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La sorte degli uiguri è cruciale per i rapporti tra Cina e occidente

Una protesta per gli uiguri davanti al consolato cinese di Istanbul, Turchia, 1 ottobre 2019. (Huseyin Aldemir, Reuters/Contrasto)

Fino a poco tempo fa gli uiguri dello Xinjiang, regione della Cina occidentale, erano poco conosciuti fuori dalla cerchia degli esperti. Oggi questa minoranza musulmana e turcofona è diventata il simbolo della repressione messa in atto dal regime di Pechino, e di conseguenza un tema cruciale della politica internazionale.

Il governo cinese non è riuscito a “spegnere” questo incendio e si trova ormai alle prese con accuse gravi di violazione dei diritti umani, con oltre un milione di persone internate in campi “di rieducazione”, cioè di lavori forzati. La Cina è stata addirittura tacciata di genocidio a causa delle sterilizzazioni forzate, che rientrano nella definizione di questo crimine.

Inizialmente Pechino aveva saputo contenere le denunce presentando le sue azioni nello Xinjiang come un’operazione antiterrorismo, anche perché si sono effettivamente verificati atti violenti attribuiti agli uiguri. La Cina, inoltre è riuscita a neutralizzare qualsiasi critica proveniente dai paesi musulmani, ottenendone addirittura l’appoggio alle Nazioni Unite grazie al suo peso politico. Ma la diga, alla fine, non ha retto.

Per comprendere la situazione bisogna tenere presente la logica dei leader cinesi rispetto a questa minoranza nazionale e religiosa. Dietro i discorsi di armonia tra i 56 popoli che costituiscono la nazione cinese, infatti, si cela un rullo compressore che vuole cancellare le identità minoritarie, soprattutto nella dimensione religiosa.

L’arma demografica
Il governo di Xi Jinping si è lanciato in una campagna di “sinizzazione” delle religioni, mirata non solo contro l’islam ma anche contro il cristianesimo e il buddismo tibetano. Nelle aree popolate dagli uiguri – ma anche dagli hui, altra minoranza musulmana del paese – le moschee sono state rase al suolo perché considerate l’espressione di un’architettura troppo mediorientale. Io stesso ho potuto vedere l’anno scorso a Yinchuan, capoluogo della regione hui del Ningxia, caratteri arabi recentemente coperti nelle insegne dei ristoranti halal. Non molto tempo fa un’altra minoranza, quella dei mongoli, è stata repressa dopo una serie di proteste contro il divieto di insegnare la lingua locale nella Mongolia interna.

Ma nello Xinjiang è presente anche una dimensione strategica. Questa immensa provincia occidentale non solo racchiude risorse petrolifere, ma costituisce la frontiera esterna della Cina, ieri con l’Unione Sovietica e oggi con gli stati dell’Asia centrale. Si tratta di un’area fondamentale nelle nuove vie della seta promesse da Pechino.

La partita è tanto più squilibrata se teniamo conto che la Cina sfrutta l’arma demografica. Un tempo i circa dodici milioni di uiguri rappresentavano la maggioranza nella regione, ma sono ormai diventati minoritari a causa dell’afflusso (incoraggiato) di contadini poveri dal resto della Cina, esponenti della popolazione dominante nel paese, gli han. I leader cinesi non amano la parola “colonizzazione”, ma è sostanzialmente ciò che sta accadendo.

Le proteste contro il trattamento riservato agli uiguri sono rimaste a lungo isolate, ma il clima di tensione tra l’occidente e la Cina ha dato alla vicenda una nuova dimensione. Pechino ha ragione quando accusa l’amministrazione Trump di sfruttare gli uiguri nell’ambito della sua guerra fredda contro la Cina, ma questo non toglie nulla alla tragicità di ciò che accade nello Xinjiang.

La Cina non permette alcuna inchiesta indipendente sul posto, ma questo sarebbe l’unico modo di dare un peso alle sue smentite. Il governo di Pechino farebbe meglio a lasciare entrare gli investigatori dell’Onu, se davvero non ha niente da nascondere.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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