A pochi metri da plaza San Francisco, nel centro dell’Avana, risplende una vetrina di un negozio. Scarpe in pelle con tacchi a spillo difficili da usare sulle strade sconnesse dell’Avana. Grandi borse dai bordi dorati in cui sembra che possa entrare il mondo. La gente curiosa si ferma davanti alla vetrina, alcune donne entrano a guardare da vicino ma sono poche quelle che escono con un acquisto tra le mani.
C’è una ragazza che per la sua festa chiede alla madre di usare i suoi risparmi per comprarle degli stivaletti marroni. C’è anche una funzionaria del governo a bocca aperta davanti ai prezzi. Dall’altra parte della strada, proprio all’altezza dell’ingresso della boutique, c’è un’anziana con la mano tesa che chiede l’elemosina.
Come una fotografia sovraesposta, i contrasti sono sempre più visibili nella vita cubana. Mentre molti si alzano ogni giorno chiedendosi con angoscia cosa mangiare, una nuova classe sociale (con dollari in tasca) compra vestiti alla moda nei negozi esclusivi. Persone che, attraverso la corruzione, le rimesse dall’estero o i privilegi governativi possono permettersi i vestiti più cari e il cibo migliore, prodotti che non sono alla portata della maggioranza delle persone. Nelle zone turistiche questi chiaroscuri si percepiscono di più. È qui che le differenze sono più visibili, più dolorose, ed è sempre più difficile dimostrare quel concetto di “uguaglianza” tanto sbandierato negli anni sessanta.
Sotto il verde acceso del manifesto di un negozio Benetton, un signore vende cartocci di arachidi e caramelle. La sua voce che richiama i clienti non si sente dall’interno climatizzato del negozio, dall’altra parte del vetro.
Traduzione di Francesca Rossetti.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it