Nel villaggio di Viscri, Romania, il 18 agosto 2004.
  • 29 Dic 2015 10.24

Che succede a raccontare balle sulla propria famiglia

29 dicembre 2015 10:24

Mia cugina Karina ce l’ha fatta: abita vicino a Francoforte e si comporta come se fosse stata battezzata direttamente da Thor e da Odino al comune di Valhalla. È diventata ariana, si sente la salvatrice bruna della germanità e si spaccia per tedesca autentica: dopo tre anni di Germania odia con tutta se stessa gli immigrati e gli zingari. È ovvio: non hanno la cultura dello Zeitgeist.

Non importa che suo padre è un mezzo ebreo e mezzo tedesco nato in Romania, che sua madre, Geta, è forse la più conosciuta zingara di Caransebes e vive facendo tarocchi, e che suo marito è ungherese. Karina ha deciso che vuole essere ariana, ed è ariana. A mia madre manda le medicine – devo riconoscerlo – e fa presente a quasi tutti i parenti, ma soprattutto a me e a mia cugina Nuta, che siamo stupidi e maleducati. Ma visto che mia madre ha bisogno di medicine tedesche, che costano più meno quanto il mio stipendio, ingoio il rospo, la maledico in silenzio e vado avanti. Geta invece le risponde a tono ogni volta che si mette a sparlare di mia madre. Dopo mio padre e Gogu, Karina è la principale fonte di pettegolezzi in famiglia.

Un tempo Gogu era il parente ricco. Puliva gli scaldabagni, attività che gli aveva fatto guadagnare un patrimonio. Non ha pagato tasse e ha speso tutti i soldi per un mucchio di cose inutili. Sigarette americane, puttane e cognac in locali di lusso: erano questi i suoi sogni ai tempi del regime di Ceaușescu. E gli hanno mangiato il patrimonio negli otto anni successivi alla rivoluzione del 1989. Adesso fuma mozziconi e ha debiti con tutte le bettole intorno alla stazione dove si vende alcol contraffatto. Ogni tanto gli offro qualche soldo per un pacchetto di sigarette o per un caffè.

Comunque oggi Gogu non mette più piede alla Cateaua lesinata (La cagna svenuta), il locale dove mio padre ancora si dedica con devozione all’alcol. È una questione di principio: dopo essersi sbronzati marci nei bar più costosi non si può andare a bere ovunque, se non si vuole farsi ridere dietro dagli zingari.

Una cugina in Germania e una sorella bionda erano quasi le uniche cose di cui potevo vantarmi

Gogu aveva due appartamenti e per un lungo periodo ho avuto la chiave di uno. Prima di prestarmi il suo appartamento, Gogu mi lasciava la sua Oltcit (il modello sportivo della Dacia, la macchina più diffusa in Romania). Diverse volte gliel’ho profanata – come direbbe mia madre – per mancanza di soldi ed eccesso di ormoni. E una volta ho causato anche un incidente. Gogu, però, è stato sempre un signore e non ha mai detto niente a nessuno della mia insolenza. Oggi vive in una catapecchia che si è costruito su un terreno comprato quando aveva i soldi. È da qualche settimana che non lo vedo.

Un tempo avevo una fidanzata molto bella, che era appena diventata avvocata. Sua madre era di lignaggio aristocratico e suo padre era un uomo d’affari. Non erano per niente contenti che la figlia uscisse con me, ma in qualche modo si erano abituati perché la cosa andava avanti da un po’. Una volta decidemmo di uscire insieme – io, la mia ragazza e i suoi genitori – per andare a vedere un film al cinema Central. Avere una cugina in Germania e una sorella bionda erano quasi le uniche cose della mia famiglia di cui potevo vantarmi pubblicamente. Mia madre è una donna meravigliosa, anche se un po’ troppo scura per gli standard delle élite della nostra regione, l’Oltenia, ma mio padre è un alcolizzato. Il risultato è che mi facevo sempre passare per orfano.

Mi venne suggerito che per l’occasione dovevo agghindarmi. Era la prima volta che mi capitava un evento simile, così mi vestii con le cose che mi aveva portato mia madre dalla tedesca dove faceva le pulizie. La tedesca era la capa di una fabbrica tessile di Craiova e portava la mia stessa misura. Quando buttava via i vestiti vecchi, se li prendeva mia madre. Per questo avevo un elegantissimo cappotto marrone con il collo in velluto nero. In realtà era da donna, ma non capivo dove fosse la differenza. Mi misi anche un paio di scarpe nere di lacca: ero bellino e ben vestito.

Camminavo impettito con la mia bionda avvocata. Dietro di noi, la sua famiglia di precisini. Passammo davanti al comune di Craiova, dove c’era un signore sporco, parecchio scuro di carnagione, con la barba e in mano una targa con su scritto che stava facendo lo sciopero della fame. Gli passai vicino senza guardarlo. Ma non appena gli furono accanto i suoi possibili futuri parenti aristocratici cominciò a gridare. Qui sotto una sommaria e diplomatica traduzione dei suoi tre minuti di urla:

Oh, maleducati! Ormai siete diventati importanti e non salutate più! Oh, avete dimenticato quando ve la spassavate come conigli nel mio appartamento, disgraziati?!

Gogu sa insultare in modo impeccabile. Stava facendo lo sciopero della fame perché era convinto che i romeni gli avessero ammazzato il cane lupo che si chiamava – ovviamente – Lady. Gli chiesi scusa per non averlo visto, risi, lo baciai e proseguii verso il cinema. Vidi le facce dei miei futuri suoceri che sembravano colpite dal martello del dio Thor, quello che aveva battezzato mia cugina. Il loro sguardo era simile a quello che dovevano avere avuto i criminali nazisti.

Lady era in calore, e tornò a casa da Gogu qualche giorno dopo.

(Traduzione di Mihaela Topala)

Questo articolo è stato pubblicato su Dilema Veche.

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