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L’arrivo delle forze di Damasco mette fine all’autonomia curda del Rojava

Le forze governative siriane ad Al Hasakah, 2 febbraio 2026 (Amjad Kurdo, Middle East Images/Ansa)

A quei pochi uomini del ministero dell’interno di Damasco che hanno alzato l’indice verso il cielo (un gesto simbolo di adesione al salafismo) hanno risposto gli slogan “Lunga vita al Rojava!” scanditi dai combattenti curdi radunati intorno. Lunedì 2 febbraio un breve momento di tensione ha visto contrapporsi l’avanguardia delle forze inviate dal governo siriano e le unità schierate dalle Forze democratiche siriane (Fds, a maggioranza curda) all’ingresso della città di Al Hasaka, capitale dell’omonimo governatorato. La città, a maggioranza araba ma abitata da una forte minoranza curda, è ancora sotto il controllo dell’amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale, istituita dalle Fds.

Sotto un cielo piovoso sorvolato dagli aerei della coalizione internazionale per la lotta al gruppo Stato islamico (Is), i circa 150 uomini del servizio di sicurezza del ministero dell’interno, a bordo di otto veicoli blindati leggeri e alcuni pick-up, intorno alle tre del pomeriggio hanno attraversato il posto di blocco formato da uomini e donne delle Hat (le unità speciali antiterrorismo curde), per poi dirigersi verso la caserma dove alloggeranno.

Si tratta di un primo passo simbolico per il governo siriano, che rivendica in questo modo la sua autorità sui territori amministrati dalle Fds, e seppellisce il sogno di un’autonomia curda in Rojava.

Dopo tre settimane di combattimenti, in cui Damasco ha ripreso il controllo di quasi l’80 per cento dei territori in mano ai curdi nel nordest siriano durante la guerra civile (2011-2024), il 30 gennaio le due parti hanno firmato un accordo generale per l’integrazione progressiva delle forze armate e dell’amministrazione della zona autonoma curda nello stato siriano.

Secondo il testo dell’intesa, il personale del ministero dell’interno dovrà rimanere in città per il tempo necessario a supervisionare l’integrazione delle Asayish (le forze di sicurezza dell’amministrazione autonoma) nel ministero dell’interno. A questi corpi dovrebbe essere assegnato il compito di occuparsi della sicurezza locale.

Parole concilianti

Ad Al Hasaka il capo delle forze di sicurezza curde, il comandante Ayman Ghayda, si esprime in modo rassicurante: “L’accordo con Damasco è un buon accordo. Stiamo evitando un bagno di sangue. Ora dobbiamo imparare a convivere”. Sono parole concilianti, ma in molti prevale l’amarezza: “È un giorno triste”, osserva una ufficiale delle Unità di protezione delle donne (Ypj). “Tutti i sacrifici fatti contro l’Is a Raqqa e altrove, per questo?”.

Un’operazione simile è prevista a Qamishli (l’altro centro urbano della provincia, situato a un’ora di auto da Al Hasaka) e poi a Kobane, un’enclave curda assediata dalle forze del nuovo potere siriano. L’operazione interessa anche i giacimenti petroliferi di Rmeilane e Al Suwayda, l’aeroporto di Qamishli e il valico di Semalka al confine con l’Iraq. Nei prossimi giorni e settimane tutte queste infrastrutture dovranno passare sotto il controllo dello stato.

L’accordo firmato tra le due parti prevede che l’esercito siriano regolare non entrerà nelle città e nei villaggi a maggioranza curda. Circa 22mila uomini e donne delle Fds dovranno essere assegnati al ministero della difesa nella provincia di Al Hasaka (16mila) e nel cantone di Kobane (seimila), sotto forma di brigate e unità militari di stanza nelle proprie regioni.

Nominato da Damasco capo della sicurezza interna della provincia di Al Hasaka, il generale Marwan al Ali, che è originario della regione e si è distinto nella lotta contro l’Is e Al Qaeda nella provincia di Idlib tra le file della formazione islamista Hayat tahrir al Sham, ha portato un messaggio di pacificazione. “Siamo arrivati sulla base di un accordo. E insieme proteggeremo la stabilità della regione”, ha promesso nel corso di una breve dichiarazione dal cortile del suo quartier generale temporaneo ad Al Hasaka, dove a una finestra è stata issata la bandiera nazionale.

Insistendo sul carattere collaborativo della nuova architettura di sicurezza che intende mettere in piedi, Marwan al Ali ha precisato che le sue forze non agiranno in modo isolato, ma in coordinamento con le forze locali esistenti (le Asayish). Poi si è detto fiducioso in una rapida normalizzazione della situazione di sicurezza sotto questo comando congiunto, promettendo “che nei prossimi giorni tutto tornerà alla normalità”.

Circa mezz’ora prima, mentre il convoglio formato dai veicoli delle forze di sicurezza del ministero, delle unità curde e delle auto della stampa passava a gran velocità ci sono state delle raffiche di kalashnikov nel quartiere a maggioranza araba di Khashman. Secondo alcune immagini diffuse sui social media, hanno causato alcuni feriti, ma è impossibile confermare le notizie: gli abitanti accusano le forze curde di aver usato le armi per impedirgli di accogliere la delegazione di Damasco, mentre le Asayish sostengono in un comunicato che “alcune cellule dormienti hanno sparato verso i civili e i giornalisti”.

I delusi

In vista di possibili tensioni, nella città di Al Hasaka era stato proclamato il coprifuoco totale già dalle sei del mattino. Nelle strade dei quartieri arabi e curdi, avvolte da un freddo glaciale e perlustrate a tappeto dalle forze di sicurezza, regnava il silenzio. Agli incroci stradali, sia in centro sia in periferia, gli agenti di pattuglia si scaldavano alla meno peggio attorno a dei falò improvvisati. In quella giornata grigia Al Hasaka, con i suoi 400mila abitanti, era ridotta a una città fantasma. Per evitare incidenti, martedì 3 febbraio le autorità curde hanno deciso di accettare per la città di Qamishli le stesse condizioni severe, per timore stavolta delle reazioni ostili del loro stesso schieramento.

Al calare della notte nella roccaforte curda c’è un’atmosfera da vigilia di un momento decisivo. A ogni snodo stradale le forze di sicurezza e gruppi di civili armati, organizzati in “comitati di autodifesa di quartiere”, controllano – fucili d’assalto alla mano – i veicoli che avanzano a passo d’uomo verso questi posti di blocco improvvisati, alla luce di pneumatici incendiati e tra gli effluvi del gasolio. Vicino al carcere della città, dove sono ancora detenuti alcuni jihadisti dell’Is, Salah Nabi, ventidue anni, studente di ingegneria meccanica, Manzoum Walat, ventinove anni, combattente delle Unità di protezione del popolo (Ypg, la spina dorsale delle Fds), e una decina di altri giovani scrutano con una torcia elettrica gli automobilisti di passaggio. Dicono di non fidarsi delle forze governative, che descrivono come “combattenti di Daesh”.

“Abbiamo visto cosa è successo agli alawiti e ai drusi, che sono stati massacrati dalle forze del governo (nel corso delle violenze settarie che, nel febbraio e nel giugno 2025, hanno scosso queste regioni). Qui non se ne parla di consegnare le armi”, giurano. Poi moderano i toni: “Obbediremo agli ordini. Reagiremo in caso di attacco, ma non faremo del male a nessuno se nessuno farà del male ai nostri cari”.

Qualcuno, deluso, critica in modo inconsueto il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk, principale organizzazione curda in Turchia), i cui quadri fanno parte della leadership delle Fds. “Se avessimo passato meno tempo a combattere l’Is a Deir Ezzor e a scavare tunnel a Raqqa (zone di insediamento arabo) e più tempo a concentrarci sulla difesa dei curdi e delle nostre regioni, non saremmo in questa situazione”, esclama un ufficiale delle Asayish, che chiede di restare anonimo. Non ha digerito il sostegno dato a Damasco dai capi delle tribù arabe precedentemente alleate con le Fds, che ha accelerato l’avanzata delle truppe governative. “I nostri alti comandi hanno scommesso su un progetto discutibile: l’occupazione di regioni arabe al servizio del progetto di una Siria confederale. Oggi ne paghiamo il prezzo”.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

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