Mario è rimasto senza lavoro diversi mesi fa. Guidava un taxi in un’azienda statale e una mattina l’hanno convocato per una riunione urgente. Ha avuto un brutto presentimento non appena è entrato nell’ampio locale, dove hanno letto la lista di chi avrebbe perso il lavoro. Il suo nome era tra quelli che dovevano scegliere se andare a lavorare nei campi o semplicemente a casa.

I primi giorni sono stati difficili, ma poi si è messo a lavorare con un tizio che ripara materassi e adesso aggiusta le molle come lavoratore autonomo. È uno dei più di 110mila lavoratori che, secondo la denominazione ufficiale, sono diventati “disponibili” nel corso del 2011. In realtà è un disoccupato senza più sussidio di disoccupazione e speranze di trovare un altro posto dietro al volante.

Secondo le cifre del ministero del lavoro, a Cuba circa un quarto dei posti di lavoro andranno persi entro il prossimo dicembre. Il processo è stato chiamato “riordinamento del lavoro” e lo stato non è più in grado di sostenere gli organici sproporzionati che abbondano ovunque.

L’idea è che la piccola e media impresa privata assorba questa manodopera, ma la crescita del settore autonomo non procede abbastanza speditamente. Nonostante questo, il 1 maggio non si è visto neanche un manifesto di protesta nelle diverse sfilate che si sono tenute in tutta l’isola.

Nel giorno dei lavoratori nessuno di quelli rimasti senza un lavoro ha reclamato o chiesto più possibilità di scelta o un sussidio di disoccupazione più giusto. Mario non si è neanche degnato di accendere la televisione per guardare le immagini di un’affollata plaza de la Revolución. Ha preferito alzarsi presto e battere in lungo e il largo il suo quartiere gridando: “Riparo materassi! Materassi!”.

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