×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

Chi governa davvero l’Iran oggi?

Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf a Teheran, in Iran, 12 gennaio 2026 (Morteza Nikoubazl, NurPhoto/Afp)

Il 24 marzo, parlando con i giornalisti e ricorrendo a un ragionamento piuttosto strano, Donald Trump ha dichiarato che in Iran c’è stato un cambiamento di regime visto che i leader sono diversi rispetto a prima della guerra. “Possiamo dire che siamo riusciti a ottenere un cambiamento di regime”, ha affermato il presidente statunitense, contro ogni evidenza.

In realtà al vertice dell’Iran non c’è stato alcun ribaltamento, ma è vero che dopo tre settimane di bombardamenti il regime non è più lo stesso di prima, innanzitutto perché i principali dirigenti sono stati uccisi: la guida suprema Ali Khamenei ha perso la vita nel primo giorno di attacchi, seguito dieci giorni fa da Ali Larijani, capo della sicurezza e uomo forte che sembrava potersi imporre alla guida del paese.

Mojtaba Khamenei, figlio e successore di Ali, non è ancora intervenuto in pubblico e parla agli iraniani solo attraverso comunicati scritti, rafforzando i dubbi sul suo stato di salute.

Ma allora chi governa l’Iran? In questi giorni sono emersi due nomi che potrebbero avere un ruolo di primo piano nel negoziato embrionale con gli Stati Uniti (o forse sarebbe meglio parlare di negoziato virtuale, difficile dirlo al momento). L’identità di queste due persone la dice lunga su quale sia l’evoluzione del regime.

Il primo candidato è Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento. Ghalibaf ha 64 anni e arriva dal corpo dei Guardiani della rivoluzione, il braccio armato della repubblica islamica. Viene descritto come un sostenitore della linea dura ma anche come un pragmatico. È a lui che si riferiva Trump quando ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno dialogando con “un uomo che credo sia il più rispettato, ma non è la Guida suprema”?

Il secondo candidato è il generale Mohammad Bagher Zolghadr, che ha preso il posto di Larijani, ucciso in un bombardamento. Nominato presidente del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale (organismo fondamentale in tempo di guerra) Zolghadr è considerato una figura intransigente all’interno guardiani della rivoluzione e del sistema giudiziario, responsabile di diverse ondate di repressione contro le rivolte popolari degli ultimi anni.

Questi due nomi dimostrano che i sopravvissuti del regime si stanno compattando attorno ai guardiani della rivoluzione, in una progressiva militarizzazione di un regime teocratico che deve trovare il modo di sopravvivere.

Il grande paradosso di questa evoluzione è che in una trattativa la presenza di Ali Larijani sarebbe stata di gran lunga preferibile a quella dei due possibili nuovi leader del paese. Perfino Trump lo ha ammesso: “Avevamo risposto le nostre speranze in alcuni uomini, ma sono morti!”.

Quelli di Ghalibaf e Zolghadr sono profili di dirigenti legati ai guardiani della rivoluzione, per natura diffidenti nei confronti degli Stati Uniti e violentemente ostili a Israele. L’Iran, tra l’altro, non è particolarmente incline a negoziare con gli statunitensi, dato che l’attacco contro il loro paese è partito proprio durante una trattativa sul nucleare.

È per questo che le recenti dichiarazioni dei leader iraniani fanno riferimento ai rinforzi statunitensi che stanno arrivando nella regione mentre Trump parla di un negoziato.

Al momento, comunque, gli ostacoli non sembrano insormontabili. D’altronde anche i politici più radicali possono avere interesse a trovare una via d’uscita se questo può premettergli di salvare il regime. Per il popolo iraniano, invece, il rischio concreto è quello di ritrovarsi alla fine della guerra con un regime ancora più spietato di prima, in un paese distrutto da chi prometteva libertà e prosperità.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

pubblicità