Ypj), il braccio femminile delle Fds, che è stato a lungo un emblema della causa curda, accanto all’immagine onnipresente di Abdullah Öcalan, storico leader del movimento curdo in Turchia, detenuto dal 1999 sull’isola-carcere di İmralı. Questo è il cuore di un progetto politico nato tra le rovine della guerra siriana: la regione autonoma curda in Siria, nota come Amministrazione autonoma del nordest della Siria, che i curdi chiamano Rojava.
È il 2 febbraio e da poche ore un convoglio di forze di sicurezza del ministero dell’interno siriano è entrato ad Al Hasaka, una delle città più importanti del Rojava, per formalizzare l’intesa annunciata il 30 gennaio tra Damasco e le Fds. Quindici veicoli con i vetri oscurati hanno attraversato lentamente la città, sotto lo sguardo dei tiratori curdi. Mentre a Damasco questo sviluppo è stato accolto come un passo verso “l’unità”, qui l’atmosfera era di forte tensione. Sulla carta l’accordo mette fine a più di dieci anni di autogoverno curdo, nato dal collasso dello stato siriano e dalla guerra contro il gruppo Stato islamico (Is).
Kurd Barwan, 47 anni, tiene stretto il suo kalashnikov. Sul petto ha appesa la foto di un “martire” ucciso nel 2013 mentre combatteva contro l’Is. Le Fds, sostenute dagli Stati Uniti e dalla coalizione internazionale contro i jihadisti, sono state il principale alleato locale in quella campagna militare. Barwan vive negli Stati Uniti ed è tornato per sostenere quello che lui considera il suo paese. “Il Kurdistan è in pericolo”, afferma.
L’accordo mette i combattenti di fronte a una realtà concreta: il loro graduale assorbimento nelle strutture statali siriane. Stabilisce un cessate il fuoco con le ex unità delle Fds, che dovrebbero essere integrate come formazioni distinte all’interno dell’esercito siriano e sotto il suo comando centrale. Quando si parla della riunificazione con Damasco, il combattente non ha dubbi: “È impossibile vivere nello stesso paese con l’Is”. Per lui non c’è differenza tra la nuova leadership siriana guidata dall’ex capo islamista ribelle Ahmed al Sharaa e il gruppo Stato islamico. “Stessa ideologia”, aggiunge. Quindi la base resta in stato di massima allerta. La guerra semplicemente non è finita.
Troppo pericoloso
Ivan Hussein, 26 anni, un volontario curdo che vive in Finlandia, è armato e indossa un giubbotto antiproiettile. Dice che è venuto per “aiutare il suo popolo”. Parla senza mezzi termini: “Gli arabi non sono brave persone”. Mentre attraversiamo Al Hasaka in auto, suggerisce di evitare i quartieri arabi. “Ci sono Kassad ovunque”, aggiunge, usando l’acronimo arabo per indicare le Fds, “quindi non vi preoccupate”. Insiste che i curdi sono “come gli europei”: “Sposiamo una sola donna. Gli arabi ne sposano quattro”. Hussein è cristiano e ha impedito alla sua ragazza finlandese di unirsi a lui. Troppo pericoloso, spiega. Poi si lamenta del razzismo in Finlandia, dove lavora come autista. Nella base trasporta unità armate. Non ha fiducia nell’accordo con Damasco.
Al mercato nella città di Qamishli, roccaforte curda e delle Fds, poche persone sono disposte a parlare. I venditori arabi si rifiutano di farlo. La paura è tangibile. Due giovani sorelle curde passano lì vicino. “Se i curdi restano è meglio”, dice una. “Non conosciamo le regole del nuovo governo. Guardate cosa è successo a Latakia”, continua, riferendosi a un’iniziativa locale annunciata il 26 gennaio dal governo della regione costiera, che vieta alle donne impiegate in alcune posizioni del settore pubblico di truccarsi, e che ha provocato forti polemiche. “Stiamo a vedere”.
Per molti abitanti il ritorno dell’autorità statale solleva i timori di una nuova ondata di repressione e violenze comunitarie, soprattutto dopo le violazioni che hanno coinvolto le forze siriane in altre aree del paese. La popolazione è preoccupata per la scarsità di carburante, la sicurezza, l’intolleranza verso il dissenso, la libertà di espressione, le infrastrutture e l’economia. Un venditore di agrumi si lamenta della carenza di gasolio, che era sovvenzionato dalle Fds. La penuria ha causato lunghe code di auto alle stazioni di servizio. “Il petrolio non va alle persone”, dice. “Vogliamo che la situazione si calmi e tutti vivano senza problemi. La cosa più importante dell’accordo è che non devono esserci scontri”.
Tutto intorno le strade sono piene di buche e le infrastrutture sono fatiscenti. In lontananza si vedono bruciare i pozzi petroliferi. Un uomo tornato dalla Germania per andare a trovare la famiglia dice che vuole solo “sicurezza per la nostra gente”. Un meccanico arabo sussurra: “Se alzi la voce contro le Fds finisci in prigione. Alcuni li odiano, ma hanno paura. Non è una democrazia, ma non sappiamo se quello che verrà sarà meglio o peggio”. Un negoziante arabo racconta che le persone non se la sono sentita di celebrare l’anniversario della caduta del regime di Bashar al Assad l’8 dicembre o di avere una foto di Al Sharaa sul telefono. Quando entrano clienti si irrigidisce, cambia argomento e parla di pace: “Abbiamo combattuto lo Stato islamico insieme. Vogliamo la pace tra gli arabi e i curdi”.
Per molti civili l’accordo con Damasco non ha a che fare tanto con la politica quanto con il possibile ritorno alla normalità. Con l’avanzata delle forze governative siriane molte scuole di Qamishli sono state trasformate in ricoveri temporanei per famiglie sfollate, interrompendo le lezioni. Oggi nelle classi ci sono materassi e fornelli, mentre i genitori aspettano di sapere quando, e se, i loro figli potranno tornare a scuola.
Passaporti e diplomi
Nelle campagne intorno a Qamishli il villaggio di Bel Barouf è stato bersaglio di una breve offensiva dell’Is nel corso del suo assalto nella regione. Khaled, un commerciante curdo di 46 anni, indica sua figlia Ebenava, di due anni, che non è mai stata ufficialmente registrata all’anagrafe. “È come se non avessi questa figlia”, dice. Spera che con un nuovo stato centrale torneranno certificati di nascita, passaporti e diplomi riconosciuti. Nel 2011 Khaled è fuggito da Damasco, dove era cresciuto, per evitare il servizio militare sotto Assad. “Abbiamo ancora paura”, ammette. “Non sappiamo davvero cosa succederà”. Sotto Assad, spiega, i curdi non avevano diritti e non potevano parlare la loro lingua in pubblico. Se l’accordo reggerà, Khaled potrebbe decidere di tornare a Damasco, e i suoi occhi si illuminano quando ricorda la vita nella capitale. La sua incertezza riflette la generale ambiguità dell’accordo.
Nel concreto la graduale integrazione delle forze curde segna la fine della loro autonomia perché dovranno essere assorbite nell’apparato di sicurezza nazionale siriano. Sul campo nessuno usa la parola smantellamento. A tanti combattenti l’accordo sembra più un cambio d’immagine che una resa.
Nella casa di famiglia, una combattente delle Ypj di 25 anni con lunghi capelli marroni e i tratti adolescenziali accetta di commentare l’accordo. È il 4 febbraio e Rohani tv mostra Marwan al Ali, capo della polizia generale siriana, schierato accanto alle autorità curde nel comando della polizia stradale. Il fratello minore, che imbraccia con fierezza il suo M-16, sogna un giorno di potersi arruolale nelle Unità di protezione popolare (Ypg). La madre ascolta in silenzio, ma gli occhi tradiscono il suo orgoglio.
La combattente si fa chiamare Barkhodan Jyan, “la resistenza è vita” in curdo. È entrata nelle Ypj a tredici anni. Respinta tre volte perché troppo giovane, ha continuato a presentarsi fino a quando è stata accettata. Sotto il ritratto di Öcalan, accanto a un orologio e a una gabbia per uccelli, spiega che peso ha avuto il leader sulla sua visione politica, cercando le parole di Öcalan che più l’hanno influenzata e citando delle frasi che attribuisce a lui: “Abbiamo cominciato con i giovani e vinceremo con i giovani” e “Credo che se anche sulle montagne del Kurdistan restasse una sola donna, il Kurdistan continuerà a esistere”.
Poi racconta: “Mi sono arruolata molto giovane, quindi non ho fatto tutte le cose tipiche dell’adolescenza. Sono andata a quattro feste di matrimonio in tutta la mia vita. Sono riuscita a salvarmi e a non diventare parte del capitalismo”. Fa una pausa e aggiunge: “Le battaglie diventano come una droga. L’ideologia ci è entrata nel sangue. Quando non combatto per troppo tempo, mi sento male”. Non sostiene l’accordo con Damasco, ma lo considera utile: “Positivo per fermare i massacri e i genocidi”. Secondo lei le autorità di Damasco “hanno idee simili all’Is, per esempio pensano che le donne non debbano essere combattenti, che servono per il matrimonio e la cucina, e devono indossare l’hijab mostrando solo gli occhi”. Scuote la testa. “Qui le donne hanno imparato a lavorare, a imbracciare un’arma, a comandare e a spostarsi senza chiedere il permesso”. Ha chiesto al suo comandante cosa cambierà, e lui le ha risposto che non cambierà niente.
Per lei e per molte combattenti indossare l’uniforme siriana sarebbe intollerabile. “È una vergogna lavorare sotto la loro bandiera”, dice. “Preferisco uccidermi con la mia arma. Uno dei motivi per cui abbiamo accettato è riavere i soldati arrestati, i corpi dei morti, fermare quello che sta succedendo”. Non c’è fiducia, aggiunge, e il gruppo è pronto a reagire se sarà attaccato o tradito. Sottolinea che le Fds e le forze curde hanno perso molti martiri nella lotta contro i jihadisti.
Di fronte alla domanda sulle critiche rivolte alle Fds e sulla loro intolleranza verso il dissenso, il suo tono s’inasprisce e il sorriso scompare: “Noi siamo le Forze democratiche siriane. Abbiamo la democrazia nel nome, quindi siamo democratiche”. Il 23 gennaio quando le forze curde si sono ritirate dal carcere di Al Aktan a Raqqa sono stati liberati centinaia di detenuti, compresi alcuni minorenni. La combattente giustifica gli arresti condotti dalle Fds come un tentativo di ridurre le divisioni nella popolazione e sostiene che i bambini detenuti erano pericolosi – mima il gesto di tagliare la gola, che a suo dire loro facevano spesso.
Il giorno successivo a Qamishli viene annunciato un coprifuoco. Le strade sono vuote e i negozi chiusi. Le Asayish, le forze della sicurezza interna curde, bloccano gli incroci. Da questo lato del confine “salam aleykum” diventa “dambash”, ciao in curdo, per superare i posti di blocco. “Rischiamo sempre di essere puniti”, sussurra un esponente delle Asayish. “Non facciamo niente senza l’approvazione del comandante”. Sullo schermo del telefono ha una foto di Assad. L’azienda militare Arcel, che la maggior parte della popolazione usa per la connessione a internet, è bloccata per ordine delle Fds nelle ore in cui la delegazione governativa è in città. Anche se abbiamo un permesso giornalistico, ci fermano una decina di volte e dobbiamo sempre aspettare le necessarie telefonate agli alti gradi della catena di comando prima di ripartire. Quel giorno entra a Qamishli un altro convoglio governativo. Le Fds controllano ancora l’area, per ora.
◆ Dopo settimane di scontri il 30 gennaio 2026 il governo siriano ha raggiunto un accordo con le Forze democratiche siriane (Fds, a maggioranza curda) che stabilisce il ritorno sotto l’autorità di Damasco di quasi un terzo del territorio siriano che le forze curde controllavano dal 2012, nel caos provocato dalla guerra civile siriana. L’intesa prevede inoltre che Damasco assuma il controllo delle prigioni dov’erano detenuti gli affiliati del gruppo Stato islamico e le loro famiglie (carceri gestite dalle Fds, che avevano combattuto i jihadisti), e dei giacimenti di petrolio e gas. Le istituzioni civili e militari dell’amministrazione autonoma guidata dai curdi saranno integrate nello stato siriano, con la formazione di una divisione militare composta da tre brigate di cui fanno parte i combattenti delle Fds. Il presidente Ahmed al Sharaa ha anche emesso un decreto che riconosce i diritti civili, linguistici e culturali dei curdi. Bbc
Non è la fine
Il 5 febbraio nel cimitero di Qamishli c’è il funerale di cinque combattenti delle Fds. Le bandiere curde ondeggiano al vento, mentre le famiglie intonano canti per il Rojava. Il padre di uno dei caduti dice sommessamente: “La popolazione civile vuole la pace, è stanca”.
Il margine di autonomia si sta già restringendo. In base all’accordo i principali giacimenti petroliferi nel nordest della Siria sono tornati sotto il controllo di Damasco, che ora gestisce anche la sicurezza sul confine con l’Iraq. Per le autorità curde è una sconfitta strategica. Secondo l’economista Benjamin Fève, nel 2025 il 77 per cento delle entrate dell’amministrazione autonoma derivava dal petrolio. “Questi introiti finanziavano la spesa militare (200 milioni di dollari, il 62 per cento) e i salari pubblici (80 milioni), tenendo in piedi un’amministrazione di 220mila dipendenti e una forza armata di 85mila combattenti”, spiega. “Senza il petrolio l’autonomia non sarebbe stata economicamente possibile. Anche l’Is in passato si finanziava così”. Con l’avanzata delle forze siriane le Fds hanno perso l’80 per cento del loro territorio.
Il 4 febbraio nella base statunitense di Al Wazir, ad Al Hasaka, Saleh Muslim, un uomo minuto, con grossi baffi e un’aria da nonno, ex funzionario di alto rango e figura chiave del movimento per l’autogoverno curdo, sostiene che gli elementi essenziali dell’autonomia restano in piedi. Secondo lui l’accordo è una conquista, “un modo di riconoscere lo status quo senza dirlo esplicitamente”. E aggiunge: “Le nostre forze sono ancora sul campo per proteggere la regione”. Nel suo ufficio ci sono le bandiere delle Ypg, delle Ypj e del Rojava; nascosta in un angolino c’è la bandiera siriana. “Questa non è la fine”, aggiunge. “Se saremo attaccati ci difenderemo”.
Le bandiere statunitensi che sventolavano sulla rotatoria all’esterno sono state rimosse. L’inviato di Washington Tom Barrack ha detto chiaramente che “il ruolo originario delle Fds come principale forza sul campo contro l’Is è in gran parte giunto al termine”, sostenendo l’integrazione delle forze curde nello stato siriano.
Muslim usa più volte la parola complotto per descrivere gli sviluppi che hanno colpito i curdi, che secondo lui mirano a contrapporli agli arabi in un conflitto senza fine. Le dichiarazioni non significano nulla, dice, senza garanzie costituzionali. Cita le promesse di Al Sharaa: riconoscimento della lingua curda, ripristino della cittadinanza, pari diritti. “Non combattiamo per il separatismo”, commenta. “Stanno rischiando una guerra civile ed etnica per inseguire il potere e la loro visione di un paese centralizzato. Noi lottiamo per una cittadinanza equa”.
I termini dell’accordo restano vaghi. Kobane, una delle roccaforti curde, è isolata, nonostante i convogli umanitari e le forze governative che circondano l’area, ancora in attesa di ricevere l’autorizzazione a entrare. Dopo che il convoglio governativo ha attraversato Al Hasaka, le barricate curde sono reinstallate. Di notte una ruspa sbarra il valico usato dalle forze di Damasco. I tiratori curdi sono immobili sui tetti. È l’immagine del nord della Siria: unificata, ma solo sulla carta. ◆ fdl
Paloma de Dinechin è una giornalista investigativa francocilena che vive in Siria.
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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati