Combattenti delle Unità di protezione popolare. Al Hasaka, 24 gennaio 2026  (Ethan Swope, Getty Images)

“Il trauma nazionale dei curdi affonda le sue radici in un’esperienza storica quasi senza uguali”, scrive lo psicologo e autore Jan Ilhan Kizilhan su Rudaw, un sito indipendente con sede a Erbil, nel Kurdistan iracheno, che pubblica articoli in curdo, inglese, arabo e turco. Pochi popoli, continua, hanno vissuto per secoli nella loro patria eppure non sono mai stati autorizzati a esistere come nazione su quella terra: “I curdi hanno imparato cosa significa essere stranieri nel proprio paese. Sono stati oppressi da potenze più forti ed emarginati da stati che nella migliore delle ipotesi tolleravano la loro esistenza e spesso la combattevano attivamente. Sono stati discriminati per aver parlato la loro lingua, per aver vissuto la loro cultura, per aver dato un nome alla loro identità”.

In Turchia, Iran, Iraq e Siria identificarsi apertamente come curdi è stato ripetutamente criminalizzato, punito o accolto con violenza. Questa esperienza, secondo Kizilhan, ha plasmato non solo le vite individuali, ma anche intere generazioni. Il trauma, aggiunge lo studioso, produce “emozioni contraddittorie”: innanzitutto la rabbia causata dalle continue ingiustizie e dall’indifferenza del mondo, e poi una profonda impotenza di fronte all’incapacità politica.

Per decenni molti curdi si sono descritti come gli “orfani dell’universo”. Dal punto di vista psicologico, questa metafora è precisa, spiega: “Gli orfani non hanno un’autorità affidabile che si assuma la responsabilità di prendersi cura di loro. È così che molti curdi vivono la politica internazionale. La protezione è promessa ma non garantita. La solidarietà è proclamata ma non mantenuta”.

Questa analisi a cavallo tra la geopolitica e la psicologia è particolarmente pertinente alla luce di quello che sta succedendo in Siria nelle ultime settimane. Dopo aver riconquistato alcuni quartieri controllati dai curdi ad Aleppo all’inizio di gennaio, l’esercito di Damasco, determinato ad affermare la sua autorità su tutto il territorio nazionale, è avanzato nelle aree controllate dalle Forze democratiche siriane (Fds, a maggioranza curda), nel nordest del paese.

Gli scontri sono aumentati e il peggio è stato evitato grazie a due cessate il fuoco firmati il 18 e il 20 gennaio con l’obiettivo di integrare i territori a maggioranza curda nello stato siriano. Domenica il cessate il fuoco è stato prolungato di quindici giorni per facilitare, ha affermato il governo di Damasco, il trasferimento dei detenuti del gruppo Stato islamico (Is) dalla Siria all’Iraq, coordinato dagli Stati Uniti.

Dopo aver abbandonato Aleppo ed essere state cacciate dalle province di Raqqa e Deir Ezzor (che erano sotto il loro controllo), al momento le Fds si sono ritirate nella loro roccaforte di Al Hasaka, regione del nordest a maggioranza curda. Molti abitanti hanno risposto all’invito ad armarsi per difendere il loro territorio. Le truppe siriane sono schierate tutto intorno. La parola più sentita nei territori del nordest della Siria abitati dagli arabi e dai curdi è “paura”, si legge in un reportage dalla città di Qamishli uscito su Rudaw.

Il delicato equilibrio tra arabi e curdi nel nordest della Siria, alterato già nella seconda metà del novecento quando il regime baathista insediò nella zona migliaia di arabi per indebolire la presenza curda, rischia di andare in frantumi se le parti non troveranno una via d’uscita pacifica allo stallo.

Sul tavolo c’è un accordo, delineato nel marzo 2025, che prevede l’integrazione delle istituzioni civili e militari curde all’interno dello stato siriano. Uno dei maggiori punti di discordia riguarda la richiesta delle Fds di essere integrate come unità nell’esercito nazionale, mentre il governo di Damasco insiste sulla necessità di integrare i combattenti individualmente.

Un articolo di Mada Masr spiega che le Fds volevano adottare un “approccio graduale”, mentre il governo cercava una “soluzione rapida”. Leyla Moussa, rappresentante delle Fds in Egitto, conferma al sito di opposizione la volontà del gruppo che l’integrazione amministrativa, politica, militare e di sicurezza avvenga per gradi, fino a quando sarà stilata una nuova costituzione. Il governo, invece, agisce seguendo “la logica del ‘chi dà, riceve’”.

Secondo Middle East Eye, il rifiuto delle Fds a integrarsi è legato a due fattori: la posizione intransigente di alcuni leader curdi che considerano ogni compromesso con lo stato siriano come un tradimento delle loro aspirazioni separatiste, e l’illusione di un intervento in loro sostegno degli Stati Uniti o di Israele.

Le Forze democratiche siriane furono create nel 2015 con il sostegno degli Stati Uniti. Sono composte principalmente dalle milizie curde Unità di protezione popolare (Ypg), insieme a gruppi più piccoli di combattenti arabi, turcmeni e armeni. Washington cominciò ad armare le Fds in modo più consistente nel 2017, quando la milizia diventò la sua maggiore alleata nella lotta contro il gruppo Stato islamico (Is).

Dopo la sconfitta dei jihadisti le Fds restarono la principale forza sul terreno impegnata a scongiurare il loro ritorno, a gestire i campi e le prigioni dove finora sono rimasti rinchiusi migliaia di miliziani e i loro familiari, e a presidiare gli interessi statunitensi legati ai giacimenti di idrocarburi che si trovano nell’area.

La situazione geopolitica intorno alle Fds, però, è cambiata radicalmente nel corso dell’ultimo anno o poco più. L’avvicinamento agli Stati Uniti di Ahmed al Sharaa, l’ex jihadista diventato presidente dopo aver guidato la coalizione di forze ribelli che nel dicembre 2024 ha rovesciato il regime di Bashar al Assad, è culminato nella sua visita alla Casa Bianca lo scorso novembre. È stata l’occasione per annunciare l’ingresso della Siria nella coalizione internazionale antijihadista guidata dagli Stati Uniti, il cui obiettivo principale è combattere il gruppo Stato islamico.

Questo ha reso superflua la presenza dei curdi nel nordest della Siria, la cui missione a difesa degli interessi statunitensi e contro la presenza jihadista è “in gran parte giunta al termine”, come ha detto l’inviato degli Stati Uniti per la Siria, Tom Barrack. Washington si è allineata con Damasco nel chiedere ai curdi di accettare un accordo che oltre all’integrazione dovrebbe prevedere, almeno sulla carta, un certo grado di tutela dei diritti della minoranza. Per le Fds, però, si tratta di un “tradimento”.

Le Fds costituiscono anche l’ala armata dell’Amministrazione autonoma del nordest della Siria, più conosciuta come Rojava, la regione di cui i curdi siriani presero il controllo nel 2012, approfittando del caos scatenato da una rivoluzione degenerata in guerra civile anche a causa dell’intervento di varie potenze straniere. Lì i curdi hanno istituito un loro governo autonomo, coinvolgendo la popolazione araba e proponendo un progetto politico basato su un sistema democratico, pluralistico, multietnico, sull’uguaglianza di genere, economica e culturale e sul rispetto dell’ambiente, chiamato confederalismo democratico.

In molti – soprattutto in occidente, dove il modello politico del Rojava ha suscitato un certo entusiasmo – hanno lanciato l’allarme sulla fine del sogno dell’autonomia curda e sul pericolo di violenze e abusi contro la minoranza, come già successo ad aprile e luglio nell’ovest e nel sud del paese contro alawiti e drusi. Altri invece, in particolare sui giornali arabi e panarabi, sottolineano i passi falsi compiuti dai curdi che dal 2011 hanno cambiato alleanze in base alle loro convenienze, cercando anche il sostegno del regime di Assad per proteggersi dalle ingerenze della Turchia, e delle Fds che – soprattutto dopo la caduta della dittatura – hanno irrigidito la loro posizione nei territori sotto il loro controllo.

Sono tanti gli elementi che complicano la situazione. Non ultime le interferenze delle potenze confinanti, come la Turchia, che sostiene il governo di Damasco e spera di eliminare una volta per tutte la presenza dei curdi alla sua frontiera, e Israele, che subito dopo la fine di Assad ha occupato varie zone nel sud della Siria e punta sulle divisioni interne per mantenere debole e frammentato il suo vicino. E sono da tenere in conto anche i limiti del governo di Damasco, che ha dimostrato di non potere o non volere impegnarsi per armonizzare le tante realtà della Siria e dare spazio alle voci libere e democratiche. Il timore è che a rimetterci siano non solo i curdi, ma tutti i siriani.

Questo testo è tratto dalla newsletter Mediorientale.

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