La democrazia illiberale di Viktor Orbán

24 febbraio 2015 17:35

Quando l’ho intervistato per la prima volta, 25 anni fa, l’attuale premier ungherese Viktor Orbán era un leader studentesco ferocemente anticomunista il cui unico scopo nella vita era liberare l’Ungheria dall’influenza sovietica. Ma in un quarto di secolo possono cambiare molte cose.

Nel 1991 Orbán ha festeggiato il crollo dell’Unione Sovietica, ma ora dice che “noi europei abbiamo bisogno della Russia. Prima o poi – più prima che poi – dovremo stringere un’alleanza strategica con Mosca”. Orbán, che pone il suo rapporto con la Russia al di sopra di qualsiasi preoccupazione sull’Ucraina, è diventato la voce fuori del coro dell’Unione europea.

Il 17 febbraio il presidente russo Vladimir Putin era a Budapest per firmare un nuovo contratto di fornitura di gas all’Ungheria. In quell’occasione Orbán ha dichiarato: “Siamo convinti che tagliare fuori la Russia dall’Europa non sia razionale. Chiunque pensi che l’Europa può essere competitiva senza la collaborazione economica della Russia è un illuso”. Dallo stesso palco, Putin ha dichiarato che la colpa per la guerra in Ucraina ricade tutta sul governo di Kiev.

La posizione di Orbán non dipende necessariamente dal bisogno di corteggiare il principale fornitore di energia del paese, a cui l’Ungheria ha anche ordinato nuovi reattori nucleari. Altri paesi dell’Unione europea e della Nato, altrettanto dipendenti dal gas russo, hanno condannato il ruolo di Putin nella crisi ucraina. La verità è che Orbán ha intrapreso un viaggio filosofico che lo ha portato in un luogo bizzarro.

In un discorso pronunciato a luglio, il primo ministro ha constatato la morte del modello democratico occidentale, sottolineando che i regimi autoritari come quelli di Russia, Cina e Turchia sono il futuro. “Dobbiamo abbandonare i metodi e i princìpi liberali nell’organizzazione di una società”, ha dichiarato. “Stiamo costruendo uno stato volutamente illiberale, uno stato non liberale”, perché “i valori liberali dell’occidente oggi includono la corruzione, il sesso e la violenza”.

Orbán non si limita alle parole. Da quando è stato eletto nel 2010 ha potuto godere di una maggioranza di due terzi dei seggi in parlamento, che gli ha permesso di modificare la costituzione a suo piacimento. Teoricamente la corte suprema potrebbe annullare i cambiamenti, ma il governo ha nominato undici dei suoi quindici giudici. Le nuove leggi sui mezzi d’informazione hanno trasformato la tv pubblica in un megafono del governo, e Orbán ha sfacciatamente ridisegnato i distretti elettorali per assicurare la vittoria a Fidesz, il suo partito.

Di recente in Ungheria sono emersi anche altri segni rivelatori del nazionalismo autoritario. Le organizzazioni non governative sono sotto attacco, le banche straniere saranno parzialmente nazionalizzate e i terreni affidati in concessione agli stranieri negli ultimi vent’anni dovranno essere restituiti ai loro proprietari ungheresi. Ognuno di questi provvedimenti crea nuove opportunità di corruzione, regolarmente sfruttate da individui vicini al regime.

L’anno scorso il problema si è talmente aggravato che il governo statunitense ha inserito dieci funzionari ungheresi accusati di corruzione in una lista nera e gli ha vietato di entrare negli Stati Uniti, una misura mai presa contro uno stato dell’Unione europea. Il presidente statunitense Barack Obama ha paragonato la corruzione in Ungheria a quella in Azerbaigian, in Russia e in Venezuela.

Victoria Nuland, sottosegretaria al dipartimento di stato per gli affari europei, ha addirittura chiesto a Orbán “come fa a dormire sotto la coperta della Nato di notte, e poi di giorno a promuovere la ‘democrazia illiberale’ alimentando il nazionalismo, limitando la libertà di stampa e demonizzando la società civile”. Orbán non si è preoccupato di rispondere. Gli ungheresi, intanto, hanno continuato a votare per lui.

Alle elezioni legislative dell’aprile 2014 Fidesz ha ottenuto nuovamente i due terzi dei seggi (anche se solo per un voto). Alle elezioni europee di giugno ha conquistato 12 dei 21 seggi disponibili, e alle municipali di ottobre il partito si è assicurato il controllo di 19 delle 21 città più grandi del paese, inclusa la capitale Budapest. Ma perché la maggioranza dei dieci milioni di elettori ungheresi vota per Orbán?

In realtà non è così. Alle ultime legislative solo 2,1 milioni di persone hanno votato Fidesz, mentre 2,6 milioni di elettori hanno votato per gli altri partiti. Il problema è che l’opposizione è debole e divisa (fatta eccezione per il movimento neofascista Jobbik, che ha il 14 per cento dei voti). Fidesz vince grazie alle manovre sui distretti elettorali e grazie all’assenza di avversari credibili. A Orbán in ogni caso va bene così, e può continuare a godersi il suo ruolo di uomo forte illiberale, ma eletto democraticamente.

Il primo ministro ungherese è un abile demagogo, e gli ungheresi sono molto suscettibili al fascino degli agitatori nazionalisti. Tuttavia Orbán non può essere sicuro del suo potere fino a quando sopravvivrà il sistema democratico, perché una forte oscillazione dell’opinione pubblica potrebbe rovesciarlo a prescindere dalle sue manovre burocratiche.

In questo momento Orbán non ha grandi preoccupazioni, anche perché le prossime elezioni parlamentari si svolgeranno nel 2018. Tuttavia il 22 febbraio Fidesz ha perso un’elezione suppletiva che l’ha privato della maggioranza di due terzi in parlamento. Il primo ministro ha sminuito la sconfitta, anche perché ha già fatto tutti i cambiamenti costituzionali che voleva. Probabilmente è vero, almeno per il momento.

Ma se l’insoddisfazione nei confronti del suo governo dovesse continuare a crescere (ultimamente i suoi avversari lo hanno soprannominato “Viktatore”), un giorno potrebbe rimpiangere quel seggio perduto. Casomai avesse bisogno di un’altra modifica costituzionale.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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