Fare la guerra senza un obiettivo preciso significa poter dichiarare vittoria in qualsiasi momento. Le ragioni che hanno spinto Donald Trump ad attaccare l’Iran erano confuse da subito e non sono diventate più chiare all’inizio di questa settimana, quando il presidente statunitense ha definito l’operazione “molto completa, praticamente”. Le bombe statunitensi e israeliane hanno causato morte e distruzione, scuotendo il governo di Teheran senza però abbatterlo. Tra gli obiettivi c’era la guida suprema Ali Khamenei. Al suo posto è stato nominato il figlio, che Trump aveva definito un candidato “inaccettabile”.

Il piano iniziale prevedeva un cambio di regime, ma per Trump cambiare i piani è più facile che cambiare i regimi. Quello che all’inizio era stato presentato come un impegno di lungo periodo per annullare decenni di rivoluzione islamica si è ridotto a una “breve incursione” per neutralizzare le capacità militari iraniane.

Trump non ha ancora detto “missione compiuta”. Sostiene di aver vinto, ma aggiunge che ha ancora vittorie da ottenere. Probabilmente è nella classica fase della ritirata retorica, in cui comincia a intuire che il problema è più complicato di quanto si aspettasse. La complessità resiste ai suoi capricci. Lo annoia.

Iran e Venezuela sono accomunati dal fatto di essere esportatori di energia con una storia di tensioni con Washington, ma per il resto sono diversi. Il modello della decapitazione del regime – quello che all’inizio di quest’anno aveva portato al rapimento di Nicolás Maduro a Caracas e alla sua sostituzione con una vicepresidente compiacente – aveva portato Trump a pensare di fare lo stesso in Iran. Ma la Repubblica islamica ha grandi riserve di resistenza ideologica e istituzionale. E sa come agitare i mercati internazionali minacciando i commerci nel golfo Persico.

La Casa Bianca sembra non aver messo in conto le prevedibili conseguenze economiche di una guerra in Medio Oriente: l’aumento del prezzo del petrolio, il crollo delle borse, il blocco delle catene di fornitura che alimenta l’inflazione e strozza la crescita. Questi segnali d’allarme sono stati quasi certamente il fattore che ha spinto Trump, all’inizio della settimana, a promettere una rapida conclusione della sua avventura militare. E pazienza per la libertà degli iraniani. Il regime potrà continuare ad accanirsi su di loro, purché il traffico nello stretto di Hormuz non venga toccato.

A caro prezzo
Quanto potrebbe crescere l’inflazione a causa dell’aumento del costo dell’energia, %, previsioni per il 4° trimestre del 2026 (oxford economics)

Un favore a Putin

Trump potrebbe ancora provare ad abbattere il regime di Teheran, ma nessuno dovrebbe stupirsi se facesse una ritirata verso obiettivi più modesti. È il suo metodo. È andata così con i dazi annunciati ad aprile del 2025, il “giorno della liberazione”, in seguito alzati ancora e poi ridimensionati per spegnere il panico sui mercati globali. È andata così con le minacce di annettere la Groenlandia, lanciate a voce altissima e poi ammorbidite sotto la pressione degli alleati europei.

La tendenza è ormai così evidente da aver portato i giornalisti a coniare la sigla Taco, acronimo che sta per Trump always chickens out, Trump fa sempre marcia indietro. In realtà la sua ritirata è sempre meno netta di quanto possa sembrare. Il livello medio dei dazi rimane ancora il più alto da un secolo. La pretesa che la Groenlandia appartenga agli Stati Uniti non è stata ritrattata. E i rapporti tra le democrazie europee e Washington sono ancora molto complicati e segnati dalla diffidenza. Ogni manifestazione egoistica del potere erode la fiducia e sabota il sistema internazionale che dovrebbe permettere di risolvere le controversie per via diplomatica.

Industria alimentare
Rischio per i raccolti

◆ “La guerra in Medio Oriente minaccia la produzione alimentare globale”, scrive il New York Times. “Più durerà il conflitto degli Stati Uniti e di Israele con l’Iran, più è probabile che il prezzo del cibo aumenti in tutto il mondo, facendo crescere il rischio di carestie nei paesi più vulnerabili”. Il golfo Persico è uno dei principali centri di produzione di fertilizzanti, soprattutto quelli a base di azoto, fondamentali per le colture da cui dipende circa metà della produzione alimentare mondiale. Molti impianti continuano a produrre, ma il blocco dello stretto di Hormuz – il passaggio marittimo che collega il golfo all’oceano Indiano – rende difficile esportare i fertilizzanti verso i mercati globali. In questa situazione i prezzi di fertilizzanti e materie prime potrebbero salire, spingendo gli agricoltori a usarne meno e riducendo i raccolti. Iran, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Bahrein rappresentano una quota enorme del commercio mondiale di fertilizzanti come urea e ammoniaca. Gli esperti temono un effetto a catena sui mercati agricoli, simile a quello provocato dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

◆Per attenuare la crisi petrolifera, l’11 marzo i 32 paesi dell’Agenzia internazionale per l’energia hanno deciso di immettere sul mercato quattrocento milioni di barili di petrolio provenienti dalle riserve strategiche. È la più grande quantità mai rilasciata e la prima azione coordinata di questo tipo dal 2022.


Il principale beneficiario non combattente dell’attacco di Trump all’Iran è stato Vladimir Putin. L’economia malconcia del suo paese ha ricevuto una boccata d’ossigeno grazie ai maggiori ricavi garantiti dall’aumento del prezzo del petrolio e del gas. Per facilitare l’approvvigionamento globale, Washington ha concesso deroghe alle sanzioni sull’acquisto di petrolio russo da parte dell’India. E la pioggia di missili iraniani sugli alleati statunitensi nel golfo Persico riduce le scorte di sistemi difensivi di cui anche l’Ucraina ha urgente bisogno. Non ci sono solo guadagni per il Cremlino. I droni iraniani, pilastro dell’arsenale di Putin, non arriveranno a Mosca se Teheran ne ha bisogno nel conflitto contro Israele e Stati Uniti. Ed è umiliante per il presidente russo restare a guardare, impotente, mentre un vecchio alleato viene colpito a ripetizione.

Ma nel lungo periodo Putin raccoglierà i frutti del consolidamento di una dottrina geopolitica secondo cui le grandi potenze possono fare quello che vogliono alle nazioni che considerano ostili. Il Cremlino non si è mai preoccupato della sovranità ucraina mentre puntava al cambio di regime a Kiev, e non nasconde la soddisfazione nel vedere Washington seguire la stessa logica con Teheran.

La differenza tra le due situazioni dovrebbe essere evidente a chiunque abbia una bussola morale funzionante. L’Ucraina è un paese democratico che è stato invaso da un vicino dispotico per aver osato rivendicare una politica commerciale e di sicurezza autonoma. L’Iran è una dittatura che uccide i suoi cittadini ed esporta il terrorismo nel mondo.

Queste distinzioni sono essenziali per smontare i cinici esercizi di falsa equivalenza morale di Putin, ma non giustificano in nessun modo la guerra di Trump. E va ribadito che non esistono prove a sostegno della tesi della legittima difesa di fronte a un attacco iraniano “imminente”. C’è un abisso tra il riconoscere la malvagità del regime iraniano, voler impedire che abbia armi nucleari, e concludere che l’unico rimedio sia la guerra, subito, senza nessuna base legale. È un salto che il premier britannico Keir Starmer ha saggiamente scelto di non fare, al contrario della leader dell’opposizione conservatrice Kemi Badenoch.

Nel loro atlantismo ostinato, i conservatori del Regno Unito sembrano pensare che tra Londra e Washington non esista nessuna divergenza di interessi. È difficile sostenerlo se si osserva lucidamente il modo in cui Trump guida la politica statunitense: l’imprevedibilità, il disprezzo per le alleanze internazionali, il rifiuto di qualsiasi vincolo legale ai poteri del presidente, l’orientamento ideologico verso una visione del mondo di estrema destra, legata al nazionalismo cristiano e al suprematismo bianco. ◆

Rafael Behr è un giornalista britannico, commentatore di politica estera per il Guardian.

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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati