×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

Salvini e Orbán sfruttano la debolezza degli avversari

La conferenza stampa di Viktor Orbán e Matteo Salvini a Milano, il 28 agosto 2018. (Marco Bertorello, Afp)

Ufficialmente, non appartengono alla stessa famiglia politica e non sono necessariamente d’accordo su come gestire la questione dei migranti anche se la mettono al centro delle loro preoccupazioni. Eppure, l’incontro tra Matteo Salvini e Viktor Orbán conferma un’intesa politica significativa di portata europea.

Il ministro dell’interno italiano e il primo ministro ungherese hanno un obiettivo comune: far saltare l’alleanza tra Parigi e Berlino – o se si preferisce tra Macron e Merkel – e la loro idea di rilancio dell’Europa. Vogliono spingere il continente verso una completa svolta a destra, seguendo un modello che va dalla formula austriaca – con l’alleanza tra destra tradizionale ed estrema destra – fino all’esperienza italiana, con la coalizione tra la Lega di estrema destra e il populista Movimento 5 stelle.

Entrambi oggi incarnano l’alternativa autoritaria europea. Viktor Orbán lo fa sostenendo pienamente il concetto di democrazia “illiberale”, cioè il contrario di liberale, e scagliandosi contro la magistratura, i mezzi d’informazione, le organizzazioni non governative.

Evoluzione significativa
Salvini e Orbán godono di un’incontestabile popolarità nei loro paesi. Possiamo demonizzarli, ma hanno sicuramente conquistato una parte importante del loro elettorato, toccando il tasto identitario, e su questo bisogna interrogarsi.

Il primo ministro ungherese è stato rieletto lo scorso aprile facendo crescere la sua maggioranza in parlamento, mentre il nuovo uomo forte italiano è in piena ascesa, dopo essere stato piuttosto ai margini fino a poco tempo fa.

In effetti, la loro è stata un’evoluzione significativa. Viktor Orbán era un dissidente liberale alla fine del periodo comunista in Ungheria, ed è diventato “illiberale” nel corso del tempo, offrendo agli ungheresi una rivalsa su una storia tormentata.

Matteo Salvini, più giovane, nel 2013 è arrivato alla guida di un partito nato come separatista, e gli ha fornito un nuovo asse: ha messo la questione dei migranti al centro della sua azione, corteggiando un nazionalismo italiano dai contorni poco definiti. L’incoerenza dell’Europa sui migranti dal 2015 ha fatto il resto.

Entrambi non esitano a ricorrere a dei capri espiatori per spiegare i problemi dei loro paesi, come si è visto per il crollo del ponte a Genova, quando Salvini ha indicato come colpevole l’Europa. Il leader della Lega prepara l’opinione pubblica alla tempesta economica che si annuncia in Italia, per la quale ancora una volta potrà accusare l’Europa.

L’uno e l’altro beneficiano dell’assenza di una vera opposizione. In Italia i partiti tradizionali sono scomparsi, lasciando via libera a Salvini e alla sua logica di frasi a effetto in stile Trump.

Sembra dunque che la vera forza di questo Fronte del rifiuto stia soprattutto nella debolezza degli avversari. Esattamente come la sua capacità di parlare di identità, percepita come la questione principale di questo periodo tormentato.

(Traduzione di Giovanna Chioini)

Leggi anche

pubblicità