La leggenda vuole che il Nicaragua sia il paese con più poeti per metro quadrato al mondo. Secondo alcuni la sua storia non può essere compresa senza la sua poesia. Il colpevole? Il padre del modernismo, Rubén Darío. La colpevole? La rivoluzione sandinista. Nel 1979, anno della vittoria del sandinismo contro la dittatura di Anastasio Somoza, la canzone di protesta diventò un’arma e la poesia fu usata come strumento di alfabetizzazione politica, consolidando l’immagine del Nicaragua come una “repubblica di poeti”.
“Il trionfo della rivoluzione è il trionfo della poesia”, si legge in una fotografia che ritrae il poeta nicaraguense Ernesto Cardenal (che fu anche ministro della cultura sandinista) e lo scrittore argentino Julio Cortázar alla fine degli anni settanta.
Ma resta qualcosa di quella rivoluzione poetica? Oggi il Nicaragua è sprofondato in una dittatura guidata da Daniel Ortega e dalla moglie Rosario Murillo. La coppia ha cambiato la costituzione, ha tolto la nazionalità agli oppositori politici, ha ucciso studenti universitari ed esiliato giornalisti. Soprattutto, censura qualsiasi voce critica del regime. La repubblica di poeti si è trasformata in una repubblica di poeti clandestini.
Mi trovo a un passaggio di frontiera illegale tra San Dimas, nella Costa Rica, e Cárdenas, in Nicaragua. Il segnale non funziona bene ma ricevo comunque un messaggio del giovane poeta Phocás (qui e altrove uso uno pseudonimo per motivi di sicurezza). “Sono in una fattoria isolata a scrivere poesie. Sai che queste persone controllano tutto”, mi scrive questo giovane autore che dal 2018, quando ha partecipato alle rivolte contro il regime, mantiene un profilo basso. Durante quelle settimane di protesta sono morte trecento persone a causa della repressione del governo. “Non so se le mie poesie saranno mai pubblicate”, aggiunge.
In tutto il paese sono nascosti altri Phocás. Scrivere contro gli ideali del governo può costare la libertà.
Restare
In fondo a un sentiero spunta Camilo, un giovane robusto alto un metro e ottanta. “Sei tu il giornalista, vero?”, chiede stringendomi la mano.
“Se scoprono che hai dei libri l’interrogatorio diventa infinito: di cosa parlano, perché li porti con te e perché ti piace leggere”
Tra pochi minuti Camilo attraverserà il confine con l’aiuto di un coyote, un trafficante di persone. Mi dice che alle guardie non piacciono i libri: “Se vedono che ne hai, controllano le pagine, i titoli, il contenuto. E se qualcosa gli sembra sospetto non ti lasciano passare oppure ti arrestano”. È nervoso, sta sudando. Cammina avanti e indietro e guarda di continuo l’orologio.
“Sono davvero così pericolosi i libri?”. “Se li scoprono l’interrogatorio diventa infinito: di cosa parlano, perché li porti con te e perché ti piace leggere. E se tra le pagine ci sono foto o documenti, ti fanno ancora più domande”.
Camilo trasporta spesso opere difficili da reperire per i suoi familiari e amici, come se fosse un contrabbando. Questa volta ha con sé Violet e altre poesie di Lana Del Rey; La finestra sul volto del poeta e rivoluzionario salvadoregno Roque Dalton; La fattoria degli animali, di George Orwell, e il libro più censurato oggi in Nicaragua: Tongolele no sabía bailar (Tongolele non sapeva ballare) del nicaraguense Sergio Ramírez. Ore dopo arriva un messaggio da Managua: “Sono dentro. Libri al sicuro”.
In zone diverse del Nicaragua si nascondono giovani scrittori che si firmano con degli pseudonimi: María Elsa Natillo, Luis Sánchez e Dara Vega. Tutti e tre affrontano la censura in modo diverso, ma sono d’accordo sul fatto che “non esiste neanche uno spazio dove ci si possa sentire liberi”.
A Managua, Natillo scrive in clandestinità: “Farlo apertamente significa la prigione o rischiare di sparire”.
Spesso i suoi libri parlano della situazione della chiesa o della libertà d’espressione. “Scriviamo perché è necessario continuare a ribellarsi e resistere”. Affronta anche il tema della censura: una volta il governo di Ortega le ha chiesto di consegnare una raccolta di poesie per un “vaglio preventivo”.
Luis Sánchez, un poeta nato a Nandasmo, nel dipartimento di Masaya, dice che gli spazi culturali sono controllati dal governo o sono stati chiusi. “Le mostre d’arte, di pittura e gli spettacoli di danza sono organizzati da persone vicine al regime”. Perfino l’Alliance française di Managua, che era sempre stata una sorta di oasi di libertà, ultimamente “sta evitando alcuni temi”.
Dara Vega, la più giovane del gruppo, è nata a Diriamba ed è particolarmente preoccupata per la censura. “È molto raro trovare eventi che non siano legati al governo. E quando ci sono, si svolgono in segreto, senza convocazioni pubbliche o segnali che attirino l’attenzione”, afferma. L’ha molto colpita “un recital clandestino all’interno di una chiesa cattolica” .
La maggior parte dei loro amici è in esilio. Come mai loro hanno deciso di restare? Natillo è la prima a rompere il silenzio: hanno pensato di andare via, dice, ma non vogliono allontanarsi dalla famiglia. Vega e Sánchez si erano addirittura procurati i documenti per partire, ma poi hanno preferito “non andare incontro a un futuro incerto”.
Un’ancora di salvezza
A Madrid Samantha Jirón, 25 anni, sorride con un misto di speranza e nostalgia. Nel 2021 la polizia di Ortega l’ha arrestata ed è rimasta in carcere per un anno e tre mesi. Oggi, privata della nazionalità nicaraguense e in esilio, studia giornalismo all’università Complutense. Ammira i giovani che scrivono clandestinamente: “Sono l’unica arma che ci resta davanti a una dittatura che vuole liquidare ogni manifestazione culturale e mettere a tacere il pensiero critico”. La scrittura l’ha salvata: “In carcere scrivevo sui sacchetti di plastica degli assorbenti o sulle gomme da masticare per far sapere a mia madre che stavo bene”, racconta con voce spezzata. Li nascondeva nei bagni, l’unico luogo senza sorveglianza: “Li lasciavo dietro il gabinetto e mia madre, prima di andarsene, li prendeva”.
Anche il poeta Álex Hernández ha messo a punto un metodo personale di resistenza. Nel carcere di El Chipote ha cominciato a scrivere con il dentifricio e la carta igienica per aggiornare la famiglia sul suo stato di salute. Poi è riuscito a procurarsi una piccola lamina di grafite su cui ha inciso alcuni versi, ora raccolti in Verso libre y prosa cautiva (Verso libero e prosa prigioniera).
“Non solo di pane vive l’uomo. Io, se avessi fame e fossi senza forze per la strada, non chiederei un pane, ma chiederei mezzo pane e un libro”, scrisse il poeta spagnolo Federico García Lorca. Queste parole descrivono il calvario delle ex prigioniere politiche, come Evelyn Pinto. A un certo punto il regime di Ortega aveva completamente vietato l’accesso ai libri in carcere. Tuttavia, la pressione dei detenuti, compresi vari scioperi della fame, ha costretto il presidente a fare un passo indietro, anche se i volumi restano sottoposti a controlli che durano giorni. Non devono essere sottolineati né parlare di politica o di psicologia.
Pinto, compagna di cella di Samantha Jirón, ha letto più di trenta libri mentre era in prigione. “In quei giorni d’incertezza la lettura ha dato senso alla mia vita”, ricorda dalla Costa Rica, dove è esiliata. Alcuni titoli, come Violeta di Isabel Allende, I pazienti del dottor García _di Almudena Grandes o _Il labirinto degli spiriti di Carlos Ruiz Zafón erano stati censurati. In Nicaragua non c’è stato un deterioramento culturale, dice, quanto piuttosto la cancellazione di chi mette in discussione lo status quo e riflette sulla realtà del paese.
Nel mercato di Managua
In Nicaragua il numero delle librerie oscilla tra cento e 140 a seconda della situazione politica. Molte sono colpite dalla censura che si abbatte su autrici locali come Gioconda Belli, Sergio Ramírez e Daisy Zamora. Da Hispamer, una delle principali catene di libri, gli scaffali conservano copie di alcuni loro vecchi lavori, mentre le loro opere più recenti sono scomparse dal circuito commerciale. Restano pochissime tracce della vitalità letteraria precedente alle proteste antigovernative del 2018. Si tratta soprattutto di libri autopubblicati, opere che non parlano di politica ed esemplari delle poche case editrici sopravvissute, come Anamá Ediciones o Edición Espiral.
Stessa situazione da Literato, nella zona di Metrocentro, dove mancano le ultime uscite degli scrittori nicaraguensi. Al massimo si possono trovare opere di autori che ora scrivono dall’esilio, come Los jóvenes no pueden volver a casa _(I giovani non possono tornare a casa) di Mario Martz, o _Aunque nada perdure (Anche se nulla dura per sempre) di José Adiak Montoya.
Mantenere in vita l’editoria è un atto di eroismo invisibile. Nel 2024 la bibliografia nazionale ha raggiunto appena 60 titoli, secondo i registri pubblicati da Jorge Eduardo Arellano, segretario dell’accademia di geografia e storia. I pochi editori che resistono lo fanno con discrezione, perché temono di fare la stessa fine della giornalista e attivista femminista Fabiola Tercero, scomparsa dal 12 luglio 2024, quando la polizia ha perquisito la sua abitazione confiscando il computer e altro materiale di lavoro. Fondatrice della piattaforma El rincón de Fabi, Tercero promuoveva la lettura con scambi, fiere e presentazioni (a novembre i mezzi d’informazione statali hanno diffuso una sua intervista in cui affermava di non essere scomparsa).
“Era una donna impegnata che cercava di avvicinare i giovani alla lettura”, dice un amico che l’aveva vista pochi giorni prima che si perdessero le sue tracce.
Nonostante l’assenza di novità di autori critici con il regime, la letteratura nazionale riesce ancora a sostenersi grazie alle bancarelle di libri, come quelle al mercato Roberto Huembes di Managua, dove tra clacson e grida dei venditori si accumulano montagne di vecchie copie: El preso 198, un perfil de Daniel Ortega (Il prigioniero 198, un ritratto di Daniel Ortega) di Fabián Medina Sánchez, vari racconti per bambini e Blu del poeta Rubén Darío. Saltano anche agli occhi La fugitiva _di Sergio Ramírez e _La pergamena della seduzione, di Gioconda Belli. Due nomi importanti della letteratura che, malgrado l’esilio e la repressione degli ultimi cinque anni, restano presenti con opere del passato.
◆ Daniel Ortega, un ex guerrigliero sandinista già al potere dal 1985 al 1990, governa il Nicaragua in maniera autoritaria dal 2007 insieme alla moglie Rosario Murillo, che l’anno scorso è stata nominata copresidente. “Sembrava difficile che il regime trovasse il modo per inasprire la censura e il controllo contro gli oppositori politici e tutto quello che si pubblica nel paese”, scrive il sito indipendente Divergentes, la cui redazione è in esilio nella Costa Rica. “Invece, nel novembre 2025 è entrata in vigore una nuova legge sulle telecomunicazioni che consente al governo sandinista di estendere la censura e il controllo anche a internet, l’ultimo spazio rimasto dove cercare informazioni, organizzarsi, seguire i giornalisti in esilio, discutere nei gruppi WhatsApp o guardare su YouTube ciò che non può più essere detto alla televisione nazionale”.
Dal 2018 biblioteche chiuse e addetti licenziati sono una costante in Nicaragua. Di recente la biblioteca della banca centrale di Matagalpa è passata sotto il controllo del comune. La censura ha raggiunto le università e nei corsi non si parla mai di autori come Ramírez o Belli. “Ai professori non passa nemmeno per la testa di parlare di dittatura o di letteratura in esilio”, afferma il giovane universitario Kenneth. Alla docente di filologia Xóchitl Montenegro dispiace che “i giovani non abbiano nemmeno una biblioteca dove poter leggere liberamente”.
Uno dei colpi più duri alla cultura nicaraguense è arrivato nel 2022 con la cancellazione del festival internazionale di poesia di Granada, creato nel 2005, che riuniva più di 1.200 scrittori provenienti da 120 paesi. Il regime ha costretto alla liquidazione l’ong che lo finanziava, provocandone la chiusura. “La cultura è morta quel giorno. Ci hanno portato via tutto”, dice Gioconda Belli.
Alcuni festival sopravvivono dall’esilio, come Centroamérica Cuenta, fondato da Ramírez nel 2013, che si svolge due volte all’anno e mantiene viva la programmazione culturale. “Proibire le espressioni letterarie mette in evidenza il valore della cultura”, afferma la sua direttrice, Claudia Neira.
Parrocchie e cattedrali
Il Nicaragua è un deserto culturale che nessuno vede agonizzare. Una poesia assetata. Non resta ormai nulla di quella rivoluzione poetica promossa da Ernesto Cardenal. Sembra che il fantasma del dittatore Somoza sia tornato con un altro nome: Daniel Ortega. La poesia si è nascosta nelle fattorie, si organizzano letture segrete in parrocchie e cattedrali. Non ci sono case editrici indipendenti e quelle che sopravvivono seguono le regole del regime.
I poeti temono di essere ascoltati. Temono di scrivere. Di uscire di casa e trovare degli uomini incappucciati che li arrestano con l’accusa di tradimento della patria. Il regime ha colpito nel segno prendendo di mira il cuore poetico del Nicaragua. Prima è arrivata la censura dei libri, poi la cancellazione dei festival e delle reti artistiche indipendenti, l’esilio delle voci critiche e ora il controllo totale di tutto ciò che viene pubblicato. Piano piano sono stati chiusi gli spazi culturali autogestiti e i giovani artisti soffocano.
Ecco cos’è oggi il Nicaragua: una poesia dietro le sbarre. Leggetelo e guardatelo. Guardatelo come lo vedo io in questo momento, mentre si sta svuotando del suo sangue, verso dopo verso. Il Nicaragua è una repubblica di giovani poeti clandestini che hanno lo stesso sogno dei loro antenati: la libertà.◆ sc
William González Guevara è un poeta nicaraguense nato a Managua nel 200o. Vive in Spagna. Il suo ultimo libro è _Inmigrantes de segunda _(Hiperión 2023).
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati